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immagine Medicina tradizionale e omeopatia: convivenza utile e possibile

Medicina tradizionale e omeopatia: convivenza utile e possibile

La pediatra Maria Enrica Quirico presenta il suo nuovo libro.
Un dialogo tra le cure tradizionali e i rimedi naturali, senza battaglie ideologiche, ma con la consapevolezza di voler contrastare l’uso smodato di farmaci, spesso non necessari, ma altrettanto spesso prescritti. Maria Enrica Quirico è una pediatra e un’omeopata che ha scritto il libro “Rimedi naturali per la mamma e il suo bambino – Cure omeopatiche e fiori di Bach dalla gravidanza alla prima infanzia”, uscito per le Edizioni Lswr.
“La relazione tra le cure naturali e le cure tradizionali – ha detto il medico ad askanews – dovrebbe essere una relazione di interazione. Ogni cura deve aiutare l’altra e deve essere scelta dal pediatra che segue il bambino a seconda della situazione che si trova a dover affrontare. Non vedo mai antitesi tra l’una e l’altra, deve sempre esserci una sinergia e ci deve essere la possibilità di capire quando utilizzare una e quando l’altra. Per fare questo bisogna conoscerle entrambe”.
Il libro è nato come una sorta di diario, in cui l’autrice ha raccolto gran parte delle domande che nell’arco della sua carriera si è sentita rivolgere dalle mamme in attesa e dalle neo mamme. E presenta una visione che si fonda sempre e comunque su solide basi scientifiche.
“Non stiamo più parlando di terapie omeopatiche dell’antichità – ha aggiunto la dottoressa – stiamo parlando di low dose therapy, bensì di medicine omeopatiche moderne, che hanno basi scientifiche e sono state sperimentate e riconosciute come efficaci. E’ sbagliatissimo vedere o nero o bianco: o utilizzo questo metodo o utilizzo l’altro. Utilissimo invece capire in base alle diverse situazioni quale utilizzare e, se necessario, anche entrambe”.
Il ricorso all’omeopatia, in particolare, è consigliato per creare un percorso di cura costruito sulla persona, sulle sue caratteristiche. Perché pure a una stessa patologia si riscontrano spesso risposte molto diverse. “Un bambino – ha concluso Maria Enrica Quirico – può avere allergia a un polline o a un inalante e manifestarla semplicemente con della tosse. Un altro bambino può avere invece con un’allergia una situazione pesantissima di broncospasmo o laringospasmo che richiede la terapia cortisonica. E noi gliela diamo, assolutamente. Però poi vediamo di costruire con questo bambino una situazione di base di rinforzo che lo aiuti a non arrivare più a queste situazioni estreme”.
Nell’ottica di una cultura della cura che possa essere a tutto tondo.

Fonte: askanews.it 

immagine   Malattie rare, Italia prima in Europa per Screening Neonatale salva-vita

Malattie rare, Italia prima in Europa per Screening Neonatale salva-vita

Federazione UNIAMO chiede al governo di promuovere il modello del nostro Paese.
Garantire il diritto di salute a tutti i bambini, a prescindere dal Paese di nascita. Questo l’obiettivo dell’azione promossa da UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare e Eurordis – Rare Diseases Europe in accordo con il Gruppo di Lavoro Eurordis multidisciplinare sullo Screening Neonatale. L’Italia è leader in Europa nell’implementazione dello Screening Neonatale: non solo un test alla nascita, gratuito e garantito per tutti i nuovi nati, ma un vero e proprio percorso di diagnosi precoce e presa in carico di diverse malattie congenite. Patologie per le quali esistono interventi terapeutici specifici che, se intrapresi prima della manifestazione dei sintomi, sono in grado di migliorare in modo significativo la prognosi della malattia e la qualità di vita dei bambini, evitando gravi disabilità e, talvolta, la morte.
“Ancora una volta UNIAMO promuove una battaglia di civiltà per garantire il diritto di salute di ogni bambino, a prescindere da dove sia nato”, afferma Annalisa Scopinaro, Presidente UNIAMO – FIMR. “La nostra Federazione ha sempre sostenuto, insieme all’Associazione AISMME, il percorso SNE, da ben prima della Legge Taverna; le conquiste delle malattie rare – sottolinea – sono un paradigma di sanità e possono essere di supporto a tutta la cittadinanza”.
La proposta di UNIAMO prende spunto dalle marcate differenze attualmente esistenti fra i programmi di Screening Neonatale nei diversi Paesi europei, con l’obiettivo dell’equità di accesso in tutta Europa a programmi di prevenzione secondaria, come lo screening, che possono salvare le vite dei bambini.
La Federazione UNIAMO, a nome della comunità italiana delle persone con malattia rara e insieme ad EURORDIS, chiede al Ministro della Salute, Roberto Speranza, e al Sottosegretario con delega alle Malattie Rare, Pierpaolo Sileri, di farsi promotori in Europa di questo modello di buona pratica, affinché tutti i bambini europei e le loro famiglie possano godere di questo fondamentale diritto di salute.
Con la campagna #SoloUnCampione, UNIAMO invita la comunità scientifica insieme alle Associazioni, ai volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport ad aderire all’appello rivolto al governo italiano. Sul sito www.uniamo.org è infatti possibile sottoscrivere la lettera che la Federazione, insieme ad Eurordis e alle 150 Associazioni affiliate, ha rivolto al Governo per chiedere di difendere il diritto alla salute di tutti i neonati.
Prima fra tutti ad accogliere la call to action, la dottoressa Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e Responsabile Scientifico del Centro di Coordinamento degli Screening Neonatali: “Sono davvero onorata di essere la prima Ambassador della campagna #SoloUnCampione e di sostenere in prima persona l’azione promossa da UNIAMO e da Eurordis. In Italia il Centro di Coordinamento degli Screening Neonatali collabora con le Regioni e le Province Autonome per promuovere l’applicazione uniforme sul territorio nazionale della diagnosi precoce neonatale e la diffusione di buone pratiche. È bene che questo modello venga promosso in tutta Europa per raggiungere una maggiore equità nella diagnosi precoce, nella conseguente presa in carico e nel trattamento dei piccoli pazienti, a beneficio dei bambini e delle loro famiglie”.
Per aderire alla campagna #SoloUnCampione: www.uniamo.org.

Fonte: askanews.it 

immagine L’esperto: proteine, 1 su 3 dopo i 50 non ne mangia abbastanza

L’esperto: proteine, 1 su 3 dopo i 50 non ne mangia abbastanza

Non devono mai mancare in una dieta equilibrata.
Varietà, quantità, qualità. Queste le tre parole magiche che ci devono guidare nella scelta delle proteine, anche in estate. Fondamentali per la nostra alimentazione, e la salute in generale, insieme a lipidi e carboidrati, fanno parte del gruppo dei macronutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno quotidianamente, nelle giuste proporzioni secondo tabelle specifiche: il 55/60% delle calorie quotidiane deve provenire dai carboidrati, il 15-20% dalle proteine e il 25-30% dai grassi.
uca Avoledo, biologo e nutrizionista, esperto in naturopatia presso la Clinica del Cibo di Milano, spiega: “le proteine non devono mai mancare in una dieta sana e equilibrata, e anche nel periodo estivo ne servono le giuste quantità per soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano. Esistono tanti tipi di proteine o, più precisamente, di fonti proteiche: carne, pesce, uova, latte e derivati, yogurt e formaggi, che sono fonti proteiche di origine animale. Poi ci sono quelle di origine vegetale, che forniscono comunque un certo apporto di proteine, benché di minore qualità, come legumi e frutta a guscio, quindi noci, mandorle, nocciole e pinoli”.
Le proteine non sono tutte uguali: possono essere animali, più ricche di amminoacidi essenziali, per giunta contenuti nelle giuste proporzioni, o vegetali. “Troviamo proteine in tutti i vegetali – sottolinea Luca Avoledo – non solo nei legumi e nei semi, ma anche nei cereali e persino in frutta e verdura, ma, in questi ultimi alimenti, di qualità ulteriormente inferiore e, spesso, anche quantitativamente sottorappresentate”.
“Sono infatti definite proteine di basso o medio valore biologico – prosegue l’esperto – mentre quelle che si trovano in carne, uova, pesce e latticini sono di alto valore biologico. Consumando regolarmente alimenti animali possiamo soddisfare facilmente il fabbisogno proteico”. Impossibile soddisfarlo con altre tipologie di proteine? “Ci si può riuscire anche con le proteine vegetali – risponde Avoledo – ma è fondamentale comporre con la massima attenzione la dieta, sin dalla mattina e per tutta la giornata, contemplando la più ampia gamma di alimenti vegetali e nelle giuste quantità per cercare di ottenere un adeguato apporto proteico. Non esiste, però, alcun alimento vegetale che sostituisca la carne”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quantità di proteine da assumere quotidianamente corrisponde a poco meno di 1 grammo per ogni chilo di peso corporeo, per l’adulto in normali condizioni di salute. In molte circostanze e fasi della vita (crescita, gravidanza, senescenza ecc.) anche di più. E bisogna considerare che 100 grammi di carne, alimento proteico per antonomasia, non corrispondono a 100 grammi di proteine, ma all’incirca solo a 20″.
Un altro errore da non commettere è quello di seguire diete solo proteiche per perdere peso. “Consiglio di evitare le diete solo proteiche che vanno tanto di moda per dimagrire – evidenzia Avoledo – al di là dei danni alla salute che questo genere di diete possono provocare, quando si mangiano solo proteine il nostro corpo è costretto a convertire una parte di queste in energia, non utilizzandole quindi per lo scopo preposto. Per dimagrire bisogna mangiare una quantità ragionevole di proteine ma anche di carboidrati e grassi, nell’ambito di una dieta correttamente impostata”.
Infine, proteine sì oppure no dopo i 50 anni? “Sì senza dubbio -conclude Avoledo – l rischio di malnutrizione proteica è molto diffuso negli over 50, insieme alla falsa credenza che con l’età la carne debba essere diminuita o eliminata. Ridotti apporti proteici possono facilitare la sarcopenia, la perdita di massa e forza muscolare connessa, che è una condizione che promuove tutta una serie di patologie che vengono racchiuse con il nome di fragilità dell’anziano, dal deficit cognitivo a quello fisico. Ancor più dopo i 50 anni, raccomandiamo, quindi, il consumo di proteine, nella giusta quantità, soprattutto di proteine nobili come carne, pesce, uova e latticini”.

Fonte: askanews.it 

immagine Rich girl face: giovanissimi che vogliono assomigliare a idoli social

Rich girl face: giovanissimi che vogliono assomigliare a idoli social

Boom di richieste di adolescenti al chirurgo estetico.
Labbra carnose, zigomi pronunciati, qualsiasi parte del corpo esposta e inneggiata: queste le caratteristiche più diffuse che trasformano le persone in ‘personaggi’, dando loro un ruolo anche all’interno di questa società che non è solo l’epoca dell’immagine ma anche dell’immaginario
“Rich girl face” è il nuovo fenomeno che sta progressivamente spopolando tra ragazze e ragazzi molto giovani che frequentano gli studi di medicina estetica per subire una ‘trasformazione’ della propria immagine e assomigliare sempre di più ai canoni di bellezza percepiti secondo la moda del momento, quella diffusa tra i personaggi più popolari. La medicina estetica viene vissuta sempre più spesso come una procedura per assomigliare ai personaggi di certi ambienti ‘social’, fenomeno che sottende una modificazione dei comportamenti molto importante. I medici estetici, che vivono la situazione dall’interno, hanno iniziato a porsi delle domande, soprattutto a tutela dei pazienti più giovani, come gli adolescenti e i giovanissimi fino ai 24 anni che sono sempre più condizionati dai social media.
“Rispetto al passato – spiega Nadia Fraone, consigliere della Società Italiana di Medicina Estetica (SIME) – registriamo una vera e propria inversione di tendenza: mentre fino a pochi decenni fa si tendeva a nascondere i trattamenti di medicina estetica, adesso si pensa a quest’ultima come ‘medicina del benessere’ intesa soprattutto come possibilità di curare la propria immagine. E anche la medicina estetica risente di queste nuove richieste, non trovandosi più ad accompagnare il paziente nel percorso normale di invecchiamento ma piuttosto a ‘aiutare’ una vera e propria trasformazione della persona”.
Una medicina estetica come strumento per assomigliare a canoni di bellezza conclamati dai social media: labbra carnose, zigomi pronunciati, un corpo da esporre e esibire: queste le caratteristiche più diffuse che trasformano le persone in ‘personaggi’, dando loro un ruolo che appartiene più che all’epoca dell’immagine a quella dell’immaginario. “Si tratta di un fenomeno sociologico che rivela la fragilità e l’insicurezza dei giovani, che non hanno un’identità precisa e trovano così il modo di crearsela ad imitazione di idli dei social media – osserva la dottoressa -. È qui che interviene la consapevolezza del medico estetico, che nel suo lavoro realizza il concetto di ‘bello’ sul corpo si un’altra persona. E per far questo deve riuscire a consigliare e ascoltare il giovane paziente per far capire che corpo e psiche non sono due cose distinte ma univoche, e che il benessere passa attraverso la consapevolezza e il miglioramento di entrambi”.
L’aumento volumetrico delle labbra è l’intervento più richiesto in medicina estetica dalle giovani donne, ma anche il botulino preventivo per le rughe o l’aumento delle aree zigomatiche sono interventi molto gettonati. La ‘Rich girl face’ è un fenomeno alla portata dei più, sostenibile e raggiungibile dalla maggior parte dei ragazzi, soprattutto perché si tratta di un modo di cambiare atteggiamento nei confronti del proprio corpo e quindi del mondo esterno. Tra gli obiettivi di una specifica sessione sul tema nell’ambito del Congresso di Medicina Estetica della SIME, con il coinvolgimento di figure specializzate come psichiatra, psicologo e sociologo per la valutazione – da parte dei medici estetici – di quanto e quando è opportuno intervenire sul corpo di chi ne fa richiesta, interpretando e comprendendo le richieste di bisogni che vanno al di là delle reali necessità.

Fonte: askanews.it 

immagine Telemedicina, pandemia ha accelerato i tempi. Sanità pronta al digitale

Telemedicina, pandemia ha accelerato i tempi. Sanità pronta al digitale

Ma servono progetti concreti. Piattaforma WelCare esempio di successo.
Tele-consulto, tele-visita, tele-monitoraggio, ma anche applicazioni digitali per la salute e canali digitali per la collaborazione tra medici di diverse strutture ospedaliere, oltre all’utilizzo diffuso del fascicolo sanitario elettronico. Questi sono solo alcuni degli strumenti di telemedicina che stanno cambiando il volto della sanità. Se ne è parlato oggi nell’ambito dell’evento “La Salute Connessa”, promosso da Novartis, in occasione del lancio della piattaforma di telemedicina WelCare in oncologia ed ematologia, che mette in collegamento centri e medici specialisti di tutta Italia, per favorire lo scambio di informazioni e migliorare la gestione di pazienti con malattie come il tumore al seno, il melanoma, le neoplasie mieloproliferative croniche (MPN), la mastocitosi, la leucemia mieloide cronica (CML), ma anche pazienti candidati al trattamento con CAR-T. Al centro dell’incontro odierno, che ha coinvolto esperti del mondo scientifico, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni pazienti, i dati dell’analisi realizzata dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui la pandemia ha favorito l’utilizzo di piattaforme digitali di collaborazione tra medici e pazienti, con un utilizzo da parte dei pazienti salito di quasi 20 punti percentuali durante l’emergenza (da 11% a 30%). Oggi l’82% dei pazienti intervistati dichiara di volere utilizzare in futuro queste piattaforme.
Reti virtuali che cambiano le modalità di comunicazione tra medico e paziente e che aprono a nuove modalità di collaborazione tra medici. Un esempio concreto e di successo viene da WelCare. Nata lo scorso anno, in piena pandemia, grazie alla collaborazione tra Novartis e Welmed, la piattaforma di telemedicina WelCare ha favorito lo scambio di informazioni tra i medici e i centri erogatori della terapia avanzata CAR-T. Sulla base di questa esperienza, Novartis ha deciso di estendere il progetto e ha annunciato oggi l’ampliamento della piattaforma WelCare, per mettere in collegamento medici specialisti, che in tutta Italia si occupano, oltre che di CAR-T, anche di pazienti con altre patologie oncologiche ed ematologiche. WelCare è il primo passo di un percorso e di un impegno più ampio di Novartis in telemedicina, che continuerà con nuovi strumenti, per raggiungere direttamente il paziente sul territorio, a supporto di ambiti come quello della medicina generale.
Una risposta, quella di WelCare, ai bisogni di medici e pazienti, come confermano i dati dell’Osservatorio. L’analisi rivela infatti che tra i medici specialisti è alta la propensione all’utilizzo della telemedicina, con l’81% degli intervistati che vorrebbe ricorrere al tele-consulto e oltre 6 medici su 10 che vorrebbero utilizzare strumenti di tele-visita e di tele-monitoraggio. La telemedicina apre anche a nuove possibilità di gestione della pratica clinica, a partire dalla sistematizzazione di grandi quantità di dati, come spiega Fabrizio Pane, Professore ordinario di ematologia all’Università Federico II di Napoli e direttore A.F. ematologia della stessa Azienda Ospedaliera Universitaria: “L’utilizzo nella pratica clinica di tecnologie digitali permette la raccolta e la gestione di Big Data, di valore scientifico e clinico, che in futuro avranno un ruolo sempre più importante anche per informare le decisioni diagnostiche e terapeutiche. Piattaforme di scambio tra medici specialistici, come WelCare, permettono di sviluppare nuovi modelli di organizzazione della pratica clinica, in un’ottica più collaborativa ed efficace”.
Attraverso la digitalizzazione dei vari aspetti della pratica clinica, dall’accesso condiviso alla cartella clinica, allo scambio di file e tool per la discussione multidisciplinare, la piattaforma WelCare favorisce la gestione condivisa del paziente tra più medici sul territorio, con vantaggi in termini di qualità della cura e gestione delle risorse sanitarie, come commenta Saverio Cinieri, Presidente eletto AIOM: “La gestione di pazienti come quelli oncologici passa da percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali complessi, che spesso richiedono la stretta collaborazione tra centri specialistici e centri di trattamento sul territorio. Con la telemedicina questa logica viene semplificata e migliorata, perché grazie alle tecnologie digitali possiamo far viaggiare il dato e non il paziente, con notevoli risparmi e con un impatto significativo sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie”.
 

Fonte: askanews.it 

immagine Nell’anno più difficile gli anziani pronti a tornare protagonisti dell’economia

Nell’anno più difficile gli anziani pronti a tornare protagonisti dell’economia

Presentato al Senato il secondo Osservatorio "Silver Economy" di Tendercapital e Censis.
La fascia degli anziani è stata la più colpita dal virus in termini di letalità ma è anche quella che psicologicamente ha reagito meglio alla pandemia e che ora è pronta a tornare protagonista nella società e nell’economia italiana, spendendo, generando consumo e stabilizzando la condizione economica delle generazioni più giovani. E’ quanto emerge dal secondo numero dell’Osservatorio Silver Economy di Tendercapital e Censis, presentato stamane al Senato, che ha analizzato la condizione degli anziani nei mesi più difficili della pandemia.
Secondo lo studio, dal titolo “La Silver economy nell’anno più nero”, la silver generation si è dimostrata la più coriacea nell’affrontare la crisi generata dalla pandemia: il 69,3% degli anziani dichiara di non aver sofferto di stress psicofisico dal marzo 2020, mentre il dato scende al 23,3% tra i giovani e al 34,1% tra gli adulti. Una grande capacità di tenuta e adattamento, un “furore di rivivere” che ha spinto gli anziani a ripartire di slancio. Il 43,4% di loro dedicherà più tempo alla cura personale, facendo uso di cosmetici, praticando fitness, andando dal barbiere o dal parrucchiere ed il 24,7% è pronto a rinnovare il proprio guardaroba. Il 66,4%, inoltre, vuole fare almeno un viaggio o una vacanza in Italia, mentre l’estero è preferito dal 38,4% e il 46,3% è pronto a partecipare a pranzi e cene fuori casa.
Per quanto riguarda gli aspetti legati al risparmio, lo studio sostiene che il silver welfare non si è interrotto con il Covid-19. Infatti, l’88,7% degli anziani si definisce il bancomat di figli e nipoti e al riguardo sono d’accordo il 67,1% degli adulti e il 50,8% dei giovani. E con ogni probabilità – si legge ancora nel rapporto -, sarà ancora così in futuro, poiché il 67,8% degli anziani è convinto che la propria condizione economica sarà migliore o uguale ad oggi nel post pandemia, mentre ad avere la stessa fiducia è il 52,3% degli adulti e dei giovani. E se il 32,2% degli anziani teme una condizione economica peggiore, lo scivolamento in basso è temuto dal 47,7% di adulti e giovani.
Resta tuttavia una frattura intergenerazionale. Per il 54,3% dei giovani, infatti, si spendono troppe risorse pubbliche per gli anziani, ed era il 35% l’anno scorso, mentre per il 74,1% ci sono troppi anziani in posizione di potere, dall’economia, alla società, fino ai media. Un dato in flessione, invece, è quello che riguarda la necessità di ricovero: il 42,2% dei giovani ritiene che in caso di emergenza occorra dar loro la precedenza rispetto agli anziani, un anno fa ne era convinto il 49,3%.
Secondo Moreno Zani, presidente di Tendercapital, “la longevità attiva non si è spenta nel 2021, ma le criticità emerse già lo scorso anno sull’impatto sociale della pandemia restano purtroppo ancora vive. Ora che l’emergenza sanitaria sembra attenuarsi è necessario ricucire la frattura che si è creata tra le generazioni. Scopo dell’Osservatorio Tendercapital-Censis vuole essere proprio questo, accendere i riflettori su una fascia della popolazione che, come quella della silver generation, costituisce una preziosa risorsa per l’economia e la società intera”.
Per Giuseppe De Rita, presidente del Censis, “è importante capire, dal punto di vista sociale, quanto questa forza della dimensione anziana sia destinata ad essere sostituita dalla forza gioventù. L’Italia è un Paese longevo se noi anziani abbiamo sopportato meglio la pandemia è perché facciamo parte di una generazione particolare, nata tra gli anni ’30 e gli anni ’50, che le ha viste tutte, quindi capace di consolidare l’esistenza di sé stessi e della società. Gli anziani, infatti, non hanno drammatizzato più di tanto, mentre i giovani hanno avuto più paura della pandemia. L’emergenza sanitaria ha confermato che il popolo degli anziani ha un suo punto forza e di stabilità sia sul piano psichico sia sul piano finanziario.
“Nell’Osservatorio Tendercapital-Censis sulla Silver economy fa impressione vedere questo risentimento da parte dei giovani verso gli anziani – ha commentato Annamaria Parente, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato -. Colpisce, poi, il furore di rivivere degli stessi anziani, che durante la pandemia hanno pagato molto le conseguenze dell’emergenza sanitaria. La sanità deve essere concepita come investimento, per poter reinserire dal basso questa voglia di ripartire che va collegata con le opportunità che offre il Paese. Sviluppare la medicina del territorio significa cambiare approccio alla sanità dei cittadini e sviluppare telemedicina, device, 5G, domotica e in generale supportare concretamente l’innovazione tecnologica. Qualità significa, inoltre, avere un maggiore controllo e sono impegnata nel rilancio delle Rsa, migliorando anche la professionalità degli operatori”.

Fonte: askanews.it 

immagine Estate e ansia da spiaggia: è corsa al ‘ritocchino’ last minute

Estate e ansia da spiaggia: è corsa al ‘ritocchino’ last minute

+50% richieste. Soprattutto fra le trentenni.
L’estate si avvicina e insieme torna l’ansia “da spiaggia”. Dopo mesi di restrizioni e di palestre chiuse a causa della pandemia esplode la corsa al ritocchino: sono tantissime le donne, e gli uomini, a desiderarsi più in forma e così, per esibire in costume una silhouette da fare invidia, si torna sul lettino del chirurgo. Gli interventi più richiesti: seno, glutei e gambe per le donne, addome e pettorali per gli uomini.
“I contagi stanno diminuendo e si intravede un’estate in relax, per molti in riva al mare. Ma dopo un anno di forti limitazioni allo svolgimento di attività fisica, sta crescendo il ricorso alla chirurgia. Nella seconda estate ai tempi del Covid, registriamo un aumento del 50% di richieste, tra uomini e donne, in particolare over 30 – spiega Daniele Spirito, specialista in chirurgia plastica a Roma e Como e docente presso la Scuola di specializzazione in Chirurgia Plastica dell’Università di Milano – alcuni si sono ritrovati impreparati all’appuntamento con l’estate e sono spinti dall’urgenza di prendersi cura di sé, altri hanno solo aspettato il periodo più opportuno per ringiovanire il proprio aspetto fisico”.
Ma quali sono gli interventi più gettonati in vista dell’estate? Decollete: “La mastoplastica additiva è tra gli interventi più richiesti dalle donne – spiega Spirito – Un decollete sodo e prosperoso è sinonimo di femminilità, per questo l’intervento è indicato per chi ha un seno piccolo o che si è svuotato con il passare del tempo. Si tenda a scegliere taglie abbondanti, terza/quarto coppa C/D”. Glutei: “Tra gli ultimi trend esplosi in Italia c’è la chirurgia dei glutei, per un lato B senza inestetismi e dalle forme muscolose. Nuove tecniche, rivoluzionarie rispetto al passato, garantiscono risultati duraturi, minori complicanze e una rapida ripresa. La gluteoplastica con impianti intramuscolari si riserva a pazienti con sederi grandi ma non proiettati. La gluteoplastica sottomuscolare invece a glutei piccoli, donne giovanissime e molto magre”. Gambe: “Lo smartworking e il poco movimento hanno contribuito all’aumento di depositi di grasso localizzato, per questo oggi assistiamo a una richiesta altissima di interventi di liposuzione, in particolare da donne tra i 30 e i 50 anni. Attenzione però a non intervenire sulle caviglie, spesso colpite più che altro da disturbi circolatori”. Addome: “E’ un punto critico in particolare per il genere maschile, uomini, giovani e meno giovani, sempre più inclini ai canoni del mondo culturista. Per chi è in cerca del ‘six pack’, il cosiddetto addome ‘a tartaruga’, si procede con liposuzione con ultrasuoni o con il plasma. Richiesta incrementata dall’avvento della tecnica HD (Hight Definition Body Sculpting)”. Pettorali: “Per aumentare invece il volume muscolare dei pettorali si fa ricorso alle protesi pettorali. Il trend è l’uomo ‘batman’. Si pratica una piccola incisione vicino all’ascella, in anestesia locale con sedazione profonda, anche in day hospital. Si inserisce al di sotto del muscolo una protesi in silicone specifica allo scopo di evidenziare un’ipertrofia del tessuto, raggiungibile solo con mesi e mesi di attività”.

Fonte: askanews.it 

immagine Leucemie, Ail: in 30 anni guarigioni passate da 20 a 70%

Leucemie, Ail: in 30 anni guarigioni passate da 20 a 70%

Tra i pazienti oncoematologici 80% di vaccinati. Amadori: "Tutti devono farlo".
“Trent’anni fa la guaribilità dei tumori del sangue era inferiore al 20%, oggi globalmente siamo in grado di guarire il 60-70% e anche in questi mesi di Covid sono nati farmaci innovativi in grado di cambiare lo scenario terapeutico”. Lo ha detto il professor Sergio Amadori, presidente nazionale di Ail, Associazione italiana contro le leucemie, nel corso di ON.E., le Giornate dell’ematologia e dell’oncoematologia organizzate da Koncept e Ail Firenze.
“Nell’ultimo decennio – ha sottolineato – sono stati raggiunti risultati straordinari, 30 anni fa la chemioterapia ha consentito di ottenere risultati anche significativi, ma aveva già raggiunto il massimo della capacità di curare i tumori e dava grossi problemi di tossicità. Negli ultimi 10 anni grazie alla migliore conoscenza è stata creata una miscela esplosiva che si è tradotta in una ventata di farmaci innovativi che agiscono bersagliando le cellule tumorali senza toccare i tessuti sani. Il sogno del fondatore di Ail, professor Mandelli, era guarire tutti, noi abbiamo imboccato questa strada”.
Anche nel periodo del Covid, ha rilevato, “Ail non si è mai fermata, i nostri 20 mila volontari non si sono tirati indietro, si sono rimboccati le maniche. Il paziente era in crisi per la sua patologia e aveva anche una paura tremenda che il Covid fosse un ulteriore pericolo altissimo, quindi è stata necessaria un’opera di sostegno e di empatia. E poi la ricerca non si è fermata, negli ultimi 4-5 anni e anche nei 2 anni di Covid sono venuti fuori farmaci innovativi che sono in grado di cambiare lo scenario terapeutico. Il Covid ha portato uno sconquasso, ma nessuno si è fermato e alla fine se andiamo a vedere i numeri non sono stati molti i pazienti che hanno subito ritardi nelle diagnosi e nei trattamenti”.
La professoressa Maria Antonietta Specchia, direttrice dell’Unità operativa di ematologia con trapianto del Policlinico di Bari e presidente dell’Ail del capoluogo pugliere, ha spiegato che i medici e i volontari di Ail, in questo periodo, hanno offerto un sostegno e un aiuto, anche per le vaccinazioni. “C’è stata paura e preoccupazione sul vaccino e il compito di noi ematologi è stato rassicurare che il vaccino doveva essere fatto e che Ail lavorava con le società scientifiche che hanno fatto lavoro di squadra per comunicare alle istituzioni la necessità di pianificare al meglio le vaccinazioni per i pazienti oncoematologici. C’è ancora qualcuno che ha delle preoccupazioni ma l’80% dei pazienti ha gradito la vaccinazione”.
A questo proposito Amadori ha lanciato un appello: “Tutti devono vaccinarsi, è l’unica arma che abbiamo per evitare le gravissime conseguenze che può portare il Covid”. Nel periodo del Covid, ha spiegato il professor Alberto Bosi, presidente di Ail Firenze, “sono aumentate tantissimo le richieste di assistenza domiciliare, perché i pazienti non volevano andare in ospedale, ma anche i finanziamenti si sono ridotti perché le campagne hanno subito una contrazione, per fortuna abbiamo avuto il sostegno di alcuni enti”. Certo, “ci sono state difficoltà perché molti infermieri e medici sono stati reclutati per le vaccinazioni, ma c’è stata anche molta solidarietà e sono ottimista”.

Fonte: askanews.it 

immagine Mal di schiena, una campagna di sensibilizzazione per curarlo

Mal di schiena, una campagna di sensibilizzazione per curarlo

Promossa da Novartis con le associazioni dei pazienti.
Il mal di schiena si combatte anche attraverso una corretta informazione, una cura adeguata e l’aiuto dalla ginnastica posturale. E’ quanto viene sostenuto dalla campagna di sensibilizzazione “Mal di schiena da incubo” promossa da Novartis con il patrocinio delle associazioni pazienti e in collaborazione con Postura da Paura.
Più dell’80% delle persone sperimenta mal di schiena nel corso della loro vita. I fattori che causano dolore possono essere diversi, ma i sintomi spesso sono gli stessi. Ecco perché le persone con mal di schiena cronico potrebbero non essere diagnosticate o minimizzare la causa sottostante del dolore, ma esistono 2 tipi di mal di schiena: quello meccanico e quello infiammatorio. Per i pazienti affetti da mal di schiena, è importante distinguere l’eziologia del dolore infiammatorio da quella del dolore meccanico. La sinergia con il medico di medicina generale per identificare la causa del mal di schiena è importante perché può indirizzare verso lo specialista di riferimento: il reumatologo, che può identificare la patologia, velocizzare il percorso diagnostico-terapeutico, migliorare la gestione del dolore e ridurne così l’impatto sulla qualità di vita.


La campagna vuole sensibilizzare proprio sul mal di schiena infiammatorio, una patologia sottodiagnosticata e spesso invalidante, che colpisce circa 1 adulto su 5 (il 20% della popolazione adulta soffre di mal di schiena che dura per più di 3 mesi). Spesso compare prima dei 40 anni ed è caratterizzato da persistenza del dolore per 3 o più mesi, rigidità mattutina che migliora con il movimento o con l’esercizio fisico, dolore intermittente alle natiche. I sintomi peggiorano con il riposo, si intensificano specialmente al mattino o durante la notte. Questo disagio può influire sulla qualità del sonno ed è uno dei motivi per cui molte persone con mal di schiena infiammatorio presentano anche disturbi del sonno .
L’esercizio fisico, se praticato con costanza e con i giusti movimenti può essere un beneficio. Per questo Novartis, in collaborazione con Postura da Paura, ha realizzato una serie di video pensati per chi soffre di mal di schiena. Sui canali social Facebook @Saichelasa e Instagram @Saichelasa, un nuovo video a settimana con consigli ed esercizi da svolgere comodamente da casa contro questa patologia. L’esperta e fondatrice di Postura da Paura, Sara Compagni, farà da guida nella conduzione degli esercizi del “Programma da incubo”. Inoltre nella sezione dedicata alla campagna sul sito www.saichelasa.it è possibile trovare informazioni utili, consigli pratici e un importante test di valutazione dei sintomi del mal di schiena.


“Mal di Schiena da incubo” è patrocinata dalle principali Associazioni di Pazienti, APMARR- Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare, AMRER – Ass. Malati Reumatici Emilia Romagna, ANMAR – Associazione Nazionale Malati Reumatici e ONDA – Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.
“Ascoltare i bisogni dei pazienti ed essere al loro fianco con risposte concrete è sempre stata una priorità per Novartis. Poichè il mal di schiena infiammatorio può avere un impatto significativo sulla vita delle persone dal punto di vista fisico, psicologico e sociale, e alla lunga può portare anche alla disabilità, è importante sostenere chi ne soffre nella scelta di un piano di gestione adeguato assieme al proprio medico – ha affermato Daniela Della Monica, Head of Franchise Immunology, Epatology and Dermatology Novartis -. ‘Mal di schiena da incubo’ si inserisce in un più ampio progetto di comunicazione che ci vede impegnati per sensibilizzare e mantenere alta l’attenzione su patologie ancora troppo spesso sottodiagnosticate proprio come il mal di schiena infiammatorio”.

Fonte: Askanews.it

immagine Sclerosi multipla: malattia nota a italiani ma ancora poco conosciuta

Sclerosi multipla: malattia nota a italiani ma ancora poco conosciuta

Indagine SWG in occasione della Giornata Mondiale.
In occasione della Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla il 30 maggio, l’istituto di ricerca SWG ha condotto per Almirall – azienda farmaceutica internazionale impegnata in dermatologia e Sclerosi Multipla – una ricerca per capire quanto la malattia sia davvero conosciuta da parte degli italiani e quanti falsi miti siano ancora presenti sulla qualità di vita di chi ne è affetto. Dai risultati della ricerca, condotta su un campione di 800 persone rappresentativo della popolazione maggiorenne italiana, emerge che quasi la totalità degli intervistati ha sentito parlare della malattia (98%), ma le persone che effettivamente ne mostrano una buona conoscenza è piuttosto ridotta. Solo il 53% del campione conosce infatti che si tratta di una malattia non ereditaria, mentre il 70% sa che attualmente non ci sono cure per questa malattia, nozione diffusa soprattutto tra i giovani. La Sclerosi Multipla (SM) è una malattia autoimmune cronica che colpisce il sistema nervoso centrale e colpisce oggi oltre 2 milioni e mezzo di persone in tutto il mondo. Per questa malattia non vi è una cura, ma solo trattamenti che ne rallentano il decorso. Chiunque può sviluppare la SM, ma sono le donne che risultano essere più colpite, il doppio rispetto agli uomini, e la diagnosi arriva principalmente nella fascia d’età tra i 20 e 40 anni. Informazioni che la maggior parte della popolazione non conosce: solo il 14% ha infatti indicato le donne europee e nordamericane come target principale della malattia. Discrepanze tra la realtà e la conoscenza diffusa tra gli italiani si hanno anche sul tema della qualità di vita dei malati di Sclerosi Multipla. Il quadro che emerge è che solo una minoranza degli intervistati ritiene che una persona con Sclerosi Multipla possa fare attività lavorative, sportive o legate alla quotidianità. In particolare, il 75% ritiene che un malato di SM faccia difficoltà a svolgere le mansioni quotidiane, che debba assumere farmaci più volte al giorno (70%) e che dovrà sicuramente ricorrere all’uso della carrozzina a rotelle (67%). Dall’altra parte, solo il 31% ritiene che una persona affetta da SM possa svolgere la maggior parte dei lavori, che può guidare l’auto (possibile solo per il 38% degli intervistati) e che, se donna, può portare a termine una gravidanza (39%).
La malattia ha un decorso variabile e si presenta con caratteristiche che possono cambiare molto da una persona all’altra, ma non necessariamente portano allo sviluppo di una disabilità grave. Le donne, ad esempio, possono portare avanti una gravidanza e molti pazienti sono in grado di volgere le mansioni quotidiane e lavorare. Sono quindi importanti le terapie che le persone affette dalla malattia possono intraprendere, insieme al proprio medico, così da rallentarne la progressione e permettere di migliorare la propria qualità di vita. Dal sondaggio emerge come i sintomi siano noti al grande pubblico: difficoltà motoria e spasticità, ovvero la rigidità muscolare, sono infatti i due sintomi più comunemente ricondotti alla malattia, indicati rispettivamente dal 71% e dal 68% degli intervistati, mentre il dolore articolare è stato associato dal 52%.

Fonte: Askanews.it

immagine Diabete e medici di famiglia, una battaglia con le armi spuntate

Diabete e medici di famiglia, una battaglia con le armi spuntate

Riflessioni dopo il convegno di Motore Sanità e Diabete Italia.
Tra le fragilità che la pandemia ha messo in evidenza è emersa anche quella della presa in carico dei pazienti affetti da diabete da parte dei medici di medicina generale, attori importanti del processo di cura, ma, come è stato messo in evidenza in un convegno online organizzato da Motore Sanità e da Diabete Italia onlus, che si trovano ad avere “le armi spuntate”.
Ne abbiamo parlato con Stefano Nervo, presidente di Diabete Italia. “In linea di principio – ha detto ad askanews – il diabete di tipo 2 ben compensato, ossia che non presenta particolari difficoltà o complicanze può essere gestito dal medico di famiglia, altrimenti occorre andare dallo specialista. Il problema è che il medico di famiglia ha le armi spuntate. E queste armi spuntate sono tutti i farmaci che devono sottostare ai piani terapeutici; i piani terapeutici non possono essere redatti dai medici di famiglia, ma dagli specialisti. Questo comporta che il medico di famiglia può usare solo pochi farmaci”.In sostanza, per il medico di famiglia non è possibile prescrivere farmaci innovativi, e questo depotenzia le possibilità di cura, creando al tempo stesso una maggiore pressione sui centri specialistici. Altri temi importanti riguardano l’organizzazione della cura del diabete, spesso diversa a livello regionale, e la gestione continua del paziente. Su questi aspetti abbiamo interpellato Gerardo Medea, responsabile della Ricerca e componente della Giunta esecutiva della Società Italiana di Medicina Generale. “Una buona organizzazione – ci ha spiegato – sia dal punto di vista della struttura ambulatoriale, sia dal punto di vista della comunicazione con il paziente può aiutare molto a ben inquadrare il soggetto e a coinvolgerlo in un buon follow-up”.Perché la cura del diabete è qualcosa che va portata avanti ogni giorno, da parte del paziente stesso, affiancato dalla struttura sanitaria, che, hanno auspicato i partecipanti all’evento di Motore Sanità, dovrebbe essere il più possibile vicina e flessibile. “Chi vive con il diabete – ha aggiunto Stefano Nervo – vive con una parte della propria testa sempre fissata lì. Se lo fa con cognizione di causa vive bene, se non ha le armi per farlo in autonomia rischia di non vivere bene”.Le “armi spuntate”, poi, possono produrre anche altri effetti collaterali, come la perdita di competenze per il medico di famiglia. “E’ evidente – ha concluso Gerardo Medea – che se al medico di medicina generale non viene consentita la prescrizione di alcuni farmaci, peraltro importanti, territoriali, determinanti per il buon compenso e il controllo dei fattori di rischio, si perde un certo grado di competenza e di conoscenza” Insomma, come è stato detto nel convegno, spesso il medico di medicina generale di fronte alla cura dei pazienti diabetici somiglia a “un pugile che combatte con le mani legate”, una condizione che, per il bene di tutti, si chiede che venga al più presto sanata.

Fonte: Askanews.it

immagine Ricerca, 16mila Terapie Avanzate in sperimentazione. 60 in arrivo

Ricerca, 16mila Terapie Avanzate in sperimentazione. 60 in arrivo

Ecco la nuova frontiera contro le malattie (oggi) incurabili.
Il 2030 sarà l’anno domini della medicina che curerà i nostri figli e nipoti. Entro il prossimo decennio infatti oltre 350 mila persone malate, con un incremento di 50 mila ogni anno, saranno curate con alcune delle 16 mila Terapie Avanzate attualmente in sperimentazione. Un progresso solo apparentemente silenzioso, ma inarrestabile, su cui sono già impegnate oltre 450 aziende nel mondo sullo sviluppo delle terapie geniche (appartenenti alla più ampia categoria delle terapie avanzate dove le aziende coinvolte sono 900). Sarà una rivoluzione per il malato e per la società. La vera nuova frontiera della medicina che oggi spazia dalle malattie genetiche e, in particolar modo quelle rare, al cancro, passando per le malattie autoimmuni e le malattie infettive.
Queste nuove tecnologie nascono dall’idea di usare i geni, alla base del funzionamento delle cellule, come se fossero minuscoli pezzi di ricambio capaci di sostituire le parti difettose. Grazie a questi si possono ristabilire, correggere o modificare le funzioni fisiologiche compromesse nei malati. I costi iniziali per i sistemi sanitari dovranno essere gestiti nell’ambito della sostenibilità, adeguando gli strumenti di contabilità nazionale ed europea che oggi qualifica tutta la spesa farmaceutica come un ‘costo’ e non tiene conto che, grazie al progresso tecnologico, in alcuni casi sono presenti evidenti elementi di ‘investimento’: sono one shot, e producono benefici immediati e duraturi nel tempo. Ciò consentirebbe di compensare contabilmente la spesa annuale con il risparmio per il SSN generato dalla terapia, garantendone così l’accesso a un numero più elevato di pazienti potenzialmente eleggibili.Attualità e strategie per affrontare il tema della sostenibilità delle cure del futuro è il tema del convegno digitale “Terapia Avanzate: come arrivare ad un cambio di paradigma sostenibile” organizzato da FortuneItalia con l’Intergruppo Parlamentare Scienza e Salute, CittadinanzAttiva e l’associazione #VITA (Valore e Innovazione delle Terapie Avanzate) composta da aziende impegnate nella ricerca in questo settore, seguito da una tavola rotonda con le Istituzioni.“La soluzione è in un cambiamento di prospettiva che porti a considerare questa spesa come un investimento e non come un costo – ha spiegato Americo Cicchetti, professore ordinario Organizzazione Aziendale Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore ALTEMS -. Le Terapie Avanzate, infatti, offrono benefici non solo nel breve, ma soprattutto nel lungo periodo. Non solo per la salute e il benessere delle persone, ma anche in termini di risparmi diretti ed indiretti: nel caso di terapie curative, si assiste ad un miglioramento radicale della storia naturale della malattia con la completa eliminazione di terapie e cure che spesso si prolungherebbero per l’intera esistenza della persona. All’impatto sulla salute si aggiunge un altrettanto importante impatto sulla qualità della vita e sulla produttività sul lavoro. Quest’ultimo impatto riguarda anche caregivers avranno la possibilità di lavorare a tempo pieno e, proprio come quelli che un tempo erano pazienti, potranno ricominciare a produrre reddito, con vantaggi a cascata per il gettito fiscale e il sistema pensionistico”.

Fonte: Askanews.it

immagine Studio IMI: con uso erbicidi aumento significativo rischio melanoma

Studio IMI: con uso erbicidi aumento significativo rischio melanoma

Metanalisi su 184.389 persone arruolate in 9 studi indipendenti.
L’uso degli erbicidi è stato trovato associato ad un aumento dell’85% il rischio melanoma, a prescindere dal tipo di esposizione. A lanciare l’allarme è l’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) che ha condotto una metanalisi su 184.389 persone arruolate in 9 studi indipendenti sul rischio di tumore della pelle. Scopo della ricerca: individuare un possibile collegamento tra il melanoma e l’esposizione ai pesticidi ed indagare l’eventuale classe di pesticidi maggiormente implicati. Visti i preoccupanti dati preliminari emersi, l’Associazione scientifica non-profit lancia un appello al mondo della ricerca sollecitando nuove indagini che valutino in maniera più mirata la correlazione.
Ad oggi il melanoma ha una incidenza in costante aumento, soprattutto per quanto riguarda quelli sottili, ossia quelli nella prima fase di sviluppo. “Ma se da un lato le persone si controllano di più, facendo registrare un l’incremento dei casi – spiega il presidente IMI, Ignazio Stanganelli, direttore della Skin Cancer Unit IRCCS IRST Romagna Cancer Institute – i numeri sono comunque troppo elevati per essere spiegati con una maggiore attenzione alla diagnosi precoce e i fattori di rischio ambientale attualmente noti”.Alcune sostanze chimiche sono già nelle liste nere perché cancerogene. L’IARC (International Agency for Research on Cancer) ha stilato una lista di pesticidi che negli anni si sono dimostrati alla base dell’insorgenza di diverse forme di tumori maligni come quelli del sangue, del colon, della prostata. Questo è stato il motivo che ha portato ad analizzare anche il rischio tra tumori della pelle e l’esposizione a pesticidi, insetticidi ed erbicidi. È stata così condotta una revisione delle ricerche scientifiche fino a settembre 2018. Dallo studio, pubblicato su Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology (JEADV), è emersa una chiara correlazione tra l’uso di qualsiasi tipo di erbicidi e l’incidenza del melanoma indipendentemente dal tipo di esposizione.“Qualunque uso di erbicidi – sottolinea Sara Gandini, direttrice dell’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – sembra associato ad un aumentato rischio di melanoma cutaneo con un SRR (Summary Relative Risk) di 1.85 indipendentemente dal tipo di esposizione, che corrisponde ad un 85% di rischio in più rispetto a chi non li usa. Questo risulto però andrà confermato da ulteriori studi che tengano presenti di tutte le possibili fonti di distorsione come ad esempio la quantificazione dell’esposizione solare”. Al contrario, non sembra esserci un aumento del rischio di questa forma di tumore della pelle e l’utilizzo di pesticidi o insetticidi. Le categorie più esposte sono agricoltori, vivaisti, appassionati di giardinaggio, tutti coloro che utilizzano questi prodotti per professione o nel tempo libero. Di qui l’auspicio della messa a punto di un sistema di sorveglianza e di prevenzione rivolta ai lavoratori esposti a pesticidi, erbicidi e insetticidi affinché siano posti dei programmi di prevenzione sanitaria, d’informazione professionale e di regolamentazione per l’uso di queste sostanze potenzialmente nocive. “Sono necessari ulteriori studi – conclude Stanganelli – che possano chiarire la correlazione tra fattori ambientali e alcune sostanze chimiche in relazione all’aumento dell’incidenza del melanoma”.

Fonte: Askanews.it

immagine In aumento i “ritocchini” extra large. Dopo il lockdown si osa di più

In aumento i “ritocchini” extra large. Dopo il lockdown si osa di più

Il chirurgo plastico: effetto isolamento sociale, disinibiti da oblio.
Labbra a canotto e decollete esplosivi. Ma anche glutei oversize, sodi e rotondi. E’ l’effetto isolamento sociale e mascherina che riaccende il desiderio del maxi ritocco. E, in vista delle riaperture, sempre più donne bussano al chirurgo per interventi extralarge. “Dopo un anno di relazioni pubbliche ridotte all’osso a causa del Covid-19 si sta diffondendo la convinzione che nessuno ricordi più i nostri tratti somatici e la nostra silhouette, come se fossimo caduti in una sorta di oblio: per questo chi aveva già intenzione di ricorrere alla chirurgia per sentirsi giovane e bella adesso osa di più”, spiega Daniele Spirito, Specialista in Chirurgia Plastica a Roma e Como e docente presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica dell’Università di Milano.
Dunque, l’effetto naturale lascia spazio a correzioni forse più invasive e vistose, da maxi filler a lifting e protesi. Le donne puntano su bocche carnose e seni prosperosi, volti dalle sembianze feline e profili tutte curve. Gli uomini su pettorali scolpiti e addome a tartaruga. “Stiamo registrando un forte aumento di richieste di interventi dai risultati più prorompenti. La pandemia ha scatenato l’urgenza di prendersi cura di sé e disinibito chi era più restio a modifiche più appariscente – prosegue l’esperto – . E’ importante trovare soddisfazione nel proprio aspetto fisico, soprattutto in questo periodo storico, ma sempre con la giusta prudenza e senza stravolgimenti eccessivi”.Ma quali sono gli interventi più richiesti? “Per il ringiovanimento del viso e del collo sicuramente il minilifting composito, meno invasivo e duraturo come un lifting classico, con rischi di complicanze ridotti e un recupero più rapido – spiega Spirito – si effettua una sola piccola incisione davanti al padiglione auricolare e si procede a uno scollamento di 5-6 cm del sottocute. Da qui si fa ingresso nei piani profondi e si riposizionano i tessuti verso l’alto. La cicatrice è piccola, quasi invisibile, l’esposizione dei tessuti è minima. L’operazione viene eseguita in anestesia locale con sedazione in regime di day hospital. Il risultato è sorprendente: il viso appare più giovane di 10 anni”.“Molto richieste sono anche le protesi labiali, in alternativa al filler, per una bocca carnosa e sensuale dall’effetto permanente e naturale. L’utilizzo della mascherina permette poi di nascondere il gonfiore iniziale – aggiunge – Per quanto riguarda, invece, il seno si sta tornando verso le taglie abbondanti, terza/quarto coppa C/D, e lo stesso vale per i glutei: per chi cerca un posteriore alto, sodo e rotondo si propone la gluteoplastica con impianti sottomuscolari, una tecnica rivoluzionaria, efficace e sicura, con risultati definitivi. Per gli uomini l’ultima tendenza riguarda addome e pettorali: sempre più in voga l’innesto di protesi per avere fisici statuari senza troppi sforzi”.

Fonte: Askanews.it
 

immagine Agenas: on line nuovo Portale Trasparenza dei Servizi per la Salute

Agenas: on line nuovo Portale Trasparenza dei Servizi per la Salute

Per rendere il mondo della salute più accessibile ai cittadini
È consultabile online – https://www.portaletrasparenzaservizisanitari.it/ – il nuovo Portale della Trasparenza dei Servizi per la Salute, presentato questa mattina nel corso di una video-conferenza stampa. Il progetto, approvato in Conferenza Stato-Regioni, è stato creato per fornire al cittadino informazioni in ambito sanitario di facile accesso, semplici, chiare, univoche e di qualità, assicurando la necessaria integrazione tra le differenti fonti informative già esistenti, a livello nazionale, regionale e locale. Il sito presenta contenuti che vanno a valorizzare e integrare le informazioni detenute dal Ministero della Salute con quelle provenienti dalle Regioni, dalle Province Autonome e dagli altri enti e operatori dei Servizi sanitari regionali. Quattro le macroaree in cui è articolato: Vivere in salute; Servizi e prestazioni; Come fare per (prenotare una prestazione e conoscere i tempi di attesa); Covid-19.

Capofila e coordinatore del progetto del Portale è la Regione Veneto, mentre l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) è responsabile dell’implementazione del Portale e coordinatore delle attività di esecuzione del progetto. Il Ministero della Salute ha coordinato la Cabina di Regia del Portale e le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano, partner progettuali, hanno messo a disposizione le competenze, le esperienze e le conoscenze dei livelli locali, utili alla gestione e realizzazione del progetto.“In questo momento storico è fondamentale fornire al cittadino informazioni chiare, semplici, condivise, autorevoli e scientificamente validate – sottolinea il Presidente di Agenas, Enrico Coscioni – il nuovo Portale risponde a principi di accesso alle informazioni aumentando il livello di trasparenza della comunicazione e rispecchia la tendenza a raggiungere la massima condivisione di tutti i dati e le informazioni provenienti dai 21 Servizi sanitari regionali a supporto delle scelte dei decision makers ma soprattutto del cittadino, assoluto protagonista dell’iniziativa”.“L’obiettivo – spiega il Direttore Generale di Agenas, Domenico Mantoan – è quello di migliorare la conoscenza e accrescere la consapevolezza e la responsabilizzazione del cittadino, per consentirne una partecipazione consapevole e attiva al processo di promozione e cura della salute, soddisfacendo la sempre maggiore richiesta di informazione qualificata. L’iniziativa nasce da un’Intesa in Conferenza Stato-Regioni nel settembre del 2016 e sono dunque lieto che oggi possa essere messo a disposizione di tutta la comunità. Per le sue caratteristiche il Portale necessita di un costante aggiornamento e proprio per questo motivo, nonostante le numerose informazioni già presenti, invitiamo sia gli operatori del nostro SSN sia i cittadini/pazienti a contribuire alla piena realizzazione del progetto fornendo spunti e suggerimenti”.
Fonte: Askanews.it

immagine F. Veronesi e Monini per ricerca su proprietà antiage extravergine

F. Veronesi e Monini per ricerca su proprietà antiage extravergine

Può consumo olio extravergine ridurre l'invecchiamento cognitivo?
Può il consumo dell’olio extravergine di oliva rallentare l’invecchiamento cognitivo? A questa domanda tenterà ora di dare risposta Giorgio D’Andrea, il ricercatore dell’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma, “adottato” per un anno da Monini attraverso il finanziamento completo della borsa di ricerca assegnata tramite bando pubblico da Fondazione Umberto Veronesi.
Il via ufficiale allo studio, con la cerimonia di consegna dei Grant 2021 di Fondazione Umberto Veronesi, è fissato per giovedì 25 marzo 18.30, quando 133 ricercatori, tra i quali D’Andrea, riceveranno simbolicamente altrettante borse di ricerca. L’evento rappresenta l’appuntamento clou dell’anno di Fondazione Umberto Veronesi, l’occasione per celebrare la ricerca scientifica in Italia.All’evento partecipano Paolo Veronesi Presidente di Fondazione Umberto Veronesi e Direttore Divisione Senologia Chirurgica IEO, Chiara Tonelli Presidente del Comitato Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi e Professore Ordinario di Genetica presso l’Università degli Studi di Milano e Carlo Alberto Redi Presidente del Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi e Professore Ordinario di Zoologia e Biologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia. Durante l’evento sono previsti momenti dedicati alle testimonianze di scienziati, istituzioni e di ex pazienti.Presente anche la famiglia Monini: “crediamo che la ricerca scientifica possa portare a un miglioramento della qualità della vita di tutti noi. Per questo – si legge in una nota – sosteniamo Fondazione Umberto Veronesi e siamo orgogliosi di partecipare a questa prestigiosissima cerimonia che apre un decennio di intenso lavoro e ci auguriamo di nuove prospettive per la collettività”. Il finanziamento della ricerca di D’Andrea – Idrossitirosolo: fenolo dell’olio d’oliva contro l’invecchiamento – rappresenta infatti il primo concreto tassello dell’impegno che l’azienda spoletina ha assunto a favore della ricerca scientifica e della promozione di un corretto stile di vita, pilastri del Piano di Sostenibilità 2020-2030 avviato lo scorso anno in occasione del suo Centenario. Nei prossimi 10 anni Monini sosterrà lo studio dei benefici dell’olio extravergine di oliva.
Fonte: Askanews.it

immagine Da ansia e lockdown problemi anche a bocca: se la mandibola fa “click”

Da ansia e lockdown problemi anche a bocca: se la mandibola fa “click”

Lo stress provocato da pandemia mette in tensione organismo
Uno sbadiglio intenso o un risveglio inatteso: ecco l’articolazione della mandibola che fa “click”. È uno degli effetti più frequenti dei problemi temporo-mandibolari, acuiti dall’attuale situazione di lockdown e incertezza. Questi dolori e le relative patologie che ne conseguono devono essere monitorate dagli specialisti del settore, i dentisti, figure note a tutti. In pochi però sanno chi sia uno gnatologo, lo specialista odontoiatra che, in team con i chirurghi maxillo-facciali e altre figure professionali, permette di risolvere i problemi temporo-mandibolari dell’area testa-collo.
Il protrarsi delle chiusure, le interruzioni nella campagna vaccinale e la mancanza di vita sociale e di svaghi portano un ulteriore aumento delle tensioni in ciascun individuo, anche a livello inconscio. Questo aumento di ansia viene somatizzato in vari modi. Tra quelli meno evidenti, ma dalle molteplici conseguenze, vi è la crescita della tensione dell’articolazione temporo-mandibolare, che provoca dolori a livello oro-facciale, temporale e cervicale. Su questo argomento è in uscita una ricerca scientifica prodotta dalla scuola di Gnatologia della Sapienza di Roma del Prof. Carlo Di Paolo, Presidente dell’AIGeDO, l’Associazione Italiana Gnatologia e Dolore Oro-facciale.“Lo stress provocato, anche inconsciamente, dalla pandemia, costruisce uno stato di difesa del nostro organismo che aumenta le tensioni muscolari che servono abitualmente a prepararci a un attacco – sottolinea il prof. Piero Cascone, primario di chirurgia maxillofacciale del Policlinico Umberto I – . Questa reazione fisiologica dell’organismo provoca un aumento delle problematiche articolari, con dolore temporale e cervicale. Questi dolori articolari alla zona temporo-mandibolare sono apparentemente banali, ma si manifestano in maniera acuta nella trasmissione a livello muscolare. La nostra categoria di chirurghi maxillo-facciali sta rilevando la crescita di questo fenomeno. Il nostro lavoro resta comunque frutto di un approccio multidisciplinare, in collaborazione con gli otorino laringoiatri, i fisioterapisti, e naturalmente i dentisti, in particolare gli gnatologi, ossia gli odontoiatri specialisti del complesso cranio-cervico-mandibolare, con cui lavoriamo a stretto contatto”. “In ambito muscolo-scheletrico, dopo i dolori lombari, i disordini temporo-mandibolari rappresentano la seconda causa di dolore muscolo-scheletrico che colpisce gli italiani – evidenzia il Prof. Carlo Di Paolo, Presidente AIGeDO e Professore Associato Università “La Sapienza” di Roma – le percentuali sono in costante aumento e si stima che circa il 10% della popolazione adulta presenti un dolore in quest’area. Questi disturbi amplificano altri problemi come cefalea, mal di collo o altri dolori muscolo-scheletrici, provocando gravi sofferenze nei pazienti. Per questo si deve intervenire in maniera precoce e risolutiva. Sono colpite trasversalmente tutte le età ed è interessata prevalentemente la popolazione femminile. Anche i bambini e gli adolescenti sono coinvolti, anche se per loro la sintomatologia non sempre viene evidenziata precocemente perché presentano maggiori difficoltà nella diagnosi. Questi dolori causano disagi in ambito sociale e nell’attività scolastica e lavorativa, viste le difficoltà che si provano a parlare, masticare, deglutire, sorridere”. “L’approccio a questo tipo di problemi deve essere necessariamente multidisciplinare a partire dalla diagnosi e dalla valutazione di ogni singolo sintomo come il dolore e l’impedimento funzionale nei movimenti della bocca – evidenzia Di Paolo – queste valutazioni permettono allo specialista odontoiatra di orientarsi su un intervento conservativo o chirurgico. Negli Stati Uniti in questo ambito sono investiti ogni anno oltre 4 miliardi di dollari per rispondere ai due terzi dei pazienti: dati che permettono di comprendere l’impegno necessario. Per risolvere al 100% tutte le problematiche si deve far ricorso anche alla chirurgia, che è un’attività integrativa a quella riabilitativa”.
Fonte: Askanews.it
 

immagine Distrofia muscolare: arriva DmDigital, la nuova app inclusiva Uildm

Distrofia muscolare: arriva DmDigital, la nuova app inclusiva Uildm

Dal 21 marzo disponibile negli store.Dal 21 marzo sarà scaricabile in tutti gli store DmDigital, la app editoriale con cui UILDM – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare mette a disposizione di tutti “DM”, la storica rivista nazionale nata 60 anni fa insieme all’Associazione, e l’informazione sul mondo della disabilità.
L’inclusione passa anche attraverso l’innovazione tecnologica: UILDM è una delle associazioni nazionali che si occupa di disabilità che, per prima, ha lanciato uno strumento digitale per rendere l’informazione più accessibile e alla portata di tutti. L’app nasce infatti per facilitare la fruizione dei contenuti UILDM da parte delle persone che hanno difficoltà a sfogliare una rivista a causa di una ridotta capacità motoria. DmDigital intende diventare uno strumento in più per promuovere e sostenere la ricerca e l’informazione sulle distrofie e sulle altre malattie neuromuscolari e favorire così l’inclusione sociale delle persone con disabilità. «In occasione dei sessant’anni dalla nascita di UILDM e del suo giornale DM siamo pronti ancora una volta a cambiare prospettiva – commenta Anna Mannara, consigliere nazionale UILDM e direttore editoriale di DM -. Ancora una volta, dove aumenta il limite in cui si imbatte una persona con disabilità, la nostra organizzazione agisce modificando l’ambiente circostante per abbatterlo, sfruttando gli strumenti che man mano la tecnologia ci mette a disposizione. Sessant’anni fa il fondatore di UILDM Federico Milcovich volle realizzare fin da subito un bollettino per raggiungere tutte le persone con distrofia muscolare in Italia, non solo per aggiornarle sulle novità della ricerca ma anche per iniziare a costruire una comunità che oggi, grazie a lui e alle sue intuizioni, è solida e affiatata. Sessant’anni dopo rinnoviamo il nostro impegno nei confronti dei nostri soci e di tutte le persone con malattie neuromuscolari, permettendo loro di accedere alle informazioni e agli approfondimenti della rivista direttamente dal loro cellulare o da tablet».«Abbiamo voluto affidarci a dei professionisti – continua Mannara – chiedendo loro di dialogare costantemente con i destinatari del loro lavoro: per questo abbiamo costituito un gruppo di tester, selezionando i partecipanti tra i nostri soci, soprattutto i più giovani, e coinvolgendoli in fase di produzione. Inoltre, pur essendo le persone con disabilità motorie i nostri più vicini lettori, abbiamo sviluppato la app tenendo conto di ogni tipo di disabilità, per esempio scegliendo un font facilmente leggibile e cercando di rispettare i contrasti di colori per favorire la lettura alle persone ipovedenti. La app inoltre è compatibile con i lettori vocali».Fra i princpipali contenuti, uno sguardo panoramico sul mondo e la società alla ricerca degli argomenti di maggiore interesse per il mondo della disabilità; approfondimenti e interviste sui temi legati ai diritti e alla costruzione di una società inclusiva, con ampio spazio alla Vita indipendente; approfondimenti medico-scientifici in collaborazione con la Commissione Medico-Scientifica UILDM; tutte le attività e le campagne targate UILDM; commenti, aggiornamenti, indicazioni in ambito legislativo; presentazioni di libri e di film da non perdere; tutto lo sport praticabile da chi ha una mobilità ridotta e debolezza muscolare; immagini, giochi, challenge per coinvolgere la comunità UILDM.
Fonte: Askanews.it

immagine Un idrogel per ripristinare cartilagine del ginocchio danneggiata

Un idrogel per ripristinare cartilagine del ginocchio danneggiata

A svilupparlo Sant'Anna Pisa e Istituto Rizzoli. Bene primi test.
Grazie a una collaborazione scientifica tra l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e l’Istituto Ortopedico Rizzoli, è stato creato un idrogel a doppio strato che imita le caratteristiche della cartilagine articolare e consente di ripristinarne le proprietà naturali nelle zone in cui il tessuto è degenerato. La scoperta, presentata in uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Advanced Healthcare Materials, nasce con l’obiettivo di definire una possibile strategia di intervento per la risoluzione di problemi articolari che riguardano il ginocchio, tramite l’uso di un materiale funzionale al recupero delle proprietà meccaniche e lubrificanti della cartilagine articolare danneggiate a seguito di traumi o di osteoartrite.

“L’idrogel che abbiamo sviluppato – dichiara Diego Trucco, primo autore dello studio e Allievo PhD dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna – è composto da due strati: il primo mima le caratteristiche meccaniche e lubrificanti della zona superficiale della cartilagine umana; il secondo va più in profondità, riproducendo le caratteristiche meccaniche della cartilagine del ginocchio. L’idrogel non presenta cellule (condrociti o cellule staminali), ma può essere considerato come un sostituto sintetico acellulare”.

L’idea dei ricercatori è quella di iniettare sequenzialmente i due idrogel con tecniche chirurgiche mini-invasive, come può essere ad esempio l’artroscopia. Un’altra strada praticabile è quella di comporre gli idrogel “esternamente” e impiantarli chirurgicamente, andando esattamente a sostituire la zona di tessuto danneggiata. Attualmente, grazie al supporto dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, sono stati compiuti due test di validazione molto importanti: l’analisi della citotossicità dei materiali con le principali cellule della cartilagine, i condrociti; e la validazione delle proprietà del materiale tramite l’uso di un simulatore di ginocchio in grado di simulare l’attività quotidiana di una persona. I test finora effettuati hanno dato esito positivo. Ulteriori test pre-clinici dovranno comunque essere effettuati prima di poter effettivamente considerare una possibile validazione del materiale a livello di studio clinico.

“Lo studio – spiega Lorenzo Vannozzi, project manager dell’Istituto di BioRobotica – fa parte dell’attività di ricerca condotta all’interno del progetto europeo H2020 ADMAIORA ed è nato come strategia parallela al principale focus del progetto, incentrato su un approccio prettamente rigenerativo che si basa sulle tecnologie abilitanti come ad esempio gli ultrasuoni”. “La stretta collaborazione tra diverse figure professionali quali ingegneri, biologi, fisici com’è avvenuto in questo studio – dichiara Gina Lisignoli, Dirigente Biologo del Laboratorio di Immunoreumatologia e rigenerazione tissutale presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli – è stata fondamentale per raggiungere importanti risultati e questo approccio, inserito anche nell’ambito del progetto ADMAIORA su cui IOR e Scuola Superiore Sant’Anna stanno lavorando, rappresenta un importante tassello per il trasferimento dei risultati dai Laboratori alla clinica”.

“Questo risultato si unisce ad altre interessanti scoperte che stiamo facendo nell’ambito del progetto ADMAIORA. Confidiamo che questa ed altre tecnologie possano trasformarsi in una realtà clinica entro pochi anni” dichiara Leonardo Ricotti, professore associato dell’Istituto di BioRobotica e responsabile scientifico del Regenerative Technologies Lab.


Fonte: askanews.it

immagine La coerenza cardiaca per la salute mentale e il benessere organizzativo

La coerenza cardiaca per la salute mentale e il benessere organizzativo

Sempre più aziende si affidano a questa pratica scientifica per i propri dipendenti.
Migliorare la salute mentale a livello organizzativo, con la relativa gestione di stress e ansia, è un passo indispensabile per il BenEssere e quindi per la produttività dei lavoratori e dell’azienda, messi a dura prova dal Covid 19. Tanto che gli stessi amministratori delegati di aziende leader, si legge in una nota, hanno lanciato in merito un’iniziativa sostenuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), la Global Business Collaboration for Better Workplace Mental Health. Per la sua misurabilità e le evidenze scientifiche alla base, la coerenza cardiaca è una delle pratiche più semplici e sostenibili per gestire al meglio stress ed emozioni, recuperando centratura e chiarezza mentale, così che sempre organizzazioni e aziende di primo piano la stanno scegliendo anche in Italia.

Messa a punto da 30 anni dall’istituto statunitense HeartMath, questa pratica destinata al benessere personale e professionale, accreditata da più di 25 anni di pubblicazioni scientifiche, è già utilizzata da migliaia di persone in tutto il mondo, in particolare da più di 500 organizzazioni, tra cui aziende (Hewlett Packard, Unilever, Cisco Systems, Glaxosmithkline), ospedali e strutture sanitarie, scuole e università, strutture militari e spaziali, tra cui la Nasa. Sempre più organizzazioni, proprio in epoca Covid 19, la stanno adottando anche in Italia grazie alla prima Trainer italiana HeartMath Lara Lucaccioni, che conduce il workshop per il benessere personale e professionale “Il vantaggio della resilienza”, in modo da star bene e prosperare anche in un periodo come questo. Tra le aziende interessate, da segnalare Zurich, S&P Global, Biogen Italia, Assicurazioni Alleanza, L-Founders of Loyalty Italy.

Grazie ad un lavoro sul respiro e sul richiamo di emozioni positive – fattibile in qualsiasi situazione e anche ad occhi aperti – la coerenza cardiaca permette di sincronizzare cuore e cervello, usando la variabilità del ritmo cardiaco (HRV) come una sorta di codice Morse che invia istruzioni al cervello e al sistema ormonale, i quali possono così organizzare percezioni, emozioni e comportamenti, impattanti in positivo sul BenEssere. Con la pratica di coerenza si va a generare uno standard psicofisico ottimale di grande centratura, chiarezza mentale, efficienza energetica, che favorisce salute e performance e permette di prepararsi con la massima efficacia ad una situazione complessa e sfidante, di gestirla al meglio e di tornare in brevissimo tempo nel proprio stato di equilibrio dopo momenti di grande pressione.

Tra i benefici, sia sul lavoro, sia nella vita personale, una comunicazione più autentica e una migliore performance mentale con un aumento della produttività e i seguenti risultati: maggiore focus e memoria a breve (+24%) e lungo termine (+40%), aumento del problem solving e della proattività, autoregolazione delle emozioni, migliore gestione dello stress, processo decisionale più rapido ed efficace, maggiore capacità di discernimento nella complessità, aumento del sonno rigenerativo, maggiore energia e lucidità.

“Una delle mie ultime giornate di formazione in azienda, presso L-Founders of Loyalty Italy, è stata forse una delle esperienze formative più dense e riuscite della mia vita – ha dichiarato Lara Lucaccioni – Siamo stati in formazione per l’intera giornata, con la formula full immersion, e alla fine eravamo rigenerati, pieni di nutrimento, centrati e con una comprensione di come, grazie alle tecniche di coerenza cardiaca, si possa migliorare il proprio stato psicofisico, la gestione di stress ed emozioni, la comunicazione autentica e la relazione con i colleghi, la fiducia reciproca, con uno spirito di gruppo coeso e tangibile seppur a distanza”.

In uno studio, i dipendenti ipertesi di un’azienda di livello mondiale dell’information technology hanno rilevato una riduzione della pressione di 10,6 mm Hg sistolica e 6,3 mm Hg diastolica, con dimostrati miglioramenti della salute emotiva. Approfondendo i casi studi HeartMath a livello organizzativo[2], in un’azienda aerospaziale che viveva un periodo di grande cambiamento e ansia rispetto alla futura sicurezza lavorativa, la pratica di oltre 2 mila dipendenti dopo 45 giorni ha fatto registrare una diminuzione di rabbia (-14%), senso di sfinimento (-17%), stanchezza (-25%), ansia (-28%), tachicardia (-7%), depressione (-10%), insonnia (-11%), con aumenti della produttività invece fino al 12%. In un sistema di trasporto pubblico che stava affrontando un momento di grande trasformazione e pressione, dopo 45 giorni si sono registrati minore sfinimento (-8%), stanchezza (-17%), affaticamento (-18%), ansia (-23%), maggiore senso di apprezzamento (+16%), comunicazione con il superiore (+6%) e produttività (+7%). Approfondendo invece i dati sul fronte del BenEssere prodotto dalla pratica, in un’azienda di telecomunicazioni, dopo 6 mesi non solo si sono registrati risultati positivi sull’ipertensione, ma anche un aumento di produttività (+57%), lavoro di squadra (+57%) ed empowerment (+56%). In un’istituzione finanziaria sono stati testati 1300 collaboratori, tra i sei e gli otto mesi dopo il training il 71% ha continuato a usare le pratiche di HeartMath (86% al lavoro, 55% a casa), l’82% ha testimoniato che il training ha migliorato la propria salute e il BenEssere generale. Nell’ospedale universitario di Bloomington, dopo il training non solo si sono registrate minore preoccupazione (-21%) e affaticamento (-27%), ma anche maggiore senso di pace (+16%) e appagamento (+13%).

 

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Fianchi e pancia da ‘lockdown’: è boom di richieste per liposuzione

Il chirurgo plastico: 5 cm in più di girovita con smartworking.
Un anno di sedentarietà a causa del lockdown e la silhouette inizia a risentirne: con lo smartworking, l’allenamento fisico azzerato dalle restrizioni dovute al Covid e un’alimentazione fai da te non sempre equilibrata, sono molte le donne a sentirsi appesantite e fuori forma. Dai fianchi, ai glutei, alle ginocchia, si accusano nuove rotondità e inestetismi localizzati. E così, approfittando dei mesi invernali, scoppia la richiesta di interventi estetici, mirati a ridurre accumuli di adipe e gonfiore, in vista dell’estate: obiettivo farsi trovare pronte per la prova costume.

“La pandemia ha portato a trascorrere lunghi mesi per lo più in casa, escludendo per molti la possibilità di fare sport e coltivare relazioni sociali, con risvolti negativi sulla cura del proprio corpo. Non muoversi per andare a lavoro o in pausa pranzo sta avendo i suoi effetti: in un anno tante donne hanno guadagnato fino a 5 centimetri in più di girovita. Per questo oggi assistiamo a una richiesta altissima di interventi di liposuzione, per agire con rapidità su depositi di grasso non attaccabili con una dieta e un dimagrimento generalizzato – spiega Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano – La novità di questo periodo storico è la richiesta di una chirurgia che metta in ordine anche l’interiore: il lockdown ha causato un ‘disordine interiore’ ed esteriore, e in questo senso il ‘decluttering’, lo studio analitico del riordino attorno a noi, arriva a coinvolgerci fisicamente. Le nostre decisioni sono solo apparentemente spontanee e in realtà dettate da input sottili ed efficaci, e qui entrano in campo gli esperti. Iniziamo a parlare di ‘surgery decluttering’, con gli aggiornamenti della tecnica classica della liposuzione”.

“Le richieste di liposuzione arrivano da donne tra i 30 e i 50 anni, per lo più in smartworking, e riguardano le zone più disparate: collo, faccia, cosce, addome, braccia, trocanteri, ginocchia, gambe; il consiglio è di non intervenire sulle caviglie, spesso coinvolte da disturbi circolatori più che grasso localizzato – prosegue ancora l’esperto – . La liposuzione è una tecnica ormai consolidata e sicura, inoltre nel tempo ha subito un’evoluzione importante dovuta a una strumentazione più sofisticata nel prelievo mirato nel contorno corporeo. L’avvento della tecnica HD (Hight Definition Body Sculpting) ha poi incrementato anche la richiesta da parte del sesso maschile, in cerca del ‘six pack’, il cosiddetto addome ‘a tartaruga’: a tal fine si procede con liposuzione con ultrasuoni o con il plasma. L’intervento viene eseguito in anestesia locale con sedazione, si effettua un’incisione di pochi millimetri nella zona interessata e con una piccola cannula si aspira. Per ridurre l’edema post-operatorio si fa indossare una guaina molto aderente per 15 giorni. Si consiglia di procedere all’intervento in inverno perché il post-operatorio è più pratico e la zona si assesta più rapidamente. In estate la gestione è più complicata. Non è previsto dolore”.

 

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immagine Inquinanti in gravidanza all’origine endometriosi. Proteggere feto

Inquinanti in gravidanza all’origine endometriosi. Proteggere feto

Signorile: "Sostanze chimiche che oltrepassano la placenta".
Una malattia congenita, la cui origine sarebbe da rinvenire in un disturbo nella formazione dell’apparato genitale del feto, causato da sostanze inquinanti in grado di oltrepassare la placenta. E’ questa ad oggi la teoria più accreditata nella ricerca delle cause dell’endometriosi, supportata da uno studio scientifico pubblicato dalla Fondazione italiana endometriosi, riportato nel libro ‘Endometriosis in adolscents: a comprehensive guide to diagnosis and management’ (‘Endometriosi negli adolescenti: una guida completa alla diagnosi e alla gestione’) di C. H. Nezhat, appena pubblicato negli Stati Uniti. Nel capitolo ‘La presenza dell’endometriosi nel feto umano’, scritto dal presidente della Fondazione italiana endometriosi, Pietro Giulio Signorile, è contenuta la dimostrazione dell’origine di questa patologia, caratterizzata dalla crescita di endometrio al di fuori della cavità uterina: una malattia che colpisce 3 milioni di donne in Italia, provocando forti dolori e infiammazioni.

“Dall’analisi condotta su oltre 100 feti umani, abortiti spontaneamente e raccolti presso l’Università di Trieste, è emersa la presenza di cellule endometriali fuori dall’utero, in percentuale analoga ai casi di malattia nella popolazione adulta – spiega Signorile – . Trattandosi di malattia congenita, l’origine era da rinvenire nella formazione dell’apparato genitale del feto; da uno studio su modelli animali è stato provato che la somministrazione di sostanze inquinanti, dette interferenti endocrini, in grado di oltrepassare la placenta, disturbano il normale sviluppo dell’apparato genitale dell’embrione femminile determinando casi di endometriosi. Si tratta di circa 80 mila composti chimici che generano effetti assimilabili agli estrogeni, ma mentre gli adulti hanno enzimi in grado di eliminarli, l’embrione li trattiene. Contano ovviamente tempo di esposizione e quantità”.

“Nei primi anni del ‘900 – prosegue l’esperto – la teoria più autorevole, mai dimostrata e oggi quasi completamente smentita, postulava che la malattia avesse origine dalla mestruazione retrograda. In seguito però è stato verificato che oltre il 90% delle donne ha una mestruazione retrograda ma di endometriosi si ammala solo il 10%. Studi successivi ai nostri hanno confermato la presenza di struttura endometriosica nei feti di sesso femminile: asintomatica fino alla pubertà quando gli input ormonali ne provocano l’attivazione. Le implicazioni cliniche e terapeutiche sono rilevanti. In particolare, la recidiva della malattia non deve essere attribuita a mestruazioni retrograde ma piuttosto a un intervento chirurgico incompleto a causa della presenza di focolai microscopici o formatisi in tempi diversi. Inoltre un’azione preventiva sull’assorbimento di sostanze inquinanti durante la gravidanza potrebbe ridurre il rischio di sviluppare nel feto la malattia”. Ecco allora alcuni accorgimenti per tutelare gestante e nascituro riducendo l’esposizione a sostanze tossiche soprattutto nei primi sei mesi di gravidanza: 1) Ridurre l’esposizione a detersivi in casa, in particolare varechina, insetticidi, ammorbidenti industriali; 2) Evitare bagni in piscine con sistema di depurazione al cloro; 3) Preferire cibo organico per ridurre l’esposizione a pesticidi, Ogm e fertilizzanti, dolcificanti e glutammato monosodico; 4) Favorire una dieta bilanciata senza eccedere in frutta (sbucciata) e verdure, escludendo pesce d’allevamento, spesso contaminato da mercurio, e limitando bibite gassate e zuccherate; 5) Preferire pentole e padelle di ceramica e vetro, non conservare i cibi nella plastica ma in vetro o carta; 6) Usare per bere e cucinare acqua depurata con filtri conservata in vetro; 7) Scegliere prodotti per la cura del corpo naturali e privi di metalli, evitando deodoranti artificiali o altre fragranze sintetiche; 8) Indossare abiti non sintetici.


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immagine Medicina estetica, la richiesta cresce. Ecco i 5 trend del 2021

Medicina estetica, la richiesta cresce. Ecco i 5 trend del 2021

Filler per naso, mandibola e labbra, botulino e "foxy eyes".
Nonostante gli effetti del coronavirus su vita quotidiana ed economica, la richiesta di medicina estetica non ha subito flessioni nel 2020 e nel 2021 è destinata a crescere. Non è un paradosso bensì la conseguenza del nuovo stile di vita degli italiani, che tra selfie, pervasività dei social e uso costante dei mezzi di video interazione, si rivedono molto più spesso sullo schermo. «Nei periodi di lockdown le persone hanno avuto molto tempo per focalizzarsi su quelli che percepiscono come inestetismi e difetti corporei. Il ricorso al ritocchino è stata la soluzione più rapida appena allentate le misure restrittive. E le richieste hanno un comune denominatore: trattamenti non invasivi e risultati che non stravolgono l’aspetto». A spiegarlo è Davide Lazzeri, specialista in Chirurgia Estetica a Roma, docente universitario a contratto e autore del libro Chirurgia e Medicina Estetica dalla A alla Z, che prosegue: «La mia percezione è che pazienti usualmente restie ai trattamenti di medicina estetica abbiano deciso proprio negli ultimi mesi di sottoporvisi». E anche le ultime festività hanno confermato la tendenza. «Hanno avuto molto successo – fa notare Lazzeri – anche i buoni regalo per trattamenti di medicina estetica che, in assenza di altre idee dell’ultima ora, sono stati spesso incartati sotto l’albero di Natale».

Per il 2021 è già possibile individuare i trend della medicina estetica. «Il progresso della tecnologia, dei materiali e delle tecniche, in sinergia con la continua ricerca, permette lo sviluppo di nuovi trattamenti più performanti, sempre meno invasivi e contestualmente più efficaci e naturali», prosegue Lazzeri. «L’imperativo oggi è rispettare le caratteristiche del singolo senza standardizzare i trattamenti e senza stravolgere l’aspetto». I cinque i trend che caratterizzeranno il 2021: Il rinofiller: rimodellare il naso senza chirurgia. Consiste in piccole iniezioni mirate di acido ialuronico nel naso, permettendone un rimodellamento non chirurgico. Spiega Lazzeri: «L’impianto di filler nel dorso del naso consente di riempire le aree irregolari, correggendo o eliminando la cosiddetta “gobba” e modificando l’angolo del naso rispetto alla fronte, addolcendo il profilo. Il rinofiller consente anche di rimodellare la punta, sollevandola, e proiettandola maggiormente rendendola meno bulbosa. Le proporzioni delle varie parti del naso e nel contesto del volto vengono addolcite ottenendo un profilo estremamente gradevole». È una vera e propria rinoplastica non chirurgica dove la valutazione dello specialista è cruciale per ciò che concerne il dosaggi e aree di impianto, in modo da personalizzare il risultato.

Il filler più innovativo è quello alla mandibola. Esistono volti eccessivamente tondi, dove le sporgenze naturali non sono evidenti e dove mal si apprezza una precisa identità estetica di separazione tra volto e collo. Laddove quindi è assente una mandibola ben definita e squadrata, è possibile ottenerla attraverso un trattamento di medicina estetica. Come? «Attraverso iniezioni di acido ialuronico all’angolo mandibolare e al mento si ottiene una ridefinizione del della parte inferiore del volto per ricreare una linea mandibolare ben definita, con una chiara definizione tra collo e area del mento. Ne trae giovamento anche la pelle del collo che risulta essere più stirata» sottolinea il dottor Lazzeri. Il trattamento non è invasivo e praticamente indolore.

Il botulino nella prevenzione delle rughe. E la novità del “microbotox”. Sebbene l’utilizzo del botulino in medicina estetica sia ormai estremamente diffuso e conosciuto, troppo spesso si pensa che sia indicato solo per una fascia di età avanzata per distendere e rilassare i muscoli della fronte della glabella e della regione perioculare, attenuando sensibilmente o eliminando le rughe di espressione. «Il nuovo trend riguarda l’utilizzo di questa procedura anche per la prevenzione nella comparsa delle rughe – spiega il dottor Lazzeri -. Attraverso un dosaggio specifico, il botulino è iniettabile anche nelle fasce d’età più giovani con un effetto più moderato, ovvero rilassare la muscolatura e prevenire la comparsa di rughe». Un’ulteriore applicazione della tossina botulinica molto in voga è quella del “microbotox”, ovvero «con microinfiltrazioni ad una diluizione maggiore intra o sub-epidermiche della parte inferiore del volto, del collo, del décolleté, delle mani e di altre aree corporee secondo indicazione, per liftare e compattare i tessuti, distendere la pelle e donare un aspetto più luminoso».

Foxy eye o “occhio da volpe”. La nuova tendenza per lo sguardo Un occhio allungato è da sempre il sogno di molte donne. Il cosiddetto “occhio da volpe” dà allo sguardo un aspetto ammaliante più seducente e profondo. «Il foxy eye è il nuovo trend – afferma Lazzeri -. Si utilizzano fili estetici, composti di materiale biocompatibile, che vengono inseriti per ottenere un effetto lifting immediato. Nello specifico i fili di trazione e ancoraggio tirano la pelle laterale del sopracciglio verso l’alto e mettono in tensione il canto laterale dell’occhio, producendo quell’effetto allungato nella zona temporale utile ad ottenere “occhio da volpe”». Per le meno giovani, i risultati potrebbero essere combinati con il botulino per ottenere un effetto sinergico. Sollevando la coda del sopracciglio si ottiene un’apertura dello sguardo più efficace.

Le labbra: un evergreen della medicina estetica. «Averle più carnose è una delle maggiori richieste. Per ottenere un aumento delle labbra naturale si usano dei filler che, sebbene abbiano una durata limitata, possono rispondere ai desiderata dei pazienti – conferma il dottor Lazzeri -. Come nelle altre aree corporee, anche nelle labbra la bellezza è tutta una questione di proporzioni. Le dimensioni che rendono più attraenti le labbra femminili seguono di norma un rapporto tra il labbro superiore ed inferiore di 1 a 1.6. Inoltre le labbra devono occupare uno spazio pari almeno il 10% del terzo inferiore del viso». Così un labbro tonico e ben definito dona al viso un aspetto più giovane e attraente. Questo vale anche per gli uomini, che negli ultimi anni sempre di più hanno imparato a curare l’aspetto delle proprie labbra ricorrendo alla medicina estetica.

Fonte: askanews.it

immagine Tumore seno, anticorpo monoclonale blocca diffusione metastasi ossee

Tumore seno, anticorpo monoclonale blocca diffusione metastasi ossee

Ricerca team internazionale guidato da Campus Biomedico.
Fermare lo sviluppo delle metastasi ossee nel tumore al seno grazie a un anticorpo monoclonale. E’ il risultato raggiunto da un innovativo studio internazionale multicentrico, appena pubblicato sulla rivista scientifica Oncogene, condotto da Francesco Pantano dell’Unità di Oncologia medica del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico guidata da Giuseppe Tonini e Daniele Santini in collaborazione con Philippe Clézardin dell’Inserm di Lione e grazie al lavoro dei gruppi di ricerca dell’Institut Curie di Parigi e dell’Università di Amburgo. Grazie ad uno screening esteso effettuato sul genoma di pazienti affetti da tumore della mammella, il team di ricerca ha identificato la proteina integrina alfa5 come uno dei fattori maggiormente coinvolti nei processi di metastatizzazione ossea. Tali processi possono essere responsabili della comparsa di recidiva anche a distanza di anni dalla fine dei trattamenti chirurgici e adiuvanti. La scoperta del gruppo internazionale guidato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma apre la strada a una prospettiva terapeutica nuova che colpisce un aspetto del processo di metastatizzazione fino ad oggi mai esplorato. “Questo studio ci mostra che nella ricerca oncologica – conclude Pantano – emerge sempre di più come ogni tumore agisca secondo strategie specifiche: il nostro sforzo è quello di comprendere sempre meglio i diversi meccanismi biologici per offrire ai pazienti trattamenti sempre più mirati”.

L’equipe internazionale ha poi studiato il ruolo effettivo dell’integrina alfa5 nel processo di metastatizzazione bloccandone la sua azione attraverso l’utilizzo di un anticorpo monoclonale. L’elevata efficacia della terapia nell’inibire la formazione di metastasi ossee è stata dimostrata prima su modelli in vitro e poi in vivo nei laboratori di Oncologia Traslazionale dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e dell’Inserm di Lione. Nel 2020 il tumore al seno ha colpito in Italia quasi 55.000 persone. Sebbene la mortalità per questa patologia sia in costante calo (-0,8 ogni anno) e la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi abbia raggiunto l’87 per cento, secondo i dati Aiom si stimano ancora nel 2020 circa 12.300 decessi. “Nonostante i successi degli ultimi anni nella lotta ai tumori, ascrivibili soprattutto alla diagnosi precoce e ai trattamenti adiuvanti, nelle forme avanzate o in casi di particolare aggressività della malattia il tumore al seno resta curabile, ma non sempre guaribile – continua Pantano – . In questo senso le metastasi ossee possono presentarsi anche a distanza di anni dalla fine delle cure perché una chirurgia precoce non garantisce assenza di recidiva al 100 %. Bloccare la possibilità di una diffusione a livello osseo della malattia significherebbe, non solo ridurre il dolore o le fratture che peggiorano di molto il benessere della persona, ma anche migliorare l’aspettativa di vita”.

Fonte: askanews.it

immagine Ricerca rivela aumento fame emotiva e abbuffate durante lockdown

Ricerca rivela aumento fame emotiva e abbuffate durante lockdown

In risposta a elevati livelli di ansia e depressione e di stress.
Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, in collaborazione con l’Università di Losanna e la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, rivela l’aumento di disturbi da fame emotiva e alimentazione incontrollata durante il primo lockdown del 2020.

Pubblicato nella rivista “Appetite”, lo studio analizza gli indici di fame emotiva, ovvero la tendenza a mangiare quando si è in preda allo stress o a emozioni negative come la tristezza, e la frequenza alle abbuffate compulsive, caratterizzate da episodi in cui si assumono grandi quantità di cibo in un tempo relativamente breve con la sensazione di perdere il controllo su cosa e quanto si stia mangiando.

A differenza di altre ricerche, il presente studio – precisa Unipd – non prende in considerazione solo la Fase 1 del lockdown, ossia quella più restrittiva, ma anche la Fase 2, quando le misure hanno subìto un allentamento. “Abbiamo raccolto questi dati durante la seconda fase del lockdown, dal 14 al 19 maggio 2020, – spiega la dott.ssa Cinzia Cecchetto dell’Università di Padova, prima autrice dello studio – chiedendo ai nostri partecipanti di rispondere alle stesse domande facendo riferimento sia alla ‘fase uno’ di lockdown completo, sia alla ‘fase due’, quando alcune restrizioni sono venute meno. I partecipanti, 365 persone tra i 18 e i 74 anni provenienti da tutta Italia, hanno anche risposto a domande relative alla loro abitazione, al rapporto che avevano con le persone con cui vivevano e a come è cambiato il loro lavoro durante la quarantena”.

Per studiare l’impatto dell’isolamento sulle abitudini alimentari della popolazione italiana, è stato effettuato un sondaggio online per investigare lo stato fisico, psicologico, emotivo e sociale dei partecipanti. “Abbiamo osservato che un elevato livello di ansia e depressione, insieme a fattori come una peggiore qualità della vita e delle relazioni sociali, hanno portato a maggiore fame emotiva, mentre alti livelli di stress si sono risolti in episodi di abbuffate compulsive. Il nostro studio – continua la dott.ssa Marilena Aiello della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste – ha inoltre messo in evidenza un elemento di vulnerabilità che viene spesso ignorato: l’alessitimia, ossia la difficoltà di alcuni individui nell’identificare i propri sentimenti e nel distinguere tra sensazioni emotive e fisiche. Persone con alti livelli di alessitimia hanno mostrato maggiori probabilità di incorrere in episodi di fame emotiva. Infine è stato osservato che i comportamenti alimentari disfunzionali sono stati più frequenti durante la Fase 1 rispetto alla Fase 2, mostrando che introdurre alcune deroghe nelle regole di quarantena può aiutare le persone a reagire con un minore malessere emotivo”.

Sebbene le misure restrittive fossero necessarie a prevenire la diffusione della pandemia, le conclusioni tratte dallo studio pongono l’accento sulla necessità di misure sanitarie e nutrizionali per mitigare l’impatto degli effetti negativi di altri possibili lockdown.

“Questi effetti sono stati evidenziati su partecipanti sani, senza precedenti clinici di disturbi dell’alimentazione – conclude la dott.ssa Sofia Adelaide Osimo, Università di Losanna – Questo ci mostra che misure di contenimento quali il lockdown, per quanto necessarie per contenere l’epidemia, hanno degli effetti negativi sulla salute mentale e sul comportamento alimentare dei cittadini. Tra le misure di sostegno alla popolazione da offrire durante periodi di lockdown non è quindi prescindibile il supporto psicologico, facendo particolarmente attenzione a individui vulnerabili e alle manifestazioni alimentari del malessere psicologico”.

Fonte: askanews.it

immagine L’Intelligenza artificiale per definire strategia dopo un infarto

L’Intelligenza artificiale per definire strategia dopo un infarto

Su Lancet studio Cardiologia Città della Salute con PoliTo e UniTo.
Pubblicato oggi sulla rivista “The Lancet” il risultato di una ricerca coordinata dalla Cardiologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari), assieme al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino e a quello di Meccanica e Aerospaziale del Politecnico di Torino per la creazione di un nuovo sistema di classificazione del rischio di eventi futuri nei pazienti dopo un infarto. Una tecnica rivoluzionaria che ridurrà statisticamente la possibilità di una non corretta diagnosi.

Gli autori – spiega una nota – hanno utilizzato l’approccio dell’Intelligenza Artificiale chiamato Machine Learning o di apprendimento automatico, secondo il quale i computer imparano progressivamente dai dati che vengono loro forniti migliorando sempre più le loro capacità predittive ed individuando correlazioni. In questo caso, il risultato è stato la creazione di un nuovo sistema di classificazione del rischio di eventi futuri nei pazienti dopo un infarto.

“I pazienti con infarto miocardico acuto – spiega il dottor Fabrizio D’Ascenzo, coordinatore dello studio – sono ad altissimo rischio nei primi due anni sia di una recidiva di infarto sia di sanguinamenti maggiori legati ai farmaci che mantengono il sangue ‘più fluido’, come la cardioaspirina. La decisione sulla terapia migliore deve bilanciare questi due rischi, cosa che il cardiologo fa basandosi sulla propria esperienza e sul suo intuito clinico, aiutato da dei punteggi di rischio. Tuttavia questi punteggi sono poco precisi e pertanto di modesto aiuto anche per un cardiologo esperto. Abbiamo perciò cercato di migliorare la situazione utilizzando dati clinici riguardanti 23.000 pazienti, molti dei quali raccolti in Piemonte, che hanno fornito la massa critica di informazioni per la nostra ricerca”.

“Collaboriamo da anni con la Cardiologia universitaria delle Molinette, studiando le relazioni esistenti tra i flussi sanguigni e le patologie che interessano le arterie – dicono i professori Umberto Morbiducci e Marco Deriu del Gruppo di Biomeccanica Computazionale del Politecnico – e come bioingegneri siamo entusiasti di avere esteso la collaborazione a questo nuovo settore, estremamente promettente”. L’analisi dei dati con questa tecnica basata sull’Intelligenza Artificiale si differenzia nettamente dall’approccio usato finora, basato sull’analisi statistica tradizionale. In alcuni settori questa nuova tecnica determinerà una vera rivoluzione. “I dati – spiega Marco Aldinucci, docente di Informatica di UniTo – sono stati analizzati con algoritmi di Machine Learning che usano pertanto metodi matematico-computazionali per apprendere informazioni direttamente dai dati, senza il bisogno di conoscere nulla a priori sulle possibili relazioni tra i dati stessi”.

La differenza trovata tra l’approccio precedente basato sull’analisi statistica tradizionale e questo, basato sull’Intelligenza Artificiale, è stata davvero importante. Mentre la precisione dei migliori punteggi disponibili per identificare la possibilità di un evento come un nuovo infarto o un sanguinamento si aggira intorno al 70%, la precisione di questo nuovo punteggio di rischio si avvicina al 90%, riducendo statisticamente la possibilità di una non corretta diagnosi da tre a un solo paziente su dieci analizzati.

“Siamo entusiasti di questi risultati – afferma il professor Gaetano Maria De Ferrari – per tre motivi. Primo, possiamo ora curare meglio i nostri pazienti, aggiungendo alla nostra esperienza clinica delle stime davvero precise del rischio cui vanno incontro, confermando il ruolo centrale della Cardiologia universitaria di Torino nella ricerca volta a creare benefici per i pazienti. Secondo, lo studio è una dimostrazione fortissima delle possibilità dell’Intelligenza Artificiale in medicina e in cardiologia in particolare. Terzo, questo risultato ottenuto in collaborazione tra Università e Politecnico rafforza la scelta di Torino come sede dell’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale. In particolare, noi vorremmo candidarci ad un ruolo di riferimento italiano per l’intelligenza artificiale in medicina e questa pubblicazione può contribuire a legittimare questa aspirazione”.

Torino è stata scelta come sede principale dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (3I4AI), che si occuperà dell’applicazione dell’intelligenza artificiale in vari settori, con attività di ricerca prevista anche in diverse sedi aggiuntive sul territorio nazionale. Sia l’Università che il Politecnico di Torino avranno un ruolo importante nell’Istituto.

“Con soddisfazione e con orgoglio accogliamo la notizia di questo successo straordinario che testimonia, ancora una volta, il valore della nostra ricerca – dichiara il Rettore dell’Università di Torino Stefano Geuna – L’attenzione della comunità scientifica mondiale a questo studio conferma l’Università di Torino come un’eccellenza della ricerca nazionale a livello internazionale. I gruppi di ricerca coinvolti, ai quali va il nostro più sentito ringraziamento, hanno dato prova di come si possano ottenere risultati straordinari condividendo obiettivi ambiziosi ed integrando saperi e competenze. La nuova frontiera scientifica che coniuga l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla diagnostica in medicina è in grado di migliorare come mai prima d’ora la cura di patologie importanti e, più in generale, la qualità di vita di tante persone colpite da patologie gravemente invalidanti. Per arrivare a questi risultati possiamo contare su una ricerca capace di integrare innovazione tecnologica e conoscenze altamente specialistiche. Gli Atenei torinesi ed il nostro sistema sanitario condividono ormai una provata esperienza in questa direzione. Questo fa di Torino la sede ideale per ospitare l’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale”.

“Questo progetto oggettiva ulteriormente la forte partnership tra Università ed Azienda ospedaliera, dove la ricerca e l’assistenza si integrano per assicurare percorsi innovativi sempre più tecnologici, con il fine comune di garantire ai pazienti la migliore cura”, sottolinea il Direttore generale della Città della Salute di Torino Giovanni La Valle.

“L’Intelligenza Artificiale rappresenta un tema chiave per la ricerca dei prossimi anni, sul quale il nostro Ateneo può vantare competenze riconosciute dalla comunità scientifica internazionale e ha ottenuto risultati di estrema rilevanza, quali ad esempio il coordinamento del Dottorato nazionale sull’Intelligenza Artificiale su IA e Industria 4.0 e la partecipazione del Politecnico al prestigioso Laboratorio Europeo sull’Intelligenza Artificiale dei dati ELLIS – commenta il Rettore del Politecnico di Torino Guido Saracco – L’eccellente risultato prodotto da questa ricerca condotta insieme a Università di Torino e Città della Salute dimostra ancora una volta la molteplicità e la trasversalità delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale, che ormai spazia in tutti i settori di punta della nostra economia, dall’automotive alla manifattura, all’industria del lusso e molti altri ambiti, come appunto quello della salute, dove sta diventando sempre più essenziale. Questa ricerca è poi un esempio di collaborazione multidisciplinare tra enti, che dimostra ancora una volta che tutti i soggetti del territorio sono già pronti a lavorare insieme per fare dell’Istituto un grande polo di ricerca”.

Fonte: askanews.it

immagine Le tecnologie che rivoluzionano la chirurgia della cataratta

Le tecnologie che rivoluzionano la chirurgia della cataratta

Il dott. Lodigiani dell'Istituto Oftalmologico di Piacenza

Come la tecnologia sta rivoluzionando la chirurgia della cataratta? Risponde il dottor Luigi Lodigiani, oculista, direttore dell’Istituto Oftalmologico Laser di Piacenza spiegando cosa e come funziona un femtolaser. “Femto vuol dire ’10 alla meno 15′, un tempo estremamente ridotto che dà una enorme precisione al laser; la luce fa in un secondo 7 volte e mezzo il giro della Terra. Per fare il diametro di un capello la luce impiega 100 femtosecondi, quindi in 1 femtosecondo 1/100esimo di diametro di capello”, ha spiegato.“Nella femtocataratta, a differenza dell’intervento tradizionale, non vengono fatti dei tagli perché il femtolaser fa delle microbolle che separano con dolcezza il tessuto, si aprono con estrema dolcezza e permettono al chirurgo di entrare. Il laser è in grado di rompere il cristallino in piccoli cubetti. Compito del chirurgo è quello di entrare e suggere i cubetti e impiantare il cristallino artificiale”, ha detto aggiungendo che “prima la cataratta era una malattia invalidante, oggi è un’opportunità che permette di recuperare la vista, di tornare indietro nel tempo e migliorare la qualità della vita”.Una opportunità di migliorare la qualità della vista, dice Lodigiani, con la chirurgia refrattiva e le sue ulteriori evoluzioni: “Noi siamo riusciti a fare uno strumento che si chiama aberrometro, che permette una ulteriore evoluzione: siamo passati da prk, lasik, femtolaser e adesso siamo alla femtolasik customizzata; se riusciamo a studiare le aberrazioni, con questo aberrometro, di un occhio, riusciamo a trasferire la forma della cornea al laser e il laser diventa estremamente più preciso”.

Fonte: askanews.it

immagine Lotta al colesterolo, in arrivo farmaci che lo abbassano del 50%

Lotta al colesterolo, in arrivo farmaci che lo abbassano del 50%

Un aiuto per la prevenzione di infarti e ictus

Delle oltre 224.000 morti cardiovascolari che si registrano ogni anno in Italia poco meno di 50.000 sono imputabili al mancato controllo del colesterolo. Un pericolo molto serio, se si considera che l’80% di oltre un milione di pazienti a più alto rischio, nonostante gli attuali standard di cura disponibili, presentano valori molto al di sopra di quelli consigliati dalle più recenti linee guida europee. Un problema sanitario che rischia di aggravarsi anche per i controlli di routine saltati a causa della pandemia ma che potrebbe ridursi grazie all’arrivo di nuovi farmaci altamente innovativi, in grado di controllare i livelli di colesterolo troppo alti anche nei pazienti ‘critici’ che non riescono aa abbassarli con le statine anche se ben tollerate o in chi non può assumerle per gli effetti collaterali. Una grande rivoluzione che potrebbe salvare in futuro diecimila vite l’anno da infarti o ictus per colesterolo ‘cattivo’. La buona notizia arriva dagli esperti, riuniti al congresso in modalità digitale della Società Italiana di Cardiologia che annunciano che le due nuove molecole saranno disponibili in Italia già dal 2021 in ragione dei nuovi dati di efficacia fatti registrare in due studi già pubblicati sul New England Journal of Medicine.“Il colesterolo rappresenta uno tra i più importanti fattori di rischio cardiovascolare, responsabile di 47.000 decessi l’anno con una spesa sanitaria che arriva a 16 miliardi di euro per costi diretti e indiretti. Tenere più basso il livello di colesterolo ‘cattivo’ fa ridurre i rischi di infarto e ictus e la conseguente mortalità – afferma Ciro Indolfi, Presidente SIC – L’evento chiave dell’inizio dell’aterosclerosi è infatti l’accumulo di colesterolo nelle arterie che rendendole rigide e ristrette, finisce per ostruire il flusso del sangue, aumentando così il rischio di infarto e ictus. Quando si è sani – aggiunge Indolfi – una dieta ricca di vegetali e povera di grassi e l’attività fisica possono essere sufficienti a proteggersi. Ma, una volta che il processo di ‘indurimento’ delle arterie è avanzato, ricorrere ai farmaci è la sola opportunità per prevenire le complicanze più gravi come l’insorgenza di infarti o ictus”.“Più di un milione di italiani sono a rischio altissimo di eventi cardiovascolari di questi solo il 20% raggiunge gli obiettivi raccomandati dalle linee guida internazionali che hanno abbassato i valori di riferimento al di sotto 55 mg/dl. E’ quanto emerge dallo studio Da Vinci, un trial europeo che ha coinvolto circa 6.000 pazienti, di cui 300 italiani, in cui la metà dei soggetti arruolati aveva avuto un infarto nel 22% dei casi e un ictus e nel 40% erano anche pazienti diabetici – sottolinea Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto SIC – Un problema sanitario che potrebbe ridursi grazie ai nuovi super farmaci, disponibili già dal 2021 in grado di ridurre fino a un ulteriore 50% i livelli di colesterolo alto, con pochi effetti collaterali, dunque ben tollerati per un utilizzo cronico”.“I risultati dei due trial dello studio ORION, (pubblicati nel 2020 sul NEJM) mostrano che il nuovo farmaco, piccoli RNA interferenti, determina una riduzione del 54 % di colesterolo LDL (cattivo) senza nessun effetto collaterale su fegato e reni, con solo due iniezioni sottocutanee l’anno come una vaccinazione che esige i suoi richiami – spiega Indolfi – Questi farmaci, attraverso l’inibizione dell’RNA che l’attiva, bloccano la produzione di PCSK9, una proteina implicata nel trasporto e nella distruzione dei recettori per il colesterolo sulla superfice delle cellule epatiche. In pratica – precisa l’esperto – il blocco della proteina consente alle cellule del fegato di avere un maggior numero di recettori capaci di catturare il colesterolo portato dentro la cellula epatica viene così eliminato”.Un altro passo in avanti per migliorare il controllo del colesterolo è l’acido bempedoico, un farmaco tra poco disponibile anche in Italia che interviene sulla biosintesi del colesterolo, con un meccanismo d’azione analogo a quello delle statine “studi clinici di cui uno pubblicato sul New England hanno dimostrato l’efficacia nel ridurre di circa il 20% il livello di colesterolo ‘cattivo’ ma senza dolori muscolari, principale effetto collaterale delle statine” precisa Perrone Filardi.“La riduzione di livelli di colesterolo nel sangue nei pazienti ad alto rischio è dunque un importante obiettivo di salute pubblica che in futuro potrebbe consentire di ridurre la mortalità per eventi cardiovascolari salvando 10.000 vite”, concludono gli esperti.

Fonte: askanews.it

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Emicrania con aura, colpa degli sbuffi di glutammato nel cervello

Lo suggerisce studio in laboratorio su ruolo neurotrasmettitore

Grandi e numerosi “sbuffi” di glutammato nel cervello potrebbero aiutare a spiegare l’insorgenza dell’emicrania con aura e, potenzialmente, essere coinvolti in un’ampia fascia di malattie neurologiche, tra cui ictus e lesioni cerebrali traumatiche. Lo dice uno studio internazionale pubblicato sulla prestigiosa rivista “Neuron” e condotto da un team di ricercatori guidato dalla prof.ssa Daniela Pietrobon del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova e dal professor K.C. Brennan dell’Università dello Utah.Il glutammato è un neurotrasmettitore essenziale che viene rilasciato come segnale tra le cellule nervose. Ma troppo glutammato può ipereccitare e danneggiare le cellule, quindi il cervello ha elaborato dei modi per limitarne gli effetti. Lo studio “Non-canonical glutamate signaling in a genetic model of migraine with aura”, – informa l’Università di Padova – ha evidenziato che un aumento anomalo di glutammato nello spazio extracellulare – l’area tra le cellule cerebrali – può innescare onde di depolarizzazione simili a tsunami che si diffondono nel cervello causando emicrania e altri disturbi del sistema nervoso.Lo studio è stato condotto su topi di laboratorio, che costituiscono un modello animale di emicrania, in quanto portano una mutazione genica che nell’uomo causa una forma rara monogenica di emicrania (cioè una forma di emicrania causata da mutazioni in un dato gene, a differenza delle forme comuni di emicrania che hanno una genetica complessa, sono poligeniche e i geni coinvolti sono in gran parte sconosciuti).“Questi modelli animali genetici di emicrania – dice la prof.ssa Pietrobon – sono unici e preziosi in quanto permettono di studiare, a livello di cellule cerebrali e di circuiti neuronali, le alterazioni che causano una forma di emicrania, cosa che ovviamente non è possibile nell’uomo. Si tratta di buoni modelli in quanto abbiamo dimostrato in studi precedenti condotti nel nostro laboratorio all’Università di Padova (e finanziati da Telethon, come anche il nuovo studio pubblicato su Neuron) che questi topi mostrano una aumentata suscettibilità alla ‘cortical spreading depolarization (CSD)’, un’onda di depolarizzazione che insorge spontaneamente nel cervello degli emicranici e dà origine alla cosiddetta aura emicranica, caratterizzata da disturbi sensoriali di solito visivi (vere e proprie allucinazioni, l’esempio più comune e più semplice è il cosiddetto scotoma scintillante, un arco luminoso scintillante che si espande e si propaga nel campo visivo seguito da un’area offuscata alla vista). Abbiamo poi dimostrato che nel cervello di questi topi c’è una rallentata e poco efficace rimozione del glutammato durante l’attività cerebrale, e che questo difetto è responsabile dell’aumentata suscettibilità alla CSD”.Il neurologo K.C. Brennan dell’Università dello Utah, ha implementato nel suo laboratorio una nuova tecnica che permette di misurare otticamente (in modo non invasivo e indolore) il glutammato che viene rilasciato durante l’attività cerebrale di un topo sveglio e ha collaborato con la Prof.ssa Pietrobon per studiare le variazioni di glutammato durante l’attività cerebrale nei topi modello di emicrania in cui la rimozione del glutammato alle sinapsi eccitatorie è rallentata. Ha così scoperto (assieme al suo studente Pat Parker) che nella corteccia cerebrale dei topi mutati ci sono di tanto in tanto degli “sbuffi” (plumes) di glutammato, cioè aumenti localizzati di glutammato, che non sono presenti nei topi selvatici non mutati.Lo studio ha poi dimostrato che l’insorgenza della CSD è preceduta da una raffica di questi sbuffi di glutammato, oltre che da un aumento della concentrazione di glutammato nello spazio extracellulare. Inibendo gli sbuffi di glutammato (e l’aumento basale del glutammato) viene inibita anche l’insorgenza della CSD. Gli sbuffi di glutammato svolgono quindi un ruolo chiave nella generazione della CSD in questi modelli animali di emicrania. Potrebbero perciò svolgere un ruolo chiave nell’insorgenza dell’attacco di emicrania con aura nell’uomo.“Non abbiamo alcuna evidenza diretta che questi sbuffi di glutammato siano presenti nella corteccia cerebrale umana – puntualizza la prof.ssa Pietrobon -. Però ci sono dati nei pazienti emicranici che mostrano un elevato livello di glutammato nel liquido cerebrospinale rispetto ai controlli sani; un lavoro recente ha anche mostrato un elevato livello di glutammato nella corteccia visiva di pazienti emicranici usando la risonanza magnetica. Mettendo in evidenza il ruolo cruciale dello sbilanciamento tra rilascio e rimozione del glutammato alle sinapsi eccitatorie della corteccia cerebrale nel determinare l’insorgenza della CSD, il nostro lavoro suggerisce possibili target molecolari per terapie innovative. Bloccando il rilascio di glutammato inibendo localmente i canali del calcio dei terminali sinaptici neuronali noi abbiamo bloccato gli sbuffi e anche l’insorgenza della CSD nei topi modello di emicrania, ma non è pensabile un trattamento sistemico con tali bloccanti nell’uomo in quanto si andrebbe a bloccare la trasmissione sinaptica fisiologica del cervello. Sembra migliore la strategia di andare ad inibire specifici recettori del glutammato o andare ad aumentare la velocità e l’efficacia di rimozione del glutammato rilasciato”.

Fonte: askanews.it

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Alimentazione e Dad: i consigli del nutrizionista per studiare meglio

Fare il pieno di vitamine B, D, E. Occhio a caffeina e cibi spazzatura

Le scuole sono aperte a periodi intermittenti tra didattica a distanza e periodi di fermo, è fondamentale che i ragazzi introducano nuove abitudini per adattarsi al mutato stile di vita. Ad iniziare da una dieta sana, che può portare grandi benefici al corpo e alla mente. Con i consigli del Biologo Nutrizionista Lorenzo Traversetti cge ha stilato un decalogo proteggere il proprio organismo e renderlo più reattivo, per studiare e rendere meglio.“Non bisogna pensare che solo da adulti occorra curarsi del proprio corpo – spiega – . I giovani devono interessarsi all’argomento e mettere in atto i consigli alimentari che vengono loro dati”. E visto che sempre più spesso si trovano “a studiare e a seguire le lezioni di fronte ad uno schermo, seduti su una sedia, per ore ed ore ogni singola giornata. E’ necessario che si segua una certa linea alimentare per avere il massimo risultato nei propri studi: ci sono numerosi alimenti che possono dare quella spinta in più per terminare la giornata di studio”.Ad esempio, consumare alimenti che portano la stabilità del nostro sistema immunitario può aiutare a contrastare o alleviare i sintomi associati al Covid-19. “Anche se va ricordato sempre che il Covid-19, non è il solo ‘male di stagione’ – aggiunge Traversetti – il nostro organismo è in guerra continua contro moltissimi patogeni e il nostro primo strumento di difesa, è proprio il sistema immunitario. Dunque, mangiare correttamente, al pari di avere uno stile di vita sano, sono requisiti essenziali per supportare le nostre difese immunitarie” conclude l’esperto.Ma entriamo nello specifico e vediamo cosa devono mangiare gli studenti: “Vitamina C, presente maggiormente nella frutta e nella verdura, è un antiossidante in grado di contrastare i radicali liberi; Vitamine del gruppo B, presenti nei cereali integrali, nella frutta secca, nei legumi, nel pesce e nelle uova, con delle ottime capacità di miglioramento della memoria; in particolare la vitamina B3 contribuisce all’attivazione delle sirtuine e migliora l’efficienza mentale; Vitamina E, presente in mandorle, noci, nocciole e avocado, in grado di rallentare l’invecchiamento del cervello; Polifenoli, come la Polidatina presente nell’Uva Nera e nei mirtilli, Pterostilbene presente nel Melograno in grado di stimolare le naturali difese immunitarie e controbilanciare le tempeste citochiniche ingenerate da infezioni batteriche e virulente. Bisogna favorire carboidrati integrali e i grassi del pesce, i cosiddetti grassi buoni della serie Omega 3; È necessaria l’assunzione della giusta quantità di acqua poiché poca idratazione porta a ripercussioni negative sullo studio. Spesso, quando si studia, ci si dimentica di bere e la disidratazione si ripercuote anche in minore funzionalità cerebrale. La colazione deve essere sostanziosa per evitare la sonnolenza durante il resto della giornata. Guai a saltarla; rischieremmo di iniziare la giornata con un cervello in riserva di energia e ne risentirebbero la nostra concentrazione ed attenzione; Il magnesio allevia la stanchezza. Si può assumere sotto forma di alimenti come cacao amaro, formaggi stagionati, pollo e bresaola, ma è presente anche sotto forma di integratori; La caffeina è fondamentale per essere attivi durante la giornata, in alternativa anche il ginseng o il tè ma è importante non abusare di nessuna di queste sostanze. La stanchezza legata ad ore trascorse davanti al pc, può portare a cercare gratificazione nei cosiddetti ‘cibi spazzatura’. Si tratta di cibi dall’alto potere calorico ma dal bassissimo valore nutrizionale. In questo periodo della giornata, non è necessario mangiare di meno ma scegliere i giusti alimenti. Frutta fresca, frutta secca, yogurt magro, affettato magro (meglio ancora se abbinato a del pane integrale tostato), sono tutti ottimi alimenti per consumare uno spuntino sano ma anche utile a ‘ricaricare le batterie’ tra una lezione e l’altra”.“Ricordate sempre che il cervello funziona meglio se gli facciamo arrivare più ossigeno – conclude l’esperto -. Dunque, approfittiamo dell’intervallo tra una lezione e l’altra, per fare un giro per casa oppure dei piccoli esercizi di stretching. In questo modo, contribuiremo anche a rompere la sedentarietà, altro enorme nemico di questo periodo”.

Fonte: askanews.it

 

immagine L’ONU riconosce cannabis terapeutica: verso passo avanti storico

L’ONU riconosce cannabis terapeutica: verso passo avanti storico

Commissione si deve esprimere su sei raccomandazioni.

I 53 stati membri della Commissione delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti (CND) si sono riuniti per votare una serie di misure proposte dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sulla riforma internazionale della cannabis. In Italia ancora molti pazienti faticano a ricevere la terapia a base di cannabis medica.

La Commissione si esprimerà su sei raccomandazioni, che ambiscono a modificare i trattati internazionali del 1961 sugli stupefacenti e del 1971 sulle sostanze psicotrope. Tra i Sei punti trattati è già stato discusso e approvato quello più importate: la declassificazione della sostanza dalla tabella VI (la più restrittiva, tabella nella quale si trovano sostanze come eroina e cocaina) poiché, come indicato dall’OMS, è riconosciuto il valore terapeutico di questa sostanza. L’Unione Europea ha votato compatta.

Da 13 anni, nel nostro Paese è consentito il ricorso alla Cannabis Terapeutica se in possesso di regolare prescrizione medica, ma molto spesso il fabbisogno è superiore alla produzione e all’importazione del farmaco. Un fenomeno che, legato alla poca informazione in merito, rende farraginoso e complesso l’approvvigionamento della terapia da parte dei pazienti che molto spesso sono costretti a misure come l’autoproduzione. Secondo il report Estimated World Requirements of Narcotic Drugs 2020 dell’International Narcotics Control Board, l’Italia ha un fabbisogno di 1.950 kg all’anno di cannabis medica. A fronte di tale domanda, sulla base di quanto pubblicato sul sito del Ministero della Salute, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (SCFM), nel 2019, ha distribuito alla Farmacie cannabis per soli 157 kg. Lo stato italiano, per rispondere alla domanda interna, ha dovuto acquistare 252 kg di prodotti importati dall’Olanda.

Tra i tanti, il caso di Walter De Benedetto – paziente affetto da una malattia neurodegenerativa invalidante che assume cannabis medica per contrastare questa patologia – è basato agli occhi della cronaca dopo che il paziente, indagato per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso dato che non riusciva a procurarsi il medicinale nonostante la regolare prescrizione, grazie all’appoggio della campagna Meglio Legale, si è appellato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere che sia rispettato il diritto alla cura.

Fonte: askanews.it

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Da saliva diagnosi precoce endometriosi. Test in fase sviluppo

La Fondazione: ad oggi ritardo diagnostico di 8-9 anni.

Dalla saliva la diagnosi precoce di endometriosi. Un test in sviluppo potrebbe svelare la malattia nel suo stadio iniziale, permettendo di accorciare le sofferenze e restituire alle donne una migliore qualità della vita prima che la patologia si aggravi. Se, infatti, ad oggi in presenza di sintomi sospetti, il protocollo prevede molteplici esami, al termine dei quali non è detto che si arrivi ad una diagnosi certa, il nuovo strumento potrebbe rilevare l’endometriosi attraverso il prelievo di un semplice campione di saliva, in modo veloce e non invasivo.

“Il test diagnostico su saliva, oggetto di brevetto italiano ed europeo della Fondazione Italiana Endometriosi, rappresenta una novità assoluta – spiega il presidente della Fondazione Italiana Endometriosi, Prof. Pietro Giulio Signorile, scienziato ed inventore del test – . Ad oggi sulla diagnosi di endometriosi a livello globale grava un ritardo medio di 8-9 anni: i sintomi spesso vengono confusi e sottovalutati, la paziente viene sottoposta a visite ginecologiche, risonanze magnetiche, ecografia, esami del sangue per la ricerca di marcatori che hanno, purtroppo, una scarsa attendibilità, e la malattia se e quando viene scoperta è spesso in fase conclamata. Il nuovo test, invece, sarà in grado di intercettarla in una fase iniziale e assicurare alle donne trattamenti precoci con risultati migliori. Da un’alimentazione ad hoc all’assunzione di integratori in grado di abbattere i sintomi”.

Sul test diagnostico emergono i primi dati positivi dello studio di fattibilità affidato all’azienda italiana Diatheva srl. “La ricerca sulla diagnosi precoce sta facendo passi avanti – prosegue Signorile – lo studio ha confermato quanto già emerso negli studi scientifici iniziali e nello studio brevettuale, comprovando la possibilità di poter industrializzare il test. Nei campioni di saliva di donne affette da endometriosi si rilevano valori alterati della proteina Za2G (Zinc-Alpha 2 Glycoprotein), il marker più specifico per la patologia, e del Complemento C3 e dell’Albumina (HSA). I dati preliminari confermano la possibilità di poter industrializzare almeno i primi due marcatori. Questi risultati ci incoraggiano a proseguire nella ricerca e sviluppo per far sì che il test possa diventare accessibile a tutte le donne affette da endometriosi o che ne abbiano anche solo il sospetto. La facilità di esecuzione del test non invasivo potrebbe costituire una vera svolta nel percorso diagnostico per questa grave malattia. Entro fine anno 2020 avremo un ulteriore step di avanzamento, ed inizieremo, se tutto procederà secondo programma, i test preclinici”.

Fonte: askanews.it

immagine A ogni sport la sua merenda: come sceglierla per bambini sani

A ogni sport la sua merenda: come sceglierla per bambini sani

UnionFood: 60% non fa attività fisica ma spuntino uguale per tutti.

A ogni sport la sua merenda, perchè uno stile di vita sano passa da un’alimentazione equilibrata e da un’attività fisica costante. Meglio se si inizia da bambini. Con questo spirito Unione Italiana Food, l’associazione delle principali aziende produttrici di merendine confezionate e la Società italiana di scienze dell’alimentazione hanno presentato una ricerca Doxa – Junior che fotografa le abitudini in fatto di merenda e sport nei bambini e fornito suggerimenti rivolti soprattutto ai genitori per uno stile di vita sano delle nuove generazioni.

Se è vero che in epoca Covid, le attività sportive sono per la maggior parte sospese, questa non deve essere una giustificazione per una vita sedentaria dei più giovani, che nel nostro Paese, mostrano una certa propensione a questo stile di vita. Dalla ricerca Doxa – Junior “Sport e merenda” realizzata attraverso 1.265 interviste a genitori e bambini con il metodo Capi, emerge, infatti, che solo sei giovani (under 13) su 10 praticano regolarmente un’attività fisica. A guidare la classifica dei ragazzi più sportivi è il Centro Italia con il 77% che lo pratica davanti al Nord Italia (60%). Più indietro il Sud dove solo un bambino su due (50%) fa sport regolarmente. Questo, però, fa il paio col fatto che praticamente tutti i bambini che fanno sport (il 99%) fanno merenda, rispettando le indicazioni dei nutrizionisti sui cinque pasti giornalieri, inclusi spuntino a metà mattina e metà pomeriggio.

In termini di gusti, i bambini e ragazzi (5-13 anni) che praticano attività fisica alternano un po’ più spesso (rispetto ai quelli che non fanno sport) la merenda salata con quella dolce. E tra gli alimenti dolci preferiscono la merendina confezionata (26%), il classico pane e marmellata o con crema di nocciole (23%), la frutta fresca o la macedonia (17%) e i biscotti non ripieni (15%), mentre tra quelli salati pane con affettati o formaggi (15%), pizzetta (14%), crackers, schiacciatina o grissini (12%) e focaccia (10%).

Osservando questi due aspetti, merenda e sport, emerge però che non ci sono particolari differenze tra la merenda dei ragazzi che fanno attività fisica da chi non la fa. Segno che non c’è una particolare attenzione all’equilibrio tra alimentazione, in questo caso a merenda, e attività fisica. Proprio per fornire indicazioni concrete, Silvia Migliaccio, segretario nazionale della Sisa e Silvana Nascimben, dottoressa in dietistica, hanno ideato un calendario settimanale di 84 abbinamenti di merende dolci e salate per bambini e ragazzi, ideato su misura dello sport praticato e dell’età: dalla frutta al dolce fatto in casa, dai panini ai biscotti fino alle merendine. Il calendario è disponibile sul sito www.merendineitaliane.it, dove tramite un semplice quiz è possibile scoprire per i genitori e i ragazzi stessi qual è la merenda ideale in base al tipo di attività fisica svolto.

“L’obiettivo – ha detto la dottoressa Migliaccio – è quello di incoraggiare le nuove generazioni a uno stile di vita corretto: oggi partiamo dalla merenda per arrivare a correggere uno stile di vita scorretto. Per questo abbiamo sviluppato uno strumento che fornisce dei suggerimenti ai genitori”. E qui l’invito rivolto proprio ai genitori è che “la merenda deve essere proporzionata, ma anche rispondere ai gusti del bambino. E allora se dargli un frutto è più corretto occorre ricordarsi che il bambino va anche gratificato con un dolce”.

Fonte: askanews.it

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Aids, in calo nuove diagnosi Hiv. Ma cresce contagio fra giovani

I dati dell'Iss in vista della Giormnata Mondiale del 1 dicembre.

Diminuiscono progressivamente in Italia dal 2012 le nuove diagnosi di infezione da HIV, soprattutto nell’ultimo biennio, con un’incidenza che è lievemente inferiore a quella delle altre nazioni dell’Unione Europea. Ma il numero più frequente di nuove diagnosi si registra nella fascia d’età 25-29 anni, l’età mediana invece è 39 anni per le femmine e 40 anni per i maschi. Rispetto agli anni precedenti, inoltre, cambia la modalità di trasmissione: nel 2019 per la prima volta la quota di nuove diagnosi HIV riferibili a maschi che fanno sesso con maschi (MSM) ha raggiunto quella attribuibile a rapporti eterosessuali (42%), che invece è stata da sempre la modalità più frequente. Il 60% delle persone diagnosticate con infezione da HIV nel 2019 erano già in fase avanzata di malattia e ignoravano di essere HIV positive già da molto tempo.

Sono questi i dati più recenti raccolti ed elaborati dal Centro Operativo AIDS dell’ISS e diffusi in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS che ricorre il 1° dicembre. Secondo il rapporto del COA “nel 2019 sono state segnalate 2.531 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 4,2 nuovi casi per 100.000 residenti e dal 2016 si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi HIV in stranieri, mentre dal 2017 aumenta la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione da HIV, nel 2019: 2/3 dei maschi eterosessuali e oltre la metà delle femmine con nuova diagnosi HIV sono stati diagnosticati in fase avanzata di malattia”.

“Un terzo delle persone con nuova diagnosi HIV nel 2019 – rileva l’Iss – scopre di essere HIV positivo a causa della presenza di sintomi o patologie correlate con HIV. Il numero di decessi in persone con AIDS negli ultimi anni è rimasto stabile intorno a 500 casi per anno, mentre nel 2019 diminuisce la proporzione di persone con nuova diagnosi di AIDS che scopre di essere HIV positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di AIDS. Nel 2019, le incidenze più alte sono state registrate in Lombardia e Lazio. Le persone che hanno scoperto di essere HIV positive nel 2019 erano maschi nell’80% dei casi. L’età mediana era di 40 anni per i maschi e di 39 anni per le femmine. L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni (10,4 nuovi casi ogni 100.000 residenti) e di 30-39 (9,8 nuovi casi ogni 100.000 residenti); in queste fasce di età l’incidenza nei maschi era 4 volte superiore a quelle delle femmine. Nel 2019, la maggior parte delle nuove diagnosi di infezione da HIV era attribuibile a rapporti sessuali non protetti da preservativo, che costituivano l’84,5% di tutte le segnalazioni”.

Nel 2019, sono stati diagnosticati 571 nuovi casi di AIDS segnalati entro maggio 2020. Dal 1982, anno della prima diagnosi di AIDS in Italia, al 31 dicembre 2019 sono stati notificati al COA 71.204 casi di AIDS. Nell’ultimo biennio 2018-2019 le Regioni che hanno presentato il maggior numero di diagnosi sono nell’ordine: Lombardia, Lazio, Toscana. L’età mediana alla diagnosi dei casi adulti di AIDS mostra un aumento nel tempo, sia tra i maschi che tra le femmine. Infatti, se nel 2001 la mediana era di 39 anni per i maschi e di 36 per le femmine, nel 2019 le mediane sono salite rispettivamente a 47 e 45 anni. I dati relativi alla distribuzione delle patologie indicative di AIDS ci dicono che negli ultimi anni sono diminuite le diagnosi di candidosi e di polmonite ricorrente. E’ aumentata, invece, la quota di diagnosi di sarcoma di Kaposi, di Wasting syndrome e tubercolosi polmonare.

Martedì 1 dicembre 2020, in occasione della Giornata Mondiale di Lotta contro l’AIDS, il Servizio di counselling Telefono Verde AIDS e Infezioni Sessualmente Trasmesse – 800861061 dell’Istituto Superiore di Sanità sarà attivo dalle 10.00 alle 18.00. Contemporaneamente, gli esperti risponderanno anche sul web al contatto Skype uniticontrolaids e all’indirizzo e-mail dedicato esclusivamente alle persone sorde.


Fonte: askanews.it

immagine SLA e demenza frontotemporale: primo passo test diagnosi precoce

SLA e demenza frontotemporale: primo passo test diagnosi precoce

SISSA: da team italiano tecnica per rilevare proteina TDP-43

Un test per diagnosticare due gravissime malattie come la SLA e la demenza frontotemporale quando le patologie non sono ancora apparse, fornendo così a medici e pazienti strumenti informativi essenziali per affrontarle precocemente e sviluppare nuove terapie. È un primo promettente passo in questa direzione quello compiuto da un’equipe di ricerca della SISSA in collaborazione con diverse realtà cliniche e di ricerca italiane.Protagonista dello studio, pubblicato sulla rivista “Brain Communications”, è la proteina TDP-43 che si accumula nelle cellule del cervello nel 97% dei casi di SLA e nel 45% circa di quelli con demenza frontotemporale. Questa proteina – spiega Sissa – è quindi un possibile biomarker delle patologie. Nel loro lavoro, gli scienziati hanno sviluppato una tecnica capace di rilevare la TDP-43 anche quando si trova presente nell’organismo in piccolissime quantità e nelle fasi più precoci di malattia, potenzialmente in individui ancora asintomatici. Dal momento che non esistono oggi trattamenti che possano interferire con il decorso delle due malattie, spiegano i ricercatori, un’identificazione molto precoce fatta grazie alla presenza di questa proteina potrebbe essere di grande aiuto per la messa a punto di farmaci utili ad arrestarne la progressione e capirne le dinamiche.“Molte malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer o il Parkinson, e le malattie causate da prioni, si caratterizzano per l’accumulo incontrollato di specifiche proteine nelle cellule nervose” spiegano Carlo Scialò e Giuseppe Legname della SISSA, rispettivamente primo e ultimo autore della pubblicazione. “Un test chiamato RT-QuIC (Real Time Quaking Induced Conversion reaction) era già stato sviluppato per identificare precocemente le proteine coinvolte in diverse di queste malattie. Noi abbiamo pensato di utilizzarlo per la prima volta per due altre patologie, SLA e demenza frontotemporale, dove la proteina che si accumula è la stessa: TDP-43”.Identificarla nelle fasi precoci di malattia significa però che le forme patologiche di questa proteina sono eventualmente presenti in piccolissime quantità. Come fare a rilevarle? “Il senso di questa tecnologia è proprio questo: si catturano minime quantità della proteina patologica, o frammenti della stessa, e si fanno moltiplicare in moltissime copie identiche, fino ad ottenerne una quantità sufficiente a essere rilevata dalle strumentazioni. La presenza di queste forme patologiche della proteina rappresenta un indicatore del suo accumulo nel sistema nervoso centrale”.La ricerca ha messo insieme oltre alla SISSA, il San Martino di Genova, l’Università di Torino, il Carlo Besta di Milano, l’Istituto Auxologico Italiano, l’Università di Milano, l’Università di Brescia e l’Istituto Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia e tre altre realtà triestine: l’Università di Trieste, Elettra Sincrotrone e l’ICGEB. “Con tutti questi istituti abbiamo collaborato a diversi livelli” spiegano Scialò e Legname. “Molti di essi sono stati fondamentali per il reclutamento dei pazienti che sono stati coinvolti nella ricerca”. A tutti è stato prelevato un campione di liquido cerebrospinale, la sostanza che circonda il sistema nervoso centrale e in cui, hanno dedotto i ricercatori, è verosimile pensare di ritrovare la proteina TDP-43, anche se in piccole quantità. Su questi campioni è stato poi eseguito il test per individuare la proteina. “I pazienti coinvolti erano tutti portatori di una particolare mutazione genetica che sappiamo portare all’accumulo della proteina TDP-43 nel cervello. Con il nostro sistema, siamo riusciti a individuarla nel 94% di loro, che è un ottimo risultato”.“In questa fase – concludono i ricercatori – abbiamo messo a punto il test e verificato che funziona bene nell’individuare TDP-43. Ora saranno necessari ulteriori step per mettere a punto la metodica e il protocollo, per esempio ampliando il numero di pazienti su cui effettuare l’analisi. In questo primo test ne sono stati coinvolti ‘solo’ 36, ma siamo ancora in una fase iniziale. Bisognerà inoltre capire in quanti casi l’individuazione della proteina in fase precoce porti effettivamente allo sviluppo della malattia. Saranno quindi necessarie ulteriori indagini prima che questo test possa essere utilizzato in modo sicuro ed affidabile a fini diagnostici sperimentali, ad esempio per l’arruolamento di soggetti in trials clinici”. Ma i primi risultati ottenuti, assicurano, sono davvero incoraggianti.

Fonte: askanews.it

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Arriva lo zuccherometro per calcolare consumi giornalieri zucchero

In vista del Natale, tool fruibile da smartphone, tablet e pc

Si chiama “Zuccherometro” e serve a calcolare quanto zucchero viene consumato in una singola giornata. Facile da usare, sarà utile per genitori e pediatri per controllare il consumo di zuccheri di bambini e adolescenti, specie nel periodo delle feste natalizie in cui aumenta il consumo di dolciumi. E’ un tool fruibile da smartphone, tablet o PC realizzato dagli esperti di Educazione Nutrizionale Grana Padano.Con un semplice click sugli alimenti che si consumano quotidianamente e dopo aver indicato la quantità, il tool somma gli zuccheri semplici consumati in una giornata da maschi e femmine da 2 a 17 anni, misurando sia lo zucchero naturalmente presente nell’alimento, sia quello aggiunto durante le lavorazioni dei prodotti da forno, gelati, creme, e altro, come saccarosio e fruttosio. Dopo aver esposto la somma dei cucchiaini di zucchero consumati in una giornata, il programma la confronta con la quantità di zucchero che invece si dovrebbe assumere secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento per la Popolazione Italiana) e propone alimenti alternativi più salutari e con meno zucchero.“Oltre all’eccessivo consumo di zucchero, negli ultimi anni è aumentata l’assunzione di fruttosio aggiunto a bevande e cibi – ha sottolineato il Prof. Claudio Maffeis, ordinario di Pediatria dell’Università di Verona, e Presidente della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica – Questo contribuisce alla comparsa di fegato grasso e all’aumento dei livelli circolanti di lipidi ed è stato indicato come uno dei fattori che promuovono l’eccesso di peso e la sindrome metabolica”.Occorre quindi fare attenzione al saccarosio (zucchero comunemente inteso nonché disaccaride, cioè glucosio + fruttosio) che viene solitamente aggiunto a bevande e cibi, e al fruttosio utilizzato per dolcificare alcune bevande e ai succhi di frutta o cibi confezionati. Il consumo di zuccheri (presenti negli alimenti e aggiunti) secondo i LARN andrebbe limitato a quantità inferiori al 15% dell’energia introdotta giornalmente, quindi un bambino maschio di 8 anni dovrebbe mediamente consumare non più di 7-8 cucchiaini di zucchero in un giorno, compreso quello naturalmente contenuto nell’alimento. Un apporto di zuccheri maggiore del 25% dell’energia giornaliera totale va evitato, specie in Italia dove si registra un numero significativo di ragazzi sovrappeso e obesi.

Fonte: askanews.it

immagine Oncologia di precisione: in una goccia sangue impronte digitali cancro

Oncologia di precisione: in una goccia sangue impronte digitali cancro

Ricerca atenei Catania e Parma e Istituto Tumori Regina Elena di Roma

Può la luce, quando combinata con opportune nanotecnologie, aiutare gli oncologi a diagnosticare i tumori e assegnare trattamenti mirati ai pazienti? Può tutto questo essere messo in atto utilizzando solo il sangue dei pazienti ed in volume tale da poter applicare la procedura diagnostica molto frequentemente ed anche su pazienti particolarmente fragili? Un recente articolo dal titolo “Direct plasmonic detection of circulating RAS mutated DNA in colorectal cancer patients” pubblicato dalla rivista Biosensors and Bioelectronics della Elsevier, la più autorevole rivista scientifica internazionale nel settore della chimica analitica e tra le più autorevoli nel settore delle biotecnologie (Impact Factor: 10,257), apre nuove ed inattese prospettive. L’articolo nasce dalla collaborazione tra il gruppo di ricerca coordinato dal professore Giuseppe Spoto del Dipartimento di Chimica dell’Università di Catania, quello coordinato dal dottore Patrizio Giacomini dell’unità di Oncogenomica ed Epigenetica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, ed il gruppo del professore Roberto Corradini del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma. La collaborazione si è sviluppata nell’ambito del progetto europeo ULTRAPLACAD finanziato dalla Commissione Europea all’interno del programma quadro Horizon 2020.La possibilità di effettuare una diagnosi oncologica utilizzando solo il sangue prelevato dal paziente e non più i frammenti di tessuti prelevati dalla massa tumorale spesso a costo di invasive procedure chirurgiche, ha rappresentato uno dei più significativi avanzamenti dell’oncologia degli ultimi 15 anni. La nuova procedura prende il nome di biopsia liquida. Il sangue trasporta tracce molecolari del tumore che vanno identificate, sia per poter scoprire il tumore, sia per assegnare al paziente il trattamento farmacologico più efficace. Inoltre, il tumore si modifica nel corso del tempo, e per questo motivo è utile seguirlo longitudinalmente, nel corso di tutto il decorso di malattia, così da poter assegnare (tramite il sangue, appunto) al paziente il miglior trattamento farmacologico possibile in quel preciso momento. Il paziente oncologico necessita quindi di un frequente monitoraggio, che solo con la biopsia liquida può veramente attuarsi, perché solo col sangue si può avere un aggiornamento continuo delle caratteristiche molecolari del tumore.Il nuovo metodo identifica sequenze di DNA (il materiale genetico) associate alle cellule tumorali presenti in bassissime concentrazioni nel plasma ottenuto dal sangue del paziente. Per farlo, trae vantaggio da un metodo di rivelazione definito surface plasmon resonance imaging che viene combinato con l’uso di nanoparticelle metalliche funzionalizzate e di PNA, speciali ‘analoghi’ del DNA (molecole simili al DNA sintetizzate in laboratorio). Un prototipo industriale di questa apparecchiatura, frutto del lavoro di tutto il gruppo europeo ULTRAPLACAD, è installato presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Roma ‘Regina Elena’.

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immagine Oculisti: 8 su 10 a rischio glaucoma ma non si sottopongono a visite

Oculisti: 8 su 10 a rischio glaucoma ma non si sottopongono a visite

Aimo: il covid ha fermato tutto ma la patologia è andata avanti

Otto persone su dieci, seppure a rischio di glaucoma, non si sottopongono a visite oculistiche regolari con il rischio di perdere il campo visivo senza accorgersene. Il glaucoma, malattia oculare dovuta generalmente a una pressione dell’occhio troppo elevata, nelle sue fasi iniziali passa infatti spesso inosservato e quando iniziano a comparire i primi segnali l’integrità dell’occhio è già compromessa. In Italia ne sono affette oltre un milione di persone, ma una su due ancora non sa di esserlo. La patologia, seconda causa di cecità al mondo dopo la cataratta (ma prima a carattere irreversibile), ha una prevalenza di circa il 2,5% nella popolazione sopra i 40 anni di età. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo il numero delle persone di età compresa tra i 40 e gli 80 anni colpite da glaucoma è attualmente di 64,3 milioni. Cifra, questa, destinata ad aumentare (sempre secondo le stime) a 112 milioni nel 2040.I dati sono emersi nel corso dell’XI Congresso nazionale dell’Associazione Italiana Medici Oculisti (AIMO), che si è aperto oggi a Roma. L’evento, che quest’anno ha come slogan ‘Una buona vista supera le distanze’, è il primo in Italia nel campo dell’oftalmologia realizzato con formula ‘ibrida’, con relatori in presenza e partecipanti a distanza, ed è in programma fino a domani presso l’Hotel NH Collection Roma Vittorio Veneto.“Nel corso degli anni, soprattutto su una popolazione anziana come quella italiana, intervengono tantissime patologie. Una di queste, la più insidiosa e subdola, è il glaucoma – ha spiegato il presidente di AIMO, Luca Menabuoni – malattia polifattoriale che danneggia il nervo ottico e che ha un’incidenza molto importante soprattutto in chi non si sottopone a visite oculistiche complete (cioè con controllo del fondo oculare, anche attraverso OCT del nervo ottico, della pressione oculare e del campo visivo). Solo l’oculista quando si rende conto del danno papillare può intervenire tempestivamente. Se questo non accade, si va inevitabilmente incontro ad una ‘subdola’ perdita funzionale dell’occhio, tanto che il glaucoma, patologia tipica dell’over 45, è definito ‘il ladro silenzioso della vista’. Per questo è fondamentale sottoporsi a controlli periodici, nonostante oggi 8 persone su 10 a rischio glaucoma non lo facciano”. 

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Menopausa, esperti: sì a terapia ormonale sostitutiva, ma non per tutte

Da AME una guida in 7 punti per una gestione "personalizzata"

Le donne non sono tutte uguali, così come non lo è la menopausa. C’è chi avverte a malapena il cambiamento, chi invece inizia a soffrire di vampate di calore e sudorazioni notturne, chi riporta un calo del desiderio sessuale e chi presenta tutti questi sintomi e altri ancora insieme. Per questo la terapia indicata per una donna può non andare bene per un’altra.A sottolinearlo è la l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), a commento di un articolo pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine in cui si presenta il caso specifico di una paziente affetta dai classici sintomi della menopausa e le possibili alternative terapeutiche efficaci. Ispirata da questo paper, l’AME ha diffuso una guida, utile tanto ai medici quanto alle pazienti, per una gestione “personalizzata” della menopausa, con particolare riferimento alla terapia ormonale sostitutiva.“La menopausa è una fase molto delicata della vita di una donna – spiega il prof. Vincenzo Toscano, Past President AME – in questo periodo alcune donne accusano dei disturbi per i quali esistono cure e rimedi utili a garantire loro comunque una buona qualità di vita. Sono soluzioni, però, che non vanno bene per tutte e possono variare in base all’età della donna, alle patologie pregresse e ai sintomi riportati”, aggiunge. Tra i trattamenti più efficaci, nonché tra i più discussi, c’è la terapia ormonale sostitutiva. “Si tratta di una terapia che va a ‘correggere’ la mancanza di ormoni e, quindi, va a ridurre i sintomi della menopausa”, spiega Toscano. “Per diverso tempo è stata ‘demonizzata’, per via di un allarme lanciato dalla FDA sul possibile collegamento della terapia con una aumentato rischio di malattie cardiovascolari e cancro al seno. Tuttavia, analisi successive dei dati – continua – hanno evidenziato che i rischi erano significativamente più bassi per alcune donne e che la prescrizione del trattamento va valutato caso per caso”.Del resto, i sintomi possono variare tanto tra le donne in menopausa. “I sintomi vaso-motori, vampate di calore e sudorazione notturna, compaiono generalmente nella fase tardiva della peri-menopausa e durano in maniera variabile – spiega Toscano -. I fastidi genito-urinari, come frequenti cistiti e secchezza vaginale, vanno peggiorando con l’abbassamento dei livelli estrogenici e colpiscono più della metà delle donne.Per aiutare il medico e il paziente nella scelta dell’approccio più adeguato, AME ha diffuso una guida in 7 punti che riassume il comportamento attualmente considerato corretto per decidere se consigliare o meno la terapia ormonale sostitutiva: 1) Possono beneficiare della terapia le donne con vampate e sudorazioni notturne con un’età inferiore ai 60 anni, in menopausa da meno di 10 anni. 2) Le donne con menopausa precoce, in assenza di contro-indicazioni, possono assumere la terapia fino al raggiungimento dell’età media della menopausa (48-52 anni). 3) Studi osservazionali hanno dimostrato che l’incidenza del trombo-embolismo venoso, uno degli effetti collaterali della TOS, è minore con le formulazioni trans-dermiche rispetto a quelle orali. 4) No al “fai da te”. Infatti, non dovrebbero essere utilizzati preparati a base di ormoni naturali bio-identici (estradiolo, estriolo), se non approvati dagli organi regolatori, perché potenzialmente dannosi. 5) La terapia ormonale sostitutiva non è raccomandata per la prevenzione primaria o secondaria delle malattie cardiovascolari o della demenza. 6) Le terapie non ormonali con dimostrata efficacia nei confronti dei sintomi vaso-motori includono: i farmaci che inibiscono la ricaptazione della serotonina usati a basso dosaggio, quelli che inibiscono la ricaptazione della serotonina-norepinefrina e il gabapentin. Hanno dimostrato efficacia anche le misure che portano a perdita di peso, l’ipnosi e la terapia comportamentale. 7) Per le donne che presentano solo sintomi genito-urinari è raccomandato l’uso di estrogeni locali.“La menopausa non deve essere vissuta necessariamente come un incubo”, sottolinea Toscano. “Se ben gestita, infatti, la qualità della vita rimane intatta o quasi”, conclude.

Fonte: askanews.it

immagine Iss: nessun caso di morbillo in Italia da aprile ad agosto

Iss: nessun caso di morbillo in Italia da aprile ad agosto

Segnalati 101 casi fra gennaio e marzo

Nessun caso di morbillo in Italia da aprile ad agosto del 2020. Lo evidenzia il rapporto mensile dell’Istituto Superiore di Sanità. Dal 1 gennaio al 31 agosto 2020, in Italia, sono stati segnalati, da 12 Regioni, 101 casi di morbillo (incidenza 3,3 casi per m ilione), di cui 52 nel mese di gennaio, 40 nel mese di febbraio e 9 nel mese di marzo. Non sono stati segnalati casi nei mesi da aprile ad agosto 2020. L’età mediana dei casi è 33 anni. Sono stati segnalati cinque casi in bambini con meno di un anno di età. Il 93% dei casi (90/97 casi) per cui è noto lo stato vaccinale era non vaccinato al momento del contagio. Il 26% dei casi (26/101 casi) ha sviluppato almeno una complicanza. Sono stati segnalati 12 casi tra operatori sanitari e due casi tra operatori scolastici.Il 52% dei casi si è verificato in persone tra 15 e 39 anni di età. Tuttavia, l’incidenza più elevata si è verificata nei bambini con meno di cinque anni di età (4,6 casi/1.000.000). Sono stati segnalati cinque casi in bambini sotto l’anno di età (incidenza: 11,4 casi/1.000.000).Lo stato vaccinale è noto per 97/101 casi; di questi, 90 (92,8%) erano non vaccinati al momento del contagio, quattro (4,1%) avevano effettuato una sola dose, due (2,1%) avevano ricevuto due dosi e un caso (1,0%) non ricorda il numero di dosi.Il 25,7% dei pazienti (n=26) ha riportato almeno una complicanza. La complicanza più frequente è stata l’epatite/aumento delle transaminasi, seguita da cheratocongiuntivite. Sei casi (5,9%) hanno sviluppato una polmonite. Il 56,4% dei casi di morbillo segnalati è stato ricoverato e un ulteriore 16,8% si è rivolto ad un Pronto Soccorso.

Fonte: askanews.it

immagine Dentisti SIdP: per cura gengive farmaci da soli non bastano

Dentisti SIdP: per cura gengive farmaci da soli non bastano

No al fai da te. Ascoltare anche consigli del farmacista

Si rafforza il rapporto tra odontoiatra e farmacista alla luce delle nuove Linee Guida, recentemente pubblicate dalla Federazione Europea di Parodontologia, che confermano che non esistono farmaci che da soli possano curare la parodontotite. I trattamenti realmente efficaci sono infatti il controllo della placca batterica e nei casi più gravi la terapia chirurgica, mentre i farmaci utili sono soltanto antibatterici e antibiotici che devono essere prescritti dall’odontoiatra.In attesa di nuova opportunità di trattamento, il supporto del farmacista diventa perciò fondamentale per la salute orale del paziente in quanto può aiutarlo nella gestione dei farmaci raccomandati dallo specialista e nella scelta di prodotti come spazzolini e dentifrici per un’adeguata igiene orale.Lo sottolineano gli esperti della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), in occasione della Giornata Mondiale dei Farmacisti del 25 settembre, evidenziando che la ricerca scientifica sta valutando possibili terapie aggiuntive utilizzando farmaci comunemente impiegati nella cura di altre patologie, come ad esempio le statine e la metformina, che rinforzino la risposta immunitaria dell’organismo per migliorare i risultati della terapia parodontale, con risultati finora poco incoraggianti o insufficienti.“Purtroppo, come confermano le linee guida recentemente pubblicate dalla Federazione Europea di Parodontologia, non esistono farmaci efficaci per la cura della parodontite – osserva Luca Landi, presidente SIdP – . Questa patologia infiammatoria, che riguarda 8 milioni di italiani, deriva da uno squilibro batterico nel cavo orale che la risposta immunitaria non riesce a contrastare. La terapia non chirurgica di eliminazione del biofilm di placca batterica è perciò il primo passo per tenere sotto controllo la progressione della patologia, che nei casi più gravi invece richiede un trattamento chirurgico. Tuttavia, senza un adeguato controllo domiciliare della placca batterica da parte del paziente non si può arrivare alla guarigione dei tessuti né alla stabilizzazione del disturbo gengivale: ecco perché è indispensabile una stretta alleanza con il farmacista, che può aiutare il paziente nella scelta dei presidi di igiene orale come spazzolini e scovolini interdentali e di prodotti come dentifrici e collutori, che contengono principi attivi specifici per la prevenzione e la terapia di infiammazione gengivale, carie e ipersensibilità dentale. Il farmacista, figura di riferimento fondamentale per i cittadini, può diventare così complice e motivatore del paziente nel supportarne la salute e gli stili di vita”.Il farmacista inoltre concorre con lo specialista nel monitoraggio dell’utilizzo razionale dei farmaci prescritti ed è anche colui che, conoscendone qualità, principio attivo, interazioni ed effetti sull’organismo, può ,consigliarne l’uso in funzione delle esigenze. “Per il controllo farmacologico della placca batterica su può usare l’antibatterico clorexidina, che riduce l’infiammazione gengivale – riprende Landi – Somministrata in sciacqui orali per un periodo di tempo limitato, oppure applicata localmente nella tasca parodontale attraverso appositi chips, rappresenta un presidio farmacologico efficace, da utilizzare in associazione alla terapia di rimozione meccanica della placca. Anche l’applicazione locale di alcuni antibiotici nelle tasche parodontali sembra dare buoni risultati, che vengono mantenuti nei 6-9 mesi successivi al trattamento; l’uso degli antibiotici sistemici invece è raccomandato solo in alcune categorie di pazienti e va scoraggiato su ampia scala per evitare lo sviluppo di antibiotico resistenze”. (segue)

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Miopia nei bambini: cosa fare in caso di didattica a distanza

L'oculista: postura e distanza adeguate e luce solare

Tornati sui banchi di scuola ma resta lo spettro della didattica a distanza. E insieme riemerge la preoccupazione per la vista dei bambini. Dal mese di marzo fino all’estate, infatti, a causa del lockdown, piccoli e ragazzi sono stati seduti per ore davanti a tablet e pc per seguire le lezioni online, modalità che nel tempo potrebbero causare rischi per gli occhi. Tra i giovani, intanto, iniziano a salire i casi di miopia.“Con l’inizio della scuola i ragazzi passeranno un maggior numero di ore davanti al computer soprattutto se, e speriamo di no, vi saranno di nuovo lezioni a distanza – afferma Luca Iacobelli, responsabile della Divisione di Oftalmologia del Gruppo Sanitario INI, Istituto Neurotraumatologico Italiano – . Si è assistito ad un incremento importante della miopia negli ultimi anni, che attualmente colpisce circa un terzo dei bambini, e questo incremento, come dimostrato da numerosi studi, è sicuramente legato a fattori ambientali quali l’uso smodato di tablet e cellulari, il trascorrere tanto tempo al chiuso e non all’aria aperta con luce solare”.Quali sono allora i consigli per limitare al minimo l’uso dei dispositivi, anche nell’eventualità di nuove lezioni a distanza?“L’utilizzo di computer, tablet e smartphone va limitato all’essenziale e al necessario, cercando di garantire comunque una buona illuminazione ambientale, possibilmente solare. Per questo – prosegue l’esperto – consigliamo una vita sana all’aria aperta con una dieta ricca di liquidi, frutta e verdura, per limitare questo incremento di frequenza di miopia. In caso di uso protratto degli occhi davanti ai monitor, è comunque utile mantenere postura e distanza adeguate, inserendo frequenti momenti di pausa. In ogni caso i bambini vanno portati dallo specialista oculista per visite di routine intorno ai 3-4 anni e poi secondo bisogno. Se presente familiarità per miopia o segni quali avvicinarsi troppo al pc o alla tv tali visite andranno effettuate più precocemente”.

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Agente morbo ‘mucca pazza’ in genesi e aggressività tumori pancreas

Nuovo primato mondiale ricerca pisana su ruolo proteina prionica
Roma, 25 ago. (askanews) – Ancora un primato mondiale della ricerca sui tumori del pancreas svolta a Pisa. Un recente studio effettuato dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (Aoup) in collaborazione con l’Università di Pisa e l’Irccs Neuromed di Pozzilli (IS), sotto la responsabilità dei professori Luca Morelli e Francesco Fornai e recentemente pubblicato sulla rivista Pancreatology, ha dimostrato infatti, per la prima volta in letteratura, la presenza di prioni, gli agenti responsabili del morbo di Creutzfeldt-Jakob (cosiddetto ‘della mucca pazza’), nei tumori del pancreas asportati chirurgicamente, documentando anche un possibile ruolo nella loro genesi e nella loro aggressività biologica.Come è noto, il carcinoma del pancreas è uno dei tumori maligni con più elevato tasso di mortalità per aggressività e tendenza a metastatizzare. Dato l’incremento di incidenza di tale neoplasia, con stime che la prevedono al secondo posto in termini di mortalità per tumore di qui al 2025, la comprensione delle basi biologiche della malattia è fondamentale per migliorarne la prognosi.In particolare, uno degli aspetti più caratteristici di questo tumore, chiamato ‘neurotropismo’, è la sua spiccata capacità di diffondersi attraverso le strutture nervose peri-pancreatiche (infiltrazione perineurale). Le basi biologiche di tale meccanismo di aggressività sono tuttavia ancora ignote, ed è qui che entrerebbe in gioco la proteina prionica, condividendo anch’essa con il tumore del pancreas proprio un elevato neurotropismo. Non solo quindi agente responsabile del morbo della mucca pazza: recenti evidenze in laboratorio su linee cellulari hanno infatti mostrato un possibile ruolo della proteina prionica nella trasformazione neoplastica e, in particolare, un’associazione tra la sua presenza e l’acquisizione di una maggiore aggressività, ma si tratta di studi in vitro e senza implicazioni clinico-prognostiche.

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immagine Al Gemelli intervento di correzione in utero della spina bifida

Al Gemelli intervento di correzione in utero della spina bifida

Tra i primi casi in Italia di operazione alla 20ma settimana gravidanza
Roma, 13 ago. (askanews) – Effettuato al Gemelli un eccezionale intervento di correzione della spina bifida in utero alla ventiseiesima settimana di gravidanza. A realizzarlo è stata un’équipe composta da ginecologi ostetrici e neurochirurghi della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dell’Università Cattolica. Il bambino, al quale è stato dato il nome di Tommaso, è nato qualche giorno fa e sta bene. Ora proseguirà le cure presso il Centro spina bifida del Gemelli, struttura di riferimento nazionale.Tommaso era affetto da una grave forma di spina bifida, il mielomeningocele, caratterizzata dalla mancata chiusura del tubo neurale a livello lombosacrale, con protrusione delle meningi e del midollo spinale a tale livello. La correzione chirurgica viene in genere effettuata dopo la nascita, ma questi difetti peggiorano nel corso della gravidanza. Per questo si è optato per una correzione precoce in utero.Questo intervento è il risultato del lavoro di un team multidisciplinare che ha saputo coniugare la ricerca sui difetti di chiusura del tubo neurale alla diagnostica e alla chirurgia. Molti sono i protocolli attualmente in corso per meglio definire le cause della spina bifida e molte sono le speranze affidate alla chirurgia e alle nuove terapie di supporto per garantire a questi pazienti una migliore qualità di vita. Proprio al Centro per la cura e l’assistenza al bambino con spina bifida, dal 2007 Centro di riferimento della Regione Lazio, l’Università Cattolica ha destinato fondi del 5×1000 per finanziare progetti di ricerca che oggi hanno portato anche a questo risultato clinico.

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immagine Ricerca, propensione a mentire dipende anche da quanto mangiamo?

Ricerca, propensione a mentire dipende anche da quanto mangiamo?

Studio sull'influenza del metabolismo nella tendenza a dire bugie
Roma, 5 ago. (askanews) – Uno studio a cui ha partecipato l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), condotto dal Joint Research Center della Commissione Europea e il Gate-Lab del Cnr francese, getta le basi per comprendere l’influenza del metabolismo sulla propensione a mentire. I ricercatori hanno lavorato con 150 soggetti sperimentali, e hanno dimostrato che la propensione a dire il falso dipende in parte dai livelli di glucosio nel sangue e che potrebbe esserci un legame con l’obesità. Questi risultati sono stati pubblicati dalla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.“Ad oggi, sappiamo che i cambiamenti dello status energetico a breve termine, come quelli indotti dal digiuno o dalla sazietà, e quelli a lungo termine, come quelli associati all’obesità, possono influenzare una vasta gamma di processi cognitivi, quali memoria, attenzione, propensione al rischio e autocontrollo. Quest’ultimo è un elemento centrale per la capacità di compiere scelte etiche e morali”, spiega Eugenia Polizzi, ricercatrice Cnr-Istc e prima autrice dello studio.I partecipanti all’esperimento – spiega il Cnr – hanno ricevuto un bicchiere coperto con dentro un dado a 3 facce colorate. A seconda del colore riportato, i soggetti avrebbero ricevuto una ricompensa differente: 3 euro se fosse uscito rosso, 1 euro se giallo, nulla se blu. Metà dei soggetti ha tirato il dado prima di ricevere una colazione standard in laboratorio, mentre l’altra metà subito dopo averla fatta. Il risultato del dado era visibile solamente al partecipante, che poteva quindi barare, riportando ad esempio un colore diverso da quello effettivamente osservato. Ma siccome ogni colore ha 1/3 di probabilità di uscire, scostamenti da questa percentuale suggeriscono disonestà a livello di gruppo.“Se brevi cambiamenti nello status energetico incidessero sulla propensione a mentire, ci aspetteremmo che i soggetti a digiuno mentano più di quelli sazi, indipendentemente dalla situazione energetica globale. Tuttavia, i risultati forniscono solo un supporto parziale a questa previsione. Infatti, solamente i soggetti con indice di massa corporea sotto ai 25, e in particolare donne, hanno dimostrato di essere più onesti dopo aver fatto colazione”, prosegue la ricercatrice. “Al contrario, si stima che quando la bugia serviva a evitare di riportare il colore blu associato a zero ricompense, più dell’80% dei soggetti obesi abbia mentito, indipendentemente dalla colazione. Questo dato ci dice che la condizione di obesità potrebbe essere associata ad una difficoltà a gestire potenziali perdite”.Evidenze crescenti suggeriscono come l’obesità derivi da una complessa interazione tra aspetti comportamentali, neuronali e metabolici associati, ma non necessariamente in maniera casuale a uno sbilanciamento dei meccanismi che regolano l’omeostasi energetica, ovvero l’equilibrio tra l’energia introdotta e quella effettivamente utilizzata dall’individuo. “È dunque difficile spiegare l’influenza del metabolismo sul rispetto delle norme morali soltanto attraverso una prospettiva energetica. La speranza è che studi come questo possano però contribuire ad aumentare l’interesse verso questa tematica interdisciplinare, migliorando la nostra comprensione dei meccanismi psicologici, economici e biologici che governano le scelte morali”, conclude Eugenia Polizzi.

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immagine Ricerca, ridurre paura legata a un ricordo con stimolazione cerebrale

Ricerca, ridurre paura legata a un ricordo con stimolazione cerebrale

Studio Università Bologna: possibile superare ricordi traumatici
Roma, 3 ago. (askanews) – Un gruppo di studiosi dell’Università di Bologna ha messo a punto un nuovo paradigma sperimentale non invasivo che permette di alterare la memoria di un’esperienza negativa appresa: un risultato che apre la strada a nuovi trattamenti per superare ricordi traumatici.Il risultato dello studio – presentato sulla rivista Current Biology – è un protocollo innovativo che abbina un condizionamento aversivo – ovvero uno stimolo a cui è associato un evento spiacevole, generando così un ricordo negativo – con la neurostimolazione di una particolare porzione della corteccia prefrontale. In questo modo – spiega l’Alma Mater – il ricordo dell’evento aversivo viene modificato in modo tale da non generare più paura quando è richiamato alla memoria. “Utilizzando questa procedura sperimentale, che abbina stimolazione cerebrale e riconsolidamento mnesico, siamo stati in grado di modificare un ricordo aversivo che i soggetti avevano appreso il giorno precedente”, spiega Sara Borgomaneri, ricercatrice dell’Università di Bologna e prima autrice dello studio. “Si tratta di un risultato con importanti implicazioni per la comprensione dei meccanismi della memoria, che potrebbe permettere anche di sviluppare in futuro nuovi trattamenti per affrontare ricordi traumatici”.Al centro del lavoro dei ricercatori c’è il riconsolidamento, un processo che serve a mantenere, rafforzare e modificare i ricordi che sono già memorizzati nella memoria a lungo termine. “Ogni volta che viene rievocato, un ricordo può tornare ad essere modificabile per un periodo limitato di tempo”, spiega il ricercatore Simone Battaglia, co-autore dello studio. “Approfittando di questo breve spazio temporale, il paradigma sperimentale che abbiamo messo a punto riesce quindi ad interferire con il riconsolidamento di memorie aversive apprese in precedenza”.Per riuscire a “cancellare” la paura associata ad un ricordo negativo, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica chiamata Stimolazione magnetica transcranica (TMS) che, grazie ad una bobina posizionata sulla testa, permette di creare un campo magnetico in grado di modificare l’attività neurale di specifiche aree cerebrali. La TMS è una tecnica non invasiva (non prevede operazioni chirurgiche o altre azioni dirette sui soggetti coinvolti) e per questo viene molto utilizzata sia in campo di ricerca che in ambito clinico e riabilitativo. “Grazie all’utilizzo di questa tecnica siamo stati in grado di alterare la funzionalità della corteccia prefrontale che è risultata cruciale per il riconsolidamento di un ricordo aversivo”, spiega Sara Borgomaneri. “In questo modo, con la TMS abbiamo potuto ottenere risultati simili a quanto fino ad oggi si poteva fare soltanto attraverso somministrazione farmacologica”.La tecnica ideata dagli studiosi è stata messa alla prova con un esperimento che ha coinvolto 98 persone sane, tutte sottoposte all’acquisizione di una memoria aversiva e, il giorno successivo, ad un protocollo di TMS. “Per prima cosa abbiamo creato il ricordo aversivo, abbinando una stimolazione fastidiosa alla presentazione di alcune immagini”, spiega Borgomaneri. “Il giorno successivo, abbiamo poi presentato ad alcuni gruppi di partecipanti lo stesso stimolo, che a quel punto era stato immagazzinato nella loro memoria come aversivo, e immediatamente dopo abbiamo interferito, mediante TMS, con l’attività della loro corteccia prefrontale”. Per controllare l’efficacia del paradigma sperimentale, altri gruppi di partecipanti sono stati invece sottoposti a stimolazione magnetica senza la riattivazione del ricordo, e altri ancora hanno ricevuto la stimolazione magnetica in aree diverse dalla corteccia prefrontale, non coinvolte nella memoria di eventi aversivi.A questo punto restava solo da valutare se la stimolazione aveva ottenuto gli effetti sperati. Fatto passare un altro giorno, quindi, i ricercatori hanno testato la reazione dei diversi gruppi di partecipanti una volta rievocato il ricordo aversivo. E il risultato è stato positivo: i partecipanti ai quali era stata inibita l’attività della corteccia prefrontale mostravano una ridotta risposta psicofisiologica allo stimolo aversivo. Il ricordo consapevole dell’evento era rimasto intatto, ma l’impatto negativo era significativamente ridotto. “Questo esperimento ha dimostrato che è possibile modificare la resistenza di un ricordo potenzialmente traumatico: una novità che può avere ricadute importanti in campo clinico e riabilitativo”, spiega il professor Giuseppe di Pellegrino che ha coordinato lo studio. “Si tratta di una nuova tecnica che può essere applicata a contesti diversi e associata a diverse funzioni, a partire dal disturbo post traumatico da stress su cui abbiamo intenzione di concentrare le nostre prossime ricerche”.Lo studio è stato realizzato dal Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bologna, attivo al Campus di Cesena presso il Dipartimento di Psicologia. Gli autori sono Sara Borgomaneri, Simone Battaglia, Sara Garofalo, Francesco Tortora, Alessio Avenanti e Giuseppe di Pellegrino. La prima autrice, Sara Borgomaneri, è da pochi mesi ricercatrice RTDB al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna grazie al finanziamento ministeriale per i Dipartimenti di Eccellenza. Il lavoro del gruppo di ricerca è supportato da finanziamenti del Ministero della Salute, della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, della Fondazione Cogito (Svizzera) e Bial (Portogallo).

Fonte: askanews.it

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Osteoporosi, al via la campagna “Fai vincere le tue ossa”

Per sensibilizzare sulle fragilità ossee

Corretto stile di vita e costanza nel seguire la terapia indicata dal proprio medico. Ecco le prime regole per chi soffre di osteoporosi, sulle quali punta i riflettori “Fai vincere le tue ossa”, un’ampia campagna di informazione e sensibilizzazione che è appena partita. L’iniziativa, promossa da APMARR, Fondazione FIRMO e SeniorItalia, in partnership con Amgen Italia, che opera nelle biotecnologie farmaceutiche, si rivolge a tutti coloro che soffrono di fragilità ossea e in particolare a chi, a causa di questa, ha già subìto una frattura. Per questi ultimi, infatti, il rischio di una nuova frattura è molto elevato.

In Italia, ogni anno, si contano circa 600 mila fratture da fragilità, senza considerare quelle di cui i pazienti nemmeno si accorgono (vengono registrate solo il 20-25% delle fratture vertebrali), per il 90% collegate all’osteoporosi, malattia cronica alla quale spesso non si dedica l’attenzione dovuta.

Non solo, per le persone che hanno subìto una frattura di questo genere il rischio di “rifratturarsi” è 5 volte più elevato rispetto a una persona sana. L’adozione di una terapia adeguata è in grado di ridurre di circa il 65% questo rischio, ma nella realtà si osserva che, già dopo un anno, la metà dei pazienti interrompe il trattamento. È un quadro preoccupante per la salute pubblica, non solo per la qualità della vita dei cittadini, ma anche in termini economici, se si pensa che le fratture da fragilità costano ogni anno al Servizio Sanitario Nazionale circa 10 miliardi di euro, tra ospedalizzazioni, interventi e spese assistenziali.

Prendersi cura delle proprie ossa è estremamente importante e “Fai vincere le tue ossa” intende aiutare chi soffre di fragilità da osteoporosi a farlo nel modo migliore, puntando sulla prevenzione e sul ruolo decisivo del dialogo con il medico curante.

La campagna vedrà coinvolti mezzi digitali, oltre a carta stampata e TV con il claim “La terapia non è un gioco. Seguila”. Inoltre, sul sito www.ossafragili.it sono disponibili informazioni sull’osteoporosi, suggerimenti sui corretti stili di vita, consigli nutrizionali, una panoramica sui trattamenti, indicazioni utili per prepararsi a una visita medica, oltre alla possibilità di fare un test per sapere se si è a rischio o meno di osteoporosi e, di conseguenza, di fratture da fragilità.

Fonte: askanews.it

immagine Ricerca, ansia di stato e ansia di tratto: la risposta nel cervello

Ricerca, ansia di stato e ansia di tratto: la risposta nel cervello

Unitrento: importante riconoscerle per intervenire in modo mirato

L’ansia è un disturbo diffuso. In alcuni si manifesta occasionalmente, in certe particolari situazioni, mentre in altri si presenta come una costante. E spesso l’ansia si accompagna a problemi fisici come mal di schiena, mal di testa, nausea, tachicardia, tremori, difficoltà di respiro, svenimento. Diverse per intensità e durata, appartengono alla famiglia, ampia e variegata, dei disturbi d’ansia perf i quali finora non esistono soluzioni definitive. La ricerca neuroscientifica, però, fa continui progressi per sviluppare nuovi strumenti diagnostici e trattamenti più efficaci. Va in questa direzione lo studio di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Trento, appena pubblicato su “Scientific Report”, che aiuta a distinguere tra diverse forme di ansia e a individuare, per ognuna di esse, le soluzioni più adeguate.Il team ha investigato cosa accada nel cervello di persone affette da due delle principali tipologie: ansia di stato (una condizione temporanea) e ansia di tratto (che, invece, è una forma stabile, cronica). Nicola De Pisapia, ricercatore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Ateneo di Trento e coordinatore scientifico dello studio, spiega la differenza: “Oggi vi sentite particolarmente tesi, mentre di solito siete persone calme e tranquille? In questo caso si parla di ansia di stato. Se invece siete stranamente tranquilli, in contrasto con una generale tendenza al nervosismo, avete ansia di tratto. Quindi, l’ansia di stato riguarda il breve termine, mentre l’ansia di tratto è una caratteristica stabile di una persona”.Dall’esperienza clinica emerge, tra l’altro, che gli individui affetti da ansia di tratto – spiega l’Università di Trento – hanno difficoltà nel gestire situazioni stressanti, sono esposti al rischio di depressione, hanno funzioni cognitive alterate, una minore competitività sociale e una predisposizione a sviluppare disturbi psicopatologici. Riconoscere subito la natura dell’ansia di cui una persona soffre aiuta a scegliere il trattamento più adeguato ed efficace e a evitare che la forma episodica diventi un problema cronico. “Il nostro studio rende evidente quanto sia importante fare in modo che in un individuo l’ansia di stato non si trasformi in ansia di tratto, che è la forma cronicizzata. Una misura di contrasto sono le pratiche per diminuire l’ansia appena si presenta, ad esempio con tecniche di rilassamento, attività motoria e altre iniziative finalizzate a un benessere complessivo della persona” commenta De Pisapia.Lo studio era mirato a una migliore comprensione delle basi neurali dei due tipi di ansia. “Il nostro gruppo di ricerca – racconta De Pisapia – ha dunque osservato e misurato aspetti anatomici e attività a riposo del cervello in più di 40 individui tramite risonanza magnetica. Abbiamo poi correlato queste misurazioni con le variazioni di ansia di stato e di tratto nei partecipanti attraverso questionari standard, utilizzati anche nella pratica clinica. È emerso che gli aspetti più stabili legati all’ansia di tratto sono associati a specifiche configurazioni anatomiche, e dunque fisse, che portano a sviluppare pensieri negativi ripetitivi e incontrollati, mentre gli aspetti temporanei dell’ansia di stato sono correlati alla connettività funzionale del cervello, che è un’attività dinamica”.In altre parole l’ansia di tratto si può ricondurre a degli aspetti anatomici permanenti (nella corteccia mediale prefrontale e anteriore cingolata) a differenza dell’ansia di stato che invece si caratterizza per degli “intoppi” episodici nelle attivazioni cerebrali. Dalla ricerca condotta all’Università di Trento emergono indicazioni anche per la pratica clinica. “In base a ciò che abbiamo osservato – conclude Nicola De Pisapia – un miglioramento della regolazione dell’ansia potrebbe essere ottenuto con la farmacologia e/o con i metodi di neurostimolazione (come Transcranial Magnetic Stimulation o transcranial Direct Current Stimulation) in soggetti con ansia ad alto tratto. Infine, questi risultati possono portare alla creazione di nuovi strumenti diagnostici e trattamenti volti a migliorare i disturbi d’ansia e a fermare l’ansia prima che degeneri nella forma cronica”L’articolo “Trait and state anxiety are mapped differently in the human brain”, pubblicato il 6 luglio 2020 sulla rivista internazionale “Scientific Reports”, è stato scritto da Francesca Saviola e Jorge Jovich (Centro interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento) con Edoardo Pappaianni, Alessandro Grecucci e Nicola De Pisapia (Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento) e con Alessia Monti (Dipartimento di Scienze delle neuroriabilitazione, Casa di cura privata del Policlinico di Milano).
Fonte: askanews.it

immagine “Malattia delle vetrine”: ne soffrono più di 3000 campani

“Malattia delle vetrine”: ne soffrono più di 3000 campani

Parte da Napoli il Network con 16 ospedali in rete

L’ arteropatia periferica obliterante provoca una zoppìa che costringe chi ne soffre a fermarsi spesso, come quando si va in giro per vetrine. Una delle conseguenze più gravi della patologia che interessa la circolazione periferica è la necrosi degli arti inferiori che se non curati devono essere amputati. Nasce a Napoli il Network per l’AOP, l’arteropatia obliterante periferica, nota come “malattia delle vetrine”, di cui soffrono più di 3000 campani. La patologia è ostruttiva di tipo arterosclerotico, provoca cioè il restringimento delle arterie. E se a livello cardiaco e cerebrale i rischi ben noti sono ictus e infarto, negli arti inferiori il rischio è la mancata irrorazione dei tessuti con conseguente necrosi e amputazione dell’arto. I primi sintomi sono dolori al polpaccio e alla gamba che provocano una zoppìa intermittente. Da qui il nome “malattia delle vetrine” perché impedisce a chi ne soffre di camminare bene per il dolore e costringe le persone a fermarsi come quando passeggiano per lo shopping. I principali fattori di rischio della malattia sono l’età avanzata, l’ipertensione, il fumo, l’ipercolesterolemia ed il diabete mellito; il “piede diabetico” per esempio è una delle principali complicanze di cui soffrono i pazienti diabetici.Il Network per l’AOP ha come obiettivo quello di creare un nuovo modello assistenziale per i pazienti con AOP e mette in rete 16 Ospedali campani e nasce da una iniziativa del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università Federico II di Napoli. In ogni struttura ospedaliera un’équipe multidisciplinare composta da chirurghi vascolari e cardiologi prenderà in carico i pazienti che vanno incontro a rivascolarizzazione arteriosa – sia essa chirurgica che endovascolare – degli arti inferiori.Questi pazienti, come osservato in uno studio internazionale, sono particolarmente a rischio di eventi avversi, sia legati al cuore (i.e. infarto) che agli arti (i.e. amputazioni)1. Allo stato attuale, solo una parte ristretta riceve una terapia medica adeguata e che rispetti le raccomandazioni delle linee guida internazionali. I ricercatori coinvolti nello studio si occuperanno proprio di accertare che dopo la procedura di rivascolarizzazione i pazienti ricevano una valida terapia medica e che questa venga adeguatamente seguita nel tempo (consentendo , per esempio, ai pazienti di avere controllo appropriato della pressione arteriosa e dei livelli di colesterolo).

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immagine Sma, in Lazio e Toscana screening neonatale per oltre 30.000 neonati

Sma, in Lazio e Toscana screening neonatale per oltre 30.000 neonati

E' la prima volta in Italia: diagnosi per 6 piccoli

Oltre 30mila neonati nel Lazio e in Toscana sono stati sottoposti a screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale (SMA) e sei bambini sono stati identificati con diagnosi di SMA, malattia rara che progressivamente indebolisce le capacità motorie ed è la prima causa di morte genetica infantile. Questi i primi traguardi raggiunti ad oggi dal 5 settembre 2019, data di avvio del Progetto Pilota coordinato dal Dipartimento di Scienze della vita e sanita pubblica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma e realizzato in collaborazione con i centri nascita, le Istituzioni regionali, l’impegno di Famiglie SMA e dell’Osservatorio Malattie Rare (OMaR), grazie al supporto non condizionato di Biogen Italia.Il Progetto consente per la prima volta in Italia la possibilità di un test genetico universale – volontario e gratuito – per i bambini nati nel Lazio e in Toscana. Una piccola goccia di sangue prelevata dal tallone rappresenta una svolta storica per la comunità di pazienti con atrofia muscolare spinale, perché la diagnosi precoce unita a una terapia efficace è in grado di cambiare la storia naturale della malattia.“La diagnosi non sarà più una condanna ma un salvavita”: sottolinea la Presidente di Famiglie SMA Daniela Lauro. Dal 2017 esiste infatti un trattamento efficace per la patologia: un farmaco (incluso da AIFA tra i farmaci cosiddetti innovativi) per il quale è stato dimostrato che il trattamento somministrato prima che si manifestino i sintomi è molto più efficace di quello in presenza dei segni clinici della SMA. In base ai dati disponibili, bambini con diagnosi predetta di SMA grave, che avrebbero avuto un’aspettativa di vita inferiore ai due anni per la storia naturale della malattia, hanno avuto invece nella maggior parte dei casi tappe di sviluppo motorio sovrapponibili a quelle dei bambini non affetti, fino ad acquisire la deambulazione autonoma. In alcuni bambini la malattia non si manifesta, o si manifesta in forma lieve. 


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Tumori, melanoma cutaneo fa meno paura: 90% pazienti guarisce

Ma aumentano nuovi casi fra i più giovani. Quaderno informativo Aiom
Oggi il melanoma fa meno paura e aumentano le speranze anche per gli oltre 2.000 pazienti all’anno con diagnosi di malattia avanzata che oggi guariscono nella metà dei casi. Ma crescono i nuovi casi tra i più giovani: il 20% delle 12.000 nuove diagnosi registrate in Italia nel 2019 ha riguardato pazienti al di sotto dei 40 anni. Colpa soprattutto delle cattive abitudini con l’esposizione alle radiazioni ultraviolette naturali e artificiali i cui rischi sono ancora troppo sottovalutati. Abbiamo circa 2 metri quadrati di pelle che è il nostro vestito più importante ma anche quello più delicato e a rischio. Per anni il melanoma è stato uno dei tumori più temuti ma oggi fa meno paura e si può sconfiggere: l’87% dei malati sopravvive a cinque anni e uno su due sopravvive anche con diagnosi di malattia in stadio avanzato. Merito di diagnosi precoce e chirurgia ma anche delle tante novità nei trattamenti: le nuove terapie adiuvanti con farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapia specifica hanno aumentato la sopravvivenza dei pazienti con melanoma operato e con linfonodi positivi e dei pazienti con melanoma avanzato. Risultati positivi che non devono però distrarre l’attenzione dal numero crescente di pazienti sempre più giovani e dalla diagnosi precoce, tuttora difficile per il 10% dei melanomi perché si presentano con modalità insolite. Per informarsi sul melanoma, imparare come individuarlo e conoscere le possibilità di cura, Fondazione AIOM ha perciò presentato il Quaderno su Melanoma Cutaneo, che spiega in maniera semplice e completa i fattori di rischio, come si eseguono la diagnosi, l’analisi e la caratterizzazione dei melanomi, quali sono le cure in caso di malattia in stadio precoce o avanzato e soprattutto quali sono le precauzioni che consentono di prevenire il tumore.“Se riconosciuto presto, il melanoma può essere curato con successo anche solo con l’intervento chirurgico perché a differenza di altri tumori è visibile. Invece con il passare del tempo può diffondersi ad altri organi ed essere fatale. Per questo è fondamentale far attenzione alla propria pelle sottoponendosi a una visita di controllo dal dermatologo una volta all’anno e rivolgendosi subito allo specialista per qualsiasi cambiamento dell’aspetto della cute. Si deve fare di più per la prevenzione anche con un’esposizione solare accorta e protetta: purtroppo i rischi legati alle radiazioni ultraviolette naturali e anche ai lettini abbronzanti sono ancora troppo sottovalutati in particolare dai più giovani, con un numero crescente di nuovi casi al di sotto dei 40 anni – afferma Stefania Gori, Presidente di Fondazione AIOM e Direttore del Dipartimento Oncologico IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, Negrar di Valpolicella – con questi obiettivi nasce il Quaderno informativo sul melanoma di Fondazione AIOM, dove è possibile trovare consigli e informazioni utili non soltanto ai pazienti ma anche ai cittadini per conoscere e difendersi da questo tumore”.
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Salute, gli italiani e la “passione” per i farmaci di marca

L'ad di Teva Italia racconta il mercato italiano degli equivalenti
Il comparto farmaceutico è un comparto solido in Italia secondo Nomisma: nel rapporto 2019 per Assogenerici si legge che il valore della sua produzione ha superato i 31 miliardi di euro (stime relative al 2017). Nonostante ciò, il segmento dei farmaci equivalenti, che negli ultimi 10 anni ha registrato una crescita a volume a cui, tuttavia, non ha corrisposto una costante crescita in valore, non è ancora riuscito a sfruttare a pieno il suo potenziale, soprattutto se rapportato alle quote di mercato conquistate nel resto dei Paesi europei. Hubert Puech d’Alissac è amministratore delegato di Teva Italia, azienda leader a livello mondiale di farmaci equivalenti: dal suo osservatorio privilegiato l’assetto del nostro mercato appare “anomalo”. “In Europa – ci ha detto – il rapporto è 63% generici e il resto originatori. In Gran Bretagna e Germania siamo addirittura più vicini al 90-95% dei generici e il 10% originatori, in Italia invece siamo al 30 per i generici e 70% per gli originatori e questo è molto strano”.In Italia, va detto, il brevetto su un farmaco di marca può durare fino a 20 anni, un periodo di tempo lungo, durante il quale non c’è competizione sul prezzo (il prezzo, in questo caso, tiene conto dei costi di ricerca e sviluppo del principio attivo oltre a tutti i costi di promozione e commercializzazione sul mercato di un prodotto nuovo e il periodo di esclusiva ne consente l’ammortamento). Nel momento in cui scade il brevetto, può iniziare la produzione degli equivalenti e dunque c’è un fisiologico aggiustamento al ribasso dei prezzi. Questo, però, non è sufficiente a far decollare la domanda, perché in Italia con i farmaci c’è un tema di fiducia nei confronti della marca, non piuttosto un tema di capacità di spesa. Lo si vede nella “grande differenza tra il Nord e sud Italia: la quota di mercato dei generici nel Nord Italia è più o meno il doppio rispetto al Sud – spiega Puech d’Alissac – e questo non è collegato alla capacità di acquisto perché in Germania, per esempio, c’è una quota di mercato molto importante per i generici ed è chiaro che il potere di acquisto in Germania è il più alto di tutti in Europa, dopo il Lussemburgo”. Questo trend, spiega ancora l’ad di Teva Italia “non è collegato alla capacità di spesa, ma all’abitudine. In Italia le persone amano molto i brand, è la ragione per cui facciamo di tutto per sviluppare il brand Teva. Noi siamo leader del mercato dei generici in Italia: un generico su 4 è nostro, è un volume molto importante. Ogni giorno vengono venduti più di 500mila prodotti Teva, questo vuol dire che c’è fiducia in noi ma abbiamo bisogno di lavorare per sviluppare di più questa fiducia e fare molta ‘education'”.Eppure l’industria dei farmaci equivalenti contribuisce a liberare risorse per il sistema sanitario pubblico: secondo dati Aifa tra il 2011 e il 2017 sono state 1,6 miliardi di euro le risorse liberate dall’introduzione sul mercato di nuovi farmaci equivalenti o biosimilari. In questo senso, per fare decollare questo mercato “4 anni fa – racconta l’ad di Teva Italia – abbiamo iniziato un lavoro di informazione medico scientifica con i medici di medicina generale per sviluppare la conoscenza dei farmaci equivalenti e per spiegare chi siamo, che lavoro facciamo. La gente pensa che i farmaci generici siano prodotti in Cina, in India: no, noi abbiamo circa 65 fabbriche nel mondo, 40 sono in Europa e altre sono negli Stati Uniti e anche in altri Paesi, inclusi Cina e India ovviamente perché siamo presenti anche lì, ma la partita più grande è in Europa”.Nel nostro Paese ci sono sei siti produttivi Teva, cinque di essi fanno principi attivi: “L’Italia è il primo Paese per noi, dopo Israele, in termini di principi attivi; l’80-90% dei principi attivi fatti in Italia sono venduti all’estero. Il che vuol dire che abbiamo il know how, che siamo competitivi”. Ma come si sviluppare un farmaco equivalente? “La ricerca per lo sviluppo di un farmaco equivalente inizia 7-4 anni prima del lancio di un prodotto sul mercato, perché abbiamo bisogno di lavorare partendo proprio dai principi attivi, come farli e migliorarli grazie all’innovazione che nel frattempo evolve. Perché nel tempo cambia il processo produttivo dei principi attivi, ricerca e sviluppo vanno sempre avanti. La ragione per cui siamo molto forti in Italia è che abbiamo 5 siti produttivi di principi attivi. La ricerca dei generici è una ricerca sul principio attivo, noi poi dobbiamo dimostrare che il nostro prodotto è lo stesso dell’originatore e che l’efficacia è la stessa. Per vendere noi abbiamo bisogno di dimostrare che il prodotto, a livello del sangue abbia lo stesso dosaggio del farmaco di riferimento”. Forse, ammette Puech d’Alissac, il cambiamento potrebbe partire dal nome. “In effetti – riflette – è l’unico Paese dove i generici si chiamano equivalenti perché il termine generico in Italia non ha un valore positivo. Dovremmo iniziare da qui, dal valore dei farmaci equivalenti”.
Fonte: askanews.it

immagine Calvizie femminile, gli androgeni non sono sempre una “spia”

Calvizie femminile, gli androgeni non sono sempre una “spia”

Endocrinologi Ame: meglio intervenire tempestivamente
Alopecia androgenetica di nome, ma non sempre di fatto. O almeno non in apparenza. La perdita di capelli nelle donne, infatti, non è sempre legata alla presenza di elevati livelli di questo ormone maschile, come si crede comunemente. Lo ha ribadito l’Associazione Medici Endocrinologi (AME) che rilancia le ultime raccomandazioni pubblicate dall’Androgen Excess (AE)-PCOS Society relative alla valutazione, alla diagnosi e al trattamento dell’alopecia femminile, nonché alla sua associazione con l’iperandrogenismo. «I capelli possono cadere o diradarsi anche se le concentrazioni di androgeni nel sangue risultano normali», conferma Cecilia Motta, coordinatrice del Gruppo endocrinologia ginecologica di AME. I livelli di androgeni, quindi, non rappresentano sempre un valido “biomarcatore” dell’alopecia femminile e, di conseguenza, non sempre possono essere considerati come un indicatore del trattamento da seguire. «Questo significa, quindi, che molte donne affette da questo problema potrebbero beneficiare lo stesso del minoxidil, terapia topica con effetti anti-androgenici. Anche se le concentrazioni di androgeni nel sangue sono normali», sottolinea Motta.La calvizie femminile è un disturbo comune nelle donne, specialmente dopo la menopausa. Si stima che ne soffrano all’incirca 4 milioni di italiane con conseguenze psicologiche importanti. Se infatti perdere i capelli per gli uomini è un dramma, per le donne è una vera e propria tragedia. I capelli sono considerati dalle donne un elemento essenziale della loro femminilità. «La loro caduta ha un impatto significativo sul benessere psicologico e sulla qualità della vita» dice Motta. L’alopecia femminile si può manifestare con un progressivo diradamento dei capelli, con un loro assottigliamento o, in alcuni, casi con un rapido aumento della loro caduta. «Sono due i modelli di perdita dei capelli: perdita nell’area centrale della testa con conservazione della parte frontale dei capelli; e perdita prevalentemente frontale o modello dell’albero di Natale». In ogni caso il risultato può minare seriamente la qualità della vita delle donne che ne soffrono.Le cause dell’alopecia femminile sono ancora sconosciute. «Oltre alla concentrazione di androgeni, sappiamo che i geni ereditati possono svolgere un ruolo, così come forse anche l’infiammazione del cuoio capelluto» dice Motta. Le origini multifattoriali di questo problema sono la causa principale della mancanza di una cura definitiva. «Abbiamo solo trattamenti che possono bloccare o rallentare la perdita di capelli, – dice Motta – Il trattamento di prima linea è il minoxidil a cui si può aggiungere, tramite un’attenta valutazione caso per caso, una terapia sistemica antiandrogenica. Ancora poco chiari – continua – i benefici associati alla terapia con laser a bassa intensità e alle iniezioni di plasma ricco in piastrine (Prp)». Di certo c’è che prima si iniziano i trattamenti, migliori saranno i risultati. «E’ meglio intervenire quando il danno è ancora limitato in modo da arrestare la caduta”, aggiunge il prof. Vincenzo Toscano, Past President AME. – È quindi fondamentale rivolgersi tempestivamente a un endocrinologo che procederà con un’accurata valutazione clinica e inizierà a costruire, valutando un eventuale coinvolgimento di altre figure specialistiche come il dermatologo, un piano terapeutico adeguato”, conclude.
Fonte: askanews.it

immagine Calo record degli aborti in Italia: nel 2018 poco più di 76mila

Calo record degli aborti in Italia: nel 2018 poco più di 76mila

In leggero aumento il numero dei medici obiettori
In totale nel 2018 sono state notificate 76.328 interruzioni volontarie di gravidanza, confermando il continuo andamento in diminuzione del fenomeno (-5,5% rispetto al 2017) a partire dal 1983. E’ quanto evidenzia la Relazione al Parlamento sulla Legge 194 depositata dal ministro Speranza nei giorni scorsi. Questo è il quinto anno in cui è stato notificato un totale di IVG inferiore a 100mila casi: il numero delle IVG è più che dimezzato rispetto ai 234.801 casi del 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Tutti gli indicatori confermano il trend in diminuzione: il tasso di abortività (numero di Ivg rispetto a 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia), è risultato pari a 6,0 per 1.000 nel 2018, con una riduzione del 4,0% rispetto al 2017 e del 65,1% rispetto al 1982. Il dato italiano rimane tra i valori più bassi a livello internazionale.Il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza è diminuito in tutte le aree geografiche, ma diminuzioni percentuali particolarmente elevate si osservano in Umbria, Molise, Sardegna, Puglia, PA di Trento e Valle D’Aosta, mentre Marche, Friuli Venezia Giulia e PA di Bolzano mostrano un lieve aumento di interventi e di tassi di abortività.I tassi di abortività più elevati restano fra le donne di età’ compresa tra i 25 e i 34 anni. Per quanto riguarda la distribuzione percentuale, nel 2018 il 47,5% delle donne italiane che hanno abortito era in possesso di licenza media superiore, mentre il 44,7% delle straniere aveva la licenza media. Il 48,6% delle italiane risultava occupata (in aumento rispetto al 2017, quando le occupate erano il 46,9%), mentre per le straniere la percentuale delle occupate è del 38,2%, dato anche questo in aumento rispetto all’anno precedente. Per le italiane la percentuale delle nubili (61,3%) è in aumento e superiore a quella delle coniugate (32,4%), mentre per le straniere le percentuali nei due gruppi sono molto più simili (47,5% le coniugate, 47,3% le nubili). Il 45,3% delle donne italiane che ha eseguito una IVG non aveva figli.Dopo un aumento importante nel tempo, le interruzioni di gravidanza tra le donne straniere si sono stabilizzate e negli ultimi anni hanno mostrato una tendenza alla diminuzione. Se nel 2018 rappresentano il 30,3% di tutte le Ivg, valore identico a quello del 2017 ma inferiore al 33,0% del 2014, il tasso di abortività delle donne straniere continua a diminuire con un andamento costante (14,1 per 1000 nel 2017 rispetto a 15,5 nel 2016, 15,7 nel 2015 e 17,2 nel 2014). Le cittadine straniere permangono, comunque, una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età le straniere hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte.Nel 2018 le Regioni hanno riferito che ha presentato obiezione di coscienza il 69% dei ginecologi, il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale non medico, valori in leggero aumento rispetto a quelli riportati per il 2017 e che presentano ampie variazioni regionali per tutte e tre le categorie.
Fonte: askanews.it

immagine Coronavirus, i consigli dell’ISS per la sicurezza alimentare

Coronavirus, i consigli dell’ISS per la sicurezza alimentare

Dal campo alla tavola.

Produzione, commercializzazione e consumo degli alimenti: le indicazioni dell’ISS per farlo in sicurezza sono consultabili nel rapporto tecnico “Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia da virus SARS-CoV-2” realizzato dal Gruppo Sanità Pubblica veterinaria e Sicurezza alimentare e appena pubblicato on line.Il documento è dedicato, infatti, sia agli operatori del settore alimentare che devono seguire la corretta igiene nella produzione primaria, controllare e tracciare i prodotti, dare informazioni al consumatore attraverso una idonea etichettatura, sia ai consumatori che devono seguire regole precise in ambito domestico di igiene, conservazione e consumo degli alimenti.Tra le indicazioni dell’ISS si raccomanda anche al personale operante negli esercizi di vendita di attenersi in modo scrupoloso alle buone pratiche igieniche che devono comprendere anche la gestione delle pulizie, il controllo degli accessi nei supermercati, la distribuzione di prodotti igienizzanti per le mani.Anche il consumatore deve seguire una serie di misure che riguardano la sistemazione della spesa, il lavaggio delle mani, la separazione dei prodotti crudi e di quelli cotti nel frigorifero, la disinfezione delle superfici di casa illustrate in un’infografica dedicata.Fra l’altro L’Iss ricorda che secondo gli studi disponibili, “SARS-CoV-2 risulta efficacemente disattivato dopo 5 minuti di esposizione a comuni disinfettanti quali soluzioni a base di cloro allo 0,1%, etanolo al 70% o ad altri disinfettanti quali clorexidina 0,05% e benzalconio cloruro 0,1% . Relativamente alle condizioni esterne di temperatura, SARS-CoV-2, come altri coronavirus e come gran parte dei virus, risulta stabile alle temperature di refrigerazione (+4°C), con una riduzione totale del virus infettante – in condizioni ottimali per la sua sopravvivenza come quelle sperimentali di laboratorio – pari a circa 0,7 log in 14 giorni. A temperatura ambiente, di contro, SARS-CoV-2 mostra una minore stabilità e virus infettante può essere rilevato fino a 7 giorni a 22°C o fino a 1 giorno a 37°C. Infine, SARS-CoV-2 mostra, nei confronti delle temperature rilevanti per i processi di preparazione dei cibi (cottura e mantenimento dalla temperatura nelle attività di ristorazione), un comportamento analogo a quello di altri Coronavirus come SARS e MERS, non essendo possibile rilevare virus infettante dopo 30 minuti a 56°C e dopo 5 minuti a 70°C”.
Fonte: askanews.it

immagine Oculisti Soi: troppe ore fra pc e smartphone, ragazzi rischiano miopia

Oculisti Soi: troppe ore fra pc e smartphone, ragazzi rischiano miopia

Piovella: 30 secondi di stop ogni 20 minuti mantiene occhio in forma.

Preferire il computer allo smartphone, lubrificare regolarmente gli occhi con le lacrime artificiali ma soprattutto fermarsi ogni 20 minuti davanti a uno schermo e distogliere lo sguardo per almeno 30 secondi e, non appena termina la quarantena, passare più tempo possibile all’aria aperta: 2 o 3 ore verso le 12.Sono alcune delle raccomandazioni di Matteo Piovella, Presidente della SOI – Società Oftalmologica Italiana, per contrastare l’insorgere della miopia nei bambini. Il momento più delicato è quello tra gli 8 e i 13 anni, l’età dove normalmente si sviluppa il difetto visivo più diffuso, che arriva a interessare circa una persona su quattro nel mondo occidentale, con punte di incidenza molto alte nel mondo orientale. Il problema rischia di acuirsi con l’epidemia da coronavirus e la prolungata quarantena che ha fatto lievitare il numero di ore trascorse davanti ai monitor, complice anche l’avvento della didattica a distanza. Del resto, è ormai un dato di fatto che i nostri occhi rispondono a migliaia di stimoli digitali, e recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte delle persone trascorre in media 8-10 ore (con picchi fino a 15 ore) guardando schermi a distanza ravvicinata. Ma è nell’età dell’evoluzione che si possono attuare importanti strategie per prevenire questo disturbo.«I bambini che stanno meno all’aria aperta, come accade purtroppo oggi, sono più predisposti a far progredire la loro miopia – sottolinea Piovella -. Per questo è fondamentale, quando si svolge un’attività da vicino, come ad esempio l’utilizzo di computer o videogiochi, ogni 20 minuti fermarsi per circa 30 secondi, distogliere gli occhi dallo schermo, per fissare lo sguardo all’infinito in lontananza e rilassare la messa a fuoco prima di ritornare a lavorare. Nei bambini la messa a fuoco è automatica e il mantenere questa tensione ininterrottamente, senza fare piccole pause di 30 secondi, sembrerebbe collegato con l’aumento della miopia». «Voglio sensibilizzare in primo luogo gli insegnanti, soprattutto in questo periodo di scuola telematica – continua Piovella -. Si tratta ormai di indicazioni consolidate, verificate e validate a livello internazionale. Nella didattica a distanza per i bambini è ovviamente fondamentale anche ridurre le ore rispetto al normale orario scolastico e comunque prevedere degli intervalli, in particolar modo nei ragazzi dagli 8 ai 12-13 anni, l’età in cui normalmente si sviluppa la miopia».Il problema della miopia è purtroppo diventato un problema endemico: nei paesi asiatici – sottolinea l’esperto – negli ultimi 15 anni ci si sta avviando verso il 100% di ragazzi miopi, e in Europa i numeri stanno molto aumentando. Per questo Piovella raccomanda prevenzione e controllo. «Non appena potremo uscire – continua – dovremo fare in modo che i nostri ragazzi possano trascorre 2-3 ore al giorno all’aria aperta, quando possibile, specialmente nell’orario intorno a mezzogiorno perché sembra che la luce naturale del sole abbia una funzione difensiva nell’evoluzione della miopia. Per cui i bambini che stanno meno all’aria aperta, come accade purtroppo oggi, sia a causa dell’emergenza Covid 19 sia per i troppi impegni extra scolastici a cui spesso sono sottoposti, sono più predisposti a far progredire la loro miopia. Ma resta fondamentale andare periodicamente dall’oculista: bisogna fare i controlli suggeriti perché queste visite hanno anche il compito di individuare, man mano che crescono, l’esistenza di piccoli difetti visivi che magari non vengono percepiti nè dal ragazzo nè dai genitori ma possono dare problemi» sottolinea il Presidente SOI
Fonte: askanews.it

immagine Fase 2, geriatri: bene nonni ‘liberi’ ma controllo a distanza

Fase 2, geriatri: bene nonni ‘liberi’ ma controllo a distanza

Almeno per gli anziani più fragili.

Sbloccare il lockdown indipendentemente dall’età è un “Fatto molto positivo e logicamente fondato”. Infatti, “non l’età in sé, ma le malattie croniche, più prevalenti in età avanzata, e l’esposizione cumulativa al fumo che condizionano una maggiore vulnerabilità al Covid 19”. A dirlo è Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di prevedere, dal 4 maggio, qualche concessione agli spostamenti anche per gli anziani.“Non pochi anziani godono di salute invidiabile, così come non pochi adulti o giovani hanno la salute minata da importanti malattie croniche – aggiunge Antonelli Incalzi – . Inoltre, il protratto confinamento riduce l’esercizio fisico, che è a tutti gli effetti un ‘farmaco salvavita’ negli anziani. Non è forse un caso che negli ultimi due mesi le morti per infarto siano aumentate del 40%”. Secondo i geriatri, più che la paura del contagio in ospedale e, più in generale, del venire meno della comune procedura di assistenza, è molto più verosimile che vi abbia concorso la mancanza dell’esercizio, che ha un effetto anti-infiammatorio, migliora il metabolismo glucidico, ha ripercussioni favorevoli sul tono dell’umore e sulle capacità cognitive.“Nei malati con demenza – precisa – il confinamento sta avendo effetti drammatici, con frequente inversione del ritmo sonno-veglia e accresciuto fabbisogno di anti-psicotici per porre un freno all’agitazione psicomotoria. Per questi e per tanti altri motivi sarebbe stato illogico continuare a tenere gli anziani confinati in casa, come pure da varie parti si suggeriva”.Quali regole si possono seguire? Per il Presidente SIGG, “fermo restando il rispetto scrupoloso delle prescrizioni di protezione individuale, in zone a maggiore rischio di contagio i soggetti più vulnerabili dovrebbero avere cura di uscire allorché sia più bassa la densità di persone in strada e, per quanto possibile, evitare luoghi che, pur in presenza delle misure di distanziamento, possano presentare una densità di presenze maggiore. Contestualmente, vanno mantenute da parte di tutti le norme di igiene individuale e ambientale che abbiamo imparato e che dovrebbero divenire ‘automatiche’ nei nostri comportamenti”. Antonelli Incalzi chiede al Governo e alle Regioni di “prevedere l’ausilio di un sistema di monitoraggio remoto degli anziani più a rischio, per cogliere tempestivamente l’eventuale esordio di Covid-19 e soprattutto prevenire l’aggravamento delle patologie croniche. I soggetti da monitorare – spiega – potrebbero essere scelti secondo i criteri di selezione degli anziani a rischio durante le ondate di calore estivo. Il monitoraggio può avvalersi di vari strumenti tecnologici di agevole uso e andrà affidato ai medici di medicina generale con il supporto dei geriatri per le situazioni più problematiche e con un variabile apporto di personale infermieristico”.
Fonte: askanews.it

immagine IIT: robot per telemedicina da costruire in ospedale a 1000 euro

IIT: robot per telemedicina da costruire in ospedale a 1000 euro

Materiali comuni e software gratuito: già in uso in tre strutture.

Non c’è bisogno di grandi investimenti o procedure complesse per usare i robot per assistere i malati ricoverati con Covid-19: i componenti – tra i quali un aspiratore due cellulari – sono oggetti acquistabili su tutte le principali piattaforme di commercio on line per circa mille euro, e il software la vera anima del robot per la teleassistenza, lo mette a disposizione gratis IIT, l’Istituto italiano di tecnologia.Il minirobot consente di prestare ai ricoverati in isolamento assistenza di base, dalla consegna dei farmaci ai consulti, e anche di rendere facilmente accessibili i contatti e le relazioni – per quanto a distanza – tra i pazienti e i parenti. I primi tre robot sono già attivi nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, nell’a Azienda USL Toscana Nordovest di Massa-Carrara e nel Centro Polivente Anziani Asfarm di Induno Olona, rivelandosi preziosissimi per ridurre i rischi di contagio degli operatori sanitari.Il minirobot è il cuore del progetto LHF-Connect di IIT che prevede di mettere a disposizione delle strutture sanitarie tutte le istruzioni per la costruzione del presidio di telepresenza. Il software che guida e gestisce il minirobot è stato sviluppato da un team di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) in collaborazione con l’Università di Pisa, ed è rilasciato in open source anche sulla piattaforma TechForCare.com recentemente lanciata dall’Istituto per la Robotica e le Macchine Intelligenti (I-Rim) e Maker Faire Rome; e proprio la comunità dei makers italiani offre il supporto a quanti hanno bisogno di assistenza nella fase di assemblaggio.Tecnicamente LHF-Connect è costituito da una base mobile realizzata modificando un’aspirapolvere robotico commerciale, da un piedistallo e due cellulari o tablet. Il software sviluppato dal team IIT e Università di Pisa permette la supervisione del robot da parte di un operatore remoto, rendendolo così in grado di raggiungere i letti dei pazienti ricoverati in isolamento. Quando la connessione tra il paziente e il medico o il parente è stabilita, il pilota volontario abbandona la comunicazione per garantire la privacy. Il robot è dotato di una intelligenza artificiale che ne aiuta la navigazione, ma viene supervisionato a distanza da una persona che gli impartisce gli ordini. Al momento il robot viene utilizzato con l’assistenza remota di ricercatori o di operatori sanitari, ma il progetto prevede di istruire i volontari che offriranno alcune ore per guidare a distanza i robot nei reparti Covid-19 che li richiedono, aiutando il personale sanitario già sovraccarico di attività. I volontari possono dare la propria disponbilità sul sito del progetto. Qualsiasi struttura sanitaria che abbia bisogno di questa specifica soluzione può collegarsi al sito www.lhfconnect.net dove, oltre a poter vedere il robot in azione, sono disponibili tutti i disegni, il software e le istruzioni per chiunque voglia replicare il dispositivo. Questa e altre iniziative saranno anche presenti sulla piattaforma TechForCare.com e sul sito istituzionale dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). (https://www.iit.it/iit-vs-covid-19).‘Abbiamo parlato molto con i medici ed il personale sanitario, e abbiamo scoperto che non c’era bisogno di ‘rocket science’ per essere veramente utili, oggi e dovunque serva, in questo momento di emergenza. Ci è stato detto che un semplice robot di telepresenza sarebbe stato di grande aiuto per gli operatori, continuamente esposti a rischi di contagio, e per i ricoverati in reparti Covid-19, che rimangono isolati per settimane senza poter avere contatti con le proprie famiglie – racconta Antonio Bicchi, ricercatore IIT, professore all’Università di Pisa e Presidente di I-Rim – Il nostro obiettivo è dare ora il nostro contributo per la gestione delle strutture ospedaliere e un leggero sollievo ai ricoverati e alle loro famiglie. La ricerca italiana in Robotica, che è una delle più forti al mondo, continua intanto a preparare il futuro’. ‘Il progetto LHF-Connect offre grandi opportunità ai pazienti affetti da Covid-19, alle persone che vogliono essere loro vicine ed al personale sanitario, duramente impegnato in questa situazione di vera emergenza -dice Mauro Ferrari, professore di Chirurgia e Direttore del Centro ENDOCAS dell’Università di Pisa – Le potenzialità del progetto, tuttavia, si potranno sviluppare oltre i confini di questa fase e saranno utilissime per disegnare una assistenza sanitaria molto più improntata sull’uso della telemedicina. Per questo, sia la Direzione Aziendale, sia i medici già coinvolti nel progetto hanno manifestato interesse e grande disponibilità’. Il progetto LHF, di cui LHF-Connect è il primo prodotto, prende il nome da ‘Low Hanging Fruits’ cioè quei frutti della ricerca robotica più avanzata svolta negli anni passati, e che sono oggi a portata di mano per una applicazione vasta e immediata. Nell’emergenza Covid-19, i ricercatori del progetto LHF hanno raccolto le necessità delle strutture ospedaliere e pensato a soluzioni rapide e realizzabili con oggetti commerciali di largo consumo, collaudati e disponibili facilmente, in breve tempo e con una spesa ridotta. Questo progetto ha potuto svilupparsi anche grazie all’azienda iRobot, la casa madre di Roomba – il robot aspirapolvere più diffuso e prodotto in milioni di esemplari – che ha concesso al progetto tutto italiano LHF-Connect di accedere alle proprie librerie software usandole e modificandole. Il progetto LHF è libero da ogni interesse commerciale e aperto all’utilizzo di qualsiasi prodotto possa essere utile.Il primo robot assemblato è ora operativo nelle corsie dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana (AOUP) a Cisanello e permette al personale sanitario di controllare i pazienti ricoverati affetti da Covid-19 in remoto e di connetterli con le loro famiglie e amici attraverso le video chiamate, per alleviare i lunghi periodi di degenza. Altri test sono stati fatti nel Nuovo Ospedale Apuano della Azienda USL Toscana Nordovest. La tecnologia consente inoltre di prestare forme di assistenza di base come la consegna dei farmaci, diminuendo l’esposizione del personale sanitario al virus e riducendo la possibilità di contagio.In particolare il dispositivo è stato testato, sia in reparti Covid-19 che di terapia intensiva e sub-intensiva, mettendo in comunicazione una paziente ricoverata in corsia e i suoi familiari, che dal momento del ricovero non avevano avuto la possibilità di vedersi. La procedura è avvenuta senza rendere necessaria l’esposizione del personale medico. Durante la sperimentazione si sono valutate anche le procedure per la sanificazione del dispositivo e sono state studiate le modalità per garantire la massima protezione della privacy.Si sono inoltre sperimentate le potenzialità nel campo della telemedicina effettuando un consulto a distanza in un reparto di terapia intensiva tra il direttore del Dipartimento di Anestesia e rianimazione dell’Aoup Fabio Guarracino e un paziente intubato. Il medico ha osservato i monitor e interloquito con l’infermiere che assisteva il paziente. L’utilizzo di LHF-Connect ha consentito di ridurre sensibilmente i tempi complessivi del consulto, poiché non si è resa necessaria la fase di preparazione e vestizione del medico, e di limitare l’esposizione del personale al rischio di contagio. Inoltre il consulto può avvenire a distanza, anche da una città all’altra, aprendo la strada a molte numerose applicazioni. Un terzo robot, assemblato autonomamente seguendo le istruzioni del progetto, è invece operativo presso il Centro Polivalente Anziani Asfarm di Induno Olona (Va), un RSA al momento Covid19-free, grazie alle azioni preventive dei gestori della struttura, dove il dispositivo mette in comunicazione gli ospiti con i parenti e, teloperato dagli operatori della struttura, fornisce assistenza portando quotidiani o medicinali. ‘Quando si sarà allentata la pressione sui ricoveri per Covid-19, che stiamo già osservando da qualche settimana anche nel nostro ospedale – dichiara il direttore generale dell’Aoup Silvia Briani – è naturale che riprendano gradualmente tutte le attività ma niente potrà più essere replicato con le stesse modalità della fase pre-Covid-19 perché ci saranno nuovi standard di sicurezza cui attenersi. Per cui stiamo già lavorando alla cosiddetta ‘ripartenza’ in accordo con le indicazioni regionali e queste potenzialità offerte dal dispositivo, in particolare sulla telemedicina/teleconsulto sono interessanti e meritano quindi di essere testate’. ‘Un progetto concreto che dà un contributo sostanziale nella gestione di questa emergenza che coinvolge ogni ambito della nostra vita, compreso quello affettivo. Ma che soprattutto richiede nuove modalità di intervento in campo assistenziale e medico – commenta il Rettore dell’Università di Pisa, Paolo Mancarella -. Con LHF-Connect facciamo un passo in più verso la Fase 2 e la nostra Università è fiera di aver fatto parte di questo progetto che nasce da una preziosa collaborazione tra pubblico e privato e che conferma, una volta di più, come il nostro sistema Universitario sia un’eccellenza su cui è necessario investire per il futuro del Paese’. Il progetto rientra nell’iniziativa TechForCare, una piattaforma, recentemente lanciata su iniziativa di I-RIM, l’Istituto per la Robotica e le Macchine Intelligenti che riunisce la ricerca accademica più visionaria e l’industria aperta alle tecnologie avanzate e Maker Faire Rome – The European Edition punto di incontro della community dei makers e degli innovatori. TechForCare ha il ruolo di raccogliere le esigenze tecnologiche nate in seguito all’emergenza Covid-19 e connetterle con chi tra Istituti di ricerca e Makers può offrire soluzioni pronte in breve tempo.
Fonte: askanews.it
 

immagine Coronavirus, al Bambino Gesù consulenze a distanza per famiglie

Coronavirus, al Bambino Gesù consulenze a distanza per famiglie

06 6859 2088 il numero per contattare i pediatri dell'Ospedale.

Nel periodo di sospensione delle attività ambulatoriali non urgenti disposto dalla Regione Lazio, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù potenzia i servizi di consulenza a distanza per dare risposte ai problemi di salute dei piccoli pazienti costretti a casa per l’emergenza coronavirus. Pediatri, neonatologi, allergologi, nutrizionisti e psicologi saranno a disposizione, al telefono o via web, per dare informazioni e suggerimenti alle famiglie e soprattutto per verificare che durante la quarantena non vengano trascurate terapie, ignorati segnali di altre patologie o rimandati controlli in Ospedale che invece possono rivelarsi necessari. Potenziati anche i servizi di telemedicina per i malati cronici seguiti dagli specialisti del Bambino Gesù. L’appello della presidente Mariella Enoc: «State a casa con i vostri bambini, ma non rimandate i controlli in Ospedale quando sono urgenti o importanti per altre patologie».Ecco di seguito i servizi attivati. L’ambulatorio pediatrico diventa ‘telefonico’. Al numero 06 6859 2088, dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 19, un team di medici pediatri sarà a disposizione delle famiglie per i bambini e ragazzi con bisogni di salute non urgenti e per i piccoli pazienti che prima dell’emergenza avevano già avviato un percorso di cura presso gli ambulatori e i Pronto Soccorso del Bambino Gesù. Al telefono verranno raccolte e valutate tutte le informazioni, quindi verrà inquadrato il tipo di assistenza più appropriato, comprese, se necessario, valutazioni ambulatoriali o visite specialistiche.

Fonte: askanews.it

immagine Coronavirus, volano acquisti ortofrutta per ricerca vitamine

Coronavirus, volano acquisti ortofrutta per ricerca vitamine

Prandini: attenzione perché mancano lavoratori per la raccolta

Con l’emergenza Coronavirus gli italiani vanno a caccia di vitamine per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus con la spesa di frutta e verdura delle famiglie che balza del 16% nei supermercati nazionali. E’ quanto emerge da una analisi di Coldiretti su come sono cambiati gli acquisti alimentari delle famiglie, secondo i dati IRI relativi all’ultima settimana rilevata dall’8 al 15 marzo. Una crescita trainata dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine poiché secondo Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi Milano “la miglior alimentazione per il nostro organismo, quella che più potrebbe aiutarlo ad affrontare un’infezione da coronavirus, è quella mediterranea. Consiglio di consumare alimenti ricchi di vitamina B e C, e oligominerali”.Nei supermercati, discount, negozi e mercati – sottolinea la Coldiretti – è corsa all’acquisto di arance, kiwi, mele, pere, fragole ma anche insalate, carote, pomodori, cavolfiori, broccoli, carciofi, asparagi e patate che garantiscono una riserva naturale di vitamine. A preoccupare gli agricoltori – continua la Coldiretti – la difficoltà delle spedizioni all’estero dove lo scorso anno è stata esportata ortofrutta per un valore di quasi 5 miliardi, messi ora a rischio dalle campagne di disinformazione e dai lunghi rallentamenti alle frontiere che danneggiano i prodotti deperibili. Pesa però soprattutto – precisa la Coldiretti – la mancanza di manodopera per i nuovi raccolti arrivati in anticipo per effetto del caldo inverno. Con i vincoli alla circolazione tra Paesi – spiega la Coldiretti – è a rischio più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero, soprattutto Est Europa come Romania, Albania, Bulgaria e Polonia. Sono molti i “distretti agricoli” del nord dove i lavoratori immigrati rappresentano una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale come nel caso – evidenzia la Coldiretti – della raccolta delle fragole e asparagi nel Veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva, delle mele, delle pere e dei kiwi in Piemonte, dei pomodori, dei broccoli, cavoli e finocchi in Puglia.“Occorre intervenire al più presto per sopperire alla mancanza di manodopera stagionale e non pregiudicare le fornitura di generi alimentari a negozi e supermercati rimasti aperti e per questo occorre prorogare gli attuali permessi per lavoro stagionale in scadenza al fine di evitare ai lavoratori stranieri di dover rientrare nel proprio Paese di origine” chiede il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che peraltro “è anche necessaria una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa consentire da parte di cassaintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare una occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne”.L’82% degli italiani cerca di acquistare prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio secondo l’indagine Coldiretti Ixè. E per non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy è importante verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che – conclude la Coldiretti – è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche più freschi e durano di più. E per venire incontro a queste nuove esigenze dalla Val d’Aosta alla Sicilia gli agricoltori dei mercati, degli agriturismi e delle fattorie degli agricoltori di Campagna Amica hanno attivato anche servizi di consegna a domicilio, per far arrivare sulle tavole degli italiani le eccellenze del territori a chilometri zero con le iniziative visibili sul sito www.campagnamica.it. Comprare frutta e verdura a chilometri zero dal contadino non solo garantisce maggiore freschezza ma aiuta il lavoro e l’economia del territorio #MangiaItaliano.
 

Fonte: askanews.it

immagine Coronavirus, Velotti (Sapienza): rischio “pandemia comportamentale”

Coronavirus, Velotti (Sapienza): rischio “pandemia comportamentale”

L’emergenza sanitaria globale innescata dalla diffusione del Coronavirus e le conseguenti limitazioni alla vita individuale e collettiva riverberano in modo importante sulla sfera piscologica ed emotiva delle persone e quindi sulla società. L’emergenza sanitaria diventa anche emergenza psicologica, cui si cerca di far fronte con servizi di ascolto e supporto gratuito messi a disposizione ad esempio dal Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi così come dalla Società Psicoanalitica Italiana.Un effetto indiretto dell’epidemia globale che Patrizia Velotti, professore associato di Psicologia clinica alla Sapienza Università di Roma e coordinatrice di uno studio internazionale sull’impatto psicologico del Covid-19, definisce “pandemia comportamentale”.“Le pandemie danneggiano gli individui e le società a diversi livelli causando cambiamenti radicali nelle abitudini di vita. Sul piano individuale insorgono comportamenti legati all’ansia, disturbi del sonno e una generale percezione di malessere che caratterizzano la fase dell’epidemia. Ovviamente tutti questi fenomeni impattano diversamente a seconda dello stato di salute precedente all’epidemia stessa. Allo stesso tempo, sul piano sociale si evidenziano diversi esiti. Una delle prime conseguenze – spiega Velotti ad askanews – è la stigmatizzazione delle persone colpite (si pensi allo stigma sociale relativo ai cinesi nella prima fase di questa pandemia). Vi è inoltre l’emergere di preoccupazioni che attivano una spirale di comportamenti che incidono prevalentemente sulle attività economiche (acquisto, vendita, scambi, ecc.). Tutto ciò – sottolinea la psicologa – incrementa la sensazione di panico preesistente connessa alle minacce di pandemia e destabilizza ulteriormente le persone che persistono nella messa in atto di comportamenti prevalentemente orientati al ritiro sociale. Tali comportamenti favoriscono l’accrescersi della crisi economica. Questa situazione – prosegue Velotti – potrebbe essere intesa come una ‘pandemia comportamentale’, caratterizzata dal dilagare di comportamenti disfunzionali rispetto alla ripresa, un effetto indiretto dell’epidemia globale, connessa con la salute emotiva e comportamentale delle persone colpite e delle loro società”.Aspetti che la ricerca coordinata dalla professoressa Velotti – “SPQR – Support People against Quarantine Risks-An international study on the psychological impact of COVID 19” – intende approfondire, attingendo alle informazioni raccolte attraverso la diffusione di un questionario (disponibile sul sito Sapienza https://www.uniroma1.it/it/notizia/unindagine-sugli-effetti-psicologici-dellisolamento-durante-la-pandemia-covid-19-partecipa) rivolto a tutti i soggetti maggiorenni che si trovano oggi a vivere in contesti sottoposti a forti limitazioni per arginare la diffusione del contagio. Una situazione che oggi si stima interessi circa tre miliardi di persone nel mondo.“Si tratta di una ricerca longitudinale condotta da Sapienza Università degli Studi di Roma (Italia) attraverso una rete internazionale cui collaborano Belgio, Francia, Svizzera, Spagna e Stati Uniti. Lo scopo della ricerca – spiega – è quello di valutare l’impatto psicologico connesso alla situazione di confinamento che sta vivendo la maggioranza della popolazione in questi mesi per individuare possibili aree d’intervento. Tale situazione, infatti, ha in sé diversi aspetti che possono innescare o peggiorare un disagio dal punto di vista psicologico. In particolare, abbiamo deciso di rivolgere la nostra attenzione alle manifestazioni che hanno a che fare con la sfera della depressione, dei vissuti d’ansia e dei livelli di stress esperiti dalla popolazione in questo momento”.“La paura del contagio, la restrizione delle libertà individuali, la riduzione delle attività piacevoli, i lutti, l’adattamento alle nuove modalità lavorative o la perdita vera e propria del lavoro sono soltanto alcune delle circostanze che mettono a rischio il benessere psicologico degli individui in questo periodo. Tra tutte queste, – spiega la psicologa della Sapienza – il nostro studio si focalizza sulle conseguenze negative legate alla situazione di isolamento, deprivazione relazionale e solitudine inevitabilmente derivata dalle misure di ‘distanziamento sociale’ adottate dal governo. Diversi studi hanno già messo in evidenza come una condizione percepita di solitudine sia deleteria dal punto di vista psicologico e richieda un potenziamento delle risorse individuali al fine di gestirne il carico emotivo”.Indagare l’impatto psicologico del Covid-19 per elaborare anche strumenti di intervento, strategie che possano aiutare concretamente le persone a gestire questa situazione emergenziale a cui nessuno di noi era preparato. “L’obiettivo dello studio, oltre a evidenziare il probabile incremento di questa sofferenza, è quello di capire quali sono gli elementi che rendono gli individui maggiormente vulnerabili, o al contrario maggiormente resilienti, rispetto alle conseguenze negative provocate da questi eventi. Questo è molto importante – sottolinea Patrizia Velotti – se vogliamo essere in grado di intervenire efficacemente. Intendiamo infatti fornire indicazioni pratiche che permettano di identificare in maniera tempestiva gli individui maggiormente vulnerabili e di rivolgere loro un aiuto concreto e efficace. Soprattutto, vogliamo essere in grado di disporre di linee guida che ci dicano quali risorse dobbiamo potenziare in questi interventi al fine di garantire, in maniera quanto più possibile tempestiva ed efficace, un aiuto alla popolazione. A questo proposito stiamo indagando il ruolo di alcuni fattori protettivi come ad esempio la capacità di fronteggiare gli stati emotivi in maniera funzionale, l’utilizzo adattivo della tecnologia per sopperire alla situazione di deprivazione relazionale, ma anche altre risorse che hanno a che fare, ad esempio, con il senso di connessione alla natura”.I risultati preliminari della ricerca sono attesi verso Pasqua, mentre le conclusioni saranno disponibili al termine della quarantena nei diversi Paesi. “I risultati – conclude Patrizia Velotti – saranno condivisi con la comunità scientifica in modo che possano contribuire a costituire i riferimenti per le linee guida dei diversi paesi. Contiamo di presentarli alle autorità sanitarie nazionali, europee ed internazionali al fine di sensibilizzare le istituzioni rispetto alla necessità di sostenere ricerche ed interventi in area psicologica. Infine, li diffonderemo in termini divulgativi presso le comunità in modo da favorire la conoscenza del fenomeno e individualmente informeremo i partecipanti interessati rispetto all’esito della ricerca”.

Fonte: askanews.it

immagine Covid-19, teleassistenza infermieristica gratis a malati Parkinson

Covid-19, teleassistenza infermieristica gratis a malati Parkinson

Fino al 12 giugno in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte

Confederazione Parkinson Italia Onlus, rete nazionale delle Associazioni delle persone con Parkinson, e Careapt – giovane start up del gruppo Zambon dedicata allo sviluppo di soluzioni digitali per la gestione delle malattie neurodegenerative – hanno dato vita ad una iniziativa congiunta per offrire sostegno alle persone con Malattia di Parkinson che vivono nelle regioni di Italia più colpite dall’emergenza coronavirus (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte), già da molti giorni costrette nelle proprie case, attraverso il programma di teleassistenza infermieristica specializzata ParkinsonCare.Fino al 12 giugno, infatti, per queste persone sarà possibile accedere a ParkinsonCare a titolo gratuito. Per ricevere assistenza – informa una nota – basterà chiamare il numero fisso 02 2107 9997 o inviare una mail a info@parkinsoncare.com. Il servizio sarà attivo ogni giorno dalle 9.00 alle 18.00 da lunedì a venerdì.Se il Covid-19 si combatte soprattutto in corsia e nei reparti di terapia intensiva, è di vitale importanza che milioni di anziani rimangano il più possibile nelle proprie case, per non alimentare la drammatica emergenza che si affronta in queste ore nei nostri ospedali. Tra questi, anche le persone con Malattia di Parkinson: 260.000 nel nostro Paese gli individui affetti da una patologia che insorge in media intorno ai 65 anni e che comporta progressiva disabilità motoria oltre a diversi altri disturbi, che spesso si accompagnano a vissuti di crescente isolamento, ansia e depressione.ParkinsonCare da un lato supporta le persone malate affiancandole nella gestione infermieristica dei sintomi e vigilando sull’aderenza alla terapia e, dall’altro, fornisce ai loro medici curanti un monitoraggio regolare delle loro condizioni cliniche e un servizio di allerta per l’attivazione degli interventi medici necessari.In ragione dell’elevato numero di persone potenzialmente interessate, il team di infermieri e neurologi di ParkinsonCare provvederà a dare priorità agli accessi in funzione del livello di urgenza e complessità dei diversi interventi, in coordinamento ove possibile con i medici curanti. A questo si aggiunge che anche neurologi e medici di medicina generale potranno selezionare tra i loro assistiti coloro che ritengono più bisognosi del servizio, segnalando l’iniziativa ai loro pazienti.


Fonte: askanews.it

immagine Obesità, studio Eu dimostra effetti benefici dieta mediterranea

Obesità, studio Eu dimostra effetti benefici dieta mediterranea

Rapporto diretto alimentazione-microbiota intestinale-salute.
Effetti benefici di un intervento nutrizionale con la Dieta Mediterranea sulla composizione e sulle funzionalità del microbioma intestinale, sul metaboloma sistemico e sui livelli di colesterolo in una popolazione sovrappeso a rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari. Li dimostra uno studio europeo, coordinato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, in collaborazione con l’Università di Copenaghen e l’istituto francese MetaGenoPolis.La ricerca, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Gut, evidenzia come esista un rapporto diretto tra l’alimentazione, il microbioma intestinale e la salute dell’uomo.I partner del progetto europeo DINAMIC – Diet-induced Arrangement of the gut Microbiome for Improvement of Cardiometabolic health – hanno condotto uno studio di intervento nutrizionale randomizzato controllato di 8 settimane in soggetti sovrappeso e obesi con uno stile di vita sedentario. I risultati mostrano chiaramente che un cambiamento nel comportamento alimentare, senza alcuna concomitante modifica dell’apporto energetico individuale dell’assunzione di macronutrienti e dell’attività fisica, può ridurre i livelli ematici di colesterolo, già dopo 4 settimane, in una popolazione a elevato rischio cardio-metabolico per uno scorretto stile di vita.Inoltre, una maggiore aderenza alla dieta mediterranea induce cambiamenti del microbioma intestinale e della sua funzionalità, importanti per la salute umana. In linea con gli aspetti legati alla nutrizione personalizzata, i dati mostrano che alcuni individui ospitano un microbioma intestinale che è più suscettibile ai cambiamenti indotti dalla dieta mediterranea e vanno incontro ad ulteriori vantaggi clinici come il miglioramento della sensibilità all’insulina e dello stato infiammatorio.

Fonte: Askanews.it

immagine Distrofia muscolare, benefici da dieta arricchita da antocianine

Distrofia muscolare, benefici da dieta arricchita da antocianine

Pigmenti rossi, blu e viola presenti in frutta, verdura e cereali.
Il gruppo guidato da Graziella Messina, insieme a Marco Cassano, Katia Petroni e Chiara Tonelli del dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano ha appena pubblicato sulla rivista “Cell Death & Disease” uno studio su un approccio di nutrigenomica nel miglioramento della patologia distrofica.Diversi studi hanno sottolineato come lo stress ossidativo e l’infiammazione siano fattori chiave che contribuiscono all’aggravarsi e alla cronicizzazione di queste patologie. E’ stato dimostrato – informa la Statale – che le antocianine assunte con la dieta hanno un ruolo preventivo nei confronti dello stress ossidativo e dell’infiammazione cronica. Le antocianine sono pigmenti rossi, blu e viola, appartenenti alla famiglia dei flavonoidi e presenti in frutta, verdura e cereali pigmentati. La cianidina è una delle antocianine più diffuse negli alimenti ed è il componente principale delle antocianine del mais rosso.In questo lavoro sono stati dimostrati i benefici nutrizionali di una dieta arricchita con cianidina quando somministrata fin dallo svezzamento nella dieta su modello animale distrofico: si sono infatti osservati una riduzione dello stato infiammatorio e un aumento della biosintesi dei mitocondri, producendo come risultato un quantificabile miglioramento muscolare sia morfologico che funzionale nei topi distrofici.Di particolare rilevanza terapeutica è l’osservazione che tale beneficio nutrizionale si ottiene anche quando la dieta viene fornita agli animali distrofici in età avanzata, quando i segni della malattia sono già seriamente presenti. “In attesa di una cura definitiva, siamo convinti – afferma Graziella Messina – che il nostro lavoro fornisca prove significative che una dieta arricchita con cianidina rallenti in modo marcato la progressione della patologia distrofica, aprendo la strada a un approccio combinato che miri a preservare il muscolo distrofico e a rallentare il decorso della patologia controllando infiammazione muscolare e stress ossidativo, facilitando così le prospettive di diversi protocolli terapeutici ancora in fase di sperimentazione”.Le Distrofie Muscolari sono patologie eterogenee sia dal punto di vista clinico che molecolare, caratterizzate da atrofia primaria del muscolo scheletrico – il tessuto responsabile della postura, della locomozione e della respirazione diaframmatica – che compromette la mobilità dei pazienti e, nei casi più severi, le funzioni respiratorie e cardiache, portando a dipendenza dalla sedia a rotelle, insufficienza respiratoria e morte prematura.Le fibre danneggiate o morte possono essere riparate o sostituite dalle Cellule Satelliti. Tuttavia, le Cellule Satelliti di pazienti distrofici, avendo lo stesso difetto genico, producono fibre che sono a loro volta soggette a degenerazione. Pertanto nelle Distrofie Muscolari la degenerazione del muscolo scheletrico è cronica, e i continui tentativi di riparo e rigenerazione da parte delle Cellule Satelliti comportano il loro progressivo esaurimento e la rovinosa sostituzione del muscolo con tessuto connettivo e adiposo.Nonostante i meccanismi molecolari alla base delle Distrofie Muscolari siano ben noti, questa classe di malattie rimane una delle più difficili da trattare e sebbene siano già stati condotti numerosi studi clinici, le Distrofie Muscolari sono ancora considerate malattie orfane.

Fonte: Askanews.it

immagine Smartphone già a 4 anni: arriva manuale per una “rete senza rischi”

Smartphone già a 4 anni: arriva manuale per una “rete senza rischi”

"Il mio telefono", realizzato da Parole O_stili.
All’età di 4-10 anni il 12% dei minori è già in possesso di un cellulare, percentuale che aumenta all’86,4% se si considera la fascia 11-17enni. In questo contesto si inserisce “Il mio telefono”, il primo manuale per genitori e insegnanti realizzato da Parole O_Stili, il progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole, che accompagnerà i più piccoli al loro primo approccio con lo smartphone.Le 30 pagine spiegano i 10 principi del Manifesto della comunicazione non ostile con un linguaggio semplice e immediato, alternando suggerimenti e consigli sul corretto utilizzo dello strumento e di Internet, con esercizi pratici per allenare subito la propria relazione con il mezzo: dal ruolo delle emoji, al potere virale della rete, dalle conseguenze dell’hate speech al significato di cyberbullismo, dal meccanismo delle fake news alla pericolosità dei troll.“Crediamo profondamente in questo manuale, perchè è uno strumento pratico e concreto a sostegno di genitori e insegnanti nel difficile ruolo di guidare e affiancare i più piccoli nello sviluppo delle loro competenze digitali – afferma Rosy Russo, fondatrice di Parole O_Stili -. Ricordiamo ai ragazzi che internet è un posto bellissimo, dove bisogna sapere sempre cosa fare e non fare. Per usare il telefono non servono conoscenze tecniche ma saper tenere connessi testa e cuore. Il manuale risponde a una necessità delle famiglie troppo spesso impreparate ad affrontare l’impegnativa sfida dell’educazione digitale dove virtuale è reale”.Il manuale è il risultato di un lavoro che ha coinvolto docenti, genitori, educatori, sociologi, psicologi che da anni fanno parte della community di Parole O_Stili: ognuno ha contribuito grazie alle proprie competenze.

Fonte: Askanews.it

immagine Posture sbagliate: dolore cervicale per 6 italiani su 10

Posture sbagliate: dolore cervicale per 6 italiani su 10

L'esperta: collo e spalle compromessi da tablet e telefonini.

Boom di dolore al collo. In Italia sono 6 persone su 10 a soffrire di cervicalgia, senza distinzione tra uomoni e donne: circa 15 milioni coloro che ricorrono alle cure mediche. Il problema, a causa di stili di vita scorretti, è in costante aumento. Tablet, telefonini, cattive posture. E la cervicale ne risente. Ne consegue dolore e difficoltà nei movimenti, con ripercussioni su colonna vertebrale, gambe e piedi.“Sempre più persone soffrono di cervicalgia con dolori spesso invalidanti nella regione del collo che provocano forti sofferenze che possono incidere sulla qualità della vita – spiega la dottoressa Florinda Valdivia Torres, fisiatra del Gruppo Sanitario Usi – la postura scorretta è la causa più comune. Passare intere giornate alla scivania o chini sul pc, trascorrere molto tempo in piedi o in macchina per lavoro, o anche eseguire esercizi fisici in palestra in modo sbagliato, può provocare contratture muscolari fino a bloccare del tutto i movimenti del collo e testa. Poi ci sono altre cause, come le patologie degenerative o da sovraccarico”.Come fare allora per prevenire problemi di cervicalgia? “Per evitare l’insorgenza di eventuali fastidi a collo e spalle – ricorda l’esperta – bisogna innanzitutto fare attenzione alla postura, quando si è seduti in ufficio, alla guida di auto o scooter, ma anche davanti agli schermi. E’ consigliabile effettuare dei movimenti della colonna cervicale per una decina di minuti al giorno, ad esempio, appena svegli, eseguendo leggeri movimenti con il collo. Evitare, soprattutto nella stagione invernale, di esporsi a fonti fredde e umide.”Secondo la Fisiatra del Gruppo Sanitario Usi “è consigliabile usare una sedia ergonomica in ufficio e un supporto lombare in auto. Controllare lo stato del proprio materasso: se vecchio è necessario cambiarlo. Procuratevi un cuscino di media altezza e mediamente duro. Controllate regolarmente il vostro peso perchè i chili di troppo gravano sulla schiena. Un’indicazione, infine, riguarda nello specifico le donne: evitate di indossare calzature troppo alte, preferendo un tacco non superiore a 5 cm per le occasioni quotidiane”.
Fonte: askanews.it

immagine Sale operatorie sempre più “rosa”: aumentano donne chirurgo in corsia

Sale operatorie sempre più “rosa”: aumentano donne chirurgo in corsia

I risultati di uno studio Anaao Giovani

Le sale operatorie si tingono di rosa? Dall’analisi comparativa di genere delle scelte delle scuole di specializzazione mediche riferite ai primi 14 scaglioni dell’anno 2017-2018 emerge la forte presenza delle donne in Chirurgia Toracica (61,7% donne contro 38,2% uomini), Chirurgia Generale (57,2% contro 42,7% ), Chirurgia Vascolare (54,8% donne e 43,5% uomini); Ginecologia (76,4% contro 20,7%).Un cambiamento di tendenza nella scelta delle donne che, per il momento, non scalfisce il primato al vertice della classifica dell’Area Medica: Neuropsichiatria Infantile (91,9% donne contro 8,0% uomini), Pediatria (73,3% e 25,6% ), Allergologia (73,1% contro 12,1%), Nefrologia (67,4% contro 31,7%), Geriatria (65,9% contro 31,3%), Medicina d’Emergenza ed Urgenza (65,6% contro 28,9%). E poi Oncologia, Endocrinologia, Radioterapia, Anatomia Patologica, Patologia Clinica, Anestesia e Rianimazione. Nell’insieme, le Scuole di Specializzazione a maggioranza femminile sono 33 pari al 67.33% del totale (49), suddivise in 17 di Area Medica, 5 di Area Chirurgica, 11 di Area dei Servizi.Questi in sintesi i risultati dello studio a cura di Maria Gabriella Coppola, medico di medicina interna e Responsabile Anaao Giovani Campania. Le scuole meno attrattive per le donne sono state: Cardiologia, Ortopedia, Urologia, Chirurgia Pediatrica, Cardiochirurgia, Chirurgia Plastica, Chirurgia maxillo-facciale, Neurochirurgia, Medicina Legale, Radiodiagnostica.In premessa – si legge nello studio – è opportuno ricordare che il numero delle donne vincitrici di contratti di formazione è di gran lunga superiore a quello degli uomini, perché cresce il numero delle donne medico anno dietro anno ed il loro sorpasso nella professione è solo una questione di tempo.Lo studio mette in luce un ulteriore fenomeno su cui riflettere vista la sua dimensione: quello dei decaduti, cioè di coloro che pur avendo vinto il concorso non hanno scelto la Scuola di specializzazione con la forte prevalenza degli uomini (33,42%) rispetto alle donne (16,14%). Le cause delle rinunce – rileva l’indagine – sono da attribuire all’insoddisfazione di non poter scegliere la tipologia di scuola preferita, al rifiuto di sedi ritenute disagiate e costose, all’indisponibilità ad effettuare scelte residuali.
Fonte: askanews.it

immagine Labbra, seni e glutei oversize: nel 2020 si torna a “macroritocco”

Labbra, seni e glutei oversize: nel 2020 si torna a “macroritocco”

L'esperto: pazienti insoddisfatti dal "mini". Trovata giusta misura

Addio look acqua e sapone e silhouette dall’effetto naturale: per il 2020 si torna a preferire il ‘ritocco’ esplosivo. Se fino a qualche tempo fa, infatti, l’ossessione del bisturi aveva ceduto il passo a piccole correzioni, meno invasive e vistose, per il nuovo anno dobbiamo aspettarci un ritorno al passato. Dunque, via libera ancora una volta a labbra carnose e decollete prosperosi, volti dalle sembianze feline e profili tutte curve.“Negli ultimi tempi stiamo registrando un’inversione di tendenza – spiega Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, e docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano – dopo alcuni anni di particolare cautela nel desiderio di mettere mano chirurgicamente sul proprio viso e corpo, si sta tornando al macro ritocco. Le richieste di risultati più prorompenti aumentano e il motivo è semplice: il mini intervento alla lunga non soddisfa. Non bisogna però fare confusione – osserva ancora l’esperto – non parliamo di lineamenti stravolti o di impianti oversize, abbiamo toccato la misura giusta per una bellezza appariscente ma senza esagerare”.E allora, sul lettino del chirurgo, il filler lascia spazio al lifting, le donne scelgono zigomi alti, occhi da cerbiatta, seni extra large e labbra voluminose; gli uomini, pettorali scolpiti. “Per il ringiovanimento del viso e del collo – prosegue Spirito – è altissima la richiesta del lifting, in particolare il ‘minilifting composito’ che permette di sollevare i tessuti con un approccio mininvasivo e con un’esposizione minore ma con effetti più duraturi di un intervento tradizionale completo. Negli anni il viso tende a scendere, come sappiamo, per la forza di gravità e perché le ossa diventano più sottili; noi lo riposizioniamo verso l’alto. I rischi di complicanze sono ridotti, il recupero è più veloce e si torna più giovani di dieci anni”.“Per quanto riguarda, invece, il seno – osserva il chirurgo plastico – si sta tornando verso le taglie, terza/quarta coppa C/D, misure abbondanti ma non gigantesche. E lo stesso vale per i glutei, le donne desiderano un posteriore alto, sodo, rotondo e ben proporzionato: in questo senso l’intervento di gluteoplastica con impianti intramuscolari è una tecnica rivoluzionaria, efficace e sicura, con risultati definitivi. Più di nicchia, invece, la richiesta di ingrandire il polpaccio, in caso di gamba eccessivamente sottile. Mentre per gli uomini l’ultima tendenza riguarda i pettorali: sempre più ragazzi chiedono di sottoporsi all’innesto di protesi pettorali per avere fisici statuari senza troppi sforzi”.
Fonte: askanews.it

immagine Malattie cardiovascolari killer: controllo colesterolo salva vita

Malattie cardiovascolari killer: controllo colesterolo salva vita

Aperto a Roma il Congresso dei cardiologi SIC

Le malattie cardiovascolari sono responsabili di oltre quattro milioni di decessi in Europa ogni anno. Nuove evidenze hanno confermato che l’evento chiave di inizio dell’aterosclerosi è l’accumulo di colesterolo “cattivo” chiamato colesterolo LDL all’interno delle arterie. Molti studi clinici hanno recentemente dimostrato che abbassare ulteriormente il colesterolo LDL, oltre i livelli che fino a pochi anni fa si ritenevano accettabili, determina un effetto benefico con riduzione del rischio cardiovascolare. Ne discutono esperti a Roma in occasione del Congresso nazionale numero 80 della Società Italiana di Cardiologia – SIC.I pazienti a maggior rischio – spiegano gli specialisti – sono quelli con malattia aterosclerotica cardiovascolare, quelli che già hanno avuto un infarto cardiaco, i portatori di stent o chi sia stato già sottoposto ad intervento chirurgico di by-pass. Sono inoltre ad alto rischio i pazienti con diabete che abbiano già manifestato complicanze in altri organi, quelli affetti da ipercolesterolemia familiare o grave malattia renale cronica. A tutti questi pazienti è fortemente raccomandata una terapia più intensiva per abbassare i livelli di LDL. Inoltre, gli ultimi studi clinici hanno chiaramente indicato che più bassi sono i valori LDL-C raggiunti, più basso è il rischio di futuri eventi cardiovascolari. Al fine di essere in linea con questi nuovi risultati la Società Italiana di Cardiologia propone i nuovi obiettivi per quanto riguarda la riduzione del colesterolo LDL, nonché una riveduta stratificazione del rischio cardiovascolare, particolarmente rilevante per i pazienti ad alto e altissimo rischio. Nuove Linee guida che forniscono importanti novità che avranno un grande impatto su numerosi soggetti e pazienti affetti da ipercolesterolemia.“Il primo messaggio è quello di abbassare il colesterolo il più presto possibile, specialmente nei pazienti a rischio alto o molto alto – afferma Ciro Indolfi, Presidente della Società Italiana di Cardiologia – oggi abbiamo prove schiaccianti che ci derivano da studi fisiopatologici, epidemiologici, genetici e da studi di popolazione che l’aumento del colesterolo LDL è una potente causa di infarto e ictus. La riduzione del colesterolo LDL riduce il rischio indipendentemente dai livelli di base. Ciò significa che nelle persone ad alto rischio di infarto o ictus, ridurre il colesterolo LDL è efficace anche se hanno livelli di partenza inferiori alla media. Questa è la grande novità rispetto al passato”.Insomma, una certezza consolidata nella gestione clinica dell’ipercolesterolemia dice che più basso è il colesterolo, migliore è la prognosi. Chiarisce Pasquale Perrone Filardi, Presidente eletto della SIC: “Le linee guida mirano a garantire che i farmaci disponibili (statine, ezetimibe, inibitori del PCSK9) siano utilizzati nel modo più efficace possibile per abbassare i livelli nei soggetti più a rischio. Si raccomanda che tali pazienti raggiungano sia un livello target di colesterolo LDL che una riduzione relativa minima del 50% dei valori basali”.
Fonte: Askanews.it

immagine Da carbonara a dieta del gruppo sanguigno: occhio a fake su diabete

Da carbonara a dieta del gruppo sanguigno: occhio a fake su diabete

A rischio anche le terapie

“La carbonara risolve le ipoglicemie”. “Con la dieta del gruppo sanguigno si può dire addio ai farmaci per il diabete”. “I cerotti anti-diabete della medicina cinese possono sconfiggere la malattia”. “L’insulina fa diventare ciechi e crea pure dipendenza, come una droga”. Il web e i social pullulano di notizie di pura fantasia in materia di diabete e i pazienti, a caccia di suggerimenti sull’alimentazione, informazioni per la prevenzione oppure su dispositivi medici, cause e sintomi della malattia, finiscono per incapparci spesso. Secondo le stime, i 4 milioni di diabetici italiani sono prima o poi esposti a una delle tante fake in materia: il 60% delle notizie infatti che circolano in rete è una vera e propria bufala che non ha neppure un vago fondamento scientifico, totalmente scorretta dal punto di vista medico. Contro il diabete però la prima cura è una corretta informazione: ecco perché combattere le fake news è il tema del corso di formazione per giornalisti ‘Diabete e ipoglicemia severa, come raccontarli: parole, numeri e prospettive’, organizzato con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio e il contributo non condizionante di Eli-Lilly.“Tra le fake news vi sono le abitudini alimentari, dai cibi che vengono millantati come miracolosi ritrovati anti-diabete alle diete più fantasiose per risolvere la malattia – osserva Rita Stara, Vicepresidente Diabete Italia – purtroppo in alcuni casi questi suggerimenti del tutto privi di fondamento possono esporre i pazienti a rischi concreti: tantissimi per esempio hanno seguito prima o poi un’alimentazione iperproteica, ma ai diabetici fa male perché affatica i reni e aumenta il rischio di chetoacidosi metabolica. Un conto è suggerire un’alimentazione ricca di fibre e vegetali e ispirata alla dieta mediterranea, tutt’altro è indicare come risolutive prassi dietetiche del tutto prive di riscontro scientifico, per esempio la dieta del gruppo sanguigno”.Le fake news inoltre tendono il loro agguato non solo sul versante della prevenzione e dello stile di vita, ma anche su quello delle terapie: in questo caso possono essere perfino più rischiose, come aggiunge Roberta Assaloni, Past Presidente Associazione Medici Diabetologi (AMD) Friuli Venezia Giulia: “Un esempio è il mito dilagante dei ‘prodotti naturali’ come i nutraceutici, che sono spacciati come anti-diabetici o addirittura come sostituti dell’insulina, ormone salvavita. Tante sono anche le bufale sull’ipoglicemia, una della complicanze più frequenti del trattamento farmacologico del diabete che interessa sia pazienti con diabete di tipo 1 che di tipo 2, in particolare quelli in terapia insulinica, con costi diretti in Italia di 23 milioni l’anno e 16.000 accessi al pronto soccorso. Molte fake news riguardano i possibili rimedi per evitare che la glicemia scenda troppo, come può accadere in chi è in cura con insulina o con alcuni farmaci orali. In particolare viene spesso generata confusione sul trattamento dell’ipoglicemia severa, ossia quella che richiede l’intervento di una terza persona per essere risolta e che colpisce fino all’80% di pazienti diabetici tipo 1 almeno una volta nella vita”.Tra le cause principali di ipoglicemia c’è la mancata osservanza di una dieta corretta, come saltare o ritardare il pasto oppure mangiare meno di quanto previsto, un eccesso di attività fisica o anche un errore nel calcolo della dose di insulina. “Nei bambini con diabete e nelle loro famiglie la paura dell’ipoglicemia è uno dei fattori principali nella non accettazione della malattia – interviene Riccardo Schiaffini, Dirigente Medico del U.O. di Diabetologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e coordinatore nazionale del Gruppo di Studio Diabete della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) – l’ipoglicemia è un’evenienza molto pericolosa, perché il calo rapido degli zuccheri nel sangue determina un forte malessere con sudorazione, tremore, senso di freddo o brividi, senso di fame, batticuore, ansia, irritabilità, confusione mentale, difficoltà a parlare, vista annebbiata, capogiro o mal di testa. Se non si interviene alla svelta, in alcuni casi si può avere una perdita di coscienza (svenimento) e nei pazienti più fragili o con altre malattie l’ipoglicemia può perfino risultare fatale”.
Fonte: Askanews.it

immagine Dall’Ospedale Bambino Gesù arriva una guida ai tumori pediatrici

Dall’Ospedale Bambino Gesù arriva una guida ai tumori pediatrici

Seconda causa di morte sotto 14 anni, ma oltre l'80% pazienti guarisce

Ogni anno, in Italia, i tumori colpiscono 1.400 bambini da 0 a 14 anni e circa 800 adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Sono la seconda causa di morte tra i più giovani (0-14 anni), ma grazie al progresso della ricerca e delle cure, oltre l’80% dei pazienti guarisce. Nel numero speciale di ‘A scuola di salute’, il magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino Gesù, diretto da Alberto G. Ugazio, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno riassunto le informazioni sulle patologie oncoematologiche più frequenti nei bambini e negli adolescenti, sui percorsi di cura, sul significato di alcuni esami diagnostici e sulla preparazione necessaria per eseguirli.“L’obiettivo di questa breve guida è fornire uno strumento di orientamento nel mondo dell’onco-ematologia pediatrica alle famiglie che devono improvvisamente affrontare una realtà nuova e difficile come quella che si configura dopo una diagnosi di neoplasia”, spiega il prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia del Bambino Gesù. “Un periodo in cui c’è la necessità urgente di intraprendere un percorso di diagnosi e di cura che passa attraverso esami clinici e strumentali che richiedono una grande collaborazione da parte del bambino e della sua famiglia. La comunicazione trasparente con le famiglie e con i bambini e i ragazzi in cura è fondamentale nel percorso terapeutico. Le indicazioni contenute in queste pagine rappresenteranno degli spunti importanti e utili per facilitare il dialogo tra personale sanitario, famiglia e paziente e, quindi, in ultimo, per costruire l’alleanza terapeutica fondamentale in questo impegnativo percorso”.
Fonte: Askanews.it
 

immagine Anziani, con Fido in casa cuore più in forma

Anziani, con Fido in casa cuore più in forma

Passeggiate mattina e sera, parco: glicemia e colesterolo migliorano

Una passeggiata al mattino e una alla sera, i giochi al parco, qualche gita fuori porta nel fine settimana. E così Fido diventa un’occasione di benessere e salute: chi possiede un animale domestico ha il cuore più in forma rispetto a chi non ha in casa un quattrozampe. Lo segnalano gli esperti in occasione del 64° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), a Roma dal 27 al 30 novembre, indicando che soprattutto per gli anziani un pet può essere un vero alleato per la salute: specialmente chi ha un cane si muove di più, è più attento alla dieta ed è mediamente un po’ più in forma rispetto a chi non ha un ‘peloso’ in casa e questo può diminuire in maniera consistente il rischio di problemi cardiovascolari.“Una recente ricerca condotta su quasi duemila persone ha confermato che possedere un animale domestico è positivo per la salute, specialmente se si tratta di un cane – spiega Raffaele Antonelli Incalzi, presidente SIGG – i dati raccolti mostrano infatti che avere un pet porta a modificare in meglio il proprio stile di vita: la necessità di portare a spasso Fido, per esempio, fa sì che il 62% dei padroni faccia una quantità ottimale di attività fisica giornaliera, un altro 29% un movimento comunque sufficiente: chi non ha un cane si muove quanto dovrebbe nel 47% dei casi, arriva a una quantità di moto appena sufficiente nel 35%. Anche l’attenzione all’alimentazione è maggiore in chi deve prendersi cura di un pet: la dieta è ideale o comunque buona nel 91% dei proprietari di un quattrozampe, ma solo nell’83% di chi non ne ha uno. Questo miglioramento dello stile di vita si ripercuote su parametri come la glicemia, sensibilmente migliore nell’84% di chi ha un cagnolino contro l’80% di chi non ne ha uno, oppure i livelli di colesterolo, ottimali nel 45% di chi ha un cane e solo nel 40% di chi non ne ha”. Soltanto il fumo sembra più frequente fra i padroni di Fido, amanti della sigaretta nel 27% dei casi contro il 22%; nonostante questo, tuttavia, i dati mostrano che in generale gli elementi di rischio cardiovascolare sono meno presenti nei proprietari di animali domestici, che in media per esempio hanno un girovita inferiore e sono meno spesso ipertesi. Tenendo conto dei sette parametri per la valutazione del rischio cardiovascolare complessivo indicati dall’American Heart Association, ovvero livello di attività fisica, fumo, alimentazione, indice di massa corporea, pressione arteriosa, colesterolo e glicemia, chi possiede un cane ha perciò un ‘punteggio’ migliore rispetto a chi ha un altro tipo di animale domestico o non ne ha affatto.“I cani hanno bisogno di essere portati spesso a passeggiare, per questo sicuramente incidono in maniera positiva con lo stile di vita. I dati confermano peraltro ricerche precedenti secondo cui l’interazione con un cane riduce la pressione negli anziani – osserva Antonelli Incalzi -. Non bisogna poi sottovalutare il benessere psicologico regalato dagli amici pelosi: gli anziani soli possono trovare in un fedele compagno di vita una ragione per uscire di casa ma anche un vero amico, trovando così un senso alle proprie giornate e un antidoto alla solitudine. Gli studi mostrano che gli over 65 che possiedono un cane o anche un gatto soffrono meno di isolamento sociale, hanno minori sintomi di depressione, ansia e deficit cognitivi ma pure un benessere psicologico maggiore e una significativa resilienza di fronte a eventuali disturbi neuropsicologici: un pet è infatti uno stimolo continuo anche per la mente e, se l’anziano è in grado di prendersene cura, ha certamente il potenziale per migliorare il benessere e la salute fisica e mentale del suo padrone”.
Fonte: Askanews.it

immagine Tumore stomaco, pazienti in difficoltà senza rimborso per integratori

Tumore stomaco, pazienti in difficoltà senza rimborso per integratori

Sensori glicemia gratis solo in Emilia Romagna

Grandi difficoltà per i pazienti senza stomaco a causa di un tumore e grande attesa per gli esiti del voto su un emendamento alla Legge di Bilancio che prevede un rimborso di 11 milioni per i supporti nutrizionali. A lanciare il grido di allarme è l’Associazione Vivere senza stomaco si può ODV in occasione del 4° Convegno Nazionale sul tumore gastrico I diritti del paziente con tumore gastrico, in corso a Roma.I pazienti chiedono omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio presentato dalla Senatrice Paola Boldrini, perché in tutta Italia siano rimborsati integratori indispensabili per chi è costretto a vivere senza lo stomaco. Altrettanto indispensabile che siano stabiliti Piani Diagnostico Terapeutici Assistenziali strutturati per i pazienti con tumore gastrico, a oggi presenti in pochissimi ospedali e Regioni. Inoltre solo in Emilia Romagna i malati potranno accedere ai sensori per il monitoraggio della glicemia, necessari perché i livelli sono molto variabiliVenti Regioni, venti destini diversi per i circa 80 mila pazienti che non hanno più lo stomaco per colpa di un tumore gastrico: la possibilità di accesso agli alimenti ai fini speciali spesso indispensabili per questi malati, cambia da una Regione all’altra. Rari gli esempi di Regioni che abbiano pensato a percorsi o iniziative specifiche per l’assistenza dei pazienti. L’Emilia Romagna, per esempio, è l’unica dove è prevista l’erogazione di sensori per il monitoraggio della glicemia ai pazienti senza stomaco: un presidio necessario, perché la glicemia nell’arco della giornata ha sbalzi spesso molto consistenti che possono portare a crisi ipoglicemiche gravi. Così l’Associazione Vivere senza stomaco si può Onlus, chiede che si guardi agli esempi regionali virtuosi e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio della Senatrice Paola Boldrini, che prevede un rimborso di 11 milioni per supporti nutrizionali.“Gli integratori rappresentano un presidio fondamentale per la nutrizione delle persone che hanno subito una gastrectomia perché in grado di consentire un equilibrato e corretto apporto di nutrienti anche in assenza totale o parziale dello stomaco. Tuttavia vi è ancora un trattamento differenziato da Regione a Regione che di fatto discrimina i pazienti a parità di condizione. Secondo una stima dell’Associazione Italiana Registro Tumori, sono oltre 3.000 i pazienti esclusi dalla rimborsabilità degli integratori su territorio nazionale – spiega Claudia Santangelo, presidente della Onlus – la nostra Associazione lancia perciò un appello per chiedere che le differenze regionali vengano superate per garantire a tutti i malati omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto il diritto a una nutrizione controllata dopo la chirurgia. Per questo l’approvazione dell’emendamento presentato dalla Senatrice Paola Boldrini costituirebbe per noi una vera rivoluzione” aggiunge Santangelo.L’emendamento prevede infatti la rimborsabilità dei supporti nutrizionali di qualsiasi tipo per i pazienti con tumore allo stomaco che abbiano avuto una resezione gastrica, in tutte le Regioni e non a discrezione delle amministrazioni locali come avviene adesso. “Nel nostro Paese è sempre più difficile applicare in maniera uniforme uno dei diritti fondanti della nostra Costituzione, il diritto alla salute – interviene la Senatrice Paola Boldrini – nel caso dei pazienti con tumore gastrico è ancora più evidente, sia perché non se ne parla abbastanza sia perché c’è poca attenzione al loro stato nutrizionale nel corso delle terapie oncologiche. L’alimentazione nel paziente con patologie oncologiche dell’apparato digerente è fondamentale per una migliore qualità di vita e per una maggiore aderenza alle terapie: per questo ho ritenuto opportuno portare avanti una battaglia, in sede di sessione di bilancio, che permetta la rimborsabilità dei supporti nutrizionali per i pazienti oncologici senza stomaco in tutte le Regioni. Oggi queste persone ricevono un trattamento differenziato da Regione a Regione, di conseguenza a parità di condizione non tutti i cittadini hanno pari diritti. La condizione ideale sarebbe il riconoscimento anche nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ma in attesa di centrare questo obiettivo è mio dovere lavorare affinché i supporti nutrizionali, vitali in alcuni casi, siano rimborsati in tutto il Paese”.
Fonte: Askanews.it

immagine Dal Congresso Soi vademecum per non sbagliare con le lenti a contatto

Dal Congresso Soi vademecum per non sbagliare con le lenti a contatto

Attenzione all'igiene prima di tutto. No al pisolino senza toglierle

Acquistate le lenti a contatto, il paziente dovrà gestirle autonomamente. Il primo obiettivo per lui sarà quello di imparare ad applicarle e a rimuoverle senza esitazioni, per esempio nel caso in cui diano fastidio o sia presente un corpo estraneo nell’occhio. “Per maneggiare le lenti e tutto ciò che riguarda la loro conservazione – avverte Pasquale Troiano, Direttore Unità Operativa Complessa di Oculistica – Ospedale Fatebenefratelli di Erba e Consigliere SOI – come i flaconi per la manutenzione e i contenitori, è assolutamente necessario avere le mani pulite. Immediatamente prima, occorre quindi lavare e asciugare accuratamente le mani. Raccomandare il lavaggio delle mani può essere quasi scontato, mentre raccomandare l’asciugatura lo è certamente meno: pochi ci pensano, ma l’acqua che può rimanere sulle dita dopo il lavaggio, non è sterile!!! La soluzione migliore è quindi utilizzare tovagliette usa e getta in carta, evitando gli asciugamani e anche i getti d’aria che possono essere contaminati da una notevole carica batterica”.“Altre raccomandazioni fondamentali per la salute dell’occhio – prosegue – riguardano la gestione delle lenti monouso, pensate per essere indossate la mattina e tolte la sera. Una volta rimosse, le lenti monouso non sono più utilizzabili e vanno pertanto buttate, perché le loro caratteristiche costruttive non ne permettono una corretta manutenzione senza un conseguente danneggiamento. Occorre ricordare anche una semplice norma per garantire alla superficie oculare una corretta ossigenazione: bisogna applicare le lenti a contatto il più tardi possibile dopo il risveglio e rimuoverle il prima possibile prima di dormire. Il motivo per cui, dopo pochi minuti di applicazione, la presenza della lente non si avverte più è che essa riduce così tanto la concentrazione di ossigeno a livello della superficie oculare che le terminazioni nervose della cornea smettono di funzionare. Una mancanza di ossigenazione simile si riproduce quando la palpebra è abbassata, anche se una minima concentrazione di ossigeno sulla superficie oculare è garantita dai vasi sanguigni della palpebra superiore. È quindi fortemente consigliabile lasciare qualche ora gli occhi senza lenti durante la veglia, evitando così una condizione di ipossia cronica della superficie oculare che può condurre a una serie di problematiche anche abbastanza rilevanti sul piano clinico. Pericolosissimo è il pisolino con le lenti a contatto applicate; prima di dormire anche se per poco tempo è assolutamente necessario rimuovere le lenti a contatto.Infine – conclude il professore – una norma che può sembrare di buon senso, ma che viene spesso disattesa: quando si avverte un qualsiasi disturbo agli occhi, bisogna evitare d’indossare le lenti. È esperienza comune per gli oculisti visitare pazienti che si presentano in ambulatorio con gli occhi in pessimo stato ma con le lenti indossate”.
Fonte: Askanews.it

immagine Protesi facciali o filler? Risposta può nascondere insidie

Protesi facciali o filler? Risposta può nascondere insidie

Protesi per giovinezza duratura, filler per bellezza momentanea

Sempre più persone cedono al ritocco ma quando si tratta del viso la domanda è sempre la stessa: protesi facciali o punturine? La risposta può nascondere insidie e prima di sottoporsi a trattamenti o interventi per ripristinare i volumi del volto è bene tenere a mente alcune indicazioni.“Esiste un’enorme differenza tra filler e impianti: i filler donano bellezza mentre gli impianti facciali restituiscono giovinezza. Cosa ancora più importante, il filler agisce sui tessuti molli, con un’azione temporanea e comporta rischi nella ripetizione delle punture oltre quelle, spesso minimizzate di reazioni avverse per accidentale coinvolgimento della sostanza in un vaso sanguigno. Le protesi, invece, vero che trattasi di intervento chirurgico ma ricostruiscono l’inevitabile assorbimento osseo rendendo il volto più giovane di dieci anni per tutta la vita”, ha spiegato Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, e docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano, che ha trattato l’argomento al IX Corso Apira Medical di chirurgia Plastica e Medicina estetica, che si è tenuto a Napoli.Dunque per correggere la convessità temporale, ripristinare zigomi, correggere le borse sotto gli occhi o avere una mascella più pronunciata, perfino aumentare il labbro qual è la scelta più indicata? “Spesso le persone preferiscono il filler perché è un trattamento rapido e poco costoso; l’impianto, invece, è un intervento chirurgico, seppure eseguito in day hospital e anestesia locale – prosegue l’esperto – .Bisogna sottolineare che l’effetto del filler dopo sei mesi svanisce, dona quindi una bellezza effimera delle parti molli. Man mano che l’età avanza il viso si assottiglia, l’osso si assorbe, quindi gli impianti possono garantire un risultato migliore: protesi temporali, mandibolari, zigomatiche, sottorbitali hanno l’effetto di ripristinare l’osso con uno spessore di pochi millimetri di silicone duro regalando dieci anni di giovinezza”.“Sottoporsi a un intervento chirurgico, per quanto sia più invasivo di una punturina, ha infatti dei vantaggi – osserva ancora il professore – il risultato è durevole nel tempo perché la protesi non si riassorbe e una volta raggiunti i 60 anni facilmente se ne dimostrano 40-45. Utilizzando il filler, invece, per prolungare il risultato è necessario intervenire più volte nel corso del tempo e nella ripetizione si può andare incontro a problemi tardivi insiti nella ripetizione periodica. I filler che durano tanto inoltre, anche un anno, rischiano dunque di portare reazioni avverse e, quando si tratta di iniettare grossi quantitativi, i rischi aumentano”.
Fonte: Askanews.it

immagine Ricerca: zafferano frena grave malattia degenerativa della vista

Ricerca: zafferano frena grave malattia degenerativa della vista

Su "Nutrients" studio Fondazione Gemelli e Università Cattolica

Uno studio clinico senza precedenti condotto da esperti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Università Cattolica, campus di Roma mostra l’efficacia dello zafferano, per la prima volta su pazienti, come cura per una grave malattia degenerativa della vista, la sindrome di Stargardt, una rara malattia genetica. Il trattamento è semplice e senza effetti collaterali. È quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista “Nutrients” e coordinato da Benedetto Falsini, professore associato dell’Istituto di Oftalmologia all’Università Cattolica e specialista presso l’UOC di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, insieme a Silvia Bisti dell’Università degli Studi dell’Aquila. “Tutto è nato dagli studi della collega Bisti tanti anni fa – afferma Falsini – con la quale collaboro da anni e a cui sarò sempre molto grato”.La malattia di Stargardt è una degenerazione ereditaria della ‘macula’, il centro della retina. I sintomi consistono soprattutto nella riduzione della visione centrale (quella che consente di riconoscere i visi, leggere, guidare etc), che inizia durante l’adolescenza o, comunque, in giovane età (prima e seconda decade di vita). Inoltre, i pazienti possono lamentare disturbi nella percezione dei colori (discromatopsia), macchie nere nel campo visivo (scotomi centrali) e intolleranza alla luce (fotofobia). La malattia è causata da ‘errori’ (mutazioni) del gene chiamato ABCA4, il cui malfunzionamento provoca disfunzione e perdita delle cellule retiniche (i cosiddetti fotorecettori coni e bastoncelli). La malattia compare quando l’individuo ha entrambe le copie del gene con le mutazioni. La progressione della malattia è legata a fenomeni neuroinfiammatori indotti dal crescente stress ossidativo (i radicali liberi).In questo trial clinico, il primo in assoluto, sono stati coinvolti 31 pazienti con Stargardt trattati con 20 milligrammi al giorno di zafferano (Repron, brevetto internazionale) in compresse. I pazienti hanno assunto lo zafferano per sei mesi e poi una sostanza placebo per i successivi sei. La funzione visiva si è mantenuta stabile durante i sei mesi di trattamento mentre tendeva a deteriorarsi durante l’assunzione del placebo.
Fonte: Askanews.it

immagine Cancro prostata, stime Aiom: 37mila nuovi casi nel 2019

Cancro prostata, stime Aiom: 37mila nuovi casi nel 2019

Mirone, Fondazione Pro: "Dieci regole per prevenirlo"

Sono 37mila, secondo le ultime stime AIOM (Associazione Italiana Oncologia-Medica), i nuovi casi di cancro alla prostata diagnosticati nel 2019. La patologia si conferma tra i primi 5 tumori più diffusi in Italia, nella classe 50-69 anni e negli ultrasettantenni raggiunge la prima posizione in classifica. Il tumore della prostata mostra l’incidenza più alta in Valle d’Aosta (159 casi per 100.000 abitanti) e la più bassa in Sicilia (86 casi per 100.000 abitanti). Più in generale, la patologia evidenzia un netto calo dell’incidenza in Italia (-1,4% annuo) legato soprattutto al minor utilizzo del PSA come test di screening. Un calo che si registra in tutte le regioni, in maniera significativa in Friuli (-8,3%), Liguria (-4%), Alto Adige (-4,7%) e Sardegna (-3,8%).“Il cancro alla prostata – commenta Vincenzo Mirone, presidente della Fondazione Pro, unica in Italia dedicata esclusivamente alla salute maschile – è noto anche come killer silenzioso. Il calo dell’incidenza registrato dall’Aiom è una buona notizia ma è fondamentale non abbassare la guardia.La prevenzione resta lo strumento più importante per contrastarlo. La Fondazione Pro è impegnata ogni giorno nella diffusione della cultura della prevenzione, attraverso azioni e campagne di sensibilizzazione e attraverso le attività della nostra Unità mobile, nata proprio per portare la prevenzione tra la gente”.La Fondazione Pro ha stilato il decalogo per la salute maschile: 1. Effettuare, almeno una volta l’anno, una visita urologica di controllo dai 50 anni 2. Seguire uno stile di vita equilibrato 3. Usare con moderazione cibi e bevande come birra, insaccati, spezie, pepe, peperoncino, superalcolici, caffè, cioccolato, formaggi grassi, pesci grassi (anguilla, tonno, sgombro), frutti di mare, crostacei (gamberi, aragosta) 4. Preferire cibi contenenti sostanze antiossidanti 5. Bere almeno 2 litri d’acqua al giorno 6. Regolarizzare la funzione intestinale 7. Mantenere un’attività sessuale regolare 8. Evitare di praticare il coito interrotto 9. Praticare attività fisica 10.Moderare l’uso dei mezzi a due ruote.
Fonte: Askanews.it

immagine Ricerca, cannabis in gravidanza espone i bambini a effetti psicotici

Ricerca, cannabis in gravidanza espone i bambini a effetti psicotici

Su Nature Neuroscience studio dell'Università di Cagliari

Un nuovo studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Cagliari e guidato da Miriam Melis, in collaborazione con l’Accademia delle Scienze Ungheresi a Budapest e l’Università del Maryland a Baltimora, rivela come l’uso durante la gravidanza della cannabis e l’esposizione al suo principale componente psicoattivo – il THC – modifichi il sistema dopaminergico della prole e la renda suscettibile ai suoi effetti psicotici durante la preadolescenza.Questo studio, che esce oggi sulla prestigiosa rivista internazionale “Nature Neuroscience”, grazie a un approccio multidisciplinare ha svelato importanti modificazioni delle aree cerebrali responsabili della gratificazione nei giovani ratti, i quali mostrano una maggiore vulnerabilità agli effetti di una sola esposizione al THC a un’età in cui i giovani cominciano a sperimentarla. Lo studio, iniziato nei laboratori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Cagliari nel 2014, ha visto successivamente il coinvolgimento dei due centri di ricerca internazionali ed è finanziato dal prestigioso ente americano National Institute on Drug Abuse: mostra come l’uso di una droga considerata “leggera”, se assunta durante la gravidanza modifichi la regione cerebrale importante per le emozioni, il piacere e diverse funzioni cognitive, così come fanno cocaina e l’alcol. Un’evidenza molto importante perché – con la crescente legalizzazione della cannabis e la diffusa percezione di una sua sostanziale innocuità – la cannabis è la droga illegale più usata nel mondo dalle donne incinte, a volte assunta come rimedio per le nausee mattutine o per l’ansia.Gli autori dello studio sperano quindi che la loro scoperta aiuti il processo di consapevolezza riguardo le conseguenze negative sullo sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino. D’altronde gli studi dimostrano come rispetto ai loro pari questi bambini siano iperattivi, disattenti, più impulsivi e più suscettibili alle psicosi. Non sorprende quindi gli autori che anche lo sviluppo del loro sistema dopaminergico sia alterato. Nello stesso studio, gli autori sono stati in grado di correggere le modificazioni cerebrali, a livello sia cellulare sia comportamentale, riuscendo a proteggere i piccoli esposti durante la gestazione al THC dai suoi effetti detrimenti con un farmaco che attualmente è approvato dalla agenzia americana del farmaco (la Food and Drug Administration) in diversi studi clinici per il trattamento della schizofrenia, del disturbo bipolare e dei disturbi psichiatrici associati all’uso di cannabis.
Fonte: Askanews.it

immagine In arrivo influenza con virus più “insidiosi”: 6 milioni a letto

In arrivo influenza con virus più “insidiosi”: 6 milioni a letto

Pregliasco: proteggersi con il vaccino anti-influenzale

La nuova stagione influenzale vedrà protagonisti virus più ‘insidiosi’. Sono in circolazione due nuove varianti dei virus, H3N2 – H1N1 che potrebbero colpire circa 6 milioni di persone.L’H1N1 nella fascia d’età pediatrica e l’H3N2 nella popolazione anziana possono sviluppare forme influenzali particolarmente severe con un rischio maggiore di complicanze. Gli altri virus in circolazione sono B/Colorado e A/Kansas che sono già noti dalle precedenti stagioni.Osservatorio Influenza come ogni anno si propone come punto di informazione e erogazione di consigli per tutti coloro che desiderano acquisire informazioni puntuali sulla vaccinazione e sull’influenza. E’ possibile richiedere attraverso il servizio “esperto on-line” consigli su come prepararsi alla stagione influenzale e supporto per indirizzarsi al proprio medico o allo specialista di riferimento.“La stagione influenzale in termini di stime potrà colpire circa 6 milioni di persone – afferma il professor Fabrizio Pregliasco, Virologo, direttore scientifico di Osservatorio Influenza, Ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario I.R.C.C.S. Istituto Ortopedico Galeazzi – E’ importante prepararsi all’inverno proteggendosi con il vaccino anti-influenzale. Purtroppo ancora oggi è necessario fare informazione per educare la popolazione, soprattutto le categorie a rischio, a ricorrere alla vaccinazione. Le domande arrivate in questi anni al sito Osservatorio Influenza evidenziano ancora il bisogno di spiegare in cosa consiste il vaccino, perché è opportuno eseguirlo, come gestire persone che sono fragili già a causa di altre malattie”.L’informazione passa anche attraverso una corretta comprensione di cosa si intende per influenza e cosa per patologie parainfluenzali. Spesso l’efficacia della vaccinazione viene messa in discussione per una mancata conoscenza delle differenze tra i virus che sono protagonisti dell’influenza e che la vaccinazione contrasta, e i virus (ne esistono oltre 250) responsabili di forme simil-influenzali che hanno sintomatologie diverse e che spesso vedono protagoniste le alte vie respiratorie (tosse raffreddore e mal di gola).L’influenza vera e propria si manifesta con febbre alta oltre i 38°, dolori osteoarticolari/muscolari insieme a tosse, raffreddore naso che cola, mal di gola. Inoltre si protrae, se non si manifestano complicanze, dai 5 ai 7 giorni. Anche la convalescenza o la ripresa dopo la fase acuta, richiede qualche giorno allontanando la ripresa delle normali attività quotidiane.La vaccinazione influenzale agisce da difesa e da barriera alla diffusione del virus. Raggiungere le coperture indicate dal Ministero della Salute significa impattare sull’abbattimento del rischio di complicanze, che possono portare nei casi più gravi al decesso, e sulla salute della popolazione in generale.
Fonte: Askanews.it

immagine Psichiatri: depressione grave aumenta rischio di altre 22 malattie

Psichiatri: depressione grave aumenta rischio di altre 22 malattie

E accresce rischio di gesti irreversibili dei pazienti

Fiato corto, disturbi gastrointestinali, patologie cardiache croniche, malattie urinarie: sono solo alcuni dei problemi direttamente provocati dalla depressione grave. I pazienti con un disturbo dell’umore severo hanno infatti un rischio dal 12 al 32% più elevato di andare incontro a 22 patologie diverse, come ha dimostrato un recente studio australiano pubblicato su Molecular Psychiatry per cui sono stati analizzati i dati genetici di oltre 330mila persone: la depressione non è semplicemente associata a queste patologie né è una loro conseguenza, ne è piuttosto una causa diretta. I pericoli non finiscono qui, perché chi soffre di depressione grave ha un rischio di suicidio più elevato: dal 40 al 70% dei pazienti ha pensieri suicidari, il 10-15% dei gesti estremi si verifica in chi soffre di depressione. Lo sottolineano gli esperti della Società Italiana di Psichiatria in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, chiedendo maggiore attenzione e risorse per i Servizi di salute mentale in modo da venire incontro alle necessità dei quasi 3 milioni di italiani con disturbi depressivi: oggi per questo settore si spende appena il 3,5% della spesa sanitaria complessiva, a fronte di una necessità stimata in almeno il 5% e un investimento dell’8-15% negli altri Paesi del G7.“La depressione purtroppo è in continua crescita: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’incidenza è aumentata quasi del 20% in dieci anni – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria e professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio, Chieti – un problema serio viste le ripercussioni sulla salute generale verificate dalla ricerca appena pubblicata dai ricercatori australiani: i nuovi dati, raccolti attraverso lo studio genetico di migliaia di persone per valutare la correlazione causale fra la depressione e 925 diverse patologie, dimostrano in modo netto che è il disturbo mentale a provocare un incremento del rischio di malattie organiche e non viceversa. È infatti noto che il tasso di incidenza di patologie come asma, infezioni gastrointestinali, ipercolesterolemia, problemi cardiovascolari è più elevato nei pazienti depressi, il nuovo studio dimostra senza ombra di dubbio che è la depressione a spianare la strada a queste malattie e non il contrario. Averlo compreso è fondamentale per assicurare ai pazienti tutto il sostegno di cui hanno bisogno: è necessario, per esempio, sottoporre i pazienti a screening per le 22 patologie connesse alla depressione per poi trattarle al meglio, così da minimizzarne le implicazioni negative per la salute generale nel lungo periodo; è altrettanto indispensabile una gestione attenta delle terapie, perché per esempio l’incremento di problemi gastrointestinali è da ritenersi talvolta collegato alle terapie antidepressive, che possono e devono essere condotte con maggiore attenzione”. 
Fonte: Askanews.it
 

immagine Malattie del cuore prima causa di morte nel mondo, 18 mln l’anno

Malattie del cuore prima causa di morte nel mondo, 18 mln l’anno

Giornata Mondiale per il Cuore, 29 settembre

Si deve fare ancora molto per aumentare la consapevolezza degli italiani sui fattori di rischio delle malattie cardiovascolari, e su quali siano le armi vincenti a disposizione per prevenirle. Questa è una priorità perché le malattie cardiovascolari rappresentano ancor oggi la prima causa di morte in Italia e nel mondo ed uccidono ogni anno 17,9 milioni di persone.Un’indagine recente condotta a livello nazionale da Astra Ricerche per FIPC, conferma la buona notizia di quanto nel nostro Paese sia aumentata la consapevolezza dei danni legati al fumo (attivo e passivo) identificato dal 60% degli intervistati, quasi a pari merito (56%) con colesterolo, ipertensione e diabete. Per preservare la salute del cuore, stupisce che ancora meno di 1 italiano su 3 consideri come alleati quotidiani le corrette abitudini alimentari, quelle legate all’attività fisica e la gestione dello stress.Gli stili di vita sono dunque al centro dei messaggi che FIPC insieme a Conacuore rinnova il 29 settembre per la Giornata Mondiale per il Cuore, la campagna promossa in tutto il mondo dalla World Heart Federation e coordinata in Italia dalla FIPC. Nel corso del mese di settembre e anche oltre sono moltissime le iniziative aperte al pubblico in forma gratuita, organizzate da associazioni di pazienti, ospedali, aziende sanitarie locali, enti pubblici e privati per sensibilizzare le persone a prendersi cura del proprio cuore.Grande visibilità viene data a questi temi grazie alla collaborazione con Lega Calcio e FIGC, attraverso l’esposizione dello striscione della Giornata Mondiale per il Cuore nei campi di calcio di Serie A prima dell’inizio delle partite del 28-30 settembre e la proiezione dello spot educazionale sui videowall, consentendo di raggiungere gli “sportivi” del calcio, più o meno virtuali, presenti allo stadio o collegati.“Lo sforzo che chiediamo è quello di preoccuparsi di cosa sia possibile fare per il proprio cuore – spiega Emanuela Folco, Presidente FIPC, Fondazione Italiana per il Cuore – Si tratta di piccoli gesti e modifiche del nostro stile di vita quotidiano, gli stessi che l’indagine sottolinea e che non sono ancora percepiti come utili per vivere più a lungo, meglio e con un cuore più sano. Occorre intervenire per ridurre il rischio delle malattie cardio-cerebrovascolari, tra cui infarto, scompenso e ictus, che in Italia colpiscono e uccidono ogni anno ben 127mila donne e 98mila uomini. Nella Giornata Mondiale per il Cuore chiediamo, quindi, di diventare un eroe del cuore, promettendo, per noi stessi e per i nostri cari, piccoli ma costanti accorgimenti quotidiani, fatti di quelle scelte legate al corretto stile di vita”.“Diventa un eroe del cuore” è il razionale (e anche il titolo) dell’opuscolo della Giornata Mondiale per il Cuore di quest’anno, distribuito in 120.000 copie in tutta Italia. Inoltre, grazie alla collaborazione con Federfarma Lombardia, nelle farmacie di Milano e provincia, Monza e Lodi che aderiscono all’iniziativa, oltre a ricevere una copia dell’opuscolo della Giornata Mondiale per il Cuore 2019, sarà possibile effettuare gratuitamente un test a punteggio per valutare la salute del cuore e ricevere informazioni sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari.“Questo opuscolo vuole essere uno strumento utile per poter mettere in atto le “promesse” che ciascuno dovrebbe fare con sé stesso e con il proprio cuore – continua Giuseppe Ciancamerla, Presidente di Conacuore – nel corso di tutte le iniziative di informazione e sensibilizzazione per il pubblico organizzate sul territorio. Non escludiamo però l’aiuto delle persone che ci sono vicine e con le quali vogliamo condividere al meglio il nostro futuro”.L’elenco delle iniziative in tutta Italia è disponibile su fondazionecuore.it e conacuore.it. Una giornata, quella del 29 Settembre, che vuole essere un’opportunità per capire quanto siamo disposti a rinunciare o a impegnarci per la salute del nostro cuore. Basterà mangiare e bere con moderazione, fare più attività fisica e dire no al fumo? Potremmo davvero cominciare tutti da qui.
Fonte: askanews.it

immagine Meditazione: dagli Usa all’Italia è boom di “seguaci”

Meditazione: dagli Usa all’Italia è boom di “seguaci”

Un successo globale, mercato da 1,2 mld di dollari in forte crescita

Lo stress dalla routine lavorativa e il logorio della vita moderna sono un problema sempre più diffuso. Una condizione negativa che spinge un numero sempre maggiore più persone a fruire di tecniche come la meditazione per migliorare la qualità della propria esistenza. Ed è un vero e proprio boom. Basti pensare che, secondo un’indagine americana pubblicata dalla CNBC, questa disciplina viene praticata da oltre il 14% della popolazione, quasi 20 milioni di persone, e che, secondo quanto riferito dal Global Wellness Summit 2019, il mercato della meditazione vale oggi solo negli USA 1,2 miliardi di dollari, cifra destinata a toccare quota 2 miliardi nel 2022.A contribuire alla popolarità del trend ci sono anche numerose celebrities, che hanno deciso di abbracciare quest’antica pratica orientale per ritrovare la serenità: da David Lynch, che ha affermato di meditare almeno due volte al giorno, a Oprah Winfrey, che ne ha fatto un vero e proprio stile di vita, da Michael Jordan a Clint Eastwood, fino ad arrivare a Will Smith, che ha costruito uno spazio appositamente dedicato alla meditazione tra le mura domestiche, e alla campionessa di tennis Bianca Andreescu, reduce dal successo contro Serena Williams. Ma quali sono i benefici della meditazione? Secondo una ricerca pubblicata sul Time, tra i vantaggi principali figura l’alleviamento dei sintomi di ansia e depressione, e la riduzione dei livelli di cortisolo nel sangue, conosciuto anche come ormone dello stress. E ancora, secondo una ricerca della Harvard University pubblicata sul Washington Post, la meditazione migliora l’attività della corteccia cerebrale e aumenta la soglia della concentrazione. Infine, per essere più felici, bastano invece 15 minuti di meditazione al giorno, secondo una ricerca pubblicata su Forbes.Un fenomeno che sta raccogliendo sempre più appassionati anche in Italia, dove si moltiplicano i corsi e i gruppi di meditazione, oltre alle pubblicazioni dei maggiori esperti della tecnica. “I vantaggi della meditazione per il benessere psicofisico sono riconosciuti dal mondo scientifico, sempre più persone ne sono coscienti e scelgono quindi di affidarsi a questa preziosa e antica pratica; si tratta però di un procedimento estremamente raffinato da apprendere, che va realizzato attraverso tappe precise – spiega Andrea Di Terlizzi, fondatore della casa editrice Inner Innovation Project e coautore del libro “La Meditazione” assieme a Antonella Spotti – .La meditazione è uno stato di coscienza che può letteralmente cambiare la vita di una persona, sviluppando capacità percettive e introspettive totalmente al di fuori della portata comune. Trasformarla in un giocattolo da usare a tempo perso rappresenta la perdita di una grande opportunità. Per questo motivo il mio consiglio è di approcciarsi alla disciplina con la massima serietà, comprendendo come la cura del corpo e della mente siano strettamente correlati. La meditazione ha scopi che vanno ben oltre il benessere psicofisico, perché influisce sugli aspetti più profondi di ognuno di noi, portando alla luce potenziali insospettabili”.
Fonte: askanews.it
 

immagine In forma dopo l’estate? Ecco la “dieta del rientro”

In forma dopo l’estate? Ecco la “dieta del rientro”

Con l'aiuto dei prodotti surgelati preziosi alleati per la linea.

In vacanza, si sa, ci si concede qualche libertà in più soprattutto a tavola: pranzi, cene, spuntini fuori pasto, il più delle volte a base di cibi grassi o ricchi di zuccheri, che possono mettere a dura prova la linea. Ecco perché, terminate le ferie, sempre più Italiani (oltre il 50%) dichiarano di aver bisogno di smaltire i chili di troppo accumulati nel periodo di riposo ed adottano un regime dietetico per “disintossicarsi” dagli stravizi, dai tanti (troppi) cibi consumati, dalle tante (troppe) calorie assunte. In questo scenario, i prodotti surgelati possono rappresentare un valido alleato di un’alimentazione sana e attenta al contenuto calorico, senza cadere nella monotonia o nella ripetitività: ecco perché l’IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati – in collaborazione con un’esperta nutrizionista, Elisabetta Bernardi, ha messo a punto un vademecum di consigli utili per alimentarsi in modo equilibrato, chiamando in aiuto i prodotti “sottozero” – soprattutto vegetali e ittici – entrambi “amici della linea”.E di fatto, già da alcuni anni ormai, negli Stati Uniti ad esempio – Paese da sempre all’avanguardia sulle ultime novità in materia di fitness e di tendenze food – spopolano diete a base di ingredienti surgelati preparate da chef e nutrizionisti, come il piano alimentare studiato dall’American Frozen Food Institute (AFFI): un menù settimanale equilibrato e vario, da circa 1200 calorie giornaliere, che include molti piatti a base di verdure “sottozero” e di pesce surgelato, con un buon apporto di grassi polinsaturi e un basso valore di colesterolo. Una dieta che, tra gli americani, ha già riscosso grandi consensi. Il motivo di tale successo è semplice: i prodotti surgelati, soprattutto quelli “al naturale”, si rivelano ideali per favorire il controllo delle quantità di cibo assunte e quindi del peso; consentono di seguire facilmente una dieta diversificata, equilibrata e poco calorica (garantendo la disponibilità di pesce, frutta e verdura tutto l’anno) e sono infine convenienti e rapidi da preparare: giusto il tempo di aprire il freezer, scegliere quel che si vuole mangiare e saltarlo direttamente in padella oppure scaldarlo in forno o nel microonde.E in Italia questo successo è testimoniato anche dai più recenti dati di consumo di frozen food, resi noti dall’IIAS: nel 2018, infatti, nel nostro Paese sono state acquistate oltre 838.580 tonnellate di prodotti “sottozero”, con vegetali e ittici in pole position, i cui consumi hanno toccato rispettivamente le 398.310 e le 112.700 tonnellate. In particolare, i vegetali sono in testa ai consumi dell’intero comparto (con il 47,5% del totale), a conferma della capacità di questo segmento di soddisfare pienamente le richieste dei consumatori in termini di benessere, nutrizionalità e servizio, con un’offerta che risponde anche alle più recenti tendenze/mode alimentari in voga (vegetarianismo, veganismo). Mentre l’ittico si conferma il secondo segmento di categoria: soprattutto i prodotti “al naturale”, il mollame e i crostacei vengono apprezzati per la qualità, la disponibilità, l’ampia scelta e l’alto contenuto di servizio, essendo subito pronti al consumo e senza sprechi.
Fonte: askanews.it

immagine Over 65 restii mollare cattive abitudini anche con diagnosi tumore

Over 65 restii mollare cattive abitudini anche con diagnosi tumore

Iss: non smettono di bere e fumare

Sono poco meno di 2 milioni gli italiani con più di 65 anni che hanno ricevuto una diagnosi di tumore, di questi 2 su 10 dichiarano di essere in pessime condizioni fisiche e psicologiche. Eppure le cattive abitudini, come fumo, consumo di alcol a rischio, sedentarietà, che rappresentano rilevanti fattori di rischio per recidive tumorali, non vengono del tutto abbandonate. Lo rivela il sistema di sorveglianza PASSI d’Argento (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità). I dati sono stati inseriti nel volume “I numeri del cancro in Italia 2019”, presentato oggi al Ministero della Salute e frutto della collaborazione tra AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM, ISS e SIAPEC-IAP, di cui si allega il comunicato.L’indagine, condotta nel biennio 2016-17, ha raccolto informazioni su un campione, rappresentativo per genere ed età, di 22811 persone di 65 anni o più residenti in Italia, non istituzionalizzati, né ospedalizzati o residenti in strutture. Di questi 3019 hanno riferito di aver ricevuto una diagnosi di tumore, pari ad una prevalenza media annua nella popolazione generale di ultra65enni del 12.8% che si stima coinvolga circa un milione e 729mila ultra65enni, valori in linea con quanto emerge dalle stime di prevalenza dai dati dei registri tumori.ll profilo di salute fisica e psicologica e la qualità di vita degli ultra65enni con una diagnosi di tumore risulta decisamente compromesso rispetto al profilo di persone libere da cronicità e comunque peggiore anche rispetto a quanto emerge per persone affette da altre patologie croniche, diverse dal tumore (cardiopatie, ischemia cerebrale, malattie croniche respiratorie, diabete, insufficienza renale, malattie croniche del fegato). Il 22% degli ultra65enni che riferiscono una diagnosi di tumore dichiara di essere in pessime condizioni di salute: il 19% riferisce sintomi di depressione, il 16% dichiara che queste condizioni di salute, fisica e/o psicologica, hanno impedito loro di svolgere le normali attività quotidiane per oltre 2 settimane nel mese precedente l’intervista.Anche le disabilità percettive legate a vista e udito, che condizionano fortemente le capacità di comunicazione delle persone anziane, peggiorando la loro qualità di vita e inducendo problematiche connesse all’isolamento, alla depressione e alle cadute, sono più frequenti fra gli ultra65enni con una diagnosi di tumore: il 12% ha un deficit visivo, non risolvibile con l’uso lenti, il 15% ha problemi legati all’udito non risolti o risolvibili con l’uso di apparecchi acustici.Ancora, cadute e disabilità sono più frequenti fra gli ultra65enni con diagnosi di tumore: il 10% riferisce di essere caduto nel mese precedente l’intervista (rispetto al 6% fra persone libere da cronicità); il 20% è disabile (rispetto al 12%), ovvero non è più autonomo in una delle 6 attività fondamentali della vita quotidiana, come mangiare, vestirsi, lavarsi, spostarsi da una stanza all’altra, essere continenti, usare i servizi per fare i propri bisogni.
Fonte: askanews.it

immagine Salute, sul web attenzione a false promesse delle acque minerali

Salute, sul web attenzione a false promesse delle acque minerali

Studio Univ. Padova su 253 marchi: 40 con informazioni fuorvianti

L’uso massiccio del web marketing rende molto più difficile il monitoraggio delle indicazioni nutrizionali e sulla salute utilizzate nelle campagne pubblicitarie. Questo vale anche per le acque minerali che spesso promettono e vantano effetti benefici senza che questi siano supportati da alcuno studio scientifico che comprovi quanto dichiarato. Uno studio, condotto dal gruppo di ricerca dell’Unità di Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica dell’Università di Padova coordinato dal prof. Dario Gregori, con il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità, e appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “International Journal of Environmental Research and Public Health” ha esaminato in profondità i contenuti dei siti web per le acque in bottiglia prodotte in Italia. La ricerca – spiega l’Università di Padova – era volta a valutare se vengono segnalate indicazioni nutrizionali e sanitarie associate al consumo dell’acqua in bottiglia, quali tipi di indicazioni nutrizionali e sanitarie sono segnalate più frequentemente, e se le indicazioni sui possibili effetti benefici associate al consumo possano essere ritenute appropriate in base alle attuali indicazioni normative, che richiedono, come principio generale, l’essere supportate da adeguate evidenze scientifiche. Nello studio i ricercatori hanno condotto una rassegna del contenuto del sito web delle 253 acque in bottiglia prodotte in Italia e riportate nella relazione annuale di Bevitalia 2016-2017. Per ogni marca sono state esaminate le indicazioni relative alle proprietà preventive, curative o terapeutiche dell’acqua segnalata. “Sono state identificate 40 acque in bottiglia che includevano informazioni potenzialmente fuorvianti non coerenti con la direttiva europea sullo sfruttamento e la commercializzazione di acque minerali naturali – spiega il prof. Dario Gregori -. Abbiamo notato in particolare come le informazioni sugli effetti salutistici riportate nei siti web di tali acque, non sufficientemente supportate da riscontri scientifici o di letteratura, si riferiscano per lo più a possibili effetti benefici per le vie urinarie e sistemi cardiovascolari ma spesso allargandosi fino a dichiarazioni di efficacia in ambiti particolari o anche sull’estetica del potenziale consumatore. I risultati del lavoro di ricerca evidenziano, utilizzando il case study sull’acqua in bottiglia, che il monitoraggio del contenuto dei siti web è altrettanto essenziale di quello sulle etichette per evitare pratiche di marketing inappropriate, tali per cui il consumatore può ricevere indicazioni fuorvianti su possibili effetti salutistici non adeguatamente supportati da evidenze scientifiche”.


Fonte: askanews.it

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Solo 17% fumatori italiani ha informazioni su prodotti senza fumo

Studio Philip Morris: mancanza informazione ostacola prodotti alternativi

La mancanza di informazione ostacoli prodotti alternativi al fumo: solo il 17% dei fumatori italiani dichiara di avere informazioni adeguate sui prodotti senza fumo. E’ quanto emerge da un rapporto rilasciato oggi da Philip Morris International (PMI) dal titolo “Unsmoke: Clearing the Way for Change” basato sui risultati di uno studio internazionale condotto per l’azienda da Povaddo, istituto di ricerca indipendente. Se le scelte migliori restano sempre non iniziare o smettere del tutto di fumare sigarette e utilizzare qualsiasi altro prodotto a base di nicotina, la realtà è che molte persone non lo fanno. Il sondaggio, condotto in 13 paesi tra gli adulti di età compresa tra 21 e 74 anni, esplora due temi chiave: la mancanza di informazioni disponibili su prodotti senza fumo e l’impatto del fumo sulle relazioni personali. Lo studio rivela alcune delle barriere che impediscono ai fumatori di considerare alternative senza fumo rispetto al fumo tradizionale. “Attualmente vi è molta disinformazione sui prodotti senza fumo e questo crea confusione. È uno dei maggiori ostacoli che è necessario affrontare per costruire un mondo senza fumo.” ha dichiarato Jacek Olczak, chief operating officer di PMI. “La realtà è che sono disponibili valide alternative per i fumatori adulti che non smettono di fumare. C’è un bisogno urgente di un dibattito globale – basato su ricerche e fatti scientifici – su queste alternative.” Per quanto riguarda il pubblico italiano, il rapporto fotografa innanzitutto il desiderio di un maggiore impegno per rendere le sigarette un ricordo del passato – un obiettivo condiviso da quasi nove intervistati su dieci che affermano che il Governo dovrebbe investire tempo e risorse nel cercare di ridurre l’incidenza del fumo. Tuttavia, l’88% degli italiani sono convinti che regolazione e tassazione non saranno in grado, da sole, di risolvere il problema. Se l’87% degli intervistati (più di quattro su cinque) concorda sulla necessità di maggiori e più trasparenti informazioni sui prodotti senza fumo, solo il 17% dei fumatori si ritiene “decisamente d’accordo” sull’avere tutte le informazioni necessarie. La domanda di informazione è forte: il 96% del pubblico italiano conosce la sigaretta elettronica, ma tre quarti dei fumatori (75%) affermano che prenderebbero più facilmente in considerazione il passaggio ad alternative tecnologiche – sigarette elettroniche o prodotti a tabacco riscaldato – se fosse più chiaro in che modo tali prodotti differiscono dalle sigarette. Centrale per una corretta informazione ai fumatori è anche la collaborazione tra aziende, istituzioni e mondo scientifico, ritenuta indispensabile dal 77% degli intervistati. Lo studio esplora anche l’attitudine verso il fumo di fumatori e non fumatori, e il ruolo che il fumo svolge in ambito personale e sociale. Ad esempio, l’87% dei non fumatori italiani ha avuto divergenze con il proprio partner a causa del vizio del fumo di quest’ultimo, mentre quasi 9 non fumatori su 10 sono infastiditi dal fumo durante i pasti. Sempre secondo lo studio, abbandonare l’utilizzo di sigarette e prodotti contenenti nicotina rimane la scelta migliore, ma rispetto al continuare a fumare, l’utilizzo di alternative senza fumo potrebbe migliorare la qualità delle relazioni personali. Infatti, gli ex-fumatori che sono passati definitivamente a prodotti senza fumo concordano sul fatto che tali prodotti hanno avuto un impatto positivo sulla loro vita: i pasti hanno un sapore migliore (84%), la loro vita sociale è migliorata (57%), e le loro relazioni con la famiglia e gli amici sono migliori (51%). “Stiamo creando un movimento – #unsmoke – per contribuire a creare un mondo senza fumo”, ha dichiarato Marian Salzman, senior vice president global communications di PMI. #Unsmokeyourworld è un’iniziativa di PMI per promuovere un cambiamento nell’approccio delle politiche sul fumo. Il movimento #unsmoke ha l’obiettivo di riunire una comunità di persone in grado di accelerare questo cambiamento rafforzando il messaggio secondo cui non iniziare o smettere completamente di fumare sigarette e utilizzare qualsiasi prodotto a base nicotina sono la scelta migliore, diventando altresì ambasciatori del messaggio che, per i fumatori che altrimenti continuerebbero a fumare, ci sono valide alternative tra cui tra cui oggi è possibile scegliere.


Fonte: askanews.it

immagine Senza peli è meglio, è boom epilazione definitiva maschile

Senza peli è meglio, è boom epilazione definitiva maschile

Spalle e schiena le zone più richieste dagli uomini

Il trend appare decisamente in crescita: accanto alle donne, che restano la maggioranza, sempre più uomini scelgono l’epilazione definitiva, tanto più quando il richiamo delle spiagge si fa sentire. Una novità epocale? Un segno dei tempi e delle mode che cambiano? Non del tutto. Per quanto possa sembrare strano, i primi a cercare di liberarsi dei peli superflui pare siano stati gli uomini delle caverne per motivi più pratici che estetici. Secondo alcuni studi, infatti, la peluria bagnata, che d’inverno tendeva a congelarsi, creava non pochi problemi, e si tentava perciò di rimuoverla con conchiglie o con denti affilati di qualche predatore. Certo, oggi molto è cambiato: a ridurre la peluria ci ha pensato in gran parte l’evoluzione della specie. Allo stesso tempo si sono sviluppate anche le tecniche di depilazione: rasoi, cerette, epilatori elettrici e da qualche tempo anche l’epilazione definitiva, che utilizza sofisticate tecnologie per rimuovere le cellule germinative alla base della formazione del pelo. Una soluzione che, cifre alla mano, negli ultimi anni sta riscuotendo sempre più apprezzamento anche in Italia. In base ai dati forniti da uno studio realizzato da epiLate, multinazionale del settore – con centri in Italia, Spagna e Svizzera – tra il 2017 e il 2018 si è registrato un incremento delle persone che ricorrono all’epilazione definitiva del 37,91% e un aumento del 24,89% nei primi sei mesi del 2019. Se le donne sono ancora la maggioranza, è in costante aumento la percentuale maschile salita dall’11,80% del 2017 al 15% nella prima metà del 2019. Insomma, sempre più uomini cercano metodi definitivi per liberarsi dei peli rispetto alla ceretta o al rasoio; dal report di epiLate, emerge che le parti più richieste sono le spalle (17,10%), la schiena (15,82%), il petto (13,59%), le ascelle (13,26%), l’ addome (11,54%). Ma non manca chi sceglie di definire la barba (6,19%) o persino di eliminarla completamente (2,52%). I dubbi principali per chi si accosta a questo settore sono due: l’efficacia e la sicurezza. La regola da tenere sempre presente è quella di rivolgersi a centri specializzati, in grado di fornire tutte le garanzie necessarie, anche attraverso test clinici sulle apparecchiature utilizzate e sulle procedure. Per quanto riguarda la durata del trattamento nel tempo, con circa 6/8 sedute, si parla di un’efficacia del 95% nell’arco di 10 anni. E non vanno sottovalutati i vantaggi per coloro che si trovano a dover fare i conti con una serie di problemi legati ai tradizionali metodi di depilazione, come i fastidiosi peli incarniti o la follicolite.


Fonte: askanews.it

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Dieta sbagliata importante fattore rischio tumore colon

Esperti: familiarizzare con gli alimenti amici della salute.

Una dieta sbagliata rappresenta un importante fattore di rischio per i tumori, in particolare per quelli del tratto gastrointestinale. Ma allo stesso tempo un adeguato stile alimentare può fare molto per prevenire questi tipi di tumore. E’ dunque importante imparare a riconoscere gli epic fail della dieta, le ‘bucce di banana’ che possono far levitare il rischio e familiarizzare invece con gli alimenti amici della salute, scudo e difesa contro il tumore. A questo riguardo, possono venire in aiuto alcuni importanti lavori scientifici di recente pubblicazione che hanno permesso di calcolare la percentuale di nuovi casi di tumore attribuibile ad un’assunzione inadeguata di alcuni alimenti. E’ il caso ad esempio di uno studio pubblicato su JNCI Cancer Spectrum che giunge alla conclusione che ben il 5,2 per cento (cioè 80.110 casi) di tutti i tumori registrati nel 2015 negli Usa, possono essere attribuibili ad una dieta inadeguata. Di questi, il 4.4 per cento è correlabile direttamente ad una dieta sbagliata, mentre nello 0.82 per cento dei casi il fattore di rischio dieta, è mediato dall’obesità (anch’essa frutto di una dieta sbagliata). I fattori dietetici a maggiore impatto sul rischio di tumore sono risultati essere: uno scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte e l’elevato consumo di carni processate (dagli insaccati alle salsicce e i wurstel) dall’altra. E’ proprio il tumore del colon retto quello che risulta maggiormente correlato alla dieta (ben il 38,3 per cento del totale dei casi), in particolare tra i maschi di mezza età (45-64 anni). Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10.2 per cento di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni anche se, studi dell’ultimo decennio, indicano che l’incidenza e la mortalità per questa patologia sono in aumento anche in fasce di età più giovani. Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare ma lo stile alimentare e la prevalenza di obesità, in aumento nei giovani e negli adolescenti, potrebbero rappresentare una spiegazione almeno parziale del fenomeno. I meccanismi biomolecolari attraverso i quali gli alimenti favoriscono o proteggono dall’insorgenza di cancro sono stati finora poco studiati, sebbene sia ormai scientificamente appurato il ruolo protettivo nei confronti del tumore di alcune componenti bioattive quali ad esempio, le fibre, la vitamina E, il selenio, i polifenoli e gli omega-3. “In definitiva – afferma la professoressa Filomena Morisco, Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Napoli ‘Federico II’ – dai risultati di questo studio epidemiologico emergono ulteriori conferme sull’importanza della dieta nella genesi delle malattie neoplastiche in generale, ma soprattutto di quelle che interessano l’apparato gastrointestinale. Ne consegue che la scienza della nutrizione si interfaccia con i meccanismi di cancerogenesi e suggerisce sempre più la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale”.

Fonte: askanews.it

 

immagine Estate, si parte in 2 ma non si torna in 3: relax non aiuta fertilità

Estate, si parte in 2 ma non si torna in 3: relax non aiuta fertilità

L'esperto: mito sfatato, concepimenti soprattutto in inverno.

Vacanze d’estate in arrivo e insieme a queste può crescere il desiderio di avere un bambino. E’ infatti nel periodo di pausa dal lavoro e di meritato relax che molte coppie lasciando più spazio all’amore si sentono pronte a diventare genitori. Ma bisogna sfatare un mito: durante il viaggio estivo lontani dallo stress non si è più fertili e non si concepisce di più. “In tutta Europa da almeno venti anni si registra un aumento delle nascite nei mesi estivi, luglio, agosto e, in particolare, settembre. Dal 2015 al 2019 settembre segna un boom in questo senso, ciò significa che il concepimento maggiore è intorno a Natale, nei mesi freddi”, spiega Claudio Giorlandino, ginecologo, direttore generale dell’Italian College of Fetal Maternal Medicine. “Partire in due e tornare in tre” dunque non è altro che un luogo comune. E le ragioni sono molteplici. “Il numero di concepimenti nei mesi estivi è legato a situazioni come quelle di coppie giovani che, magari dopo un matrimonio o in un momento particolarmente felice della loro vita, decidono di suggellare l’unione con un viaggio – osserva l’esperto – è vero che nei periodi di maggiore felicità c’è più possibilità di essere fertili ma per ragioni legate soprattutto alla predisposizione sentimentale. Dunque, se in questi soggetti aumenta l’interesse ad avere figli, aumenta il numero di rapporti e aumenta la procreazione; se dobbiamo fare invece una valutazione generale, la maggior parte dei concepimenti avviene intorno al mese di dicembre”. “Non vi è poi nessuna influenza ambientale o correlazione neuroendocrina perché il riposo impiegherebbe troppo tempo per agire sul sistema neuroendocrino mentre i vacanzieri hanno a disposizione dalle due alle quattro settimane – spiega Giorlandino – nell’uomo per migliorare gli spermatozoi ci vogliono infatti almeno sei mesi, nella donna per riprendere una regolare attività ovulatoria, nel caso in cui lo stress ne abbia determinato una riduzione, può servire anche un anno di vita tranquilla e terapie riequilibranti. Quindi, la vacanza, il relax, non aumentano affatto la fertilità; quello che possono fare è favorire la predisposizione ad avere più rapporti sessuali e la disponibilità ad avere figli”.

Fonte: askanews.it

immagine Malattia mentale, chi ne soffre è più esposto ad altre patologie

Malattia mentale, chi ne soffre è più esposto ad altre patologie

Rischio più elevato di diabete e malattie cardiovascolari.

Come proteggere la salute fisica in soggetti affetti da malattia mentale. Questo l’obiettivo del lavoro commissionato da The Lancet Psychiatry a un gruppo di esperti, guidato da Joe Firth, NICM Health Research Institute, Western Sydney University, Westmead, NSW, Australia (J Firth PhD, Prof), che ha coinvolto prestigiose Università, tra cui quella di Padova e in particolare Marco Solmi, medico psichiatra ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ateneo patavino. “I pazienti affetti da malattia mentale grave quale schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo depressivo, ma anche con anoressia nervosa muoiono circa 15-20 anni prima della popolazione generale – spiega il dott. Marco Solmi -, e tale mortalità è causata da comorbidità fisica. The Lancet Psychiatry ha commissionato ad un gruppo di esperti un enorme lavoro mirato a stabilire quale sia lo stato dell’arte delle conoscenze sulla salute fisica in persone con malattia mentale, e quali siano i provvedimenti terapeutici da implementare per ciascun problema. Abbiamo individuato 5 evidenze su cui basare la cura della salute fisica delle persone con una malattia mentale, da oggi in avanti”. Chi soffre di una malattia mentale ha un rischio fino a doppio di avere diabete, sindrome metabolica, malattia cardiovascolare. Vi sono poi una serie di fattori di rischio per malattia fisica, quali fumo di sigaretta, consumo di alcool, disturbi del sonno, inattività fisica, e stile alimentare, che sono frequenti in chi soffre di malattia mentale rispetto a chi non ne soffre, ma che sono assolutamente modificabili. Ogni servizio di salute mentale deve promuovere e supportare l’utilizzo di una corretta terapia farmacologica, privilegiando farmaci di più recente introduzione con migliore profilo di tollerabilità, e riservando i farmaci che inducono parkinsonismi o con peggiore profilo metabolico ai casi resistenti ad almeno due molecole con tollerabilità ottimale. Inoltre, in tutte le persone con malattia mentale, dovrebbe esser valutato il rischio cardiovascolare, con strumenti specifici tipo il QRISK-3. Per fronteggiare tale tendenza alla pluri-patologia è necessario coinvolgere strategie di prevenzione e presa in carico multidisciplinari, come già viene fatto nella popolazione generale. Tuttavia tali interventi preventivi o di cura multidisciplinari, che funzionano molto bene nella popolazione generale, non lo fanno altrettanto bene nelle persone con malattia mentale. È quindi necessario implementare e declinare tali programmi in stretta collaborazione tra servizi di salute mentale ed altri attori di cura, calibrandoli sulle persone con malattia mentale che per sintomi depressivi, negativi, o cognitivi rimangono ai margini delle iniziative di promozione della salute Le risorse e la collaborazione tra attori istituzionali fanno la differenza. Più risorse economiche ed umane devono essere allocate per la salute fisica di chi soffre di malattia mentale, sia a livello di finanziamento di progetti di ricerca, sia di organizzazione dei servizi sanitari a livello globale. Solo attraverso l’allocazione di risorse, e la collaborazione tra ricerca e clinica, nuovi interventi potranno essere testati ed implementati nella pratica clinica e la salute fisica di chi soffre di malattia mentale potrà migliorare.

 

Fonte: askanews.it

immagine Ricerca, verso diagnosi malattia di Parkinson con un prelievo

Ricerca, verso diagnosi malattia di Parkinson con un prelievo

Svelato rapporto tra malattia e lipidi NAPE misurabili nel sangue.

Un team di ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e la Fondazione Santa Lucia (FSL) IRCCS di Roma, ha recentemente pubblicato sulla rivista internazionale “Metabolomics” un lavoro che svela, soprattutto nelle donne, il rapporto tra alcuni tipi di lipidi (grassi) misurabili nel sangue e prodotti dalla nostra flora intestinale (microbiota) e la malattia di Parkinson. Lo studio oltre ad offrire un nuovo futuro strumento diagnostico, suggerisce che le alterazioni nella popolazione di batteri che vivono dentro il nostro intestino potrebbero essere associate all’insorgenza della malattia. La ricerca, coordinata dai ricercatori IIT Andrea Armirotti e Angelo Reggiani, con la collaborazione del ricercatore FSL Gianfranco Spalletta e condotta in collaborazione con l’Unità di Biologia Computazionale del Centro Ricerca ed Innovazione della Fondazione Edmund Mach, è stata effettuata analizzando il sangue di 587 individui (268 malati e 319 sani suddivisi in 294 donne e 293 uomini). I risultati mostrano che la concentrazione di 7 particolari lipidi, chiamati NAPE (N-acil fosfatidiletanolammine), nel sangue dei soggetti affetti da Parkinson è diminuita di circa il 15% rispetto agli individui sani. Per ragioni attualmente sconosciute, tale diminuzione risulta significativamente più marcata nelle donne, fino a raggiungere anche il 25%. Uno dei ruoli di questi lipidi nel nostro organismo è di proteggere le cellule mantenendone l’integrità strutturale. Nel caso in cui le cellule che compongono il nostro cervello, i neuroni, vengano danneggiate, come appunto avviene nella malattia di Parkinson, esse “prelevano” i NAPE dal sangue diminuendone la concentrazione circolante nel nostro organismo. Questa scoperta ha portato il team di ricercatori ad ipotizzare che una alterazione della flora intestinale, dove vengono prodotti questi lipidi, possa portare ad un aumento della probabilità di insorgenza della malattia di Parkinson. “Il nostro studio dimostra che questi lipidi plasmatici, facili da misurare con un semplice prelievo di sangue, hanno il potenziale per diventare, dopo doverosi studi di verifica e validazione, un indicatore efficace della malattia di Parkinson. I dati da noi raccolti indicano che questi lipidi sono in grado di identificare la malattia nelle donne con una efficacia prossima al 90%. La vera sfida è adesso capire quanto precocemente possiamo usare i NAPE per predire l’insorgenza futura del Parkinson”, racconta Andrea Armirotti ricercatore IIT tra i coordinatori dello studio. I risultati di questa ricerca hanno portato IIT e FSL a brevettare l’uso dei NAPE come indicatori della presenza di danni al sistema nervoso (brevetto 102017000126773). Tale tecnica potrebbe, nel giro di pochi anni, essere utilizzata nella pratica clinica come procedura di screening diagnostico a basso costo. Questo studio, inoltre, suggerisce l’importante ruolo di alimentazione, stile di vita, stress emotivo e fattori ambientali nell’insorgenza di malattie legate al sistema nervoso. Infatti, questi fattori possono alterare la popolazione batterica della nostra flora intestinale diminuendo così la produzione di NAPE necessari a proteggere l’integrità delle nostre cellule.


Fonte: askanews.it

immagine Pediatri: frutta fondamentale per alimentazione nostri bambini

Pediatri: frutta fondamentale per alimentazione nostri bambini

immagine Allarme psichiatri: 730 nuove sostanze psicoattive sul mercato

Allarme psichiatri: 730 nuove sostanze psicoattive sul mercato

Effetti terribili: attenzione al web': specialisti riuniti a Firenze

Ben 730 nuove sostanze psicoattive, 55 delle quali segnalate nell’ultimo anno 2018. Questo il dato che risulta dall’ultimo report pubblicato a giugno 2019 dall’EMCDDA (European Monitoring Centre on Drugs and Drug Abuse), l’ente preposto al controllo europeo delle nuove sostanze in circolazione e che negli ultimi anni ha aiutato gli Stati membri dell’Unione a riconoscere e poi combattere le nuove sostanze “sul mercato”. Con il termine ‘Nuove Sostanze Psicoattive’ (Novel Psychoactive Substances, dai cui l’acronimo inglese NPS) vengono indicate tutte le sostanze d’abuso, sia in forma pura che in preparazioni, che non sono sottoposte a controllo secondo le due convenzioni delle Nazioni Unite sui Narcotici (1961) e sulle Sostanze Psicotrope (1971), ma che possono causare conseguenze per la salute umana paragonabili a quelli determinati dalle sostanze ivi incluse. Le NPS rappresentano un problema emergente a livello internazionale, un fenomeno in costante evoluzione negli ultimi anni in cui nuove molecole vengono continuamente inserite nel mercato non solo per soddisfare nuove richieste da parte dei consumatori ma soprattutto per eludere i controlli che cominciano ad essere istituiti nei vari Paesi attraverso l’aggiornamento della normativa in materia. Mancando standard analitici di riferimento (inesistenti o non facilmente reperibili), le intossicazioni causate dalle NPS risultano estremamente difficili da riconoscere e ancora di più da trattare. Di questo e altro si parla oggi a Firenze al convegno nazionale della Società Italiana di Psichiatria. “Il termine ‘nuovo’ non è sempre appropriato per definire tali molecole – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria e professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio, Chieti – ma va riferito prevalentemente all’insorgenza del loro uso ricreativo. Di frequente, infatti, le NPS sono frutto del ‘riciclaggio’ di prodotti sintetizzati in passato per scopi farmacoterapeutici e spesso abbandonati a causa dei notevoli effetti avversi. Da un punto di vista farmacologico le NPS sono estremamente eterogenee e le differenze di struttura chimica fra le singole sostanze rendono la predizione degli effetti desiderati e avversi dei rischi per la salute e degli eventuali interventi terapeutici estremamente complessa”. Fra i problemi più seri, il ‘marketing online’ di queste sostanze, che consente di raggiungere infiniti potenziali acquirenti, molto spesso giovani o giovanissimi. Spiega Enrico Zanalda, presidente SIP e direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Torino: “A porre i maggiori rischi sono sostanze stimolanti come catinoni sintetici, fenetilamine, responsabili di episodi di delirio paranoide, agitazione psicomotoria grave, aggressività, allucinazioni, nonché ipertensione, crisi convulsive, disturbi cardiovascolari, addirittura coma. Ma anche cannabimimetici sintetici, più spesso causa di intossicazioni potenzialmente fatali, ma anche di sintomi psicotici spesso non transitori”. “Non da ultimo – aggiunge Di Giannantonio – ricordiamo la comparsa nel gruppo delle NPS dei nuovi oppioidi sintetici, a partire dal 2009: molecole che comportano una seria minaccia per la salute pubblica. Si tratta infatti di prodotti dalla notevole potenza (il fentanyl, capostipite di questa famiglia, ha una azione circa 100 volte maggiore rispetto a quella della morfina), che vengono utilizzati sia di per sé, sia come adulteranti di partite di ‘sostanze classiche’, soprattutto eroina, causando scie di decessi per overdose”. L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) calcola in circa 88 milioni (25%) gli europei che hanno consumato sostanze illecite almeno una volta nella vita. Cannabis e cocaina sono ancora quelle più consumate (rispettivamente il 24,8 e il 5,1%).

Fonte: askanews.it

immagine Occhiali, cappello e antiossidanti per limitare danni macula oculare

Occhiali, cappello e antiossidanti per limitare danni macula oculare

Disturbo che colpisce un terzo degli over70

Non solo la pelle: anche gli occhi vanno protetti dal sole soprattutto negli anziani che hanno un rischio maggiore di sviluppare la Degenerazione Maculare Legata all’Età (DMLE), un disturbo che colpisce un terzo della popolazione dopo i 70 anni, in prevalenza donne. È scientificamente dimostrato, infatti, che l’esposizione prolungata ai raggi UV, associata all’età, rappresenta una vera minaccia per la salute dell’occhio con macula. Inoltre, pazienti con un occhio già colpito da maculopatia senile hanno un rischio aumentato di svilupparla nell’altro. Perciò, occhiali da sole, cibi sani e integratori antiossidanti di ultima generazione devono far parte della routine quotidiana e non solo in vacanza ma anche in città. “E’ fondamentale avere un alimentazione ed uno stile di vita equilibrati ma anche proteggere gli occhi dalla luce intensa con berretti con visiera e lenti da sole – suggerisce Alfredo Pece, Primario della Divisione di oculistica dell’Ospedale di Melegnano e presidente della ‘Fondazione Retina 3000' -. Quando la patologia è in fase iniziale, si cerca di evitare che peggiori con integratori alimentari contenenti sostanze ad azione anti-ossidante e anti-infiammatoria che agiscono proteggendo la retina e rallentando i fenomeni ossidativi, ovvero distruttivi, della macula”. “E’ stato dimostrato che alcune sostanze con funzione anti-ossidante possono rallentare la progressione della DMLE fino al 25%. Per questo è importante una corretta alimentazione e l’attenzione verso sostanze con funzione anti-ossidante e protettive del tessuto oculare – prosegue Pece – queste sostanze possono avere un ruolo anche nella retinopatia diabetica, che rappresenta la complicanza micro vascolare più comune del diabete ed è la prima causa di cecità”. “L’occhio umano è costantemente sottoposto a una forte quota di stress ossidativo, provocato dall’esposizione alla luce solare (foto-ossidazione), con conseguente accumulo di radicali liberi e specie reattive dell’ossigeno a livello del cristallino e della retina – spiega Gianluigi Manzi, dell’UOC di Oftalmologia AORN dei Colli-Ospedale Monaldi di Napoli – per questo è importante assumere la giusta quantità di anti-ossidanti. Molti studi, tra cui AREDS 1 e AREDS 2, hanno valutato l’azione antiossidante sulle cellule retiniche di Luteina, Zeaxantina ed Omega3, contenute anche nei comuni alimenti (verdure a foglia verde, uova, tonno, salmone e sardine). Un nuovo impulso è stato dato dalla chiara evidenza che tanto la DMLE che la RD sono causate e peggiorate da fattori infiammatori. Per questo, la ricerca ha rivolto la sua attenzione anche ad altre sostanze come Gingko Biloba, Epigallocatechingallato, resveratrolo e antocianine, potenti antiossidanti per la loro funzione di protezione maculare”. Di recente è stata provata anche l’efficacia anti-ossidante e anti-infiammatoria del Maqui, il cosiddetto ‘mirtillo della Patagonia’. Si tratta della bacca di una pianta, l’Aristothelia Chilensis, di un colore molto intenso e blu, la cui forma e il cui sapore ricorda molto il nostro comune sambuco. Viene coltivata solo in Patagonia, Argentina e Cile. E’ ricco di nutrienti e in particolare di flavonoidi tra cui antocianine e delfinidine , potenti anti-ossidanti contenuti anche nei frutti rossi come fragole, mirtilli e ribes, in grado di proteggere gli occhi anche dai danni dei raggi solari.

Fonte: askanews.it

immagine Salute, a parità di dieta una giusta idratazione fa dimagrire di più

Salute, a parità di dieta una giusta idratazione fa dimagrire di più

Non sempre mangiare bene basta a perdere peso

Roma, 3 giu. (askanews) – Tempo di diete in vista dell’estate: se l’obiettivo è quello di perdere i chili accumulati durante l’inverno, è necessario assumere meno calorie di quante se ne consumano aumentando l’attività fisica oppure riducendo le calorie grazie alla dieta. Attenzione però a non lasciarsi andare a regimi alimentari squilibrati che possono avere effetti negativi sul nostro benessere e ricordiamoci di bere ogni giorno la giusta quantità di acqua. Come spiega Elisabetta Bernardi, Biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino, “alcune diete sono molto complicate, altre escludono interi gruppi di alimenti, o apportano pochi carboidrati o pochi grassi, altre ancora sono personalizzate rispetto al gruppo sanguigno. Tuttavia, tutte queste diete, indipendentemente dalla loro complessità e dai rischi o benefici che apportano, sono destinate sicuramente a fallire se non si beve abbastanza acqua”. Una corretta idratazione è infatti una valida alleata per regolare il senso della fame, eliminare le tossine in eccesso e accelerare gli effetti di una dieta ipocalorica attraverso il meccanismo della termogenesi: “si è osservato – continua la dottoressa Bernardi – che all’aumento dell’assunzione di acqua è associata la perdita di peso corporeo, perché bere più acqua aiuta ad intensificare il senso di sazietà e a stimolare il consumo delle calorie per la produzione di energia. Allo stesso modo l’ipoidratazione, ovvero non bere a sufficienza, è correlata all’aumento del peso corporeo e alle sue conseguenze”. Una buona abitudine è quella di non aspettare lo stimolo della sete – che arriva “troppo tardi” quando la perdita di acqua supera lo 0,5% del peso del corpo – ma di bere costantemente lungo l’intero arco della giornata. Attenzione anche a non confondere lo stimolo della sete con quello della fame: le due sensazioni sono collegate e possono essere interpretate erroneamente e quindi spingerci a consumare uno spuntino di troppo, quando in realtà quello di cui abbiamo bisogno è un bicchiere d’acqua. Bere durante i pasti non è dannoso, ma anzi aiuta a saziarci prima e quindi ad abbuffarsi di meno. “Uno studio ha rilevato che le persone che bevono acqua immediatamente prima di un pasto hanno mostrato un calo di 2 Kg maggiore (44%) nella perdita di peso rispetto alle persone che non lo fanno – spiega la dottoressa – .Questo, suggeriscono gli autori, potrebbe essere proprio dovuto al fatto che l’acqua ha un effetto riempitivo e aiuta a mangiare di meno”. Oltre ad una corretta idratazione, un altro elemento molto importante e spesso trascurato durante le diete è il consumo di fibre. Esse sono contenute in particolar modo in alimenti che hanno un’origine vegetale, come la frutta, la verdura, i cereali integrali e i legumi. “Le fibre – sottolinea Bernardi – aumentano infatti il senso di sazietà perché riempiono lo stomaco e stimolano i ricettori che segnalano al cervello che è il momento di smettere di mangiare. Quando si consumano alimenti ricchi di fibre, però, è necessario introdurre la giusta quantità di acqua, almeno otto bicchieri distribuiti durante tutto l’arco della giornata, per aiutare l’apparato digerente ad assimilarle. Per questo una corretta idratazione risulta ancora una volta un elemento fondamentale per tutto l’organismo”.


Fonte: askanews.it

immagine Cure palliative: scoperto l’interruttore per “spegnere” il dolore

Cure palliative: scoperto l’interruttore per “spegnere” il dolore

Studio Italia-Usa pubblicato su Pnas

Roma, 24 mag. (askanews) – Un interruttore per “spegnere il dolore”. Un recentissimo studio getta le basi per lo sviluppo di nuove terapie antidolorifiche – che non siano a base di narcotici – per combattere il dolore cronico di cui soffrono milioni di persone a causa di infortuni e malattie, tra cui lesioni del midollo spinale, diabete, sclerosi multipla e cancro. I farmacologi, Livio Luongo e Serena Boccella afferenti al gruppo di Ricerca di Sabatino Maione, ordinario di Farmacologia della Università Vanvitelli, in collaborazione con i ricercatori della università di St. Louis (USA) coordinati dalla Prof.ssa Daniela Salvemini, hanno identificato un nuovo protagonista nella fisiopatologia del dolore neuropatico. Nello studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS e condotto negli Stati Uniti e presso la Vanvitelli, gli autori hanno dimostrato, sugli animali in questa prima fase, che un particolare recettore cellulare, presente nel nostro organismo, potrebbe essere il colpevole della comparsa del dolore che limita drammaticamente la qualità della vita dei pazienti neuropatici. “Il dolore neuropatico può essere grave e non sempre risponde al trattamento – dice la coordinatrice Daniela Salvemini dell’Università di Saint Louis – antidolorifici oppioidi sono ampiamente utilizzati, ma possono causare importanti effetti collaterali e portare i rischi di dipendenza e abuso. C’è un urgente bisogno di opzioni migliori per i pazienti affetti da dolore cronico”. Ecco perché questo studio mira a trovare altri sistemi per combattere il dolore neuropatico che siano alternativi all’uso dei narcotici. (segue)

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Salute, Simri: in Italia per un bimbo su due danni da fumo passivo

In aumento le patologie respiratorie pediatriche correlate

Roma, 31 mag. (askanews) – “Sono in aumento le patologie respiratorie pediatriche da fumo passivo”. L’allarme viene dalla Simri, la Società Italiana per le Malattie Respiratorie infantili in occasione del World No Tobacco Day, la giornata mondiale contro il fumo promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si celebra oggi. “Tanti, troppi genitori e adulti fumano in ambienti frequentati dai bambini o entrano in contatto con loro immediatamente dopo il fumo. Il 52% dei bambini subisce il fumo passivo. Il 49% dei neonati è figlio di almeno un genitore fumatore e il 12% ha entrambi i genitori fumatori. L’esposizione al fumo passivo nei bambini e negli adolescenti può causare seri problemi cardiovascolari e neurocognitivi”, afferma la Simri nel decalogo stilato per la giornata mondiale curato da Stefania La Grutta, responsabile Unità di Ricerca di Pneumologia e Allergologia Pediatrica dell’Istituto di Biomedicina e Immunologia Molecolare (IBIM) del CNR di Palermo. “Nel mondo ogni anno oltre 60mila bambini muoiono per patologie legate al fumo passivo. I bambini esposti al fumo passivo corrono un rischio superiore ai loro coetanei di sviluppare asma e allergie, bronchiti, polmoniti, otiti e meningiti. Nei neonati esposti aumenta il pericolo di morte in culla – aggiunge il presidente della Simri Giorgio Piacentini, professore ordinario di Pediatria e direttore della Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università di Verona – oggi possiamo affermare con certezza che l’aumento dei nati pretermine, è molto più forte nelle donne fumatrici. Fumare in gravidanza, inoltre, aumenta il rischio di basso peso alla nascita e di comparsa di disturbi respiratori nei primi anni vita del bambino”. “Non bisogna stare attenti solo al fumo passivo ma anche a quello cosiddetto di “terza mano”, pericoloso quanto quello diretto, cioè quello di cui si impregnano gli abiti del fumatore e i locali e i tessuti dove si fuma. Fumare favorisce l’insorgenza di patologie cardiache, dei vasi sanguigni e dei polmoni: tutte malattie che oltre ad accorciare la durata della vita, talvolta sono causa di grave invalidità. Le persone esposte abitualmente al fumo passivo hanno un rischio di cancro e malattie cardiache e respiratorie superiore alla media. Rischio che nei bambini aumenta in maniera considerevole”, conclude Piacentini che ricorda l’impegno della Simri con la campagna “Diamo un calcio al fumo” che quest’anno, in occasione nel congresso nazionale che si terrà a Bari in autunno, culminerà in una serie di iniziative rivolte ai ragazzi delle scuole primarie e secondarie.

Fonte: askanews.it

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Bolzano, Pescara e Nuoro città dove si gode di miglior salute

Lo afferma un'indagine del Sole 24 Ore

Roma, 20 mag. (askanews) – Bolzano, Pescara e Nuoro sono le città dove gli italiani godono di miglior salute. Lo afferma un’indagine del Sole 24 Ore, oggi in edicola, che ha stilato una classifica sulla base di 12 indicatori diversi. Sul podio per miglior livello di salute si trovano dunque nell’ordine Bolzano, Pescara e Nuoro. Di contro, l’indice assegna la maglia nera a Rieti, con Alessandria e Rovigo penultima e terzultima. Tra le grandi città, Milano e Firenze sono le uniche a comparire nella top ten, che include tre province della Sardegna (Nuoro, Sassari e Cagliari) e due lombarde (oltre a Milano, Brescia). Complessivamente, aggregando le performance delle province su base regionale, i risultati migliori sono quelli delle due province del Trentino alto Adige seguite dalle sarde, lombarde e dalle venete; all’ultimo posto le province laziali, inseguite negativamente da quelle della Basilicata e della Campania. In cima alla classifica per l’incremento maggiore della speranza di vita media è la provincia di Gorizia (ben 4,6 anni in quindici anni), dove si vive in media 83,2 anni. Guardando ai singoli indicatori, dalla classifica emerge che Alessandria e Genova registrano la maggiore incidenza di mortalità per tumore, mentre Ferrara è in cima alla classifica per casi di infarto miocardico acuto assieme a Rovigo, provincia che tra l’altro risulta più penalizzata per la scarsa disponibilità di medici di medicina generale rispetto alla popolazione residente e penultima per l’incidenza di pediatri in rapporto agli under 14. A Lucca si segnala la scarsità di geriatri in rapporto alla popolazione anziana over 65, mentre nelle province di Sud Sardegna e Vibo Valentia la recettività ospedaliera, in termini di posti letto pro capite, è ai minimi; l’emigrazione ospedaliera, che fotografa i pazienti “costretti” a farsi curare fuori regione, è un fenomeno che registra il picco negativo a Isernia e l’Aquila. La classifica finale è il risultato della media dei punteggi ottenuti dai diversi territori nei 12 indicatori presi in esame che fotografano tre aspetti fondamentali del benessere della popolazione: alcune performance demografiche registrate negli ultimi anni (ad esempio l’incremento della speranza di vita alla nascita), alcuni fenomeni socio-sanitari (come la mortalità annua per tumore e per infarto e il consumo di farmaci per asma, diabete e ipertensione) e le capacità dei servizi sanitari territoriali (dall’emigrazione ospedaliera alla disponibilità di posti letto e di medici, pediatri e geriatri in rapporto alla popolazione). L’indice per la prima volta quest’anno verrà utilizzato nella Qualità della vita 2019, la classifica che storicamente viene pubblicata a fine anno e che misura i livelli di benessere del territorio. Quest’anno la storica indagine del Sole 24 Ore compie 30 anni dalla sua prima edizione pubblicata nel 1990 e, per l’occasione, verrà anticipata da una serie di tappe tematiche di avvicinamento durante l’anno.

Fonte: askanews.it

immagine Triplicate in 40 anni le diagnosi di celiachia

Triplicate in 40 anni le diagnosi di celiachia

200mila gli italiani che hanno trovato una cura.

Triplicate in 40 anni le diagnosi di celiachia200mila gli italiani che hanno trovato una curaTriplicate in 40 anni le diagnosi di celiachiaRoma, 14 apr. (askanews) – Da malattia rara a malattia cronica: quarant’anni fa la celiachia era sconosciuta, potevano passare molti anni prima di arrivare alla diagnosi e veniva riconosciuto appena un caso su mille. Ora le diagnosi sono triplicate, si identifica un caso ogni 286 e in questi quattro decenni 200.000 italiani hanno potuto dare un nome a dolori quotidiani, diarrea, emicrania, infertilità trovando finalmente una cura per la loro malattia grazie al contributo di AIC. È pensando a tutte le vite negate dalle diagnosi mancate che l’Associazione Italiana Celiachia (AIC) celebra oggi il suo quarantesimo compleanno, con una cerimonia a Roma e l’Assemblea Nazionale annuale in cui si affronteranno le sfide ancora aperte. Perché se è vero che tanti hanno potuto conoscere e affrontare il loro problema grazie alla diagnosi di celiachia, il divario fra i pazienti diagnosticati e i celiaci attesi è ancora troppo ampio: sono circa 400.000 gli intolleranti al glutine che ancora non lo sanno, ‘pazienti camaleonte’ che hanno spesso sintomi insoliti e vanno però individuati per poter migliorare la qualità della loro vita. “Negli ultimi quarant’anni le storie dei celiaci sono per fortuna molto cambiate. Quattro decenni fa erano storie di persone che lottavano per anni con sintomi che nessuno sapeva riconoscere: bambini che non crescevano, donne che non riuscivano ad avere figli senza un perché, persone in costante lotta con il sottopeso, i dolori addominali, la diarrea- spiega Giuseppe Di Fabio, Presidente AIC – Nel 1979 il paziente celiaco era una rarità, da un caso ogni 1000 individuato si è passati a uno ogni 286, oggi, i pazienti con i sintomi classici vengono riconosciuti molto velocemente, nei bambini a volte si pone la diagnosi anche prima di un anno di vita. Ciò significa poter vivere in modo normale e senza disturbi con la dieta di esclusione, sempre più agevole grazie anche al continuo lavoro di sensibilizzazione di AIC che ha consentito di ampliare moltissimo la quantità di prodotti senza glutine, presenti non più solo in farmacia ma in abbondanza in tutti i supermercati e nei negozi specializzati e di potersi recare in moltissimi ristoranti senza alcuna paura”. Tuttavia non mancano le ombre. Nonostante l’impegno di AIC sia sempre stato alto, senza mai abbassare la guardia, la diagnosi non è ancora un nodo risolto e solo il 30% dei pazienti risulta diagnosticato rispetto a una popolazione attesa di 600.000 celiaci.


Fonte: askanews.it

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Obesità, in Italia problemi di peso per 1 adulto su 2

Presentato a Roma il primo Italian Obesity Barometer Report

Italia sempre più alle prese con il sovrapeso e l’obesità: il 46 per cento degli adulti (18 anni e più), ovvero oltre 23 milioni di persone, e il 24,2 per cento tra bambini e adolescenti (6-17 anni), vale a dire 1 milione e 700mila persone, è in eccesso di peso. In entrambe le fasce di età si osservano delle differenze in base al genere; le donne mostrano un tasso di obesità inferiore (9,4 per cento) rispetto agli uomini (11,8 per cento). Ancora più marcata è la differenza tra i bambini e adolescenti, di cui il 20,8 per cento delle femmine è in eccesso di peso rispetto al 27,3 per cento dei maschi. Sono i dati preoccupanti del rapporto di Istat realizzato per l’Italian Obesity Barometer Report presentato oggi a Roma in occasione del 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting. L’analisi territoriale conferma come l’eccesso di peso sia un problema molto diffuso soprattutto al Sud e nelle Isole; in particolare tra i più giovani, dove sono ben il 31,9 e 26,1 per cento rispettivamente i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, rispetto al 18,9 per cento dei residenti del Nord-Ovest, il 22,1 per cento del Nord-Est e il 22 per cento del Centro. Tra gli adulti, le diseguaglianze territoriali sono meno marcate: il tasso di adulti obesi varia dall’11,8 per cento al Sud e nelle Isole, al 10,6 e 10,2 per cento nel Nord-Est e Nord-ovest rispettivamente, fino all’8,8 per cento del Centro. Anche per la sedentarietà emerge un forte gap territoriale Nord – Sud. Fatta eccezione per la Sardegna, nella maggior parte delle regioni meridionali e insulari più di un terzo dei giovani non pratica né sport né attività fisica e le percentuali più elevate si rilevano in Sicilia (42 per cento), Campania (41,3 per cento) e Calabria (40,1 per cento). 

Fonte: askanews.it

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Fumo, sigarette per uno studente su 5 già fra i 13 e i 15 anni

Anche se la maggior parte sa che il fumo è dannoso

Più di uno studente su cinque dai 13 ai 15 anni fuma tabacco, il fumo di sigaretta è più diffuso tra le ragazze (23,6%) rispetto ai coetanei maschi (16,2%) mentre per quanto riguarda la sigaretta elettronica sono i ragazzi ad usarla abitualmente di più (21,9%) rispetto alle ragazze (12,8%). La metà ha respirato fumo passivo in casa, la maggior parte dei ragazzi è consapevole che il fumo è dannoso. Questi alcuni dati presentati al workshop sui Risultati dell’indagine sui giovani e il tabacco 2018 – Global Youth Tobacco Survey (GYPS) effettuata in Italia nell’anno scolastico 2017-2018. La sorveglianza GYTS, promossa dall’OMS e condotta in collaborazione con il CDC di Atlanta, è effettuata con frequenza quadriennale su un campione rappresentativo a livello nazionale di studenti di età compresa tra 13 e 15 anni. In Italia la rilevazione 2018 è stata condotta dall’Istituto superiore di sanità, con il coordinamento del ministero della Salute all’interno di un progetto del CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie). L’indagine ha utilizzato un questionario standard e ha coinvolto 33 scuole secondarie di primo grado e 33 scuole secondarie di secondo grado con un tasso di risposta complessivo del 77,4%. Il 21,3% degli studenti (17,8% dei ragazzi e il 25,1% delle ragazze) utilizza attualmente prodotti a base di tabacco. Il 20,8% degli studenti (17,5% dei ragazzi e il 24,3% delle ragazze) fumano attualmente tabacco. Il 19,8% degli studenti (16,2% dei ragazzi e il 23,6% delle ragazze) fumano attualmente sigarette. L’1,6% degli studenti (1,8% dei ragazzi e l’1,5% delle ragazze) attualmente utilizza tabacco senza fumo. Il 17,5% degli studenti, il 21,9% dei ragazzi e il 12,8% delle ragazze utilizza attualmente sigarette elettroniche. 

Fonte: askanews.it

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Ribes, perilla, camomilla: rimedi naturali contro allergie primavera

Le piante consigliate dalla naturopata

L’arrivo della bella stagione molto spesso fa rima con allergia. E tra pollini e fioriture, sono tantissimi i sintomi fastidiosi che impediscono di godersi la primavera: naso chiuso, starnuti frequenti, prurito alla bocca, agli occhi e al naso, ma anche difficoltà a respirare e a deglutire, ci ricordano che è tempo di agire. E allora come difenderci dal male di stagione? “Esistono numerosi rimedi naturali che consentono di contrastare i sintomi dell’allergia, ridurre l’infiammazione e migliorare la funzionalità del sistema immunitario”, spiega Cristina Settanni, naturopata, Flower Therapist, esperta in fiori australiani, autrice del libro ‘Fiori del bene’, docente presso il College of Naturophatic Medicine CNM Italia. Ecco le piante utili consigliate dall’esperta: Olio di semi di Perilla: È una pianta simile al basilico, aromatica, coltivata in Cina, Giappone, Corea, India. Dai suoi semi si ricava un olio particolarmente ricco di acido Alfa linoleico e di acidi grassi polinsaturi in particolare di Omega tre. Ha azione antinfiammatoria, antistaminica, antiallergica e immunomodulante. La Perilla riesce a limitare l’infiammazione allergica inibendo alcuni mediatori chimici principali dell’allergia; è in grado di comportarsi come un antistaminico naturale. Si trova sotto forma di integratore reperibile nelle farmacie ed erboristerie. Due perle al giorno da assumere durante i pasti principali a stomaco pieno. Ribes nigrum: le foglie e i germogli sono ricchi di sostanze antistaminiche e antinfiammatorie che svolgono un’azione antiallergica simile a quella del cortisone. Si stimola la corteccia della ghiandola surrenalica promuovendo maggiore produzione di cortisolo. I flavonoidi, inoltre, limitano la liberazione delle sostanze responsabili del processo infiammatorio e migliorano il microcircolo e la vascolarizzazione dei tessuti. La vitamina C contribuisce a migliorare l’efficienza del sistema immunitario. Dai semi si ottiene un olio ricco di acidi grassi poli-insaturi che modulano i processi infiammatori. Issopo: questa pianta contiene marrubina, una sostanza dall’azione fluidificante utilissima in caso di rinite allergica. Si usa sotto forma di olio essenziale. Durante il giorno versare 6 gocce di olio essenziale in un diffusore predisposto per le essenze e respirare; alla sera prima di dormire amalgamare 7 gocce in due cucchiai di olio di mandorle dolci e massaggiare la miscela sul petto con leggeri movimenti circolatori fino a completo assorbimento dell’olio. Eufrasia, camomilla e Juglans regia: per le allergie oculari come pronto intervento si consiglia il collirio all’eufrasia oppure il pacco con due bustine di camomilla inumidite poste direttamente sugli occhi. Oligolementi: tra gli oligoelementi più indicati ci sono il manganese che può aiutare a prevenire le manifestazioni allergiche e attenuare i sintomi se utilizzato due mesi prima del periodo critico. La dose consigliata è di una doppia settimana a scopo preventivo già da fine gennaio, e una fiala a giorni alterni per via orale nel periodo delle allergie. Australian Bush Flower Essences: per vivere con meno tensione l’atmosfera che si respira durante il giorno può essere utile l’essenza australiana Yellow Cowslip Orchid. Bene associato a Bush Gardenia per migliorare la capacità di comunicazione verso gli altri, Dagger Hakea per sciogliere il risentimento e Crowea per favorire una generale distensione psicofisica. La miscela si prepara versando 7 gocce di ciascun rimedio in una boccetta da 30 ml con contagocce riempita con due cucchiaini di brandy e acqua minerale naturale. Se ne assumono 7 gocce la mattina e 7 gocce la sera per tre settimane.

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immagine Mangiare con gusto anche col diabete con le ricette di Heinz Beck

Mangiare con gusto anche col diabete con le ricette di Heinz Beck

Un libro per un'alimentazione corretta dall'alta cucina a casa propria

Roma, 7 mar. (askanews) – Stop al luogo comune della dieta povera e triste per i pazienti con diabete. Arriva il libro con le ricette curate dal famoso chef pluristellato Heinz Beck che offre sapori, gusto e tanto colore perchè con tutto ciò l’alimentazione sana può andare a braccetto. E non necessariamente la malattia deve far rinunciare ai piaceri della tavola. “Diabete & Alimentazione”, edito da Edimes, (140 pagine 18euro disponibile su www.edimes.it e da Giugno in libreria), con il supporto non condizionato di Mundipharma Pharmaceuticals nasce dalla collaborazione fra Beck, notissimo chef tristellato ma anche dottore in bioenergie naturali e Gabriele Riccardi, Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Federico II di Napoli.

“Lavorare a stretto contatto con i medici non significa privare chi soffre di diabete della possibilità di godersi un bel pasto. L’intento è far sì che non si pensi a quello che è vietato mangiare, offrendo invece piatti buoni, godibili, stimolanti nel gusto, capaci di dare emozioni – ha spiegato Heinz Beck presentando il volume oggi a Roma – questo è il futuro: vedere la dieta non come una privazione ma come una regola. E la vita è piena di regole”. “La nostra vuole essere una provocazione – ha detto il diabetologo Gabriele Riccardi – perchè con questo libro non parliamo più di dieta ma di vero e proprio stile di vita: per combattere e prevenire il diabete non servono sacrifici o imposizioni restrittive ma accortezza e cibi sani. Un cambio di approccio che influisce anche sull’umore del paziente. Che così affronta meglio la malattia”.

Oggi un terzo della popolazione adulta è a rischio diabete. Negli ultimi 15 anni, inoltre, si parla di un +25% di casi. Nella popolazione adulta, dai 40 anni in poi, circa il 10% ha il diabete, mentre un 10% registra alterazioni metaboliche che predispongono alla malattia. Secondo alcune stime, nel 2045 si conteranno 693 milioni di malati. Non solo: si parla di un sommerso che sfiora i 2 mln di casi. Inoltre sono in aumento i giovani, gli under40, affetti da diabete di tipo 2, raddoppiati in circa venti anni.

Heinz Beck non è alla sua prima esperienza con la salute: in passato già si è occupato di alimentazione e cura dell’apparato cardiocircolatorio, di cuore e di attenzione all’obesità. “Oggi è fondamentale coniugare il piacere della cucina al benessere in tavola – ha sottolineato – per i soggetti diabetici si cerca di privilegiare gli alimenti che abbiano un minore impatto sulla glicemia, sul colesterolo e sulla pressione arteriosa. Coniugare gusto e salute è possibile, specie se ci si ispira alla dieta mediterranea tradizionale, ricca di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e con l’olio extravergine di oliva come grasso di condimento”. Ecco allora nel volume ricette per i sette giorni della settimana: dall’Insalata di mele e sedano con salmone marinato, alla tartare di tonno con fragoline e rabarbaro, alla gelatina di mapo con gelato al combawa e fiori commestibili, all’agnello con carciofi e menta, merluzzo su fagioli borlotti e neve ghiacciata di prezzemolo, astice con radicchio e lenticchie croccanti. Ce n’è per tutti i gusti. “Le verdure sono la cosa più bella che abbiamo in natura – ha detto Heinz Beck – abbinandole e lavorandeole bene si possono fare creazioni meravigliose che sonbo molto gustose e fanno bene. Magari alcune di queste ricette sono complicate da fare a casa, ma il libro vuole stimolare a stili di vita più sani. Cominciando in cucina”.

Fonte: askanews.it

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Urologi Siu: ecco i dieci “pit-stop” salva salute per l’uomo

Si accendono i motori della prevenzione
 

Roma, 19 mar. (askanews) – Semaforo rosso per i maschi italiani, mai schierati in pole position quando si tratta di fare prevenzione, invece prima sosta obbligata per vincere in salute. Così, per la seconda edizione della campagna “Papà controllati”, la Società Italiana di Urologia (SIU) invita i maschi di ogni età a ad una serie di pit-stop – da cui lo slogan #fermartieriparti – per correre con la marcia giusta, il “Gran Premio della Vita”, iniziativa educazionale e di sensibilizzazione presentata in un ‘box’ di eccezione: il Museo Ferrari a Maranello. Con dieci pit-stop, dieci regole per proteggere la salute maschile, l’iniziativa intende sfatare il mito che le problematiche urologiche colpiscano solo in età adulta o avanzata, ed educare invece alla prevenzione fin dall’adolescenza. Una importante opportunità per prevenire alcune problematiche come l’iperplasia prostatica benigna (IPB), di cui soffre l’8% della popolazione maschile entro e dopo i 40 anni con tassi del 50% oltre i 60; la disfunzione erettile (DE) che compromette la vita di coppia di 3 milioni e mezzo di italiani (13% della popolazione, 1 maschio su 8) dai 45 ai 50 anni; il tumore della prostata, con quasi 35 mila nuove diagnosi (1 caso su 8) nel 2018. Ma non solo: i ‘pit-stop’ della salute tutelano anche dal rischio di problematiche che spaventano meno il maschio, come le prostatiti che infiammano il 30-50% della popolazione sessualmente attiva generalmente prima dei 50 anni e la calcolosi urinaria che ‘bombarda’ il 10% degli uomini (vs 5% delle donne) soprattutto tra i 30 e i 50 anni con circa 100.000 nuovi casi l’anno. Infine, fare prevenzione significa anche diagnosticare in tempo malattie sessualmente trasmesse o problemi di infertilità di coppia, nel 50% dei casi di responsabilità maschile, spesso associata oltre che all’età a disturbi genito-urinari e prostatici pregressi. Ecco il decalogo.

1. Evita di fumare: il fumo è strettamente correlato al tumore della vescica, al tumore del polmone e a disfunzioni sessuali. 2. Fai attenzione alla presenza di sangue nelle urine: può essere spia di tumore delle vie urinarie. Rivolgiti all’urologo. 3. Impara l’autopalpazione dei testicoli, da eseguire almeno una volta al mese: consente di individuare precocemente noduli del testicolo ma anche patologie benigne. 4. Fai attenzione alle malattie sessualmente trasmissibili: usa il preservativo e rivolgiti all’Urologo se noti alterazioni dei genitali. Alcune infezioni possono compromettere la fertilità. 5. Bevi tanto, almeno 1,5/2 litri d’acqua al giorno: in questa maniera diluisci le urine e riduci il rischio di formazione di calcoli urinari. 6. Mangia sano: una corretta dieta riduce il rischio di calcoli delle vie urinarie, prostatiti, cistiti e disfunzioni sessuali. 7. Fai attività fisica: le persone obese hanno un maggior rischio di formare calcoli urinari e sviluppare forme più aggressive di tumore prostatico. 8. Controlla pressione e glicemia: diabete e ipertensione sono fra le maggiori cause di insufficienza renale e di disfunzioni sessuali. 9. Presta attenzione alle disfunzioni sessuali: spesso sono campanello d’allarme che anticipa patologie cardiovascolari. 10. Evita l’uso di droghe, anche leggere tipo cannabis, perché peggiorano la fertilità e la funzione sessuale.

Fonte: askanews.it

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Cure dentali: arriva il “triage” per individuarne gravità

Consentirà terapie personalizzate

Roma, 23 mar. (askanews) – Ogni anno 400.000 italiani sviluppano una parodontite, andando ad aggiungersi ai 20 milioni con gengive infiammate; 8 milioni hanno una parodontite grave, 3 milioni rischiano per questo di perdere denti. Per individuarli nel modo migliore e stabilire la terapia personalizzata più efficace per ciascuno, arriva la nuova classificazione delle malattie parodontali: come nel caso dei tumori, ora si individuano quattro stadi di malattia tenendo conto anche di tutte le altre caratteristiche del singolo paziente, dalle malattie concomitanti ai fattori di rischio presenti, così da avere anche un quadro dell’evoluzione possibile nel lungo periodo attraverso una ulteriore suddivisione in tre gradi. Il risultato rende possibile una vera medicina di precisione, con interventi su misura che oltre a curare la patologia ne prevengono le recidive.

Insomma, se la diagnosi di parodontite era finora una fotografia, adesso diventa un “film” di cui si può indovinare il finale per provare a cambiarlo se necessario. Gli stadi, diversi a gravità crescente, sono stati individuati tenendo conto della severità della malattia, la sua estensione e la complessità del trattamento, e tre gradi di rischio di un possibile peggioramento stabiliti valutando le caratteristiche del paziente, le altre patologie eventualmente presenti, i fattori di rischio predisponenti, lo stile di vita. Cambia così il modo di classificare l’infiammazione delle gengive e si apre la strada alla medicina di precisione per la salute orale, in cui ogni terapia o raccomandazione al paziente sarà davvero su misura. Grazie alla nuova classificazione della parodontite, presentata dalla Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SidP) in occasione del XIX Congresso Internazionale Personalized Periodontology, a Rimini dal 21 al 23 marzo, sarà infatti possibile valutare meglio come potrà evolversi la malattia e quindi avere diagnosi più circostanziate e trattamenti più orientati sul paziente, necessari per arginarla al meglio in ciascun caso. L’obiettivo è superare le raccomandazioni uguali per tutti arrivando a una vera medicina di precisione. (segue)

Fonte: askanews.it

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Nasce il primo Registro Nazionale dell’Emicrania

Censirà pazienti in Italia per assicurare cure personalizzate

Roma, 25 mar. (askanews) – Con lo start-up meeting tenuto oggi presso il centro ricerche del San Raffaele di Roma, il Registro dell’emicrania cronica viene strutturato e condiviso da circa una quarantina di centri di tutta Italia. Si costituisce, così, come Registro nazionale con l’ambizione di diventare punto di riferimento non solo italiano ma internazionale e superare l’ordinaria impostazione farmacocentrica dei Registri esistenti.

Nel 2014 i primi passi grazie all’input dato dal San Raffaele di Roma e dall’Istituto superiore di Sanità, il primo studio clinico pilota, pubblicato nel 2018, realizzato da quattro centri su 63 pazienti, di cui 51 donne e che già evidenziava sprechi e incongruenze diagnostiche e terapeutiche: il 41,2% dei trattamenti terapeutici erano effettuati in auto-prescrizione senza consulto specialistico; il 19,4% delle indagini diagnostiche eseguite senza prescrizione e il 50% circa delle indagini erano evidentemente inutili. Questi risultati sono stati poi confermati dal lavoro fatto da 22 centri con 776 pazienti. Oggi l’esperienza, ormai matura, si amplia per fare il salto di qualità e strutturare il Registro nazionale dell’emicrania cronica, raddoppiando anche la platea di centri coinvolti e stabilendo un primato mondiale, dato che si tratta del primo censimento dei pazienti affetti da emicrania, di livello nazionale, che assolve a diversi ordini di esigenze.

“Contarsi per poter contare, è molto più di uno slogan per i pazienti che soffrono di questa patologia e che potranno essere inseriti nel registro ottenendo un passaporto biologico, una sorta di QRcode, che garantirà cure adeguate e di evitare esami inutili. Per il SSN, il Registro, sarà uno strumento di appropriatezza e sostenibilità – sottolinea Piero Barbanti, neurologo responsabile del Centro Cefalee dell’IRCCS San Raffaele di Roma – e metterà a disposizione del mondo scientifico una banca dati di grande valore. Considerato che l’Italia è leader per la ricerca del mal di testa, lavoreremo per garantire meno slogan e più cure”.

Grazie alle nuove frontiere terapeutiche oggi è possibile anche prevenire l’emicrania ma i costi non sono secondari ed è anche per questo che diventa sempre più importante poter garantire le giuste cure a chi ne ha realmente bisogno. I nuovi farmaci intelligenti sono utilizzati dal 2014 da 131 pazienti al San Raffaele che è tra i primi istituti in Europa a utilizzare gli anticorpi monoclonali: “I risultati sono ottimi, l’87% ha dimezzato i canonici cinque attacchi di mal di testa al mese. Sono efficaci anche nella prevenzione e aprono straordinari scenari per il futuro. Anche per questo vogliamo dare numeri effettivi al fenomeno, e definire terapie personalizzate che tengano conto della storia clinica e psicologica di ogni singolo”.

L’emicrania è una malattia familiare, la seconda più disabilitante del genere umano, e tuttavia rimane “un personaggio in cerca d’autore”, del quale non sono noti a tutti le dimensioni, i drammi e le cure.

Fonte: askanews.it

 

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Ictus: attenzione ai primi segnali

Tempestività determinantePoliclinico Tor Vergata aderisce a Stroke Action Plan for Europe

Asimmetria del volto, sensazione di debolezza a un braccio o una gamba, difficoltà di linguaggio, perdita di equilibrio o coordinazione, sono alcuni dei segnali da non sottovalutare e che indicano un’interruzione dell’apporto di sangue a una parte del cervello che può portare a morte o a gravi disabilità permanenti se non gestita tempestivamente. Piccoli segnali, spesso sottovalutati, possono predire il sopraggiungere di un ictus, una patologia che colpisce 200.000 persone ogni anno in Italia e che rappresenta la seconda causa più comune di morte e la principale causa di disabilità nell’a­dulto per via delle conseguenze permanenti che può comportare. Nel percorso diagnostico-terapeutico per il trattamento dell’ictus in fase acuta, la tempestività è un fattore determinante. Il Policlinico Tor Vergata – tra i centri più attivi in Italia per numero annuale di procedure di trombectomia e punto di riferimento per la presa in carico in emergenza del paziente colpito da ictus – aderisce allo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030 per sensibilizzare su prevenzione e gestione tempestiva dell’ictus. Il 22 febbraio all’Università Tor Vergata parte il primo master universitario di II livello in “Gestione dell’ictus in fase acuta” Al Policlinico di Tor Vergata sono stati trattati nel 2018 circa 140 pazienti, ottenendo una completa autonomia funzionale valutata a 3 mesi nel 50% circa dei casi, nonostante l’estrema gravità dei sintomi all’esordio. L’ottimizzazione dei percorsi e la formazione del personale dedicato sono elementi fondamentali per la corretta gestione di una patologia così grave per la quale il tempo di trattamento rimane un fattore determinante. “Il processo di invecchiamento della popolazione- spiega Marina Diomedi, responsabile della Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata – ha portato ad un aumento del numero di pazienti colpiti da ictus ma questi possono contare su una maggiore efficienza della rete dell’emergenza ictus che permette loro di arrivare al setting più appropriato in tempo utile per un trattamento. È però necessario che il paziente riconosca i sintomi e agisca con tempestività rivolgendosi a centri Hub specializzati. Il Policlinico Tor Vergata, in quanto hub della rete per l’ictus, serve un bacino d’utenza di circa 1.800.000 persone ed esegue ogni anno un numero sempre crescente di trombectomie, uno dei più alti in Italia”. La Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata, punto di riferimento per la presa in carico in emergenza del paziente colpito da ictus, promuoverà nel corso dell’anno iniziative di sensibilizzazione e formazione, in linea con quanto suggerito dallo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030 firmato dalla Stroke Alliance For Europe (SAFE) e l’European Stroke Organization (ESO). Tra queste l’avvio del primo master universitario di II livello “La gestione dell’ictus in fase acuta” e la promozione di eventi diretti alla popolazione per migliorare le conoscenze sulla prevenzione ed i segni precoci dell’ictus.


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immagine Epatologi: corretto stile vita fondamentale per buona salute fegato

Epatologi: corretto stile vita fondamentale per buona salute fegato

Nutrizione sana è primo strumento prevenzione

Un corretto stile di vita è fondamentale per la buona salute del fegato. Parola di Aisf-Associazione Italiana per lo Studio del Fegato, che sottolinea come il fegato resti lo specchio della salute del corpo, in quanto è la centrale metabolica dell’organismo: se viene alterato, genera conseguenze anche in periferia. Il panorama delle malattie del fegato è in continua evoluzione e così il ruolo dell’epatologo. Le sfide tradizionali dell’epatologia restano quelle della lotta contro le epatiti virali B e C e contro le loro conseguenze, come l’epatite acuta, la cirrosi epatica, il tumore del fegato e il trapianto del fegato. Negli ultimi anni gli specialisti poi, hanno concentrato i propri sforzi anche su altre patologie emerse: le malattie metaboliche, ossia la steatosi epatica (NAFLD) e la steatoepatite (NASH), caratterizzate da una nutrizione scorretta e da uno stile di vita alterato. “Il dilagare di obesità e diabete ad esempio – spiega Salvatore Petta, segretario dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), e Ricercatore dell’Università di Palermo specializzato in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva – rendono conto dell’incremento delle malattie croniche del fegato da accumulo di grasso, ovvero steatosi epatica non alcolica. Tale condizione interessa oggi circa il 25% della popolazione generale e più del 50% della popolazione obesa e/o diabetica; si stima poi che circa il 2% della popolazione generale e circa il 10% della popolazione di soggetti diabetici presentino una malattia di fegato con danno significativo secondario a steatosi epatica”. Per “stile di vita” non si intende solo l’alimentazione, ma anche la componente psicologica, il contesto sereno, l’attività sportiva: tutto ciò che sta intorno all’individuo sin dalla sua età più infantile influisce sulle successive patologie da adulto. Proprio lo stile di vita è il nuovo oggetto di interesse per gli epatologi per far fronte alle patologie non trasmissibili. Grande attenzione dunque da questa categoria di specialisti per la prevenzione, di cui il primo strumento è la nutrizione, che con l’attività fisica e lo stress costituisce l’insieme di elementi su cui lavorare per generare un corretto stile di vita. “Per agire in maniera incisiva sullo stile di vita bisogna intervenire già nell’età dell’infanzia, sui primi dieci anni di vita di un bambino – chiarisce Antonio Gasbarrini, Coordinatore della Commissione AISF Lifestyle e fegato, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università Cattolica, Dirigente dell’Area di Medicina Interna, Gastroenterologia e Oncologia del Policlinico Gemelli – se si riconosce uno stile di vita deviato si possono prevenire o curare meglio determinate malattie. Un corretto stile di vita permette di prevenire le malattie metaboliche (diabete, insulino-resistenza, steatosi epatica) e le loro conseguenze (come le malattie cardio e cerebrovascolari), ma anche le malattie immuno-relate, altra grande piaga oggi nel nostro Paese”. 


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Deloitte: italiani spendono per la salute, ma sono poco tech

Presentata ricerca all'Osservatorio Innovation di Ania

Tra i bisogni più sentiti dagli italiani la salute e il benessere sono la principale area di spesa, un aspetto che riguarda il 74% dei nostri concittadini, dato in linea con il resto del mondo. È uno dei risultati che emergono da una ricerca internazionale svolta da Deloitte in ambito salute, presentata a Milano all’Osservatorio Innovation di Ania. Accanto alla grande attenzione, però, permane anche una scarsa propensione all’utilizzo degli ultimi ritrovati tecnologici: il 79% degli italiani, secondo la ricerca, controlla il proprio stato di salute rivolgendosi ai medici, mentre solo il 7% utilizza device indossabili. La ricerca Deloitte ha evidenziato che due italiani su tre ritengono importante effettuare visite di prevenzione o check up almeno una volta l’anno, e nel 50% dei casi la spesa media annua è di circa 300 euro. Solo un intervistato su 10 ammette di non effettuare mai alcuna visita di prevenzione e la stessa percentuale del 10% corrisponde anche alla piccola fetta di coloro che pensano che la spesa sanitaria posso diminuire nei prossimi 5 anni. Sul tema della tecnologia applicata alla salute l’Italia resta invece più cauta: i medici restano l’interlocutore preferito del 79% degli intervistati, mentre il 24% si affida alla diagnostica tradizionale e solo il 7% dichiara di utilizzare applicazioni digitali. In particolare il digitale è ampiamente utilizzato per i servizi che facilitano l’accesso alle cure, come per esempio le prenotazioni online, mentre è molto più basso l’uso delle tecnologie digitali per il monitoraggio della salute, per la condivisione delle informazioni, la consegna di farmaci a domicilio o la telemedicina.


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Adolescenti iperconnessi, 7 campanelli allarme di internet-dipendenza

Oggi torna lo "sconnessi Day"


Un adolescente su cinque ha un rapporto problematico con il web, secondo una ricerca della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli – Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo il grande successo, lo scorso anno, dello #SconnessiDay al Ministero della Salute, e la proposta condivisa con il cast e il regista del film “Sconnessi”, Christian Marazziti, di istituire una Giornata Mondiale della S-connessione da celebrare ogni 22 febbraio, Consulcesi Club torna sul fenomeno dipendenza da internet. Come distinguere l’adolescente appassionato di nuove tecnologie da chi ha sviluppato una vera e propria web-addiction? Attraverso il corso FAD (Formazione a Distanza) del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione “Internet e adolescenti: I.A.D. e cyberbullismo”, fruibile gratuitamente anche da parte di pazienti, insegnanti e genitori su http://www.sconnessiday.it, è possibile scoprire i campanelli d’allarme dell’internet-dipendenza. Responsabile scientifico del corso, lo psichiatra David Martinelli, del Centro Pediatrico Interdipartimentale Psicopatologia da Web presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. Il tempo trascorso in rete è sicuramente un elemento fondamentale per ravvisare un uso eccessivo del web. Tuttavia, è importante considerare come queste ore si inseriscano nell’organizzazione generale della giornata, quanto tempo libero ha l’adolescente. Un significativo segnale d’allarme è l’alterazione del ritmo sonno-veglia. Oltre a valutare il rendimento scolastico, è necessario prestare dovuta attenzione ai rapporti con i compagni ma soprattutto a quale investimento emotivo e di energie viene fatto nell’ambito dello studio e delle relazioni interpersonali. È importante il numero di relazioni reali di amicizia ma anche la qualità e la profondità di questi rapporti, gli interessi condivisi, il tempo trascorso insieme e il livello di confidenza. Bisogna, inoltre, interrogarsi su quanto siano vari e profondi, e in che relazione siano tra loro, gli interessi nella vita reale dell’adolescente, in modo da capire se siano solo l’emanazione di quelli coltivati in rete. Una dimensione che appare spesso appiattita, considerata come un elemento poco significativo per la propria vita. Attenzione a quanto l’adolescente è presente in casa, alla sua partecipazione attiva alla vita familiare. È importante anche valutare il tipo di relazioni familiari, per capire se siano strutturate come esperienze realmente comunitarie o se i rapporti avvengano prevalentemente tra singoli membri. Se costretto ad interrompere la connessione internet, l’adolescente può incorrere in manifestazioni di rabbia esplosive ed incontrollate, sia verso gli oggetti che verso le persone. Per questo è sconsigliato interrompere bruscamente il collegamento al web mentre è necessario instaurare un dialogo che porti gradualmente ad una contrattazione sul tempo da trascorrere online. È attiva la Pagina Facebook htpps://www.facebook.com/SconnessiDay/ con infografiche e materiali video per sollecitare giovani e adulti a “sconnettersi” da tutti i device almeno un’ora al giorno, dalle 20.30 alle 21.30, per tornare a vivere le relazioni reali e a comunicare davvero.


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Stop ad ansie e paure. Fiori australiani per un anno di armonia

L'esperta: riequilibra disagi emozionali e disturbi

 

Roma, 15 gen. – Paura d’invecchiare, crisi di coppia, iperattività, solitudine, eccessivo senso del dovere. Un fiore per combattere ogni disagio emozionale e riscoprire le proprie potenzialità: il rimedio è offerto dagli Australian Bush Flower Essences, 69 essenze floreali australiane che favoriscono il recupero del benessere psicologico trasformando positivamente l’energia della persona e superando così stati d’animo negativi. “La floriterapia è un metodo di cura naturale, agisce a livello di energia sul nostro campo elettromagnetico e si occupa di riequilibrare disagi emozionali e disturbi di origine psicosomatica – spiega Cristina Settanni, naturopata, Flower Therapist, esperta in fiori australiani, autrice del libro ‘I Fiori del bene’, edito Mondadori, docente presso il College of Naturophatic Medicine CNM Italia -. I rimedi floreali australiani non intervengono direttamente sul sintomo ma sulla disarmonia alla sua base, attivando le qualità positive presenti in noi, ma che non riusciamo a manifestare”. Degli Australian Bush Flowers ogni essenza ha un’azione specifica per il piano fisico, emotivo, psichico e spirituale dell’essere umano. Eccone allora alcuni per iniziare al meglio il nuovo anno: 1) Banksia Robur, il fiore dell’energia vitale: è il rimedio per i cali di energia. È adatto alle persone dinamiche che vivono un momento di stanchezza. Bauhinia, il fiore dell’apertura mentale: apre al cambiamento, prepara al nuovo. È adatto alle persone mentalmente rigide, abitudinarie, ostili ai cambiamenti, alle tecnologie e che hanno pregiudizi verso culture diverse. Billy Goat Plum, il fiore della purità: aiuta chi non riesce ad accettare se stesso e il proprio corpo, chi vive la sessualità con un senso di vergogna e di colpa. Demolisce la credenza del peccato, autorizzando la mente al piacere fisico. Black Eyed Susan, il fiore antistress: è adatto alle persone iperattive che agiscono con grande rapidità, incapaci di rilassarsi. Questo fiore lavora sulla virtù della pazienza, insegna la tolleranza dei ritmi altrui. Gymea Lily, il fiore della gentilezza: è suggerito alle persone dominanti, prepotenti, che tendono a prevaricare sugli altri. Favorisce il rispetto e la considerazione verso il prossimo. Nutre l’empatia. She Oak, il fiore della femminilità: trasmette la sua forza energetica in tutte le fasi della vita di una donna, scioglie i conflitti interiori e le paure inconsce che insidiano la relazione con il proprio femminile. Ma come si somministrano le essenze? “La posologia è di 7 gocce due volte al giorno, al mattino appena svegli e la sera prima di dormire, per non meno di 21-28 giorni – spiega Settanni – Le gocce si assumono direttamente in bocca o diluite in poca acqua. In alternativa possono avere un uso topico direttamente sulla pelle, possono essere vaporizzati nell’ambiente. Sono essenze prive di interazioni e controindicazioni, possono essere somministrate a neonati, bambini, anziani e anche ai nostri amici animali.

Fonte: askanews.it

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Inverno tempo di sci: ecco come evitare infortuni

L'esperto: sensazione di sicurezza influisce su percezione rischio

 

Roma, 10 gen. – Condizioni climatiche sfavorevoli, grande affluenza sulle piste e scarsa preparazione atletica sono tra le cause principali degli incidenti che si verificano negli impianti sciistici e che spesso coinvolgono minori, con esiti tragici. “Non solo, complici di cadute rovinose sono proprio gli sci o le tavole, strumenti sempre più evoluti che danno una maggiore sensazione di stabilità e quindi di sicurezza, facilitando la velocità”. Lo sottolinea Arturo Guarino, Direttore della struttura complessa di Traumatologia dello Sport dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano. La sensazione di sicurezza infatti influisce sulla percezione del rischio e i soggetti diventano più spericolati : “I traumi ad alta energia – continua Guarino – quanto mai possibili sciando a velocità sostenute sono responsabili di importanti distorsioni capsulo-legamentose specie a carico del ginocchio che si riconosce come articolazione maggiormente coinvolta. Parliamo di rotture dei legamenti collaterali o dei legamenti crociati oppure dei menischi. Inoltre, alle lesioni legamentose possono associarsi fratture dei piatti tibiali che, a seconda della gravità, rendono ancora più severa la prognosi”. Oltre alla velocità è anche la presenza di molte persone sulle piste a rendere maggiormente complicato sciare, rispetto al passato: “Gli sciatori si trovano a doversi districare tra tante persone in movimento, molte delle quali utilizzano strumenti diversi dagli sci tradizionali, come gli snowboard, che le rendono più veloci e questo può provocare delle cadute. La scarsa valutazione del rischio quando le piste sono ghiacciate, poi, aumenta la possibilità di scontri”. Per evitare incidenti che possono nuocere alla propria salute e mettere in pericolo gli altri è necessario avere consapevolezza dei propri limiti, soprattutto se si è affetti da determinate patologie: “In generale, per sciare in sicurezza bisogna avere una buona preparazione atletica e allenare la muscolatura ad affrontare un gesto atletico importante prima dell’inizio della stagione invernale. Inoltre, i soggetti affetti da artrosi a carico delle articolazioni portanti, quindi ginocchio, anca e caviglia, è bene che si rivolgano allo specialista per valutare se e con quanta frequenza è possibile sciare”. “In conclusione – aggiunge Guarino – una corretta valutazione specialistica dello stato di forma e un’opportuna considerazione delle caratteristiche soggettive muscolo scheletriche sono alla base dell’ideale prevenzione in ogni ambito ginnico-sportivo”.

Fonte: askanews.it

immagine Influenza, Coldiretti: con 2,8 mln a letto ecco i rimedi contadini

Influenza, Coldiretti: con 2,8 mln a letto ecco i rimedi contadini

Con il primo "Vitamina Day"

 

Roma, 26 gen. – Con 2,8 milioni di italiani già finiti a letto con l’influenza e il picco stagionale ormai vicino arrivano i rimedi contadini per combattere a tavola gli effetti di maltempo e gelo, in occasione del brusco abbassamento delle temperature lungo tutta la Penisola. L’iniziativa è della Coldiretti con il primo “Vitamina Day” organizzato per il week end nei mercati di Campagna Amica di tutta Italia, a partire da quello di Roma del Circo Massimo, con agrichef e tutor della spesa per insegnare agli italiani a difendersi dai malanni di stagione, a partire dall’utilizzo nella dieta di arance, clementine, limoni e mandarini. E’ scientificamente provato – spiega Coldiretti – che una corretta dieta a base di vitamina C e sali minerali sia una validissima alleata contro le malattie da raffreddamento e non c’è dubbio che l’alto contenuto di questa vitamina negli agrumi, ma anche nei kiwi, ha un effetto benefico contro le scorie (radicali liberi) che “annientano” l’organismo e che sono prodotte, proprio dal nostro corpo, in grandi quantità proprio nel periodo invernale. E allora – continua la Coldiretti – invece di abusare di sostanze multivitaminiche che vanno tanto di moda oggi, è meglio preferire gli agrumi e tutta la frutta e verdura di stagione, preparando spremute e centrifugati, che il nostro Bel Paese ci offre in questo momento con benefici per il portafogli e il palato. Proprio gli agrumi sono i grandi protagonisti degli antichi rimedi contadini. Se contro mal di gola – continua la Coldiretti – si consiglia di fare gargarismi con succo di due limoni diluiti in mezzo bicchiere d’acqua e sale, contro il raffreddore basta tagliare un limone in due, versarne un po’ di succo nel palmo della mano e aspirarlo. La fastidiosa tosse può essere sedata poi – spiega Coldiretti – bevendo il succo di un limone con un cucchiaio di miele. Un caso di gola infiammata è utile anche fare degli sciacqui con un infuso di acqua bollente e foglie di basilico fresco, oppure con 6 cucchiai di aceto di mele aggiunto a mezzo bicchiere di acqua. Per la raucedine il toccasana è un centrifugato di carote fresche e un cucchiaino di miele da bere durante la giornata. E se si aggiungono problemi bronchiali i nonni contadini preparavano un decotto con 2 o 3 cucchiai di semi di lino, acqua e mezzo bicchiere di vino rosso fatti bollire per 2 o 3 minuti. Il tutto va versato su una salvietta di cotone o di lino da piegare e mettere sul petto, lasciandolo fino a quando diventerà freddo. E per la convalescenza, nessun dubbio, mangiare pomodori crudi molto maturi o berne il succo aiuta – precisa la Coldiretti – a tornare presto in forma. Nella dieta – conclude la Coldiretti – non vanno comunque trascurati piatti a base di legumi (fagioli, ceci, piselli, lenticchie, fave secche) per preparare zuppe antigelo ché contengono ferro e sono ricchi di fibre che aiutano l’organismo a smaltire i sovraccarichi migliorando le funzionalità intestinali.

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Latte d’asina-olio evo, mix per bambini allergici a latte vaccino

Nato da progetto Regione Toscana con Unipi, Ospedale Meyer e Izslt

Roma, 15 gen. - Latte di asina e olio extra vergine di oliva, dall’unione di queste due eccellenze toscane nasce un alimento gustoso e adatto per la nutrizione dei bambini allergici alle proteine del latte vaccino. L’idea di mettere insieme questi due ingredienti è nata nell’ambito di “L.A.B.A. Pro.V.”, un progetto della Regione Toscana sulla Nutraceutica di cui la professoressa Mina Martini, che studia da anni le proprietà del latte di asina, era responsabile per l’Università di Pisa e al quale hanno partecipato l’Azienda Ospedaliera Universitaria A. Meyer come coordinatore e l’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana. Un “mix della salute” tutto toscano quindi – spiega l’Università di Pisa in una nota – composto da olio evo e da latte proveniente dal Complesso agricolo forestale regionale “Bandite di Scarlino”, dove il latte d’asina Amiatina viene prodotto, pastorizzato e confezionato con la supervisione scientifica della professoressa Martini e dei suoi collaboratori. “Per i bambini il latte di asina è un buon sostituto in caso di allergia alle proteine del latte vaccino (APLV) – spiega Mina Martini – e questo sia per le sue proprietà nutritive sia perché risulta gradevole al gusto, diversamente da alcuni sostitutivi”. “Visto poi il suo un limitato contenuto di grassi – aggiunge Martini – nel caso dei bambini in fase di svezzamento, l’idea è stata di integrarlo con olio evo il che ha dato buoni risultati sia in termini di tollerabilità che di gradimento e di accrescimento”. Come infatti ha evidenziato il progetto “L.A.B.A.Pro.V.”, i cui risultati scientifici sono in corso di pubblicazione, e che ha riguardato 81 bambini, il latte di asina è stato tollerato dal 98,7%. In particolare, 22 bambini hanno seguito la dieta a base di latte d’asina per 6 mesi mostrando un accrescimento nella norma ed i genitori hanno riferito un ottimo gradimento ed un generale miglioramento della qualità della vita dei loro figli. Da un punto di vista nutritivo, sono infatti molti i vantaggi di questo alimento essendo il latte più simile a quello umano. L’alto contenuto di lattosio, oltre a renderlo più appetibile, favorisce lo sviluppo della flora intestinale, mentre grazie al limitato contenuto di caseina e alla dimensione ridotta dei globuli di grasso risulta particolarmente digeribile. L’apporto di calcio e di vitamina D sono favorevoli allo sviluppo scheletrico e infine, nonostante sia povero di lipidi, fornisce comunque un buon contributo di Omega 3. “Le potenzialità del latte di asina sono molte – conclude Mina Martini – oltre ad essere un buon sostituto del latte vaccino nel caso di bambini affetti da APLV, le sue proprietà nutraceutiche potrebbero renderlo un alimento adatto anche per gli anziani e non ultimo per le persone che vogliono perdere peso o con problemi di dislipidemie visto il ridotto contenuto calorico, il basso contenuto lipidico ed il limitato apporto di acidi grassi saturi”.

 

Fonte: askanews.it

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Dentista? No, grazie! Un romano su quattro non si cura

Negli ultimi 12 mesi un romano su quattro (25%) non e' andato dal dentista. Un dato allarmante se si pensa che il 46% dei capitolini ha rinunciato perche' non poteva affrontare la spesa, a cui si aggiunge un 5% che ha preferito privilegiare le cure dei propri figli non potendo permettersi anche le proprie. E non e' tutto: il 47% non e' andato dal dentista perche' riteneva di non averne bisogno, disinteressandosi a qualunque attivita' di prevenzione.
E' questa la prima istantanea sulla Capitale che si ricava dalla nuova ricerca realizzata dall'Osservatorio Sanita' di UniSalute, la compagnia del Gruppo Unipol specializzata in assistenza sanitaria, che conferma un preoccupante trend ormai in atto da diversi anni nel nostro Paese.
La visita dal dentista e' diventata infatti una prestazione a cui sempre piu' si ricorre solo per un bisogno e a cui sempre piu' spesso si rinuncia a causa dei costi. Infatti, tra i romani che sono andati dal dentista, la meta' e' stato spinta dalla necessita' di curare un problema e non per un controllo di prevenzione. E a chi si affidano i romani per le cure dentistiche?
L'85% al dentista privato di fiducia, mentre il 10% cambia a seconda delle offerte che trova, segno della crescente attenzione al portafoglio. Che il prezzo sia diventato una variabile determinante e' confermato anche dalla maggiore apertura verso le cure low cost, anche all'estero. Se il 45% dei romani e' ancora perplesso e dichiara di non fidarsi, per il 34% sono un'opportunita' in piu' che consente di risparmiare e per il 20% sono addirittura l'unica soluzione per molte famiglie che altrimenti sarebbero costrette a rinunciare alle cure.
Sempre secondo l'indagine, il 38% dei romani intervistati si dichiara interessato a una polizza sanitaria per le spese odontoiatriche.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Cibi crudi, vademecum esperti per consumarli in sicurezza

Cibi crudi, vademecum esperti per consumarli in sicurezza

Crudi si', ma con cautela. Fra il giugno del 2013 e lo stesso mese di quest'anno nei 5 pronto soccorso dell'Azienda sanitaria di Firenze si e' registrata una novantina di casi circa di pazienti ricorsi alle cure mediche per disturbi causati da consumo di cibi crudi.
Pratica che puo' rivelarsi davvero pericolosa, col rischio di contrarre tossinfezioni da salmonella o da listeria (che possono provocare forme gastroenteriche) e ancora epatite A. L'Azienda sanitaria di Firenze dispone di un servizio che si occupa di sanita' pubblica veterinaria e sicurezza alimentare, nel quale e' stato messo a punto un vademecum base per chi ha deciso di non fare a meno di molluschi, crostacei, carpacci di carne o di pesce, tartare, insalate e crudite'.
Eccolo. Pesce. Sushi, sashimi, carpaccio, marinature: il consumo di pesce crudo, piu' rischioso di quello cotto, e' divenuto molto di moda negli ultimi anni. Non tutto il pesce e' idoneo per questi piatti. In ogni caso e' obbligatorio congelare ad almeno -20* per circa 24 ore il pesce prima della preparazione per eliminare il rischio di trasmissione di alcuni parassiti come l'anisakis. Per i molluschi bivalvi l'indicazione del consumo previo cottura e' obbligatoria: ridurre drasticamente i rischi. Cottura che non dovrebbe terminare al momento dell'apertura delle valve, ma per alcuni minuti ancora, utilizzando pentole con coperchio. Un mollusco fresco si riconosce dal buon odore di salsedine che emette in cottura e da l'umidita' che rilascia quando si schiude. L'eventuale presenza di un po' di sabbia non e' indice di prodotto non sicuro. Un odore piu' o meno intenso di ammoniaca durante la cottura e' fisiologico per alcune specie come palombo, spinarolo, verdesca, smeriglio. Fatte queste eccezioni se vi e' odore di ammoniaca, e' meglio non consumare il prodotto.
E' buona norma conservare l'etichetta della confezione per un po' in caso dovessero comparire malesseri dopo il consumo. Il consiglio degli esperti e' quello di verificare le regole della conservazione del prodotto a seconda che sia fresco, decongelato, congelato, avendo lo scrupolo che anche il tempo di trasporto fra il punto di vendita e la casa sia il minore possibile, e meglio utilizzando apposite borse termiche.
Alcuni pesci, appartenenti a particolari famiglie, come gli sgombri ed il tonno - aggiungono gli esperti - se conservati a temperature non idonee possono sviluppare in breve sostanze nocive, come l'istamina, in grado di nuocere alla salute e non eliminabili neppure con la cottura.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine La dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

La dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

La dieta, si sa, e' un percorso impegnativo che la maggior parte degli italiani teme e rimanda il piu' a lungo possibile. Ma, se la fatica di perdere qualche chilo e' condivisa con il proprio compagno, mettersi a dieta diventa piu' semplice: avere un obiettivo comune, infatti, rende piu' forti e aiuta ad accettare con il sorriso sulle labbra qualche piccola rinuncia a tavola.
La pensa cosi' oltre un terzo (38,2%) degli utenti che hanno risposto al sondaggio del sito www.melarossa.it: dimagrire e' piu' facile se lo si fa in due perche' il pensiero di non essere da soli a lottare contro la pancetta fa crescere entusiasmo e motivazione. Insomma, l'unione fa la forza, anche a dieta! E non solo perche' si condivide un obiettivo, ma anche perche' affrontare insieme i sacrifici allontana il rischio di sentirsi diversi o incompresi dal proprio compagno, fattori importantissimi per mantenere salda la propria motivazione: ''non c'e' niente di peggio che mangiare un'insalata mentre il tuo compagno divora lasagne e bistecca!'', dichiara il 18,8% degli utenti di Melarossa, riconoscendo che e' piu' facile cambiare le proprie abitudini alimentari se chi ci vive accanto si impegna a fare lo stesso, anziche' criticarci perche' al ristorante ordiniamo solo verdure grigliate (come sottolinea il 2,7% degli utenti).
Il supporto del proprio compagno, insomma, sembra essere una delle chiavi del successo della dieta di coppia, soprattutto quando la tentazione bussa alla nostra porta e la presenza di qualcuno che ci richiami all'ordine diventa fondamentale: per il 10,2% degli utenti, avere un compagno che li aiuti a non lasciarsi andare e ad essere meno incostanti e' un antidoto essenziale agli sgarri, sempre in agguato quando si cerca di dimagrire. E se proprio non si riesce a motivarsi l'uno l'altro e si sgarra entrambi, essere in due e' un modo per sentirsi meno in colpa perche' si e' scivolati sul tanto amato tiramisu' (3,2% delle risposte).
Come dire, mal comune, mezzo gaudio, anche a dieta. Bellissimo anche festeggiare insieme i chili persi (8,6%), dividersi i compiti (''lui fa la spesa e i cucino'', ha risposto l'1,1% dei votanti), prendersi in giro su chi dimagrisce meno (1,1% delle risposte), una strategia per allentare la tensione e scherzare insieme sui capricci della bilancia, consapevoli che la dieta e' fatta di alti e bassi e che, se una settimana il peso non scende, non bisogna farne un dramma.
Ma c'e' anche il rovescio della medaglia: l'unione che non fa la forza ma, al contrario, indebolisce. Perche' il nostro compagno e' un golosone e finisce sempre per farci sgarrare mandando in fumo tutti i nostri sforzi per dimagrire (14,4% degli utenti), oppure perche' e' cosi' rigido e pignolo che stare a dieta con lui risulta piu' stressante che rinunciare al proprio dolce preferito (2,2%).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine SLA, arriva la diagnosi precoce grazie a gruppo ricerca italiano

SLA, arriva la diagnosi precoce grazie a gruppo ricerca italiano

Arriva la possibilita' di una diagnosi precoce della Sla, il risultato, pubblicato su Neurology, e' di un gruppo di ricerca italiano che coinvolge l'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) di Roma e apre la strada allo sviluppo di nuove terapie.
E' stata dimostrata - ha reso noto il Cnr - per la prima volta la possibilita' di diagnosticare precocemente la Sla con un esame di tomografia ad emissione di positroni (Pet) mediante un tracciante analogo al glucosio, utilizzato nella pratica clinica dai centri di medicina nucleare. ''Questa tecnica permette di raggiungere un'accuratezza diagnostica del 95% e rappresenta un passo importante per lo sviluppo nella diagnosi precoce della malattia'', ha spiegato Marco Pagani, primo autore dello studio e ricercatore dell'Istc-Cnr che e' giunto a questo risultato in collaborazione con Angelina Cistaro, ricercatrice del Centro Pet Irmet di Torino e con Adriano Chio', direttore del Centro Sla, Azienda ospedaliero universitaria Citta' della salute e della scienza e Dipartimento di neuroscienze dell'Universita' degli Studi di Torino.
''Finora - ha sottolineato il ricercatore - la Sla poteva essere diagnosticata esclusivamente attraverso l'indagine clinica e con il supporto di metodiche neurofisiologiche e pertanto richiedeva un lungo periodo di osservazione. L'accelerazione e la maggiore accuratezza della diagnosi di Sla sono fondamentali oltre che per la certezza di reclutare nei trial clinici pazienti con diagnosi confermata anche per lo sviluppo di nuove terapie e per l'identificazione di possibili familiarita' sulle quali intervenire precocemente''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Diabete e Infarto, team esperti mette a punto protocollo

Diabete e Infarto, team esperti mette a punto protocollo

Farmaci di ultima generazione e tempismo: sono queste le armi che cardiologi e diabetologi mettono in campo per contrastare le complicazioni cardiache nei pazienti diabetici.
Un binomio frequente e pericoloso: circa il 60% dei pazienti affetti da diabete mellito sviluppa patologie cardiovascolari e il 30% dei pazienti che presentano una sindrome coronarica acuta e' affetto anche da diabete. Il diabete infatti causa una disfunzione piastrinica che aumenta il rischio trombotico, cioe' il rischio che si formino dei grumi di sangue. Coaguli che pero' si possono prevenire con un'appropriata terapia farmacologica antiaggregante, in particolare con ultimi ritrovati come prasugrel o ticagrelor, che in studi recenti si sono dimostrati piu' efficaci di quelli di prima generazione nel ridurre il rischio trombotico nei pazienti diabetici con sindrome coronarica acuta. Se una coronaria risulta ostruita, occorre intervenire precocemente.
Se preferire la cardiochirurgia e quindi il bypass o l'approccio percutaneo dell'angioplastica va valutato da un team interdisciplinare (il cosiddetto Heart Team), non solo in base alla severita' del problema cardiaco, ma anche allo stato clinico del paziente e al rischio chirurgico. Lo afferma uno studio pubblicato sul numero di giugno del Giornale Italiano di Cardiologia. Si tratta del primo protocollo multidisciplinare a carattere operativo che spiega come gestire il paziente diabetico colpito da sindrome coronarica acuta.
Tre gli specialisti del Papa Giovanni coinvolti: la cardiologa Roberta Rossini, ideatrice e coordinatrice del lavoro, il cardiologo interventista Giuseppe Musumeci, responsabile della sezione lombarda della Societa' Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), e Roberto Trevisan, direttore dell'Unita' di Malattie endocrine e diabetologia dell'azienda ospedaliera bergamasca.
Alla pubblicazione seguira' nei prossimi mesi l'attivazione di un Registro Osservazionale in Lombardia, che servira' a capire quanto e come i medici lombardi riusciranno ad applicare concretamente le linee guida e quali miglioramenti sara' possibile raggiungere nel trattamento dei pazienti.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine In Italia 23 mln non praticano attivita' fisica

In Italia 23 mln non praticano attivita' fisica

Sono ben 23 milioni gli italiani che non praticano alcuna atrtivita' sportiva: il 40% della popolazione. Una vera e propria epidemia di sedentarieta', che e' la prima causa dell'insorgenza di patologie oncologiche, metaboliche, cardiovascolari e osteoarticolari, meglio conosciute come malattie croniche. Ma anche un'emergenza per il nostro Sistema Sanitario Nazionale: tra costi diretti e indiretti di uno stile di vita all'insegna dell'inattivita', lo Stato e' costretto a sborsare ogni anno circa 60 miliardi di euro.
Ecco perche' l'OMS sostiene da tempo l'importanza dell'attivita' sportiva nel miglioramento dello stato di salute psico-fisico della popolazione. Gli individui che mantengono uno stile di vita attivo hanno, infatti, una minore probabilita' di ammalarsi: l'esercizio fisico rappresenta un vero e proprio ''farmaco'', fondamentale non solo nella prevenzione, ma anche nella cura di numerose patologie.
In questo contesto nasce il primo progetto per la prescrizione e il controllo dell'attivita' fisica da parte del medico di famiglia. Si chiama ''Movimento per la Salute'' e si pone l'obiettivo di fornire al Medico di Medicina Generale uno strumento di riscontro oggettivo sulla prescrizione di movimento, che rappresenta un'arma estremamente efficace per il mantenimento del benessere.
Per presentare e promuovere il progetto, mai realizzato in Italia, di promozione dell'attivita' fisica controllata per la salute in sicurezza, MpS organizza un confronto fra le Istituzioni mercoledi' 16 aprile a Roma presso il Senato della Repubblica (Sala Capitolare di Piazza della Minerva), dalle 9.30 alle 13.15. Interverranno, tra gli altri, Massimo Cicognani, Amministratore Delegato di ''Movimento per la salute'', Luigi D'Ambrosio Lettieri, membro Commissione Igiene e Sanita' Senato della Repubblica, Giovanni Malago', Presidente CONI, Francesco Cognetti, Presidente della Fondazione ''Insieme contro il cancro'', Giampaolo Duregon, Presidente ANIF (Associazione Nazionale Impianti per il Fitness & per lo Sport), Nerio Alessandri, Fondatore e Presidente Technogym, Claudio Cricelli, Presidente SIMG (Societa' Italiana Medicina Generale) e Giorgio Moretti, Presidente Dedalus.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine A tavola boom di allergie, intolleranze e celiachia

A tavola boom di allergie, intolleranze e celiachia

Esplodono le allergie alimentari in Italia, dove a soffrirne sono oltre tre milioni, cifra quasi raddoppiata nel corso degli ultimi dieci anni. Si tratta principalmente di bambini, con il 6% degli interessati, contro il 4% degli adulti. Le allergie alimentari costituiscono patologie in costante aumento nel nostro Paese sia perche' un numero sempre maggiore di bambini ed adulti sviluppa questo tipo di patologie sia perche' i tipi di proteine alimentari in grado di dare allergia stanno aumentando sempre di piu'.
Se ne parla a Roma, sino al 12 aprile, in occasione del 4* Congresso IFIACI e 27* Congresso Nazionale della SIAAIC, Societa' Italiana Allergologia, Asma ed Immunologia Clinica. ''Il congresso di quest'anno costituisce un evento importante perche' da pari dignita' a tutte le componenti dell'allergologia e dell'immunologia clinica italiana e ristruttura la societa' ponendo nuove basi - dichiara Giorgio W. Canonica, Neopresidente SIAAIC e Direttore Clinica Malattie Respiratorie e Allergologia dell'Universita' di Genova - . Anche le aree tematiche di interesse in modo da dare eguale importanza anche a tutti gli argomenti che fanno parte della materia.
La partecipazione prevista, si parla di oltre 500 specialisti da tutta Italia, sottolinea l'importanza specifica del programma''. Gli alimenti che possono provocare una reazione allergica possono appartenere sia al mondo animale che a quello vegetale. In Italia prevalgono quelle per frutta e verdura, ma molto frequenti anche quelle per semi, crostacei, latte e uova. E' una patologia diffusa sia nell'eta' pediatrica, che in quella adulta: ci possono essere delle forme piu' o meno gravi, a seconda delle proteine, con reazioni quali shock anafilattico, orticaria e angioedema, e proteine che possono dare disturbi lievi, quali disturbi gastrointestinali e al cavo orale. La malattia celiaca coinvolge sempre il sistema immunitario: interessa anticorpi diversi, che reagiscono soltanto con un componente dell'alimento, il glutine, presente nel grano e nei cereali. La celiachia si diagnostica attraverso la ricerca di anticorpi specifici, e poi si devono fare dei controlli anche nel sistema gastroenterico, dove l'anticorpo incontra il glutine del grano. ''Entrambe sono malattie del sistema immunitario, seppur diverse - spiega Donatella Macchia, Dir.Medico I liv. Allergologia Immunologia Clinica Osp. S.Giovanni di Dio di Firenze e Membro Direttivo SIAAIC - ma ci possono essere anche persone celiache che possono manifestare anche allergie alimentari.
All'inizio della loro dieta senza glutine, queste persone traggono un iniziale beneficio dalla dieta senza glutine, ma poi possono tornare certi sintomi simili a quelli prima alla diagnosi, causate dallo scatenarsi delle allergie alimentari. Ancora non esistono stime certe per questi casi, ma sono sicuramente in aumento: riguardano spesso la frutta, anche quella secca, ma non e' meno grave quella che viene provocata dalle farine in alternativa al grano. I celiaci possono avere anche l'asma e il raffreddore allergico: in queste persone e' piu' facile che si presenti l'allergia alimentare''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Pelle giovane piu' a lungo con 1 ora di sport al giorno

Pelle giovane piu' a lungo con 1 ora di sport al giorno

'Mens sana in corpore sano': e' questo lo spirito con cui il Provveditorato agli Studi di Napoli ha accolto l'invito degli organizzatori della Coppa Davis a portare circa 300 studenti di 12 diverse scuole secondarie di Napoli alla manifestazione ''Sport e Salute'', che si terra' domani, sabato 5 aprile, alle ore 10.30, presso il villaggio Coppa Davis. ''Lo sport e la salute - Gabriella Fabbrocini, Docente di Dermatologia e Venereologia presso l'Universita' ''Federico II'' di Napoli e coordinatrice dell'incontro - sono un binomio inscindibile, soprattutto per gli adolescenti, per i quali, secondo le ultime ricerche, l'aspetto estetico sarebbe al primo posto nella lista dei loro desideri''.
Lo sport, dunque, come soluzione per arginare i problemi di sovrappeso e obesita' e per prevenire i rischi di cardiovascolari in eta' adulta? ''Certamente, ma non si tratta solo di questo. Il Prof. Fallon ed altri studiosi dell'Universita' di Oxford hanno dimostrato come i soggetti che non praticano sport vadano maggiormente incontro a problematiche cutanee, soprattutto acne e psoriasi'', precisa l'esperta. Non c'e' da stupirsi, quindi, di questo legame tra mancata attivita' fisica e peggioramento delle condizioni della pelle. Spiega, infatti, Gabriella Fabbrocini: ''Non fare sport alimenta l'infiammazione alla base delle due suddette patologie. Cio' e' da mettere in relazione sia alla maggiore quota di glucosio che rimane nel sangue e non viene bruciata dall'attivita' fisica, sia al maggior livello di stress cui e' sottoposto il nostro corpo''. ''Lo stress fa innalzare la produzione di cortisolo, un ormone secreto dalle ghiandole surrenali, che puo' aggravare le patologie citate'' chiarisce la specialista.
Lo sport, riducendo questo fattore e facendo innalzare il livello di endorfina - un ormone prodotto dal nostro corpo con proprieta' analgesica ed eccitante, piu' comunemente noto come ''ormone della felicita''' - migliora le condizioni psicofisiche e, indirettamente, arreca benefici alla pelle. ''Non dimentichiamo, inoltre, che fare sport nell'eta' della puberta' avra' benefici anche a lungo termine, preservando la pelle ed evitando la comparsa delle rughe.
Fare sport significa aumentare la gittata cardiaca, la perfusione dei tessuti, la disponibilita' di nutrienti a livello cutaneo e quindi lo stimolo alla neocollagenesi. L'induzione alla neocollagenesi passa anche attraverso un'eliminazione delle cellule morte e un aumento del turnover cellulare per far si' che la pelle risulti piu' nutrita e ossigenata. Insomma, muoversi con continuita' in eta' adolescenziale significa invecchiare meglio''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Aprile dolce dormire. Ma occhio alle malattie del sonno

Aprile dolce dormire: un proverbio sempre attuale, che evoca la spossatezza primaverile dovuta al cambio di stagione. Tuttavia, questo famoso detto puo' essere letto anche sotto un'altra ottica: i disturbi del sonno sono infatti molteplici, insidiosi e spesso sottovalutati.
Si tratta di un gruppo molto eterogeneo di malattie con netta prevalenza delle insonnie (ne soffre in modo persistente almeno il 10% degli individui della popolazione generale) e dei disturbi respiratori: russamento e apnee del sonno colpiscono infatti piu' di 4 milioni di italiani (4% degli uomini e il 2% delle donne) di eta' compresa tra i 30 e i 60 anni.
Malattie che, se non curate adeguatamente, possono essere altamente invalidanti e nel caso di quelle respiratorie condurre alla morte per danno cardiovascolare. Ben oltre, quindi, i semplici effetti solitamente considerati, come occhiaie, irritabilita' e stanchezza diurna. Sintomi come l'insonnia o il russare vengono troppo spesso intesi come patologie a se' stanti o legate ad altre problematiche come stress o tensione. La realta' e' pero' molto piu' complessa e riconducibile ad una sola radice: il sonno e i suoi disturbi. Le patologie esistenti sono circa 100: alcune sono solo accentuazione di manifestazioni fisiologiche o parafisiologiche, altre sono invece vere e proprie malattie gravate da alto rischio individuale e collettivo e di un notevole impatto sociale in virtu' dell'elevata diffusione.
Tra queste, la Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno (OSAS), il piu' frequente disturbo respiratorio del sonno che ha un impatto epidemiologico pari al diabete. Ad oggi la formazione universitaria non contempla una scuola di specializzazione in ''Medicina del Sonno'' tralasciando dunque dall'insegnamento le problematiche che possono affliggere un terzo del nostro tempo. Tuttavia, a fronte di questa importante carenza formativa, l'Associazione Italiana Medicina del Sonno (AIMS), a cui afferiscono tra i piu' importanti rappresentanti Nazionali ed Internazionali di Medicina del Sonno, ha istituito un master universitario e forma ''Medici Esperti in Medicina del Sonno''.
A prescindere dalla specializzazione di fondo di ogni professionista, cio' che e' importante nella Medicina del Sonno e' il lavoro in equipe, nell'ottica della gestione multidisciplinare delle patologie del sonno, poiche' e' solo dalla condivisione unanime di diversi punti di vista di uno stesso problema che si trova la soluzione piu' idonea per ogni singolo paziente. Pertanto, pneumologi, neurologi, otorini, psicologi, cardiologi, odontostomatologi, dietologi sono tutti chiamati in causa per affrontare i disturbi del sonno nel rispetto della multidisciplinarieta'. Ed e' con tali premesse che da qualche settimana, sono iniziate interessanti iniziative per cercare di coinvolgere tanto i potenziali pazienti quanto i medici di famiglia. Entrambe le categorie, infatti, devono acquisire maggiore consapevolezza su questo argomento: il ruolo dei medici di base e' fondamentale, poiche' rappresentano il punto di riferimento per ogni individuo; chiunque si rivolge al proprio medico di fiducia dovrebbe segnalare quei disturbi considerati di ordinaria amministrazione o effetti collaterali di altre malattie.
Sono cosi' iniziati, da una parte, congressi dedicati esclusivamente a questo tema e finalizzati a sensibilizzare i medici sui disturbi del sonno; dall'altra, sono state promosse visite gratuite con specialisti per chi ritiene di dover verificare la qualita' del proprio sonno. E a maggio, dal 9 all'11, la IV edizione di RomaSonno al Grand Hotel Melia': ampio spazio nella trattazione di tali argomenti con la partecipazione di specialisti di ogni parte d'Italia giunti a Roma per contribuire alla lotta contro la diffusione delle patologie del sonno e di come queste possono alterare la qualita' della nostra vita.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Pediatri Sitip, bimbi non esagerate con cioccolato e salame

Pediatri Sitip, bimbi non esagerate con cioccolato e salame

Con la Pasqua aumentano le tentazioni alimentari: uova di cioccolato avvolte da carte luccicanti e colorate, colombe dai mille gusti, irresistibili per grandi e piccini. Ma le insidie per la salute sono in agguato: ''Lasciamo al palato i suoi piaceri, ma con criterio e in sicurezza'' avvertono gli specialisti della Societa' Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP). ''In questo periodo, per aiutare i nostri figli a restare in salute - sottolinea Susanna Esposito, Direttore dell'Unita' di Pediatria ad Alta Intensita' di Cura, Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Universita' degli Studi di Milano e Presidente della SITIP - non e' necessario privarli dei gusti stagionali, ma e' molto importante fare attenzione ai cibi che mangiano: negli alimenti possono essere presenti agenti patogeni (batteri, virus, parassiti) o tossine di origine microbica che a contatto con l'organismo umano possono risultare dannosi per la salute, dei bambini soprattutto.
Tali alimenti, una volta ingeriti, possono provocare tossinfezioni alimentari''. Per garantire ai nostri bambini un'alimentazione sempre sana e varia, oltre a dolci e leccornie, proponiamo loro anche alimenti che forniscano un completo apporto di energia. Innanzi tutto vitamine e minerali, evitando cosi' eccessi inutili di zuccheri e calorie. Le vacanze pasquali coincidono, poi, anche con un momento delicato, quello del cambio di stagione: le giornate iniziano ad allungarsi e con esse le ore che si possono trascorrere al sole.
In questo periodo si puo' assistere ad elevate escursioni termiche tra il giorno e la sera con inevitabili raffreddori e malanni che colpiscono i bambini, soprattutto i piu' piccoli. ''L'inizio della primavera - prosegue Susanna Esposito - e' sempre una stagione complessa per i bambini: cambiano a volte le abitudini, spesso a causa del cambio dell'ora, aumenta la voglia di giocare all'aria aperta, si preferisce mangiare fuori casa magari durante viaggi ed escursioni, le temperature salgono e, spesso, si sottovalutano il primo sole e gli sbalzi di temperatura. Nel periodo delle vacanze scolastiche raccomandiamo sempre ai genitori di prestare molta attenzione non soltanto all'alimentazione dei loro figli ma anche alla prevenzione di eventuali raffreddori o episodi febbrili, avendo cura del loro abbigliamento ed evitando, per esempio, di scoprirli troppo al primo raggio di sole''.
Ecco le raccomandazioni dei pediatri di SITIP, raccolte in un decalogo, per salvaguardare la salute dei nostri bambini durante le vacanze ormai alle porte: 1. Non esagerate con le uova di cioccolato: scegliete un uovo di buona qualita' e, nel caso in cui il bambino abbia ricevuto in regalo tante uova, utilizzate il cioccolato per preparare budini e torte nelle settimane successive alla Pasqua. Tenete presente che in alcuni soggetti, soprattutto se atopici, il cioccolato, consumato in quantita' eccessive, puo' dare reazioni allergiche. 2. Limitate il consumo di salame e insaccati vari che, insieme alle conserve di frutta e verdura fatte in casa, possono essere all'origine di intossicazioni importanti come il botulismo. 3. Fate attenzione alle uova crude e alle verdure non lavate: con questi alimenti uno dei rischi piu' frequenti e' la salmonellosi, un'intossicazione caratterizzata da sintomi quali nausea, vomito, dolori addominali, diarrea e febbre. 4. Si' ai gelati artigianali ma mangiateli sempre in posti da voi conosciuti: i derivati di uova crude come gelati e dolci alla crema, oltre alla maionese e salse varie, sono alimenti responsabili delle intossicazioni da Staphylococcus aureus. 5. Durante i pic-nic, abbiate sempre cura dell'igiene delle mani prima di mangiare e ricordatevi di utilizzare solo acqua potabile magari portando con voi acqua in bottiglia; fate attenzione ai cibi cotti molte ore prima e lasciati fuori per lungo tempo, preferendo appositi refrigeratori o contenitori termici. 6. Fate attenzione al pesce e ai molluschi crudi: il pesce crudo puo' essere portatore di un parassita, l'Anisakis, nocivo per l'essere umano perche' puo' causare manifestazioni gastrointestinali (simili a volte a quelle dell'ulcera peptica e a volte a quelle dell'appendicite) o reazioni allergiche: una normativa del luglio 2013 indica, in caso di consumo di pesce crudo o marinato, la necessita' di congelamento a -18* per almeno 96 ore in un congelatore domestico contrassegnato da tre o piu' stelle. 7. Scegliete un'esposizione al sole in sicurezza: utilizzate sempre creme solari ad altissima protezione proteggendo i bambini con cappellini e occhiali da sole. 8. Non coprite troppo i vostri bambini ma non abbiate neanche fretta di scoprirli velocemente al primo sole, meglio vestirli a strati. 9. Portate sempre con voi un kit di primo soccorso in caso di viaggi o di escursioni, includendo anche prodotti repellenti contro le punture di zanzare e zecche (queste ultime presenti soprattutto in montagna). 10. Non smettete di coinvolgere i vostri bambini nella lettura di libri o fumetti adeguati alla loro eta' ricordando pero' che le vacanze servono a fare una pausa anche...dai compiti per casa.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allergie di Primavera? Affrontiamole con un sorriso

Allergie di Primavera? Affrontiamole con un sorriso

L'avvicinarsi della primavera porta pensieri positivi, ma non per tutti: oltre alla ''temuta prova costume'', 3 italiani su 10 la associano all'arrivo delle allergie. E' quanto emerge da un'indagine promossa da Assosalute e condotta su un campione di italiani fra i 18 e i 64 anni, secondo la quale il 16% dei rispondenti soffre inesorabilmente di allergie tutte le primavere.

Se alla quota di quanti vivono personalmente il disagio delle allergie primaverili, si aggiungono quanti le subiscono indirettamente (in quanto molto vicini a qualcuno che ne soffre) si ottiene che ben il 54% della popolazione e' in qualche modo coinvolta col ''fenomeno delle allergie primaverili''. ''Si parla di allergia quando si verifica una risposta ''iper-reattiva'' dell'organismo al contatto con sostanze estranee, i cosiddetti allergeni, normalmente innocue'' dichiara . Renato Gaini Direttore della Clinica Otorinolaringoiatra dell'Universita' degli Studi di Milano Bicocca. ''Con l'avvicinarsi della bella stagione particolarmente diffusa e', a carico dell'apparato respiratorio, la ''rinite allergica'', volgarmente anche detta raffreddore da fieno''. Sempre secondo l'indagine, tra i vari sintomi delle allergie primaverili, quelli giudicati piu' fastidiosi sono gli starnuti (56%), seguiti da fastidio agli occhi (53,4%) e prurito nasale/lacrimazione (oltre 45%).

Tali sintomi non sono solamente fastidiosi al livello fisico ma spesso influenzano anche la quotidianita': quasi il 40% degli intervistati ha dichiarato di non dormire bene la notte, il 28,3% di avere difficolta' a concentrarsi e il 26% rinuncia a stare all'aria aperta. ''Ad oggi'' continua Gaini ''le terapie disponibili per contrastare le allergie in atto consentono piu' che altro di gestirne i sintomi, infatti, i farmaci che vengono utilizzati hanno prevalentemente lo scopo di ridurre la risposta immunitaria''. Per tenere a bada i sintomi delle allergie primaverili, il 42,5% degli italiani fa ricorso ai farmaci di automedicazione, ossia quelli senza obbligo di prescrizione, riconoscibili grazie al bollino rosso che sorride apposto sulla confezione e acquistabili senza ricetta medica.

Importante per 3 italiani su 10 (equamente divisi tra uomini e donne) fare ricorso al consiglio del farmacista o del medico prima di assumere un farmaco di automedicazione. Infine, per affrontare la primavera con il sorriso esistono delle piccole accortezze da seguire durante la giornata: evitare di uscire all'aperto nelle ore di maggiore concentrazione pollinica o nelle fasi iniziali di un temporale; fare attenzione all'igiene personale (lavare i capelli e le cavita nasali tutti i giorni); tenere le finestre il piu' possibile chiuse durante la giornata ricambiando l'aria al mattino presto o alla sera tardi; evitare parchi e giardini; lavare spesso il pavimento e cambiare frequentemente le lenzuola; evitare il contatto con tappeti, peluche e tappezzeria; evitare di viaggiare in auto con i finestrini aperti; consultare i calendari pollinici.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Mal di testa? Si cura con rilassamento ed esercizi

Mal di testa? Si cura con rilassamento ed esercizi

Si e' aggiudicata l'Isico Award, in occasione del IX Congresso nazionale R&R che si e' tenuto a Milano, la ricerca torinese che ha presentato ''Un programma educazionale e fisico per ridurre cefalea e dolore a collo e spalle in un ambiente di lavoro: uno studio clinico randomizzato''.

Il congresso di Isico (Istituto Scientifico Italiano Colonna Vertebrale) si conferma uno degli appuntamenti piu' importanti per chi si occupa di trattamento riabilitativo delle patologie della colonna: alle letture magistrali degli ospiti internazionali sono seguite le sessioni pratiche e la presentazione di quattro ricerche nazionali, tra le quali e' stato scelto il vincitore dell'Isico Award: ''Sono stati i partecipanti stessi a scegliere la ricerca migliore - spiega Stefano Negrini, direttore scientifico di Isico - lo studio vincitore, presentato da Franco Mongini, e' frutto di un lavoro clinico e di ricerca partito alcuni anni fa, prendendo in considerazione in due fasi successive prima 400 e poi 2.000 dipendenti del Comune di Torino. Al centro un tema di grande interesse, considerato che oltre il 45% degli adulti soffrono o hanno sofferto di cefalea ed emicrania''.

Le ricerche condotte dal gruppo torinese (Universita' di Torino, Citta' della Salute e della Scienza di Torino) hanno preso in considerazione il fattore neuromuscolare nello scatenamento o nell'incremento del mal di testa e del dolore cervicale e delle spalle: ''Solitamente questo tipo di fattore veniva ignorato - racconta Mongini - Da parte nostra, in base alle ricerche e ai dati raccolti a lungo termine, abbiamo visto che lavorare sull'eccessiva contrazione dei muscoli del capo e del collo aiuta a ridurre notevolmente questo tipo di patologie, a cominciare dal luogo di lavoro: da un lato abbiamo riscontrato un miglioramento in termini di frequenza mensile, dall'altro una ridotta assunzione di farmaci.

Per questo motivo abbiamo sviluppato un programma cognitivo comportamentale che aiuta il paziente a percepire quando i suoi muscoli sono troppo contratti (ad esempio aiutandosi con dei semplici memo a post-it, perche' il rilassarsi diventi un atto riflesso), insegnandogli poi dei semplici esercizi da fare. Il nostro programma e' a disposizione di tutti in rete: basta collegarsi al sito www.nomalditesta.it per accedere ai video dove vengono spiegati gli esercizi''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

 

immagine Bellezza: freddo improvviso? Truccarsi protegge la pelle

Bellezza: freddo improvviso? Truccarsi protegge la pelle

Freddo, pioggia e vento, brusco calo delle temperature, addirittura neve. L'ultima coda dell'inverno scalza in un sol colpo sole e clima mite che ci avevano accompagnato negli ultimi giorni. E il fisico ne risente.

Raffreddori a parte, e' la pelle una delle prime vittime dei capricci metereologici di questi giorni. Ed il trucco del viso diventa un prezioso alleato delle donne. Parola di Maria Grazia Caputo, medico estetico, che avverte: ''Le temperature basse possono provocare, soprattutto nei soggetti predisposti con pelle sensibili o couperose, arrossamenti e disidratazione della cute''. Parola d'ordine, ''idratare'' bene la pelle per proteggerla ed evitare cosi' la comparsa di determinate patologie.

Ecco i 5 consigli antifreddo da applicare in questi giorni. ''La prima cosa da fare - spiega l'esperta - e' sicuramente effettuare le operazioni di detersione con prodotti che non siano schiumogeni. Grazie a questa accortezza la nostra pelle tendera' meno a seccarsi. Fondamentale e' idratare bene la cute, quindi applicare prodotti emollienti, un fondo tinta fluido''. La parte del corpo che probabilmente e' la piu' esposta alle intemperie sono le labbra.

In questo caso il medico estetico consiglia l'applicazione di un rossetto molto cremoso. ''Non bisogna dimenticare i capelli - aggiunge - per i quali il pericolo maggiore proviene dalle sostanze inquinanti. Anche la pioggia puo' danneggiarli poiche' le precipitazioni non sono immuni dall'esposizione a sostanze inquinate. Per questo sarebbe opportuno utilizzare uno shampoo non aggressivo e applicare un balsamo o una crema idratante''. Per salvaguardare la pelle dalle basse temperature attraverso trattamenti estetici ''sono consigliati quelli idratanti come biorivitalizzazioni, le cosi dette punturine di vitamine con sostanze antiossidanti, acido ialuronico. Bisogna poi considerare - afferma Caputo - anche gli effetti benefici dei trattamenti come le maschere, importante che siano sempre volti a migliorare l'idratazione''.

Ma avverte: ''Fare peeling in questo periodo con il sole e pelle secca non e' consigliabile perche', per quanto possano essere soft, questi trattamenti tendono a ridurre due parametri cutanei importanti che sono la sebometria e l'idratazione''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Aprile mese dedicato a prevenzione dell'ictus

Aprile mese dedicato a prevenzione dell'ictus

A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all'Ictus Cerebrale) dedica il mese di Aprile alla prevenzione dell'Ictus Cerebrale e coglie questa occasione per sottolineare l'importanza non solo della conoscenza e del riconoscimento dei sintomi ma anche e soprattutto della diagnosi precoce e dell'intervento tempestivo, nelle persone che stanno avendo un ictus.

In diverse migliaia di casi, infatti, si potrebbero azzerare o ridurre drasticamente gli effetti invalidanti dell'ictus con delle cure adeguate prestate nelle primissime ore dalla comparsa dei sintomi. E' quindi estremamente importante che il paziente colpito da ictus o i suoi familiari siano in grado di riconoscere immediatamente i segnali della malattia per poi chiamare il 118. E qui sorge un serio problema, perche' il personale del 118, nella maggior parte delle regioni italiane, pur riconoscendo i sintomi dell'ictus, e' tenuto, in base ai protocolli vigenti, a portare il paziente al Pronto Soccorso piu' vicino, che sia dotato o meno di una Unita' Emergenza Ictus (Stroke Unit).

''Intervenire tempestivamente permette di ridurre notevolmente il rischio di danni cerebrali permanenti - ha dichiaratoGiuseppe Micieli, Direttore del Dipartimento di Neurologia d'Urgenza dell'Istituto Neurologico Nazionale Casimiro Mondino di Pavia - per questo motivo, il 118 di tutte le Regioni dovrebbe attivare, come avviene ad esempio in Liguria e in Lombardia, uno specifico protocollo di emergenza, il cosiddetto ''Codice Ictus'', una sorta di ''corsia preferenziale'' per il paziente colpito da ictus che consente di guadagnare minuti estremamente preziosi''. ''La somministrazione del trattamento trombolitico entro le prime 4 ore dall'inizio dei sintomi consente, a circa un terzo delle persone colpite da Ictus ischemico, di rientrare rapidamente alle proprie abitazioni, completamente guarite, e ad un altro 50% di tornare a casa in buone condizioni funzionali'' aggiunge Domenico Inzitari, Professore in Neurologia presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'Universita' di Firenze.

''Le Stroke Unit, purtroppo, non sono ancora diffuse in maniera capillare, come dovrebbero - afferma Carlo Gandolfo, Professore Ordinario di Neurologia all'Universita' degli Studi di Genova. Il Ministero della Salute stima che in Italia dovrebbero esserne presenti oltre 300 (numero ottimale 350), mentre ne risultano operative meno di 160, concentrate principalmente nel Nord Italia: nel Meridione si muore piu' di Ictus Cerebrale che di infarto del miocardio proprio perche' le Unita' di Emergenza Ictus sono quasi assenti. Purtroppo la mancanza di una buona copertura nazionale cosi' come di una rete assistenziale integrata fa si' che l'ictus abbia conseguenze molto gravi non solo per il paziente ma anche per i suoi familiari e caregiver''.

La diffusione della trombolisi e delle unita' ospedaliere dedicate alla cura dell'ictus, quindi, puo' ridurre notevolmente la mortalita' e la disabilita': in Italia, pero', solo il 40% delle persone colpite da ictus arriva in una Stroke Unit entro le prime 4 ore e, una volta dimessi dall'ospedale, i pazienti si trovano ad affrontare ancora molte difficolta' perche' non esiste un percorso di assistenza e di riabilitazione predefinito. In occasione di ''Aprile mese della prevenzione dell'Ictus Cerebrale'', la Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus con le sue oltre 70 Associazioni locali dara' vita a diverse iniziative di prevenzione, di sensibilizzazione e di informazione su questa patologia, grave e disabilitante. L'elenco delle iniziative previste sara' inserito sul sito www.aliceitalia.org.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Per la tosse 5 mln di viste all'anno. Piu' colpiti donne e bimbi

Per la tosse 5 mln di viste all'anno. Piu' colpiti donne e bimbi

Cinque milioni di visite all'anno: secondo i dati delle ultime ricerche, la tosse persistente ha un'incidenza del 10%. I piu' colpiti sono donne e bambini: se per quanto riguarda il secondo gruppo, sino agli 8/10 anni, la motivazione e' data da un sistema immunitario ancora incompleto, e quindi piu' esposto alle infezioni, per le donne si e' ipotizzato che ci sia una maggiore sensibilita' nel rispondere agli stimoli esterni con la tosse.

Da un punto di vista geografico, i piu' colpiti sono quelli del Nord Italia (+25%) rispetto a quelli del Centro Sud, a causa delle particolari condizioni climatiche e ambientali. Da un altro studio, infine, nel Veneto e' stato registrato un leggero aumento di tosse rispetto ad altre realta' regionali. La tosse, da sintomo a malattia: e' questo il risultato del lavoro della task force della European Respiratory Society, presieduta da A. Morice, che offre una nuova visione sulla tosse.

Alcuni spunti dello studio sono stati presentati durante il 17* Congresso Nazionale sulle Malattie Respiratorie ''Asma Bronchiale e BPCO: nuovi obiettivi, nuovi rimedi, nuove strategie'', a Verona, organizzato da Roberto W. Dal Negro, Responsabile del Centro Nazionale Studi di Farmacoeconomia e Farmacoepidemiologia respiratoria. Sono trecento gli specialisti intervenuti durante il congresso, provenienti da tutta Italia. L'importante documento della European Respiratory Society, nato da recenti riflessioni ed evidenze provenienti da studi internazionali e avviata nel 2012, definisce la tosse come entita' autonoma e non piu' come banale sintomo aspecifico. Gli studi documentano come la condizione che sottosta' alla tosse e' una condizione patologica che le accomuna tutte in quanto manifesta sempre una ipereccitabilita' delle strutture nervose deputate al fenomeno.

Il documento si avvale anche del contributo di Dal Negro, unico italiano presente nel team, composto da altri sei specialisti provenienti dalla Spagna, Germania, Inghilterra e Usa: ''Il documento sara' pubblicato tra poco sul giornale europeo - spiega Dal Negro - propone uno statement sulla nuova visione della tosse, interpretato da un nuovo punto di vista, riuscendo a spiegare fenomeni finora senza risposta e prendendo in considerazione tutti i vari casi di tosse, da quella asmatica a quella da infezione virale, da quella del bambino a quella da riflusso gastroesofageo. Tutto verra' reinterpretato alla luce delle piu' recenti evidenze nella ricerca neurofisiologica e farmacologica''. ''Dato che esiste una percentuale di soggetti con tosse - aggiunge Alessandro Zanasi, Policnico Sant'Orsola di Bologna e Presidente A.I.S.T., Associazione Italiana per lo Studio della Tosse - che non manifestano una malattia sottostante ma semplicemente tossiscono e rispondono in maniera anomala agli stimoli piu' banali, al caldo e al freddo, alle irritazioni virali e a microreflussi, si e' ipotizzato che la causa possa essere una ipersensibilita' dei recettori. Questo spiegherebbe, ad esempio, perche' tutti i soggetti con asma e reflusso non abbiano la tosse. Una nuova ipotesi da percorrere anche in termini terapeutici''.

Non esiste ancora un farmaco antitosse in senso stretto, ed e' stato spesso dimostrato come, ad oggi, le molecole in uso non abbiano consentito di debellarla. E' stato dimostrato, infatti, che per l'interruzione della tosse una caramella al miele puo' essere efficace quanto o piu' di qualsiasi farmaco oggi presente sul mercato. Le recenti evidenze scientifiche hanno condotto alla nascita di un nuovo filone di ricerca e sviluppo che dovrebbe dare a breve dei risultati. Cio' sta per condurre a farmaci innovativi.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme pidocchi, i consigli per debellarli

Allarme pidocchi, i consigli per debellarli

Un grattacapo di nome pidocchio: piccolo parassita di colore bianco-grigiastro della lunghezza di pochi millimetri, che si attacca al capello deponendovi le uova, il pediculis humanus capitis vive succhiando il sangue dal cuoio capelluto. Quando cade dai capelli, muore dopo 48-72 ore, mentre le uova possono rimanere vitali per una decina di giorni.

Un problema, questo, che persiste tutto l'anno, con picchi massimi nella stagione primaverile, ormai quasi alle porte. ''L'unico modo per debellare i pidocchi e' il controllo sistematico con il pettinino. Se non si rimuovono tutte le uova, si ricomincia punto e a capo''. Questo il monito di Gabriella Fabbrocini, Docente di Dermatologia e Venereologia presso l'Universita' ''Federico II'' di Napoli e Presidente Nazionale dell'Associazione Donne Dermatologhe Italiane, all'indomani dell'allarme lanciato dalla Food and Drug Administration (Fda) - ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici - che ha recentemente pubblicato sul suo sito alcuni importanti regole per spiegare ai genitori come gestire i pidocchi nei loro figli.

Tra i consigli, evitare contatti testa contro testa durante il gioco a scuola, a casa o sui campi sportivi; non condividere vestiti, cappelli, caschi, bandane, auricolari, spazzole e asciugamani; disinfettare pettini e spazzole in acqua calda per 5-10 minuti. In Italia sono 1 milione e 400 mila gli under 18 colpiti da pediculosi e la meta' - circa 700 mila - hanno meno di 6 anni; seguono i bambini dai 6 ai 12 anni, che sono circa 500 mila, e poi quelli piu' grandi - fino a 18 anni - circa 200 mila. Il fenomeno e' in continuo aumento in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi industrializzati; in Europa l'epidemia colpisce l'1-3% della popolazione totale.

Secondo le statistiche del Ministero della Salute, il problema si manifesta principalmente tra i banchi di scuola: un bambino su dieci rimane vittima dei pidocchi proprio all'interno di un ambiente scolastico. Il prurito e' il sintomo piu' caratteristico, ma non e' ne' precoce, ne' frequente: e' il risultato di una reazione allergica alla saliva del pidocchio, e richiede circa due settimane per svilupparsi; a questo stadio l'infestazione e' in atto gia' da almeno un mese. ''Oggi - ribadisce la Prof.ssa Fabbrocini - una buona terapia con schiume e lozioni occlusive puo' assicurare il vero trattamento efficace solo se nel tempo si ripassa tra i capelli il pettine stretto. E' un tema sul quale genitori, corpo docente e dermatologo dovrebbero viaggiare insieme, ma, ahime', non sempre e' cosi'''.

''Con la dermatoscopia - ammonisce ancora la specialista - i pidocchi si possono scorgere piu' facilmente e il dermatologo e' sicuramente la figura piu' indicata per risolvere il problema. E' importante inoltre non sottovalutare il controllo di tutta la famiglia, altrimenti si registra una ricaduta in breve tempo. In alcuni casi resistenti si attuano anche cicli di antibiotici come il cotrimossazolo, tossico per il pidocchio''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Sesso: Crociere toccasana ideale per crisi di coppia. Parola sessuologi

Sesso: Crociere toccasana ideale per crisi di coppia. Parola sessuologi

La migliore soluzione ai problemi di coppia? Una rigenerante e romantica crociera: parola di sessuologi.

Con la crisi perdurante lo stress di coppia aumenta, le tensioni crescono e anche la sintonia fisica ne risente e, piano piano, si logora, fino a non funzionare piu': e cosi', per salvare la coppia, gli specialisti consigliano vivamente una vera e propria terapia a base di benessere, lusso 4 stelle, itinerari da favola e tramonti spettacolari a bordo di una splendida nave, proprio in occasione di San Valentino. Una sorta di rinascita sentimentale, da portare a compimento attraverso un percorso ideale multisensoriale e la riscoperta di un ritmo di vita piu' disteso e ''a misura di coppia'' che puo' davvero restituire nuova linfa e armonia al rapporto a due.

A confermarlo sono i risultati di un'apposita ricerca condotta su un panel di 250 coppie italiane, sparse su tutto il territorio nazionale, dall'esperto team di psicologi dell'''Associazione Donne e Qualita' della Vita'' guidato da Serenella Salomoni. I dati rivelano dunque l'influenza benefica che il concerto sapiente di mare, benessere e relax esercita sull'eros, consegnando di fatto alle navi da crociera il ruolo principe di ''luogo dell'amore'', un tempio in cui ritrovare il benessere psicofisico personale e, contemporaneamente, ristabilire un equilibrio con il proprio partner basato su un mix di sensualita' e complicita' intima.

Le crociere, infatti, con il 26,5% dei favori del campione, risultano essere l'ambiente prediletto dagli amanti stanchi o in crisi che, nella Giornata degli Innamorati, cercano di ritrovare la sintonia di coppia, superando di gran lunga i classici alberghi e agriturismi (20%), le tradizionali cenette intime al ristorante (18%), la visita a una citta' d'arte (15%), la condivisione di luoghi piu' ''svaganti'' come il cinema e il teatro (11,5%) o, in ultimo, il week end d'amore fuori citta' nelle case di villeggiatura (7%). ''La crociera come terapia salva-coppia e' molto diffusa all'estero, un tipo di cura che anche presso noi sessuologi sta ottenendo sempre maggiori consensi - spiega la psicologa e psicoterapeuta Serenella Salomoni - le crociere offrono un tipo di comfort a tutto tondo, che comprende centri wellness, piscina, relax, svaghi e situazioni da sogno.

In tal modo l'individuo viene messo nelle condizioni ideali di avere delle sensazioni benefiche, sentimentali e di piacere che sicuramente si riflettono in modo decisivo e positivo nel benessere del rapporto tra due persone, in particolare se pensiamo alla romantica ricorrenza di San Valentino''. red/mpd

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Malattie rare: 'Con gli occhi tuoi', videofavola ISS da oggi online

Malattie rare: 'Con gli occhi tuoi', videofavola ISS da oggi online

E' online da oggi, su www.congliocchituoi.it, la videofavola ''Con gli occhi tuoi'', presentata all'Istituto Superiore di Sanita'. Una favola d'autore, nata dalla fantasia dei bambini che, insieme con l'artista Vera Puoti che ha rielaborato per 'Uniamo' i loro disegni, hanno inventato le trame.

Dalla fantasia di giovani alunni di II e III elementare e' nata una favola per grandi e piccoli che affronta il tema dell'inclusione e dell'integrazione attraverso la vicenda di un bambino fragile divenuto eroe grazie alla musica e ai suoi amici. Per vincere l'isolamento e la paura partendo dalla scuola, laddove si forma l'umanita' delle cittadine e dei cittadini di domani. La favola e' interamente realizzata dai bambini per i bambini. Oltre che dagli allievi delle classi ''Ermenegildo Pistelli'' e ''Giacomo Leopardi'' di Roma, le musiche del video sono state eseguite dagli allievi della Scuola di musica ''Sylvestro Ganassi''.

La Fondazione W Ale Onlus, grazie a un accordo con Marcello Pittella, Presidente della Regione Basilicata, distribuira' in tutte le scuole primarie della regione la versione cartacea e il dvd della videofavola e promuovera' in modo attivo l'adozione del kit didattico e del percorso formativo nelle classi. La storia racconta di un bambino fragile, Robertino, e di una banda di ''odiatori'' cattivi che escludono Robertino e lo isolano perche' ha una malattia che lo rende diverso e piu' fragile. I bambini grazie alla vicenda di Robertino imparano a riflettere sulle malattie rare, ma soprattutto sulla condizione di fragilita' e regalano a tutti, adulti compresi, una grande lezione sulla capacita' di trovare ragioni per unire invece che per dividere.

''Al nostro telefono verde arrivano tante telefonate sul disagio che provano i bambini malati nei contesti sociali, nelle diverse comunita' - afferma Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale delle Malattie Rare dell'ISS - La scuola e' uno degli scogli piu' difficili da affrontare per questi bambini ma spesso le difficolta' cominciano proprio dagli altri genitori e dalla paura che genera la condizione di malattia ed e' per questo che, accanto alla ricerca, che e' la nostra principale attivita', cerchiamo di promuovere anche tutto cio' che intorno a queste persone crea un tessuto di solidarieta' e accoglienza perche' la loro invisibilita' non sia per loro l'ennesima ferita''.

Guarda il video della Favola

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Influenza: trattamenti naturali e rimedi della nonna battono i farmaci

Influenza: trattamenti naturali e rimedi della nonna battono i farmaci

Per combattere l'influenza gli italiani ricorrono sempre piu' a trattamenti naturali e ai vecchi rimedi della nonna. E' quanto rivela un report dell'Osservatorio PoolPharma Research secondo il quale nel 2013 si e' verificato un vero e proprio boom di vendite di trattamenti naturali. Da luglio 2012 a giugno 2013 i fitoterapici - ovvero prodotti il cui principio attivo e' una sostanza vegetale - sono infatti cresciuti del +7% a valore (Fonte: NewLine S.r.l).
Nei mesi successivi questo andamento viene confermato e rafforzato: nel settembre 2013 il comparto dei fitoterapici ha guadagnato un +12%, in ottobre e novembre un +7% per ogni mese, mentre il mese di dicembre registra un +11%. Oltre 8,5 milioni di consumatori scelgono quindi un'alternativa naturale per combattere i malanni di stagione.
Inoltre, i risultati di un recente sondaggio online che ha coinvolto circa 7.000 pazienti rivelano che, oggi, al 54% degli italiani basta il ''fai da te'': i tradizionali - e rassicuranti - ''rimedi della nonna'', sono infatti da molti preferiti ai farmaci anti-influenzali piu' comuni. Tra le cure casalinghe piu' gettonate, sono i suffumigi a convincere la maggioranza (40%) degli intervistati. Gli irriducibili utilizzano i classici 50 grammi di bicarbonato in una pentola d'acqua bollente, per poi inalare il vapore con una testa coperta da un panno o da un asciugamano.
Un altro diffusissimo rimedio naturale contro l'influenza, utilizzato dal 27% del campione preso in esame, consiste nell'umidificare la gola con delle caramelle balsamiche. Si tratta di una cura rapida ed efficace, da effettuare piu' volte al giorno. Fratello piu' giovane del suffumigio, l'aerosol e' invece la soluzione ideale per il 18% degli intervistati. Ideale per combattere i sintomi della sinusite, e' un efficace strumento per favorire la fluidificazione del muco che ristagna nella cavita' nasale.
Il restante 15% degli intervistati ha invece espresso un attaccamento, oltre che una fiducia assoluta, nei confronti degli antichi rimedi casalinghi, tramandati nelle famiglie di generazione in generazione. La tradizione italiana ne conta davvero tantissimi, e alcuni di questi sono piuttosto stravaganti: immancabile il brodo di pollo, vero e proprio portento contro i sintomi influenzali.
Un rimedio piu' bizzarro consiste invece nel far bollire mezzo cucchiaino di peperoncino in 250 ml di acqua; dopo aver filtrato, si ottiene una miscela da consumare - al bisogno - nella misura di un cucchiaio sciolto in mezzo bicchiere di acqua calda. In alternativa, si puo' bere del vino cotto con un pizzico di zucchero e cannella. Se contro mal di gola molti consigliano di fare gargarismi col succo di due limoni diluiti in mezzo bicchiere d'acqua e sale, in caso di gola infiammata sarebbe meglio utilizzare un infuso di acqua bollente e foglie di basilico fresche. Infine, la vecchia ricetta del latte bollente con due dita di cognac e due cucchiai di miele da prendere prima di andare a letto e' un ottimo complemento terapeutico.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme pediatri, adolescenti schiavi PC. E' rischio 'retomania'

Allarme pediatri, adolescenti schiavi PC. E' rischio 'retomania'

Da Facebook a Twitter, da IRC alle chat, Internet offre lo spunto alle giovani generazioni per nuove opportunita' di gioco e svago e la comunicazione virtuale prende spesso il posto dello sport e delle attivita' all'aria aperta.
Ma e' proprio contro i rischi di eccessivo uso di telefonini e pc che punta il dito la Societa' Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) lanciando l'allarme ''retomania'', una nuova forma di dipendenza, la cosiddetta internet-dipendenza o anche Internet Addiction Disorder (I.A.D.).
''Sono almeno tre i fattori che scatenano la retomania - spiega Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS - le psicopatologie predisponenti, i comportamenti a rischio e le potenzialita' psicopatologiche proprie della Rete. Nelle psicopatologie predisponenti, Internet rappresenta un vero e proprio rifugio per quanti hanno gia' una stabilita' emotiva precaria, soffrono di depressione, disturbi bipolari o ossessivi-compulsivi. La Rete diventa, di fatto, il luogo in cui ricercare amici o relazioni sentimentali e che consente il superamento delle relazioni della vita reale.
Per comportamento a rischio si parla, ovviamente, di un abuso delle informazioni disponibili in Rete, con intere giornate passate davanti allo schermo di un pc, trascurando la vita reale. Tutto questo si somma alle potenzialita' psicopatologiche della Rete: dalla capacita' di indurre sensazioni di onnipotenza (vincere le distanze ed il tempo) fino ad arrivare al cambiamento della personalita' e dell'identita'''. ''Nel mondo di internet - aggiunge Di Mauro - lo spazio non esiste piu' e la Rete permette a tutti di realizzare quello che nella vita reale non e' possibile fare. Nelle chat le frontiere non hanno piu' confini ed e' possibile parlare tra gruppi numerosi in 'stanze' che la realta' difficilmente rende disponibili. E' comunque un mondo irreale, dove e' possibile modificare l'eta', la professione e perfino il sesso: si tratta di una vera e propria recita in questo enorme teatro on-line''.
Nei giorni scorsi lo stesso Papa Francesco ha definito la rete ''dono di Dio, aiuta a sentirsi piu' vicini, offre maggiori possibilita' di incontro e di solidarieta' tra tutti''. ''Ma - ha ammonito il Pontefice - non basta passare lungo le 'strade' digitali, cioe' semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall'incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi''. ''Esiste un concreto pericolo - prosegue Di Mauro - che l'abuso di internet per comunicare crei confusione tra vita reale e vita virtuale. Basti pensare a quanto emerso da 'Pronti, Partenza, Via!', progetto per la pratica motoria e l'educazione alimentare di bambini e adolescenti promosso da Save the Children che sottolinea, tra l'altro, come 1 minore su 4 non faccia moto e sport nel tempo libero, nel 28% dei casi (+13%) per difficolta' economiche; 4 ragazzi su 10 si muovano in auto, pochi (24%) a piedi, ancora meno (9%) in bici; il 73% stia in casa nel tempo libero; diffuso ma in flessione, comprende 7 minori su 10, il consumo quotidiano di frutta e verdura, mentre il 9% non fa colazione ed e' ancora di 9 famiglie su 10 con figli l'abitudine di sedersi a tavola''.
Ma la Dipendenza da Internet tra gli adolescenti e' un grave problema di salute pubblica in tutto il mondo: da uno studio condotto negli Stati Uniti emerge una prevalenza dell'1,0%, mentre da una ricerca condotta in Europa emerge una prevalenza del 9,0% e da studi condotti in Asia i dati variano dal 2,0% al 18,0%. ''Dalla rete-dipendenza si puo' comunque guarire'', assicurano gli esperti: ''ma e' necessario limitare ad una/due ore la quantita' di tempo trascorso quotidianamente on line; integrare le attivita' in Rete con quelle reali simili come acquisti, svaghi o relazioni sociali; mai sostituire la socializzazione reale a quella virtuale; chiedere un aiuto competente qualora si avvertisse una necessita' incontrollabile di collegarsi al web''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Dietisti, in Italia troppi falsi esperti in nutrizione

Dietisti, in Italia troppi falsi esperti in nutrizione

Sei laureato in Scienze economiche e senza lavoro? Puoi sempre fare il ''nutrizionista'' o l'esperto in ''nutrizione'' e prescrivere, magari a pagamento, una dieta. E' tutto legale, per ora.
Basta svolgere un master di primo livello in ''Scienze gastronomiche e patologie alimentari'' all'Universita' La Sapienza di Roma. Sei un disoccupato con laurea specialistica in Biotecnologie industriali? Basta andare a Pavia ed iscriversi al master di secondo livello in ''nutrizione umana''. Possiedi una laurea specialistica in Scienze Biologiche e scopri che le diete sono un business piu' redditizio che la vita di laboratorio? Accomodati al master di secondo livello ''Alimentazione ed educazione alla salute'' dell'Universita' di Bologna.
Con questi ''titoli' di esperto in nutrizione potrai non solo consigliare una dieta, un regime alimentare, ma anche scrivere un articolo per un settimanale femminile, tenere un'intervista e farti pubblicita'. Questi sono solo tre esempi di come siano nati molti master e corsi post-base su misura per il boom e la mania degli italiani di mettersi a dieta. Peccato che spesso in questi master vengano descritte, come sbocchi occupazionali, competenze non previste dal ministero e non contemplate dagli stessi obiettivi formativi o non congrue rispetto alle lauree di origine che non comprendono alcuna formazione sull'alimentazione specie se destinata a pazienti ricoverati o in convalescenza per i piu' svariati motivi di salute.
A lanciare l'allarme, ma e' un'emergenza denunciata da anni, e' l'Associazione Nazionale Dietisti (Andid.it) che nel volume ''L'offerta formativa universitaria in nutrizione umana'' ha messo nero su bianco le criticita' e le problematiche di un mondo che negli ultimi vent'anni ha avuto uno sviluppo enorme ma senza alcune regolamentazione precisa. Il libro e' stato presentato oggi al Ministero della Salute al convegno ''Formazione e bisogni di salute'', in collaborazione con il Coordinamento Nazionale delle Professioni Sanitarie (Conaps.it).
''Quello che accade nel 'pianeta dieta' - spiega Antonio Bortone che presiede il Coordinamento Nazionale delle Professioni Sanitarie (Conaps) - e' in realta' il denominatore comune di tutto il mondo delle professioni sanitarie. Un problema che non riguarda solo il lavoro e chi lo svolge legalmente con i titoli ufficiali e corretti, pagando le imposte e le tasse, ma soprattutto i cittadini, i malati, i loro famigliari e la salute delle persone. Questo Libro Bianco dei dietisti italiani e' non solo benvenuto, ma apre la strada ad iniziative analoghe di altre associazioni impegnate a far valere il proprio valore e la propria qualita' professionale a garanzia del cittadino utente''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine In Italia triplicati gli attacchi di panico. E' la crisi

In Italia triplicati gli attacchi di panico. E' la crisi

Paura di non arrivare a fine mese perche' le entrate sono diminuite, talvolta si e' perso il lavoro e la famiglia deve comunque continuare a vivere. E' la sindrome della quarta settimana, che per moltissimi permane da almeno tre anni, e che ha causato l'insorgere di disagi psicologici molto gravi come gli attacchi di panico.
''In questi ultimi tre anni il numero delle persone che hanno chiesto aiuto per attacchi di ansia e panico e depressione e' triplicato - afferma Paola Vinciguerra, psicoterapeuta, Presidente Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico - ci chiamano giovani, mogli per i mariti che hanno perso il lavoro, donne e uomini che vivono una precarieta' lavorativa e hanno famiglia e mutuo da pagare. Persone impaurite, senza piu' speranze. Hanno cominciato a soffrire di crisi di ansia per arrivare alla paura, agli attacchi di panico''.
''Si comincia con l'insonnia - aggiunge l'esperta anche responsabile dell'UIAP, Unita' Italiana attacchi di Panico presso la Clinica Paideia di Roma - si va avanti con il possibile aumento della pressione arteriosa; poi arrivano le gastriti. La situazione peggiora, comincia la tachicardia sia diurna sia notturna. Il giorno si vive con l'ansia sempre piu' presente. I pensieri allarmanti aumentano, le preoccupazioni tolgono la capacita' di socializzare. Si pensa sempre e solo ai problemi, alle difficolta' economiche. Si crede di poter tenere sotto controllo tutto e poi un giorno arriva il primo attacco di panico che somiglia al preludio della morte, o alla paura d'impazzire''.
''Bisogna intervenire prima che arrivi il panico - spiega la Vinciguerra - Un malato di panico pesa in maniera prepotente su tutta la famiglia gia' in gravi difficolta' economiche. Il panico blocca, non si riesce piu' a vivere e i familiari allarmati non possono fare nulla per risolvere tale situazione''. ''Un malato di panico - aggiunge l'esperta- non ha energia per tentare nuove strade, non ha la possibilita' di essere di supporto alla sua famiglia per risolvere i problemi economici, anzi diviene esso stesso un problema.
Aiutate chi vi sta accanto, riconoscendo i primi disturbi della sfera psicologica senza sottovalutarli, e' indispensabile imparare a gestire i primi segnali dell'ansia, purtroppo il tempo tende a peggiorare la patologia, dobbiamo intervenire il prima possibile ''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Studio Usa, frutta secca a guscio riduce mortalita'

Studio Usa, frutta secca a guscio riduce mortalita'

La frutta secca a guscio contiene importanti nutrienti come grassi insaturi, proteine di alta qualita', vitamine (ad esempio vitamina E, acido folico e niacina), sali minerali (ovvero magnesio, calcio e potassio) e sostanze fitochimiche, tutti elementi con proprieta' cardioprotettive, antitumorali, antinfiammatorie e antiossidanti. Lo rivela il New England Journal of Medicine che pubblica il piu' grande studio mai condotto sul consumo di frutta secca a guscio e mortalita'.

I ricercatori hanno esaminato il rapporto tra il consumo di frutta secca a guscio e la mortalita', totale e legata a cause specifiche, prendendo in esame le 76.464 donne dello studio ''Nurses' Health Study'' e i 42.498 uomini del ''Health Professionals Follow-up Study''. L'assunzione di frutta secca a guscio (tra cui pistacchi, mandorle, noci del Brasile, anacardi, nocciole, noci di macadamia, noci pecan, pinoli e noci), e' risultata inversamente associata alla mortalita' totale di uomini e donne, indipendentemente da altri fattori che potessero incidere sull'aspettativa di vita. Inoltre, lo studio ha rilevato significative associazioni inverse in relazione alle morti per cancro, per malattie cardiache e respiratorie.

Precedenti studi avevano sostenuto il potere protettivo della frutta secca a guscio, in particolare dei pistacchi. Questi suggeriscono che i pistacchi consumati con moderazione possono contribuire a mantenere i giusti livelli di glucosio nel sangue. Inoltre, la FDA (Food and Drug Administration) riconosce che mangiare circa 40 grammi al giorno della maggior parte della frutta secca a guscio, compresi i pistacchi, all'interno di una dieta a basso contenuto di grassi saturi e colesterolo, puo' ridurre il rischio di malattie cardiache.

''I risultati dei nuovi studi sulle capacita' protettive della frutta a guscio, e dei pistacchi in particolare - sottolinea Giorgio Donegani, Presidente della Fondazione Italiana per l'Educazione Alimentare - confermano come questi alimenti presentino un raro insieme di prerogative diverse che, sommandosi tra loro, esercitano un effetto molto positivo sul benessere generale. Agendo su piu' fronti, grazie all'apporto di acidi grassi insaturi, di antiossidanti, di proteine, fibre e specifici fattori fitochimici, questi alimenti influenzano a vari livelli i processi vitali e aiutano la prevenzione di diversi stati patologici''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Contro dolore cure 'fai da te' per 1 paziente su 2

Contro dolore cure 'fai da te' per 1 paziente su 2

In linea di principio, riconoscono nel medico di medicina generale la figura di riferimento per la cura del dolore (91%) ma, alla prova dei fatti, gli italiani decidono in autonomia e ricorrono all'automedicazione (53%) o, piu' di rado, chiedono consiglio in farmacia (20%).

Nei confronti dei farmaci oppiacei, cresce la fiducia degli addetti ai lavori e l'interesse dei pazienti eppure, ogni 10 analgesici prescritti, 1 solo e' oppioide mentre 7 sono antinfiammatori non steroidei (FANS), anche per dolori cronici e terapie protratte nel tempo. E', in sintesi, la fotografia scattata da un'indagine condotta da Doxa per conto del Centro Studi Mundipharma su un triplice target, allo scopo di sondare i rispettivi approcci al trattamento antalgico: 500 pazienti (25-64 anni) che hanno utilizzato medicinali antidolorifici negli ultimi 6 mesi, 100 medici di famiglia e 100 farmacisti di tutta Italia. Dal dire al fare, un divario da colmare.

Potrebbe essere questa la formula che riassume il quadro articolato e, in parte, contraddittorio dipinto dalla survey. Entrando nel dettaglio della ricerca, si scopre che il 30% dei pazienti visitati dai medici di famiglia nell'ultimo mese lamenta dolore; nel 66% dei casi, si tratta di una forma cronica. Circa 8 clinici su 10 effettuano personalmente la diagnosi e la prescrizione della terapia ma il fenomeno dell'autocura - confermato anche dai farmacisti - assume dimensioni eclatanti: il 73% dei malati non si rivolge ad alcun medico. Gli analgesici piu' impiegati? Sempre e comunque FANS: li assume il 95% dei pazienti, li prescrive il generalista al 72% dei suoi assistiti, anche in caso di dolore cronico (1 volta su 2). Per limitare gli effetti collaterali degli antinfiammatori, riferiti dal 20% dei pazienti, si ricorre poi molto spesso ai gastroprotettori, con un evidente aggravio di costi per il SSN. Gli oppioidi, al contrario, compaiono solo nell'11% delle ricette firmate dal medico di famiglia: all'origine vi sono probabili deficit conoscitivi e una scarsa confidenza con queste opzioni terapeutiche, come dimostra il fatto che il 22% dei generalisti intervistati ammetta di non conoscere o non ricordare alcun marchio di farmaco oppiaceo presente sul mercato.

Pesano pero' anche le resistenze dei pazienti: un ostruzionismo che il curante, forse per mancanza di solide basi, non se la sente di affrontare. Il timore che gli analgesici oppioidi possano indurre dipendenza spaventa il 65% dei malati, il 61% li considera per malattie gravi e il 53% crede che la legge ne consenta l'uso solo in casi particolari. ''L'indagine Doxa evidenzia un uso improprio di analgesici per la gestione del dolore cronico, nonostante a molti siano noti i gravi effetti collaterali che i FANS possono creare, se impiegati per lungo tempo'', dichiara Massimo Allegri, Dirigente Medico Terapia del Dolore, Fondazione IRCCS Policlinico S. Matteo e Universita' di Pavia. ''Recenti dati di letteratura mostrano che l'uso protratto di antinfiammatori possa causare non solo danni gastrici ma anche problemi cardiovascolari.

E' fondamentale che gli oppioidi vengano considerati un valido strumento per la terapia del dolore cronico moderato-severo. I pazienti a volte pensano possano dare dipendenza. In realta', le evidenze scientifiche dimostrano che, nei soggetti trattati con oppiacei a scopo antalgico, non sembrano attivarsi le medesime aree cerebrali coinvolte nei meccanismi della dipendenza''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme dermatologi, col freddo malattie della pelle in agguato

Allarme dermatologi, col freddo malattie della pelle in agguato

Con l'arrivo dei primi rigori invernali ci si preoccupa soprattutto di preservare la salute dell'apparato respiratorio,ma non e' il caso di trascurare il benessere e la salute della pelle che, invece, proprio nella stagione invernale ha bisogno di piu' cure. ''In effetti con l'abbassarsi delle temperature e' tempo di dedicarsi alla propria pelle e a quelle malattie che, ahime', sappiamo risentono dei cali termici'', ammonisce Gabriella Fabbrocini, docente di dermatologia e venereologia presso l'Universita' di Napoli ''Federico II''.

Quali sono, nello specifico, le patologie cutanee che piu' soffrono le rigide temperature? In primo luogo la psoriasi: ''Come il sole riduce le manifestazioni di questa malattia, per inibizione dei meccanismi infiammatori, cosi' il grande freddo la stimola e la acuisce'', precisa Fabbrocini, che prosegue: ''E' proprio in questa stagione, infatti, che compaiono quelle anestetiche squame bianche che talvolta possono essere localizzate sul cuoio capelluto, sui gomiti o sulle ginocchia oppure andare persino a ricoprire tutto il corpo, nascondendo anche piu' gravi compromissioni delle articolazioni''. Rientra a pieno titolo tra le malattie che si aggravano con le basse temperature, la rosacea. Si tratta di una malattia multifattoriale, tra le cui cause vi sono alterati processi di vasodilatazione, disfunzioni ormonali, predisposizione genetica e fattori scatenanti ambientali. Questa fastidiosa condizione, che interessa per lo piu' le donne, si manifesta prima con un transitorio arrossamento e con teleangectasie su guance e naso, fino ad accompagnarsi a papule e pustole.

Gli sbalzi di temperatura stimolano il vasospasmo e cosi' la comparsa del tipico ''flushing', ossia l'arrossamento cutaneo associato a una sensazione di calore e di bruciore: ''Attenzione a non passare rapidamente dal clima rigido esterno agli ambienti riscaldati. In casa evitare le sorgenti di calore dirette e all'esterno proteggersi con sciarpa e capellino. Infine idratare quotidianamente la pelle con prodotti lenitivi e antiinfiammatori'', avverte la specialista. Psoriasi, rosacea e infine acne. Sono soprattutto i piu' giovani a riscontrare durante l'inverno l'aggravarsi di quest'ultima patologia. In questo caso il peggioramento delle condizioni della cute e' percepito in maniera piu' evidente da coloro che ne soffrono perche' ''piu' o meno impropriamente molti pazienti sono convinti che in estate vi sia un notevole miglioramento della patologia acneica dovuta al fatto che i raggi ultravioletti hanno un'azione disinfettante e che la pelle abbronzata nasconde meglio questo fastidioso inestetismo'' dichiara Gabriella Fabbrocini, che subito puntualizza: ''L'uso improprio di solari non adatti e l'ispessimento della pelle dovuta ai raggi UV puo' peggiorare il quadro al ritorno dalle vacanze.

Senza contare che l'aggravamento delle condizioni della cute e' reso ancora piu' evidente dal tipico biancore invernale della pelle che esalta ancora di piu' le imperfezioni, inducendo, soprattutto le donne, ad abusare di creme, unguenti e make-up che possono talvolta contenere sostanze comedogeniche che 'tappano' il follicolo sebaceo preparando il terreno alla comparsa di punti neri e brufoli''. Il consiglio e' quello di evitare i prodotti a rischio affidandosi, invece, ai consigli di uno specialista e a prodotti esclusivamente non ''comedogenici''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Medicina estetica, arriva tariffario etico 'anti raggiro'

Medicina estetica, arriva tariffario etico 'anti raggiro'

''Siti internet ambigui che millantano offerte. Medici senza nessuna formazione specifica nel settore che giocano sulla pelle dei pazienti offrendo trattamenti di Medicina Estetica a bassissimo costo'':per contrastare questa pericolosa deriva sempre piu' diffusa in Italia e all'estero, la Societa' Italiana di Medicina ad Indirizzo Estetico ha elaborato il primo ''Orientamento Tariffario Agora' Etico-Antiraggiro'', prezioso strumento per aiutare il paziente ad orientarsi.

Sara' presentato al 15* Congresso Internazionale di Medicina Estetica Agora' che da giovedi' 10 ottobre vedra' riuniti a Milano i piu' importanti esperti nel campo della medicina estetica provenienti da ogni angolo del mondo. Agora' segnala la diffusione di trattamenti medici ''sotto costo'' che vengono ''acquistati'' come fossero normali beni di consumo in modo del tutto autonomo ''senza lasciare all'utente/paziente il tempo di riflettere e informarsi sull'affidabilita' dei medici, delle strutture e dei prodotti impiegati dati i prezzi insostenibili, che potrebbero far emergere un possibile problema di sicurezza.

Dietro all'offerta 'stracciata' acquistabile per lo piu' online, si nascondono mille insidie per un fenomeno che negli ultimi tempi si e' diffuso a macchia  d'olio. Ad esempio in un settore diverso dalla Medicina Estetica, mma affine quale la Chirurgia Estetica, l'autorevole quotidiano francese Le Figaro denuncia infatti la storiadi una clinica belga che offre ai clienti francesi di un sito di acquisti, tra le altre cose, un aumento di seno a 2.500 euro invece di 5.430, scatenando le reazioni dell'Ordine dei Medici che sottolineavano la pericolosita' di queste pratiche''.

Sulla stessa lunghezza d'onda, gli spagnoli Abc e Tendencias secondo cui ''da quando sono diventati popolari i portali di vendita collettiva e coupon, assistiamo a offerte veramente terribili che tentano i portafogli intaccati dalla crisi ma che rappresentano un pericolo reale''.
Persino la patria della libera concorrenza, gli Stati Uniti, corre ai ripari con varie associazioni come La Societa' dei chirurghi plastici di New York o la Societa' Americana di Chirurgia Plastica che raccomandano ai propri membri di ''non farsi coinvolgere da questi siti 'miracolosi' ricordando le ripercussioni etiche e i rischi che tali comportamenti causerebbero, mentre gli inglesi del Daily Mail alzano il tiro titolando ''Perche' la tossina botulinica a 150 sterline potrebbe essere troppo conveniente''.

Ma come si puo' arrestare questo fenomeno? Agora', Societa' Italiana di Medicina ad Indirizzo Estetico presentera' durante il suo Congresso un orientamento tariffario di numerosi trattamenti sotto i cui costi e' necessario che vengano prestate le massime attenzioni da parte del paziente.
Ad esempio: ''il prezzo di un trattamento medico con filler a base di acido ialuronico, il trattamento piu' richiesto in Italia, va dai 250 ai 400 euro a seconda delle aree trattate, della tipologia e quantita' di device impiegati. Quindi fanno riflettere offerte a 50 euro. Stesso discorso per la tossina
botulinica, che spazia tra i 300 e i 600 euro a seconda delle tipologie di trattamento e ha dei costi minimi legati all'acquisto di una delle tre specialita' medicinali registrate all'AIFA per l'impiego in questo settore che non possono essere ignorati''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tumori: sono quasi 3 mln gli italiani colpiti. Aumentano guariti

Tumori: sono quasi 3 mln gli italiani colpiti. Aumentano guariti

Aumenta il numero di italiani che si sono lasciati il cancro alle spalle. In particolare cresce del 10% la percentuale degli uomini guariti a 5 anni dalla individuazione della neoplasia. Oggi nel nostro Paese 2 milioni e 800mila persone vivono con una precedente diagnosi di tumore. Erano
quasi 1.500.000 nel 1993 e 2.250.000 nel 2006. La sopravvivenza a 5 anni e' raggiunta dal 57% dei casi.

Nel 2013 verranno registrate in Italia 366.000 nuove diagnosi di cancro (erano 364mila nel 2012): 200.000 (55%) negli uomini e 166.000 (45%) nelle donne. Il tumore del colon-retto e' il piu' frequente, con quasi 55.000 nuove diagnosi, seguito da quello del seno (48.000), del polmone (38.000, quasi il 30% nelle donne) e della prostata (36.000).

Il cancro del polmone si conferma al primo posto complessivamente per mortalita' (34.000 i decessi stimati) ed e' il big killer fra gli uomini (26%), quello del seno fra le donne (16%). Il tumore del pancreas, con il 6% dei decessi, rientra tra le prime cinque cause di morte oncologica.

E' il censimento ufficiale, giunto alla terza edizione, che fotografa l'universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell'Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) raccolto nel volume ''I numeri del cancro in Italia 2013'', presentato durante la prima giornata del XV Congresso Nazionale AIOM, in corso a Milano fino al 13 ottobre.
''Questi dati - afferma Stefano Cascinu, presidente AIOM - sono di fondamentale importanza per far si' che sia l'evidenza scientifica a guidare le scelte di sanita' pubblica - sia a livello nazionale che regionale - nonche' per valutare l'impatto delle attivita' di prevenzione universale, di diagnosi precoce e di prevenzione delle complicanze e delle recidive, anche con l'obiettivo di strutturare al meglio l'offerta dei servizi''.

Il miglioramento nei tassi di guarigione e' evidente in neoplasie frequenti come quelle della prostata (91%), del seno (87%) e del colon-retto (64% uomini e 63% donne). Sono invece ancora basse queste percentuali nelle persone con cancro del polmone (14% uomini e 18% donne) e del pancreas (7% e 9%). ''Il tasso di incidenza- sottolinea Emanuele Crocetti, segretario AIRTUM - e', per il totale dei tumori, piu' alto del 26% al Nord rispetto al Sud e del 7% al Centro rispetto al Meridione. D'altra parte il beneficio del Meridione e' in graduale attenuazione per un processo di omogeneizzazione degli stili di vita in atto nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sopravvivenza, anche se con differenze meno elevate rispetto agli anni precedenti, si mantiene ancora uno scarto Nord-Sud, a sfavore delle aree meridionali''.

Si stima che nel 2013 i decessi causati da tumore saranno circa 173.000 (erano 175mila nel 2012).
''Dall'esame dei dati disponibili - continuaCrocetti -, emerge una riduzione della mortalita' statisticamente significativa per la totalita' delle neoplasie, in entrambi i sessi. In particolare, il calo e' del 17% negli uomini e del 10% nelle donne tra 1996 e 2007''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Dieta 'scacciacrisi' per anziani, star bene con 2 euro al giorno

Dieta 'scacciacrisi' per anziani, star bene con 2 euro al giorno

Latte e fette biscottate al mattino, pasta al pomodoro e petto di pollo oppure una bella frittata di patate per pranzo, alici o lenticchie a cena: i menu per una vecchiaia in salute, che portano in tavola i nutrienti piu' importanti senza dissanguare il portafoglio, sono ora riuniti in un libro dal titolo '' Diete per anziani in tempi di crisi'', presentato in occasione del Congresso Nazionale della Societa' Italiana di Gerontologia e Geriatria, a Torino dal 27 al 30 novembre e disponibile sul sito della societa' www.sigg.it.

Suggerimenti dietetici preziosi anche perche', oltre a dare indicazioni differenziate per fascia d'eta', il volume indica il prezzo medio per ogni pasto, cosi' che diventa subito evidente come non sia necessario spendere molto per nutrirsi come si deve, perfino con una pensione minima: per una buona prima colazione basta spendere dai 30 ai 50 centesimi, una cena che sazia si puo' portare in tavola senza dover pagare piu' di due euro.

''Abbiamo messo a punto tre schemi alimentari considerando le esigenze di anziani di tre diverse fasce d'eta': quelli fra 75 e 74 anni, per i quali servono 1500-1600 calorie al giorno; gli individui fra 75 e 80 anni, per cui si calcolano 1300-1400 calorie quotidiane; gli ultraottantenni, a cui bastano 1000-1100 calorie - spiega Giuseppe Paolisso, presidente SIGG e autore del libro - per gli uomini l'apporto calorico deve essere leggermente superiore rispetto alle donne, ma basta sostituire i legumi alla carne 3-4 volte alla settimana per riuscirci garantendosi comunque una buona quota di proteine. I menu proposti si basano sulla dieta mediterranea e vedono percio' protagonisti gli alimenti di origine vegetale, cereali e derivati, olio d'oliva: aggiungendo una giusta quantita' di prodotti animali come carni, latte e derivati, uova e pesce la dieta diventa equilibrata, adatta a qualsiasi eta' e soprattutto capace di mantenere l'anziano in salute. La dieta mediterranea infatti riesce a preservare il DNA dagli errori correlati all'invecchiamento ed e' quindi un ''elisir di longevita'''.

Gli schemi alimentari suggeriscono, per ciascuna categoria di eta' e introito calorico, le possibili scelte per colazione, pranzo e cena affiancate dal prezzo minimo e massimo per portare in tavola le pietanze descritte. Cosi', ad esempio, si scopre che per una colazione a base di latte e fette biscottate o yogurt e pane bianco si spendono dai 30 ai 50 centesimi al massimo; per un pranzo con pasta al pomodoro e uovo oppure a base di minestrone e fettina di manzo si oscilla fra i 60 centesimi e i 2,60 euro; per portare in tavola la cena si va da un minimo di 70 centesimi, se si mangiano verdure, uovo e una banana, a un massimo di 2,15 euro se si sceglie un trancio di tonno da accompagnare con vegetali di stagione e una mela. ''Portando in tavola prodotti stagionali e locali a cui aggiungere legumi, carni bianche come pollo e tacchino, uova e pesce azzurro come alici o sgombri si mangia in maniera gustosa, sana e senza spendere troppo - osserva Paolisso - Gli schemi alimentari che abbiamo creato indicano che a un ultraottantenne possono bastare 50 euro al mese per mangiare in modo adeguato, ai ''giovani anziani'' con meno di 75 anni servono non piu' di 150 euro''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Salute: mal di testa per 90% italiani. Colpa stress e... social network

Salute: mal di testa per 90% italiani. Colpa stress e... social network

Tutti gli italiani soffrono di mal di testa almeno 1 volta all'anno ma 3 italiani su 4 devono farci i conti praticamente ogni mese. Una o due volte per il 46 % dei connazionali, a cui si aggiunge un 27 % per i quali il mal di testa e' un compagno di viaggio che arriva ogni settimana.

E' questo lo spaccato offerto dall'indagine Doxa Marketing Advice sul rapporto tra italiani e mal di testa realizzata per conto di Dompe', una delle principali aziende biofarmaceutiche italiane.

Condotta su un campione rappresentativo della realta' nazionale, sfata molti luoghi comuni e soprattutto disegna il vissuto di questo disturbo nell'Italia del terzo millennio.

Il mal di testa e' un fenomeno cosi' invasivo che obbliga a molte rinunce oltre l'80% dei connazionali. Tra queste anche il sesso: 1 su 3, infatti, ha dato forfait nell'intimita' per colpa del mal di testa. Ma e' solo la punta dell'iceberg.

Quasi meta' degli italiani, infatti, rinuncia alla propria vita di relazione (ad esempio, uscire con gli amici), 1 su 3 rinuncia ai propri hobby e passioni (sport, cinema e viaggi) e 2 su 10 hanno addirittura rinunciato ad andare al lavoro.

Tra i fattori scatenanti, sotto accusa innanzitutto lo scarso riposo (soprattutto tra chi gestisce un'attivita' in proprio), l'ansia e lo stress (principalmente tra chi e' senza lavoro), le preoccupazioni e le difficolta' economiche (in maggioranza tra le casalinghe) e gli eccessivi impegni quotidiani. Ma per piu' della meta' degli italiani esiste anche il mal di testa da ''prestazione'', quello che compare quando occorre dare il massimo, a scuola o sul lavoro. E per il 34% la causa dei dolori e' da riferire anche al tempo passato davanti al computer, al lavoro o a casa. Persino dedicarsi al social network preferito puo' causare il mal di testa.

Quasi 4 italiani su 10 non sanno identificare il proprio mal di testa (cefalea o emicrania?). Inoltre la meta' di chi dice di soffrire dell'uno o dell'altro disturbo non ha mai avuto una corretta diagnosi da parte di un medico. ''Questo dato e' sicuramente preoccupante, soprattutto se si pensa alle persone che accusano frequentemente cefalee - spiega Gennaro Bussone, Fondatore Centro Cefalee, IRCCS Istituto Neurologico C. Besta e Presidente Onorario ANIRCEF (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee) - se per gli attacchi saltuari, tipici della cefalea muscolo-tensiva, si puo' infatti ricorrere all'automedicazione con gli analgesici, in caso di attacchi ricorrenti di mal di testa e' fondamentale rivolgersi al medico per una corretta diagnosi e terapia''.

Di fronte al dolore - rileva l'indagine - gli assumono comportamenti davvero bizzarri: ci sono gli ''stoici'', soprattutto i piu' giovani, che considerano il dolore una prova da superare stringendo i denti. Gli ''indifferenti'', che preferisce aspettare che il dolore passi ( di solito uomini adulti con livello di scolarizzazione medio basso). A ''soffrire'' delle crisi da social network sono soprattutto gli ''ego-riferiti'', giovani tra i 35 e i 44 anni, che cercano l'immediata soluzione al dolore. Infine ci sono i ''risoluti'', in maggioranza donne, che hanno scelto di informarsi e contrastare il problema, perche' il mal di testa penalizza la loro qualita' di vita.

Spesso hanno l'analgesico a portata di mano.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Capelli in 'caduta libera'? Prevenire e' meglio che curare

Capelli in 'caduta libera'? Prevenire e' meglio che curare

Come affrontare al meglio ''la prova pettine'', specialmente durante la stagione autunnale quando la salute dei capelli e' messa duramente alla prova? Diagnostica, terapia e soprattutto prevenzione.

La salute del capello prima che dal parrucchiere passa dal medico specialista, dal dermatologo.

''Attraverso appositi test effettuati sulla chioma del paziente e' possibile dare valutazioni termo-cosmetologiche per combattere la caduta e capirne le cause, soprattutto per evitare che un problema medico-estetico diventi un problema psicologico, specialmente tra i ragazzi in piena eta' puberale'', spiega Gabriella Fabbrocini, docente di dermatologia e venereologia presso l'Universita' di Napoli Federico II.

Prevenire mai come in questo caso e' meglio che curare.

Dalla Spagna e dalla Francia unanime arriva il monito: un ottimo stato di salute psicofisica mantiene in forma la nostra chioma. I capelli sono il riflesso del nostro stile di vita e se siamo malati, stressati o affiticati questi ne risentono. Evitare percio', per quanto difficile, le situazioni di stress lavorativo; mangiare sano, equilibrato, anche quando si e' assaliti dai serrati ritmi della vita quotidiana, nutrirsi di cibi ricchi di proteine e vitamine B e PP (carne e pesce in primis); non fumare; moderare il consumo di alcolici; evitare di sottoporsi a tinte caserecce o intrugli fai-da-te per arginare eventuali diradamenti.

Consigli scontati, forse, per alcuni; meno scontato conoscere gli appositi test tricologici che nella fase di prevenzione sono utilissimi.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Influenza: 600mila italiani colpiti da malattie respiratorie acute

Influenza: 600mila italiani colpiti da malattie respiratorie acute

Il picco dell'epidemia arrivera' soltanto tra un mese, ma nelle ultime tre settimane l'influenza ha gia' messo ko oltre 89.000 persone nel nostro Paese e altre 499.000 sono state colpite dalle cosiddette sindromi respiratorie acute. Sono le rilevazioni del primo bollettino stagionale della Societa' Italiana di Medicina Generale (SIMG). ''I virus influenzali, non ancora isolati, arriveranno quando il freddo diventera' piu' intenso e prolungato - spiega Claudio Cricelli, Presidente della Societa' Italiana di Medicina Generale (SIMG) -.

Attualmente, pero', sono in aumento le sindromi para-influenzali, ovvero le sindromi respiratorie acute causate da adenovirus, rinovirus e coronavirus, anche complici gli ''sbalzi' delle temperature''. E allora, per tutte quelle che sono chiamate ''categorie a rischio'' e' il momento di rispondere e aderire all'appello dei medici di famiglia: sottoporsi alla vaccinazione. ''Vogliamo raggiungere con il vaccino almeno l'80% della popolazione ''fragile', in particolare malati cronici, anziani e bambini, sui quali anche un virus debole puo' avere conseguenze pesanti - continua Cricelli -. E' importante non banalizzare i sintomi, visto che ogni anno si registrano circa 8000 decessi attribuibili alle complicanze dell'influenza. Senza dimenticare l'aspetto dei costi: un giorno di ospedalizzazione per il Servizio Sanitario Nazionale rappresenta un esborso tra i 400 e i 600 euro.

Il nostro consiglio e' ricorrere all'immunizzazione, fino a fine dicembre, termine ultimo indicato dal Ministero della Salute''. ''Dalla 42a settimana (14 ottobre 2013) - afferma Aurelio Sessa, presidente regionale SIMG Lombardia e medico sentinella - e' iniziato il lavoro di sorveglianza epidemiologica e virologica che vede impegnati piu' di 1000 MMG e Pediatri di Famiglia (i medici sentinella) a monitorare l'andamento e l'impatto che l'influenza avra' sulla popolazione italiana. La Societa' Italiana di Medicina Generale riprende, come ogni anno, la pubblicazione sul sito web il bollettino settimanale dell'influenza e rivolto a tutti i MMG e a quanti sono interessati agli aspetti epidemiologici. I dati provengono dalla rete Influnet sia per i casi di ILI (influenza-like illness) che quelli relativi alle ARI (acute respiratory illness)''. Le previsioni per quest'anno indicano una stagione influenzale meno ''pesante'.

''Stimiamo - conclude Cricelli - un numero complessivo di casi di influenza in Italia vicini ai 4 milioni, contro i 6,5 mln registrati lo scorso anno. Questo perche' i virus dovrebbero essere piu' simili a quelli della passata stagione. Molto pero' dipendera' dalle temperature, dal momento che il freddo intenso e prolungato favorisce appunto la maggiore circolazione dei virus influenzali''. Il vaccino e' disponibile dal 15 ottobre nelle farmacie italiane e la vaccinazione sara' gratuita per le categorie a rischio quali gli anziani over-65, i malati cronici, le donne al secondo o terzo trimestre di gravidanza e gli operatori sanitari.


Spiega Fabbrocini: ''Per problemi di calvizie precoce e diradamento si puo' ricorrere ad esami molto rapidi e per nulla invasivi come la tricoscopia o anche meglio dermatoscopia applicata al cuoio capelluto, oggi attuabile anche con l'handyscope un dermatoscopio manuale con applicazione sull'iphone, che permette di capire se siamo di fronte ad una caduta temporanea o ad una vera condizione di alopecia. Per fare diagnosi in caso di patologie complesse , invece, si puo' intervenire in maniera piu' invasiva attraverso la biopsia del cuoio capelluto.

Ma la salute dei capelli puo' essere talvolta correlata ad uno stato di salute generale per cui talvolta puo' essere utile un'ecografia tiroidea per valutare eventuali alterazioni che possono rendere in maniera particolare i capelli secchi e sfibrati e quindi piu' fragili o, in caso di pazienti del gentil sesso, a un'ecografia ovarica per valutare se e quanto eventuali problemi tricologici legati soprattutto ad un eccesso di sebo e di forfora dipendano dal corretto funzionamento o meno di alcune ghiandole''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Sondaggio, italiani insoddisfatti della propria forma fisica

Sondaggio, italiani insoddisfatti della propria forma fisica

L'inizio dell'autunno, della scuola e del lavoro segna anche l'inizio di una nuovo periodo di 'remise en forme'.

Lo sanno bene gli italiani: poco piu' di 1 su 5 e' stato soddisfatto della propria prova costume, sicuro della propria apparenza e certo che non ci sia nulla da migliorare.

Le piu' insoddisfatte sono le donne: solo il 14% si e' salvato; mentre tra gli uomini la percentuale sale a quasi uno su tre (31%).

Per alcuni, poi, i chili di troppo che emergono dal costume generano un autentico disagio: il 25% delle donne preferirebbe evitare questa tortura mentre tra gli uomini questa percentuale scende al 10%.

Questo e' quanto rivela un'indagine presentata da lastminute.com, provider di suggerimenti e destinazioni da visitare, che ha posto delle domande sul tema della ''remise en forme'' a piu' di 7.000 adulti con sondaggi in sei paesi europei.

''Troppe persone si preoccupano eccessivamente del loro aspetto in bikini o in costume da bagno e preferirebbero migliorare la loro apparenza all'ultimo minuto prima delle vacanze. Ma le vacanze sono fatte soprattutto per divertirsi e rilassarsi, senza inutili stress legati alle apparenze. Al rientro c'e' tutto il tempo per recuperare dagli eccessi di gola vissuti in vacanza'', afferma Francesca Benati, AD lastminute.com per Italia e Spagna.

I tedeschi infatti sembrano essere piu' rilassati: il 33% e' felice di mostrare qualche chilo in piu'. In particolar modo, i maschi orgogliosi della propria pancetta sono il 40%, mentre le donne che apprezzano le proprie rotondita' sono il 27%. Al contrario i britannici sono i piu' severi con se stessi: solo il 19% e' soddisfatto del proprio aspetto e la percentuale si abbatte al 13% tra il gentil sesso, mentre gli uomini orgogliosi della pancia sono il 24%.

I britannici risultano inoltre essere il popolo piu' a terrorizzato dall'apparire in costume a bordo vasca o sul bagnasciuga. Il 40% dichiara infatti di sentire un vero e proprio disagio, e questa percentuale sale soprattutto tra il pubblico femminile, dove il disagio tocca il 50%.

Seguono a ruota le donne irlandesi: quelle a disagio in costume sono il 48%. Le francesi sono il 29%, le italiane il 25% e le tedesche il 24%. Le meno timorose sembrano le donne spagnole: solo il 15% e' a disagio.

Tra gli uomini le percentuali sono piu' basse e solo in UK (29%) e Irlanda (23%) gli uomini a disagio sono piu' di 1 su 5. Negli altri paesi la media si dimezza: in Italia, Spagna, Francia e Germania e' vicina a 1 uomo a disagio su 10.

Il vecchio trucco di trattenere il respiro per simulare finti addominali viene praticato dal 18% dei Britannici (13% degli uomini e 22% delle donne) e degli Irlandesi (13% degli uomini e 23% delle donne). Nel resto d'Europa la tecnica ha un impiego piu' limitato: in Francia, viene usata dal 12% della popolazione (9% degli uomini e 16% delle donne), in Germania e in Italia dall'11% (9% degli uomini e il 13% delle donne) e in Spagna dal 9% (il 7% degli uomini e l'11% delle donne).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine  Curve perfette? Il segreto e' giocare d'anticipo

Curve perfette? Il segreto e' giocare d'anticipo

Si e' sempre in ritardo per la prova costume: questo le donne lo sanno fin troppo bene. Il boom delle iscrizioni in palestra del mese di maggio dimostra che nella stagione invernale la pigrizia ha spesso la meglio, costringendo poi a ricorrere a diete drastiche per non sfigurare. In realta' l'inverno e' la stagione ideale per mantenere la linea e raggiungere l'obiettivo ''curve perfette'', quindi e' bene giocare d'anticipo. Quest'anno sara' la moda a spronare le donne, dato che gli abiti invernali comparsi recentemente sulle passerelle aderiscono alla silhouette come una seconda pelle.

Il personal trainer Andrea Carollo invita a non farsi prendere dal panico e consiglia alcuni semplici esercizi per avere glutei alti e sodi: ''Occorre scegliere dei movimenti che permettano di contrarre il gluteo; per esempio eseguire degli affondi a passo lungo prima con una gamba, poi con l'altra (6 per 15 volte per ciascuna gamba)''.

E se invece il tempo per esercitarsi e' poco? Niente paura. ''In alternativa - suggerisce Carollo - si possono fare le scale a piedi (tutti i giorni una decina di ripetizioni da 20 secondi ciascuna) salendo pero' due o tre gradini alla volta''. Insomma, messi al bando ascensori ed elevatori mobili, le scale tradizionali possono essere invece un prezioso alleato.

Per chi va gia' in palestra, infine, Carollo consiglia di dedicarsi al tapis roulant (almeno 20 minuti per 3 volte alla settimana) con un grado di inclinazione intorno al 5-6%. ''In questo modo -conclude l'esperto di fitness - il movimento stimola la contrazione dei muscoli posteriori. E il gluteo soffre, ma poi ringrazia...''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Influenza: Le 7 regole SItI per prevenirla. A partire dai vaccini

Influenza: Le 7 regole SItI per prevenirla. A partire dai vaccini

Implementare la vaccinazione anti-influenzale, soprattutto nelle categorie a rischio, e ridurre l'eta' di offerta attiva e gratuita del vaccino da 65 a 60 anni. E' questa la proposta avanzata dalla Societa' Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanita' Pubblica (SItI), riunita in Congresso Nazionale a Giardini Naxos - Taormina.

L'influenza rappresenta un non trascurabile problema di sanita' pubblica per il numero di casi che si verificano in ogni stagione invernale, che varia a seconda della trasmissibilita' dei virus circolanti e della suscettibilita' della popolazione. Secondo le stime del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) in media circa 40.000 persone muoiono prematuramente ogni anno a causa dell'influenza nell'Unione Europea. Di queste, 8.000 circa solo in Italia e la maggior parte dei decessi si verifica in soggetti di eta' superiore ai 65 anni, specialmente tra quelli con condizioni cliniche croniche di base. La SItI ha elaborato e inviato al Ministero della Salute un documento, che trova in parte riscontro nella nuova Circolare Ministeriale contenente le raccomandazioni per la prevenzione e controllo dell'influenza per la stagione 2013-2014.

Esistono Paesi che hanno gia' abbassato a 60 o 50 anni l'eta'-soglia per l'offerta gratuita e attiva della vaccinazione contro l'influenza. In altri, come gli Stati Uniti, la vaccinazione viene raccomandata per ogni fascia di eta' indipendentemente dalle condizioni cliniche degli assistiti. E' la stessa Circolare Ministeriale di quest'anno a sottolineare che ''numerosi studi farmaco-economici dimostrano la piena sostenibilita' della vaccinazione anti-influenzale al di sopra dei 50 anni, che risulta invariabilmente costo efficace. Uno di essi (che coinvolge diversi Paesi) riporta addirittura che per l'Italia l'estensione di indicazione genererebbe un risparmio (cost-saving)''.

E' importante vaccinarsi al fine di ridurre il rischio individuale di malattia, ospedalizzazione e morte per le complicanze dell'influenza, soprattutto negli ultra 65enni e nelle categorie a rischio di tutte le eta'. Dal canto suo la SItI, oltre a sostenere l'importanza della vaccinazione antinfluenzale, ha messo a punto anche 7 semplici regole di comportamento che possono contribuire a superare meglio l'influenza e a contenere la trasmissione del virus che si verifica sia per via aerea, attraverso le gocce di saliva di chi tossisce e starnutisce, sia tramite il contatto con mani contaminate da secrezioni respiratorie.

1. Lavarsi spesso le mani con il sapone, e soprattutto dopo aver tossito o starnutito.

2. Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto di carta quando si tossisce o starnutisce, gettandolo nella spazzatura dopo l'utilizzo.

3. Stare a debita distanza da chi manifesta i sintomi dell'influenza.

4. Aereare regolarmente gli ambienti chiusi.

5. Evitare di portare le mani non lavate a contatto con le proprie mucose (occhi, bocca, naso).

6. Restare a letto in ambiente caldo ma non troppo secco durante l'influenza, evitando di contagiare gli altri fin dai primi sintomi non andando al lavoro o a scuola.

7. Seguire una dieta equilibrata, ricca soprattutto di liquidi, indispensabili per reintegrare l'acqua e i sali minerali persi a causa dell'abbondante sudorazione dovuta all'influenza.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Salute: frutta e vegetali causa del 72% delle allergie alimentari

Salute: frutta e vegetali causa del 72% delle allergie alimentari

Frutta e verdura rappresentano le allergie di gran lunga piu' comuni (72%) seguite da crostacei (13%) pesce (4%) latte (3%) uovo (3%) cereali (2%). Sono i dati diffusi in occasione del il congresso AAITO, Associazione Allergologi Immunologi Territoriali ed Ospedalieri, relativi a una ricerca sulle allergie alimentari condotta in 17 Centri, distribuiti in 10 regioni italiane, che ha coinvolto oltre 25 mila pazienti adulti.

Nei pazienti con allergia ad alimenti di origine vegetale la proteina allergenica piu' frequentemente responsabile di sensibilizzazioni, e quindi di reazioni allergiche, e' la LTP (lipid transfer protein), un allergene del regno vegetale frequentemente cross-reagente presente nella pesca, albicocca, prugna ma anche noce, nocciola, arachide, mais, riso. Sembra che la prevalenza dell'allergia all'LTP aumenti gradualmente con la latitudine, con un marcato aumento nelle regioni meridionali. Verosimilmente le variazioni geografiche emerse da questa indagine rappresentano lo specchio di differenze di esposizione agli allergeni respiratori e di differenti abitudini alimentari.

''C'e' troppa disinformazione, soprattutto nel campo delle allergie ed intolleranze alimentari - afferma M.Beatrice Bilo', nuovo presidente AAITO - almeno il 60% dei pazienti hanno praticato cure errate e hanno riscontrato diagnosi diverse da quelle che, da soli, avevano scoperto.

Troppe le persone che credono di essere allergiche o intolleranti ad un alimento, e si curano senza aver contattato degli esperti, con una dieta 'fatta in casa' che potrebbe provocare disturbi reali, soprattutto nei bambini ed anziani. La presenza del web e dei siti di 'counseling on line', infatti, facilita l'autodiagnosi, ma spesso questa e' sbagliata. Il ruolo degli specialisti e' essenziale: se si vuole fare economia, e' necessario affidarsi a test diagnostici scientificamente validati ed eseguiti da esperti del settore''.

Durante il Congresso la Federazione delle Societa' Italiane di Allergologia e Immunologia Clinica presenta un importante documento sui vaccini anti-allergici con l'obiettivo di giungere ad un ''Consensus'' italiano su aspetti maggiormente correlati alla realta' clinica, agli aspetti regolatori, ai contesti gestionali/organizzativi nei quali questa terapia viene praticata, alle problematiche dei rimborsi per i quali sussiste una completa difformita' nelle diverse regioni e per intraprendere adeguate azioni innovative per la diffusione e la conoscenza di una terapia fondamentale per la cura della rinite, dell'asma allergico e delle allergie al veleno di imenotteri.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine In Italia tasso mortalita' alla nascita tra piu' bassi d'Europa

In Italia tasso mortalita' alla nascita tra piu' bassi d'Europa

Con 2,72 bambini nati morti ogni 1000 l'Italia registra una tasso di nati morti tra i piu' bassi d'Europa.

Lo attesta il nono Rapporto sull'evento nascita in Italia, pubblicato oggi sul sito del ministero della Salute(www.salute.gov.it) che presenta le analisi dei dati rilevati per l'anno 2010 dal flusso informativo del Certificato di assistenza al parto (Cedap).

La rilevazione - sottolinea una nota - costituisce la piu' ricca fonte a livello nazionale di informazioni sia di carattere sanitario ed epidemiologico che di carattere socio-demografico relative all'evento nascita e rappresenta uno strumento essenziale per la programmazione sanitaria nazionale.

Nello specifico, nell'anno considerato, l'1% dei nati ha un peso inferiore a 1.500 grammi ed il 6,2% tra 1.500 e 2.500 grammi. Nei test di valutazione della vitalita' del neonato tramite indice di Apgar, il 99,2% dei nati ha riportato un punteggio a 5 minuti dalla nascita compreso tra 7 e 10. Sono stati rilevati 1.510 nati morti, corrispondenti ad un tasso di natimortalita' pari a 2,72 nati morti ogni 1.000 nati.

''Il parto - ha detto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin - costituisce l'evento culminante di un ''percorso nascita'' che inizia con l'adozione di misure di politica sanitaria generali a favore delle adolescenti e delle donne in eta' fertile e prosegue attraverso l'organizzazione delle strutture sanitarie territoriali e ospedaliere preposte al settore materno infantile ed alla definizione di linee guida di elevato livello scientifico per gli operatori. Queste misure - ha proseguito il ministro - se correttamente e diffusamente adottate, concorrono alla realizzazione di un miglioramento della qualita', sicurezza e appropriatezza degli interventi e alla riduzione dei tagli cesarei. Ritengo che i risultati evidenziati da questo Rapporto potranno ulteriormente essere migliorati proprio grazie all'impegno del ministero e delle regioni a proseguire e rafforzare tali iniziative, nel prioritario interesse della salute delle donne e dei neonati che vedono la luce nel nostro paese'', ha concluso Lorenzin.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Stress d'autunno si supera a tavola. Le regole degli esperti

Nervosismo, ansia, stress, calo dell'attenzione, stanchezza, problemi gastrointestinali, insonnia: l'autunno e' la stagione piu' difficile da affrontare. ''Il rientro al lavoro, a scuola e alla routine quotidiana, sempre piu' in un clima di incertezza economica e lavorativa, sono causa di disturbi per un italiano su tre'', afferma Brigida Stagno, gastroenterologa e nutrizionista di Webmedicine.it, il primo portale italiano che offre consulenze specialistiche on line.

Ma cosa fare per evitare questi disturbi? E' possibile adottare pochi e semplici accorgimenti, facendo attenzione a cosa si mette in tavola.

''Sono da evitare i regimi squilibrati e troppo restrittivi, mentre e' consigliabile seguire una dieta controllata ed equilibrata'', premette la dottoressa.

Alcune regole: ''Fare una buona prima colazione, abolire gli alimenti troppo calorici, i grassi animali, la carne rossa, gli alimenti raffinati e poveri di fibre, le bevande zuccherate e quelle superalcoliche, ridurre il sale, evitare alcuni metodi di cottura e di conservazione, come l'affumicatura, la salatura, la cottura ad alte temperature e a fuoco vivo (alla brace) che possono formare metaboliti cancerogeni. L'ideale e' bere almeno un litro e mezzo di acqua ogni giorno e puntare su alimenti semplici e freschi, come frutta e verdura, ricchi di antiossidanti, in grado di migliorare le capacita' cognitive, contrastare i radicali liberi e proteggere dai tumori''.

La sensazione di stanchezza e la difficolta' di concentrazione si superano con cereali, noci e legumi. E, soprattutto, con ''il pesce, che si consiglia di consumare almeno due volte a settimana: sono alimenti ricchi di omega-3 e acidi grassi essenziali in grado non solo di prevenire le malattie cardiovascolari, ma anche di inibire la formazione dei radicali liberi e di svolgere un'azione trofica sul sistema nervoso centrale, migliorando la qualita' del sonno e dell'umore e favorendo concentrazione e memoria'', continua la specialista di Webmedicine.

Del resto, ''il legame tra depressione e bassi livelli circolanti di omega-3 e' confermato da molti studi scientifici e la supplementazione con i ''fish oil'' sembra migliorare l'umore in alcune persone depresse. Magnesio e selenio, oligoelementi presenti nella frutta secca (noci) e nelle verdure a foglia verde, possono favorire le funzioni cerebrali e contrastare gli sbalzi di umore, cosi' come la vitamina B12 e l'acido folico, contenuti soprattutto nel pollo, nel salmone, nei broccoli, nei fagioli e nel manzo''.

Carne e latte favoriscono il buonumore in quanto ''contengono il triptofano, un precursore della serotonina che e' utile per alzare il tono dell'umore'', dice la nutrizionista.

Ancora, ''per combattere la sindrome dell'intestino irritabile, il meteorismo o la stitichezza e' preferibile fare piccoli pasti durante la giornata, composti da piatti semplici, poco elaborati e ben cotti, introducendo molta acqua naturale, frutta e verdura, carni magre e pesce. Sono da limitare caffe', fritti, insaccati, alcol, cibi molto piccanti e latte, consumando la frutta lontano dai pasti''.

Stagno aggiunge, infine, che ''e' utile assumere probiotici, dei quali e' ricco lo yogurt, anche sotto forma di bustine o compresse, per limitare la produzione dei gas intestinali e ripristinare l'equilibrio della flora batterica intestinale''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Cibo: la dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

Cibo: la dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

La dieta, si sa, e' un percorso impegnativo che la maggior parte degli italiani teme e rimanda il piu' a lungo possibile. Ma, se la fatica di perdere qualche chilo e' condivisa con il proprio compagno, mettersi a dieta diventa piu' semplice: avere un obiettivo comune, infatti, rende piu' forti e aiuta ad accettare con il sorriso sulle labbra qualche piccola rinuncia a tavola.

La pensa cosi' oltre un terzo (38,2%) degli utenti che hanno risposto al sondaggio del sito www.melarossa.it: dimagrire e' piu' facile se lo si fa in due perche' il pensiero di non essere da soli a lottare contro la pancetta fa crescere entusiasmo e motivazione.

Insomma, l'unione fa la forza, anche a dieta! E non solo perche' si condivide un obiettivo, ma anche perche' affrontare insieme i sacrifici allontana il rischio di sentirsi diversi o incompresi dal proprio compagno, fattori importantissimi per mantenere salda la propria motivazione: ''non c'e' niente di peggio che mangiare un'insalata mentre il tuo compagno divora lasagne e bistecca!'', dichiara il 18,8% degli utenti di Melarossa, riconoscendo che e' piu' facile cambiare le proprie abitudini alimentari se chi ci vive accanto si impegna a fare lo stesso, anziche' criticarci perche' al ristorante ordiniamo solo verdure grigliate (come sottolinea il 2,7% degli utenti).

Il supporto del proprio compagno, insomma, sembra essere una delle chiavi del successo della dieta di coppia, soprattutto quando la tentazione bussa alla nostra porta e la presenza di qualcuno che ci richiami all'ordine diventa fondamentale: per il 10,2% degli utenti, avere un compagno che li aiuti a non lasciarsi andare e ad essere meno incostanti e' un antidoto essenziale agli sgarri, sempre in agguato quando si cerca di dimagrire. E se proprio non si riesce a motivarsi l'uno l'altro e si sgarra entrambi, essere in due e' un modo per sentirsi meno in colpa perche' si e' scivolati sul tanto amato tiramisu' (3,2% delle risposte).

Come dire, mal comune, mezzo gaudio, anche a dieta.

Bellissimo anche festeggiare insieme i chili persi (8,6%), dividersi i compiti (''lui fa la spesa e i cucino'', ha risposto l'1,1% dei votanti), prendersi in giro su chi dimagrisce meno (1,1% delle risposte), una strategia per allentare la tensione e scherzare insieme sui capricci della bilancia, consapevoli che la dieta e' fatta di alti e bassi e che, se una settimana il peso non scende, non bisogna farne un dramma .

Ma c'e' anche il rovescio della medaglia: l'unione che non fa la forza ma, al contrario, indebolisce. Perche' il nostro compagno e' un golosone e finisce sempre per farci sgarrare mandando in fumo tutti i nostri sforzi per dimagrire (14,4% degli utenti), oppure perche' e' cosi' rigido e pignolo che stare a dieta con lui risulta piu' stressante che rinunciare al proprio dolce preferito (2,2%).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Fumo: sigaretta elettronica, 'tanto vapore per nulla?'

Fumo: sigaretta elettronica, 'tanto vapore per nulla?'

Sono questi i tratti del consumatore abituale di sigarette elettroniche in Italia. A tratteggiarli, una ricerca condotta dall'associazione I-Think dal titolo ''Tanto vapore per nulla? Il punto sulla sigaretta elettronica'', nella quale vengono presi in rassegna i principali studi scientifici, le disposizioni normative e i numeri relativi alla diffusione della e-cig in Italia e nel mondo. Una ricerca che intende stimolare il dibattito e offrire il proprio contributo verso un percorso normativo che regolamenti la crescente diffusione delle sigarette elettroniche nate in Cina nel 2003 e distribuite in Europa a partire dal 2006.

In Italia, secondo l'ANaFe, l'Associazione nazionale fumo elettronico, i fumatori di sigarette elettroniche sono circa un milione, per lo piu' giovani, che ricorrono alla e-cig in media 9 volte al giorno. E il loro numero e' in costante crescita: nel 2010, infatti, sono state vendute 750 mila sigarette elettroniche, per poi passare a un totale di 2,5 milioni nel 2011 e a 3,5 milioni nel 2012. Numeri sui quali ha influito anche la maggiore convenienza economica: per un fumatore medio la spesa annuale e' di 350 euro per le e-cig contro i 1.460 euro per le sigarette tradizionali. In pochi anni si e' cosi' sviluppato un nuovo mercato che conta oggi 1.500 punti vendita (entro la fine del 2013 potrebbero diventare 4 mila), un fatturato che nel solo 2012 ha raggiunto i 350 milioni di euro. Un settore che, tra strutture commerciali e produzione diretta, da' lavoro a 4 mila persone. Mentre a livello globale, il mercato della sigaretta elettronica raggiunge il miliardo e mezzo di euro.

Tra nicotina e aromi, secondo un'indagine Doxa-ISS-Istituto Mario Negri, i consumatori di sigarette elettroniche, sia abituali che occasionali, preferiscono in netta prevalenza le e-cig a base di nicotina (il 69,1% dei fumatori occasionali, il 93% di quelli abituali). Mentre sugli effetti che la e-cig ha avuto in Italia sul consumo di sigarette convenzionali, il 44,4% dei consumatori ha diminuito leggermente il numero di sigarette fumate, il 22,9% lo ha diminuito drasticamente, il 22,1% non ha modificato il proprio comportamento e il 10,6% ha smesso del tutto.

Dati che confermano l'urgenza di approfondire gli effetti sulla salute della sigaretta elettronica e la sua validita' come terapia per smettere di fumare. Questi i nodi della ricerca condotta da I-Think, che prende in rassegna le diverse posizioni assunte a livello internazionale sia dal punto di vista scientifico che normativo, non ancora concordanti nell'assimilare le e-cig a un prodotto farmaceutico o a un prodotto del tabacco. Una situazione delicata e complessa che nasce dall'assenza di trial clinici controllati, indipendenti e di grandi dimensioni, relativi agli effetti sul lungo termine delle sigarette elettroniche.

In particolare, dal punto di vista scientifico in Italia, sono stati condotti diversi studi e altri sono attualmente in via di svolgimento, tra i quali quelli dell'Universita' di Catania e dell'Istituto Europeo di Oncologia sull'uso della sigaretta elettronica per la disassuefazione. Mentre, per quanto riguarda il mercato, nel nostro paese e' totalmente liberalizzato, con obbligo del marchio CE con pericolosita' riconosciuta solo per le sigarette contenenti nicotina e divieto per i minori di diciotto anni - pertanto nelle scuole - oltre a essere sconsigliate alle donne in gravidanza e a quelle che allattano.

Da qui la necessita', secondo I-Think, di predisporre una proposta di legge ad hoc che promuova trial clinici, rigidi standard di produzione, distribuzione e di informazione, lotta al contrabbando, controllo sulle strategie pubblicitarie, divieto per i minori e sensibilizzazione sui corretti stili di vita.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Scienziati Ue inventano occhi artificiali per evitare incidenti

Scienziati Ue inventano occhi artificiali per evitare incidenti

Ricercatori europei hanno studiato le modalita' di funzionamento degli occhi degli insetti e hanno progettato e costruito i primi occhi composti artificiali in miniatura perfettamente funzionanti. Il progetto ''Curvace'', coordinato dall'italiano Dario Floreano, ha beneficiato di un finanziamento dell'UE di 2 milioni di euro per mettere a punto occhi di ''insetto'' in minatura che presentano un elevato potenziale industriale nel settore della robotica mobile, dell'abbigliamento intelligente e delle applicazioni mediche.

In futuro, gli occhi composti artificiali potrebbero essere utilizzati in settori in cui il rilevamento panoramico dei movimenti e' fondamentale. Ad esempio, un occhio composto artificiale flessibile potrebbe essere applicato ai veicoli per il rilevamento degli ostacoli (magari durante le manovre di parcheggio, nel caso della guida automatica dei veicoli o per l'individuazione di veicoli o pedoni a distanza troppo ravvicinata), o integrati in microveicoli aerei (micro air vehicles - MAV) per la navigazione basata sul rilevamento visivo senza pericolo di collisione (ad esempio, durante l'atterraggio o per evitare ostacoli, come nelle operazioni di soccorso). Dati la flessibilita' e lo spessore ridotti di tali dispositivi, potrebbero anche essere integrati nei tessuti per fabbricare vestiti intelligenti, come cappelli ''intelligenti'' dotati di sistemi di allarme anticollisione per gli ipovedenti. Inoltre, gli occhi composti artificiali flessibili possono essere apposti sulle pareti e i mobili delle case ''intelligenti'' per rilevare i movimenti (ad esempio per gli anziani nell'ambito della domotica per le categorie deboli, o per i bambini in un'ottica di prevenzione degli incidenti).

L'occhio composto vanta caratteristiche e funzionalita' simili a quelle degli occhi della Drosophila della frutta e di altri artropodi. Lo strumento, piccolo oggetto (12,8 mm di diametro, 1,75 grammi) di forma cilindrica e' costituito da 630 ''occhi di base'', denominati ommatidi, disposti su 42 colonne di 15 sensori ciascuna. Ciascun ommatidio e' composto da una lente (172 micron) associata ad un pixel elettronico (30 micron). Questi sensori hanno proprieta' ottiche avanzate, tra cui un campo visivo panoramico di 180 gradi x 60 gradi e un'ampia profondita' di campo, e si adattano a varie condizioni di illuminazione.

Il progetto Curvace e' stato finanziato nell'ambito del programma aperto ''Tecnologie emergenti e future (TEF)''della Commissione europea. Questo programma aperto, che rientra nella sezione denominata ''Eccellenza scientifica'' di Orizzonte 2020 (il programma quadro di ricerca e innovazione dell'UE) promuove idee innovative, ossia la ricerca collaborativa a favore di una scienza e una tecnologia pioneristiche ambiziose e ad alto rischio.

Al progetto collaborano cinque istituzioni: l'EPFL (Svizzera), l'Universita' di Aix-Marseille e il CNRS (Francia), l'Istituto Frauenhofer di ottica applicata e ingegneria di precisione (Germania), e l'universita' di Tubinga (Germania) che hanno lavorato insieme per 45 mesi (dal 1* ottobre 2009 al 30 giugno 2013). Lo stanziamento di bilancio per l'intero progetto ammonta a 2,73 milioni di EUR di cui 2,09 milioni provengono dal finanziamento dell'UE.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tumori: in Italia i malati vivono piu' a lungo della media europea

Tumori: in Italia i malati vivono piu' a lungo della media europea

I malati di cancro, in Italia, vivono piu' a lungo rispetto alla media europea. A cinque anni dalla diagnosi, puo' dire di avercela fatta il 52,3% degli uomini la media europea e' del 46,5%) e il 60,6% delle donne (il 58,2% nella UE). Il dato e' stato reso noto alla presentazione della fondazione ''Insieme contro il cancro'', avvenuta oggi al ministero della Salute, a Roma. La fondazione, presieduta dal professor Francesco Cognetti, vede nel comitato d'onore uomini delle istituzioni, del giornalismo, dello sport e dello spettacolo: tra gli altri, il miniastro della Salute Beatrice Lorenzin, Gianni Letta, Giancarlo Abete, Francesco Gaetano Caltagirone, Carlo Verdone e Francesco Totti.

In Italia, 2,25 milioni di persone hanno ricevuto una diagnosi di tumore e, di queste, 1,2 milioni sono guarite. La spesa sanitaria per i malati di cancro e' di circa 8 miliardi l'anno (lo 0,5% del Pil e il 33% delle disabilita' riconosciute ogni anno dall'Inps) e ogni paziente costa al SSN 25.800 euro: costi, avvertono alla fondazione, che sono destinati ad aumentare ''perche' di cancro si muore meno e l'assistenza si protrae nel tempo''. Tra i principali impegni della fondazione, l'informazione ai malati che, ha detto il vice presidente Franco De Lorenzo, ''e', per loro, la prima medicina: gli strumenti informativi riducono l'ansia nei pazienti''. Inoltre, annuncia il presidente dell'associazione italiana di oncologia medica (AIOM), Stefano Cascinu, il 40% di tutti gli introiti della neonata fondazione sara' destinato alla ricerca oncologica.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Ibsa, mare e montagna raccomandati per tiroide

Ibsa, mare e montagna raccomandati per tiroide

In estate aumentano i disagi e le sofferenze di chi e' afflitto da disturbi endocrini come le disfunzioni della tiroide. Sono oltre sei milioni gli italiani colpiti da queste malattie. Chi soffre d'ipotiroidismo (disfunzione in cui la tiroide ''lavora'' male e produce pochi ormoni) puo', durante la stagione calda, trovare sollievo presso una localita' balneare. Al contrario, per chi e' afflitto da ipertiroidismo, e quindi ha una ghiandola che genera troppi ormoni tiroidei, e' preferibile una vacanza in montagna. ''Per un malato di ipotiroidismo il mare puo' essere un ottimo e prezioso alleato della salute - scrive in una nota la dottoressa Silvia Misiti, direttore della fondazione Ibsa per la ricerca scientifica. ''Sulle coste l'aria e' solitamente meno inquinata e, anche grazie al cosi' detto 'aerosol marino', contiene maggiori quantita' di iodio. I raggi solari, il vento, la temperatura e l'umidita' delle localita' balneari sono tutti elementi climatici che portano ottimi benefici a chi ha una tiroide che funziona troppo poco'', ha spiegato la dottoressa, che continua: ''chi invece e' affetto da ipertiroidismo e' preferibile che trascorra una vacanza dove il clima e' piu' mite e la presenza di iodio nell'aria minore. Per questo l'ideale e' una localita' montana di quota modesta''. ''Un altro fattore di prevenzione e cura dell'ipotiroidismo e' rappresentato dalla dieta che si puo' seguire in una localita' balneare - prosegue Misiti -. L'organismo per poter funzionare bene ha bisogno di circa 150-200 microgrammi di iodio al giorno, pari alla quantita' che eliminiamo quotidianamente con le urine. L'apporto principale avviene attraverso l'assunzione di acqua, elementi addizionati con iodio (sale), e una dieta ricca cibi che lo contengono come frutti di mare, crostacei, alghe e pesce (preferibilmente quello azzurro). Anche la frutta e la verdura coltivate nelle zone costiere, presentano maggiori quantita' di questo prezioso minerale rispetto a quelle provenienti dall'entroterra. Infine, per un buon funzionamento della ghiandola tiroidea, non bisogna dimenticare l'importanza dell'attivita' fisica anche durante le vacanze - afferma la Misiti -. Basta fare una passeggiata o una corsetta di 20-30 minuti sulla spiaggia tutti i giorni per restare in forma e respirare un po' di aria buona e ricca di iodio''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Pediatri Sitip, in estate infezioni cutanee piu' frequenti

Pediatri Sitip, in estate infezioni cutanee piu' frequenti

Le infezioni cutanee in eta' pediatrica sono molto frequenti e, in particolare durante l'estate, complici il clima caldo-umido e i giochi al parco o in spiaggia, sono tra le cause piu' comuni che spingono mamme e papa', spesso in preda al panico, a rivolgersi al pediatra di famiglia.

Sebbene la pelle possa sembrare un organo cosi' facilmente esplorabile dal punto di vista clinico, in realta' e' una struttura molto complessa e l'aspetto delle lesioni cutanee puo' variare a seconda della localizzazione delle stesse nella parte piu' superficiale (epidermide) o nella parte piu' profonda (derma) della cute.

''Quando si formano lesioni sulla pelle di un bambino, per esempio per una piccola ferita, un graffio o una puntura d'insetto - osserva la Susanna Esposito, Direttore della UOC Pediatria 1 Clinica, Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Universita' degli Studi di Milano e Presidente della Societa' Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) - i batteri possono trovarvi un facile accesso per insediarsi all'interno e dare l'infezione che successivamente potra' diffondersi in altre zone della cute, anche sana, a causa del grattarsi del bambino stesso''.

E spiega. Di fronte ad una lesione della pelle del bambino, bisognerebbe porsi alcune domande: ''Quando e' insorta la lesione? Da quanto tempo e' presente e come si e' modificata? Ci sono sintomi associati, come per esempio febbre, dolore e prurito? Ci sono stati fattori predisponenti, quali l'assunzione di farmaci, l'esposizione alla luce solare, il contatto con allergeni o animali?''.

Le infezioni cutanee piu' comuni in eta' pediatrica sono innumerevoli. a cominciare dall'impetigine, che rappresenta circa il 10% di tutti i problemi cutanei pediatrici e, in estate, e' favorita dai giochi sulla sabbia per passare alle infezioni micotiche, causate dai miceti o, piu' banalmente, detti funghi, che possono diffondersi in molte zone del corpo quali il cuoio capelluto o la cute glabra.e che richiedono il trattamento con un farmaco antifungino e spariscono spontaneamente nel giro di qualche mese. O alla Candidiasi orale o mughetto, che colpisce circa il 2-5% dei neonati, che contraggono tale infezione durante il passaggio attraverso il canale del parto. L'infezione si puo' riscontrare anche in bambini piu' grandi durante trattamenti antibiotici o immunodepressori. E ancora: le verruche cutanee, le lesioni caratteristiche delle infezioni virali da Papillomavirus che riguardano il 5-10% dei bambini; la loro trasmissione e' piu' frequente in quelli che frequentano piscine o docce pubbliche. Nel 50% dei casi le verruche scompaiono spontaneamente entro due anni; il mancato trattamento puo', pero', provocare la diffusione ad altre sedi del corpo.

Tra le insidie estive per la salute dei bambini, infine, meritano un'attenzione particolare le reazioni da contatto causate dalle punture di meduse e tracine: le prime provocano dolore bruciante e poi prurito intenso, mentre sulla pelle rimane una zona eritematosa ed edematosa con possibile formazione di una bolla; le punture da tracina causano un dolore intenso che puo' persistere per alcune ore e la sede dell'inoculazione del veleno si presenta arrossato e gonfio.

Spiega l'esperta: dopo una puntura di medusa, e' necessario disinfettare con acqua di mare e poi con bicarbonato, medicando, poi la parte con un gel a base di Cloruro Alluminio; nel caso di puntura da tracina, mettere subito il piedino del bambino sotto la sabbia calda o tamponare con acqua bollente, perche' il calore lenisce il dolore provocato dalle tossine velenose.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Il chirurgo plastico, no agli orrori da 'bisturi selvaggio'

Il chirurgo plastico, no agli orrori da 'bisturi selvaggio'

''Siamo ormai assuefatti agli eccessi: di anno in anno vediamo aumentare gli errori, che sempre piu' spesso coincidono con gli orrori da chirurgia plastica e la spiaggia e' il luogo in cui piu' facilmente questi eccessi si rendono evidenti''. A parlare e' Alberto Capone, medico specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva a Milano.

Ma quali sono gli errori, o orrori, piu' comuni, visibili soprattutto in questa stagione? Il dottor Capone stila una classifica: ''Al primo posto seni sproporzionati, con protesi inadatte al corpo della paziente. Spesso sono ragazze giovanissime, che tentano di colmare un'insicurezza con una o due taglie di troppo''. Al secondo posto liposuzioni troppo aggressive: ''Si notano tessuti svuotati, pelle in eccesso dovuta a un 'dimagrimento' meccanico che crea spesso anche anti estetici 'avvallamenti'. In sede di visita e' dovere del chirurgo verificare il grado di elasticita' cutanea ed eventualmente chiarire al paziente la possibilita' di sviluppare una certa irregolarita' cutanea, principalmente nelle zone meno toniche''. Non meno spaventosi labbra e zigomi troppo gonfi, continua Capone: ''Vediamo in circolazione troppe facce tutte simili fra di loro. Labbra e zigomi ingombranti e sproporzionati donano, inevitabilmente, un aspetto caricaturale alla paziente: fortunatamente si tratta quasi sempre di vecchi lavori, oggi la tendenza e' quella di un effetto piu' naturale, meno scolpito''. Senza calcolare poi che la maggior parte delle pazienti si pente poi di questi eccessi, e tornare ad un aspetto piu' naturale spesso crea complicanze, oltre a lasciare cicatrici visibili.

Altre esagerazioni molto visibili si hanno talvolta in seguito a blefaroplastica unita ad un uso smodato di botox: ''Occhi tiratissimi, che trasformano i tratti da caucasici in orientali e privano totalmente la persona della naturale espressivita' del volto. La pelle della zona perioculare poi, ove eccessivamente tirata, assume un aspetto innaturale, quasi come fosse carta velina sul punto di strapparsi da un momento all'altro''.

E se il seno fuori misura di molte signore farebbe impallidire anche Jessica Rabbit, il lato B non e' esente da restauri contro natura: ''Anche i glutei sono sempre piu' spesso esageratamente voluminosi e sporgenti: colpa di chi eccede con il Macrolane, un gel altamente coesivo a base di acido ialuronico, specifico per il body shaping, che viene iniettato attraverso una o piu' microincisioni in ambulatorio. L'effetto e' immediato, ma se si abbonda con la sostanza, anziche' un rimodellamento o un riempimento delle forme, si rischia di ottenere un volume innaturale e sgradevole''. Da ultimo il naso, zona del viso da sempre oggetto di attenzioni e troppo spesso ridotto a due fori in mezzo alla faccia: ''Mentre ieri le richieste erano tutte per un nasino alla francese, oggi la tendenza e' rimpicciolire a dismisura: una rinoplastica che non tiene conto delle proporzioni del volto ne compromette irrimediabilmente la fisionomia. Un naso troppo piccolo, cosi' come troppo perfetto, rischia di essere percepito come artefatto, allo stesso tempo puo' comportare una mancato riconoscimento di se stessi causando possibili stati temporanei di depressione''.

Oggi assistiamo ad un aumento vertiginoso di ''leggerezze chirurgiche', sottolinea il dottor Capone.

Questo nuovo trend, se cosi' possiamo definirlo, ha inoltre il risultato paradossale di avere sul paziente un effetto contrario rispetto al beneficio che si desiderava perseguire: ''Occhi e fronti troppo tirate, labbra e zigomi eccessivamente gonfi, cosi' come liposuzioni eccessive tendono a far sembrare piu' vecchi. Se per cancellare ogni traccia di ruga il paziente mi chiede di eccedere con il botox, io metto subito in guardia sul fatto che un viso paralizzato non sembra affatto piu' giovane, anzi, soprattutto se messo in relazione con collo e mani''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine  Fumo: prima sigaretta a 15 anni triplica rischio morte cancro

Fumo: prima sigaretta a 15 anni triplica rischio morte cancro

''Un quindicenne ha una probabilita' di morire di cancro tre volte maggiore rispetto a chi inizia dieci anni piu' tardi e circa l'87% dei fumatori comincia entro i 20 anni. Nella fascia d'eta' tra i 15 e i 24 anni, fuma il 15,9% dei maschi e il 21,8% delle femmine. Circa un milione e mezzo di ragazzi''. Questi alcuni dei principali dati, annunciati dal senatore Pd Ignazio Marino, nel corso della presentazione dello studio curato dall'associazione i-think, il think tank di cui e' presidente.

Un miliardo di morti. E' il bilancio del tabagismo, per l'Organizzazione Mondiale della Sanita', nel XXIesimo secolo.

Nel XXesimo le vittime erano 100 milioni. Il fumo di tabacco uccide una persona ogni 6 secondi. Ogni giorno tra gli 80.000 e i 100.000 giovani iniziano a fumare. In Italia si dichiara fumatore il 20% delle donne e il 24% degli uomini adulti italiani. 70.000 morti nel nostro Paese, ogni anno, sono attribuibili al fumo, con dei costi diretti, per il Servizio Sanitario Nazionale, di alcuni miliardi di euro. La chiave e', ancora una volta, la prevenzione.

''La vita di un fumatore abituale e' di circa 10 anni inferiore rispetto a quella di un non fumatore - riferisce il Presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale - e il consumo di sigarette giornaliero medio di un ragazzo non si discosta significativamente da quello di un adulto. I giovani di questo tempo, sul tema del fumo sono proiettati nel presente, non vedono la loro salute futura a rischio. Anzi, il rischio diviene valore, il danno cui ci si espone diventa indice di coraggio''.

''Tutti gli strumenti di deterrenza e di prevenzione per dissuadere i giovani dal cominciare a fumare e aiutarli a smettere - annuncia Marino - sono contenuti nel disegno di legge bipartisan, presentato insieme al Presidente Antonio Tomassini nel 2010: l'innalzamento a 18 anni dell'eta' per l'acquisto e il consumo di prodotti a base di tabacco; l'estensione del divieto di fumo alle pertinenze delle scuole; le maggiori sanzioni per chiunque venda o somministri prodotti a base di tabacco ai minori di diciotto anni; l'istituzione di un Fondo per la prevenzione e riduzione dei danni del tabagismo; l'inserimento di un 'bugiardino' che riveli presenza e quantita' delle sostanze cancerogene contenute nelle sigarette. E' tutto li', non c'e' bisogno di nuove leggi''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine ''No smoking be happy'', arriva una 'app' che aiuta a smettere

''No smoking be happy'', arriva una 'app' che aiuta a smettere

Da oggi arriva un supporto in piu' per chi decide di uscire dal tunnel delle bionde: un'applicazione per iPhone, iPad e iPod Touch disponibile per essere scaricata dal sito itunes.apple.com.

Promossa dalla Fondazione Veronesi e Fondazione Pfizer, non a caso si chiama ''No smoking be hAPPy'', come la campagna di lotta al fumo di sigaretta, che da oltre 3 anni la stessa Fondazione Veronesi promuove.

Come dimostrato da una recente ricerca, promossa nell'ambito della Campagna, la sola forza di volonta' non e' abbastanza per riuscire a smettere di fumare. Invece, uno dei fattori di supporto piu' importanti e' la presenza di un appoggio esterno, sia esso rappresentato da un aiuto professionale (medico o farmacista), o dalla partecipazione a gruppi di ascolto.

Altro elemento fondamentale oggi e' internet, che rappresenta la seconda risorsa per la ricerca di consigli su come abbandonare il vizio, subito dopo i Centri antifumo.

Da queste considerazioni nasce l'applicazione ''No smoking be hAPPy'', che coniuga il formato preferito dal target dei 33-45enni, che rappresentano la fetta maggiore dei fumatori, con la disponibilita' di un'importante fonte di informazioni utili, la praticita' di un ''diario di bordo'' dei progressi fatti e la comodita' di uno strumento interattivo.

L'applicazione e' divisa in due sezioni, ''No Smoking'' e ''Be Happy'', che a loro volta presentano diversi contenuti.

''La recente ricerca sul fumo che abbiamo deciso di commissionare - dichiara Paolo Veronesi, presidente della Fondazione Umberto Veronesi - ha dimostrato che, per smettere di fumare in modo definitivo, la sola forza di volonta' spesso non e' sufficiente, ma risulta fondamentale un appoggio morale e pratico proveniente dall'esterno.

L'applicazione e' stata realizzata ad hoc per rispondere a queste necessita', fornendo uno strumento completo ed efficace, realizzato attraverso uno dei canali preferiti dalla fetta di popolazione dove si sono registrati il maggior numero di fumatori. Questo ci ha permesso di ottenere un doppio risultato: sia di raggiungere attivamente questo target, sia di poterlo sostenere nel tempo, fattore fondamentale per la buona riuscita del percorso di disassuefazione''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine 3 pazienti su 4 pronti a spendere 2mila euro/anno. Mito Belen

3 pazienti su 4 pronti a spendere 2mila euro/anno. Mito Belen

Sono Belen Rodriguez e George Clooney i modelli ideali di bellezza, per somigliare ai quali 3 italiani su 4 sono disposti a spendere dai 500 ai 2mila euro l'anno. E' una fotografia in tempi di crisi sorprendente, quella che emerge da un sondaggio effettuato nel mese di aprile 2012 dai medici della Societa' Italiana di Medicina Estetica tra i pazienti che frequentano i loro studi, e presentato oggi a Roma in occasione dell'apertura del XXXIII Congresso Nazionale della Societa' di Medicina Estetica (SIME) e VII Congresso Nazionale dell'Accademia Italiana di Medicina Anti-Aging. Obiettivo, capire le motivazioni che spingono i pazienti a rivolgersi allo studio e scattare un identikit delle dinamiche che portano donne e uomini a intervenire sul proprio fisico per... 'stare meglio'.

Quasi 2 pazienti su 3 (62,2%) ammettono di essersi avvicinati alla medicina estetica su consiglio di amiche e amici, e 'solo' 1 su 5 (19,6%) su consiglio di un medico, mentre il 29,6% grazie alle informazioni raccolte sulla stampa: giornali il doppio di radio e TV. I perche' sono molteplici: primo fra tutti il desiderio di ritardare l'invecchiamento cutaneo. Ma un ruolo importante giocano anche il non accettarsi per quello che si e' e una certa sensazione di disarmonia della figura. Piu' di 7 pazienti su 10 (il 70,9%) si sono rivolti a un medico specifico grazie ai buoni risultati che questo ha ottenuto su amiche e amici, mentre quasi 1 su 5 su suggerimento di un altro professionista: dal medico di famiglia al dermatologo, dal ginecologo al chirurgo plastico. La maggior parte delle pazienti frequenta uno studio di medicina estetica da 4-5 anni, e solo una piccolissima parte (2,8%) rappresentano delle vere e proprie 'affezionate' che da oltre 15 anni non tradiscono il proprio medico estetico. 1 su 3 (36,5%) tende ad andare dal medico estetico circa ogni due mesi, ma ci sono donne (2,5%) che almeno ogni due settimane fanno una 'visitina' di controllo!

Il medico non si e' limitato a fare esattamente quanto gli e' stato chiesto: filler (47,9%), biostimolazione (61,7%) e peeling (50,4%) sono stati eseguiti con piu' frequenza e a piu' persone di quante li abbiano richiesti... La maggior parte della clientela (38,8%) del medico di medicina estetica dichiara di essere disposta ad investire 'in bellezza' da 500 a 1000 euro l'anno, e un altro terzo si spinge fino a 2mila euro (34,7%). Ma c'e' anche chi non si ferma di fronte a nessun ostacolo, considerando 'possibile' superare anche i 5mila euro l'anno (1,1%). E non e' tutto: perche' oltre alle spesa del medico di medicina estetica ci sono poi cosmetici e palestre, parrucchieri e estetiste che, alla fine, per quasi 4 persone su 10 (39,9%) costano dai 500 ai mille euro l'anno. E per qualcuno anche quasi 500 al mese.

E, nonostante i tempi di crisi e le facili tentazioni degli sconti e delle offerte irrinunciabili, pochi (10,0%) sono coloro che hanno finito col cedere alle lusinghe di offerte tipo 'Groupon'. Ma solo per estetiste, parrucchieri e trattamenti cosmetologici piu'.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine 6 mamme su 10 scelgono gelato come merenda per figli

6 mamme su 10 scelgono gelato come merenda per figli

''Ben 6 mamme italiane su 10 scelgono il gelato come merenda per i loro figli e lo acquistano almeno 1 volta a settimana. Da giugno a settembre se ne mangiano circa 2,5 kg a testa, pari al 60% del gelato consumato nell'arco dei 12 mesi''. E' il risultato di una ricerca affidata dall'Istituto del Gelato italiano (Igi) ad Eurisko.

''In effetti - spiega Pietro Antonio Migliaccio, nutrizionista clinico - il gelato puo' rappresentare un'ottima merenda sempre, ma soprattutto d'estate. E' di facile digestione ed e' anche rinfrescante poiche' il freddo sulla lingua trasferisce immediatamente all'organismo una sensazione di 'freschezza'''.

Secondo Eurisko, ''il momento della giornata preferito dai nostri connazionali per gustare un buon gelato e' al pomeriggio per gli adulti e a merenda per bambini e ragazzi (62%). A seguire troviamo il gelato consumato la sera dopo cena (40%) e come dessert (13%). Mentre il 7% degli italiani durante la bella stagione sceglie di consumare un gelato come sostituto del pasto a pranzo. Il gelato e' buono per il suo contenuto di liquidi, da un minimo di 43-44% ad un massimo del 75% con una media del 60% circa, infatti contribuisce a reintegrare l'acqua persa con il sudore''.

''Il gelato piu' adatto per la merenda dei piu' piccoli - conclude Migliaccio - e' il gelato di crema, fiordilatte, o cioccolato tra due biscotti. Contiene proteine, grassi, zuccheri e anche un po' di carboidrati complessi derivanti dalla parte di biscotto''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme dermatologi, sole da non sottovalutare.Proteggi la tua pelle

Allarme dermatologi, sole da non sottovalutare.Proteggi la tua pelle

Brutte notizie per gli amanti della bella stagione: la primavera tardera' ancora ad arrivare. Gli esperti meteorologi, infatti, hanno previsto che ci vorra' non meno di una settimana prima che il tempo migliori stabilmente e le temperature abbandonino definitivamente valori tipicamente invernali. Tuttavia gia' da adesso occorre darsi da fare per preparare nel migliore dei modi il proprio corpo all'impatto con il primo sole. Fabio Rinaldi, dermatologo a Milano e presidente dell'IHRF - International Hair Research Foundation, mette in guardia circa i rischi per la pelle e i capelli.

Con le prime giornate di sereno e' forte il bisogno di stare all'aperto e sentire addosso tutti i benefici dell'esposizione solare. Si abbandonano le palestre per fare attivita' sportiva en plein air, si predilige andare in bici, fare lunghe passeggiate e, per chi ne ha la possibilita', approfittare, perche' no, anche di una sosta al mare. Il sole e' senza ombra di dubbio fondamentale per l'organismo e ha su di esso numerosi effetti benefici: stimola la sintesi della vitamina D, accentua il tono fisico e muscolare, migliora l'umore, attenua i dolori muscolari. Ma bisogna prestare attenzione ai rischi cui vengono esposti pelle e capelli: il sole primaverile puo' risultare infatti molto pericoloso soprattutto perche' la pelle, pallida e indifesa dopo l'inverno, e' particolarmente vulnerabile.

''Il sole primaverile - conferma Rinaldi - e' molto insidioso: la pelle, infatti, difficilmente si arrossa e quindi viene percepito erroneamente come meno dannoso. Si tende dunque a sottovalutare il trauma che la pelle subisce proprio in primavera, in cui le occasioni di esposizione ai raggi ultravioletti si moltiplicano all'improvviso''. ''Lo stesso vale per i capelli - continua il dermatologo - ai quali si tende generalmente a dare minor peso in termini di protezione, non tenendo conto che una moderata esposizione al sole puo' nuocere ai loro bulbi e quindi danneggiare il cuoio capelluto''.

Rinaldi non si riferisce soltanto al sole che si puo' prendere in montagna o al mare approfittando delle prime belle giornate primaverili. ''Quello che si prende in citta' - chiarisce l'esperto - e' anzi di gran lunga piu' pericoloso. Spesso in questi casi, infatti, l'esposizione al sole e' involontaria e, quindi, non protetta: cio' puo' provocare scottature, arrossamenti ed eritemi che sono la causa principale dell'invecchiamento cutaneo. Inoltre anche i capelli rischiano di inaridirsi e danneggiarsi per l'eccessiva esposizione ai raggi UVA''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme nutrizionisti, nel 2025 saranno obesi 20 mln italiani

Allarme nutrizionisti, nel 2025 saranno obesi 20 mln italiani

Al risanamento dei conti pubblici potrebbe concorrere una vera e propria ''manovra dietetica''.

In Italia, infatti, secondo l'ultimo autorevole studio in materia condotto dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, gli obesi in eta' adulta ammontano a poco meno di 5 milioni (il 10% della popolazione), per un costo sociale annuo pari 8,3 miliardi di euro (circa il 6,7% della spesa pubblica). Un prezzo che, senza qualche intervento governativo, non potra' che peggiorare, tant'e' che nel 2025 si stima che il tasso di obesita' possa salire addirittura al 43%. Non solo. Secondo lo studio piu' ampio mai svolto dalla commissione europea Idefics (Identificazione e prevenzione di effetti dietetici e stile di via indotti in giovani e bambini), l'Italia registra il primato per sovrappeso e obesita' nella fascia d'eta' compresa tra i 6 e i 9 anni. E nel Belpaese l'aumento dell'obesita' infantile segna un +2,5% ogni 5 anni.

Queste ed altre cifre allarmanti sono state rese note nell'ambito dell'iniziativa ''Lotta al sovrappeso e all'obesita'. Anno III'' promossa da Gianluca Mech e dal Centro Studi Tisanoreica, con il coinvolgimento di FIMMG (Federazione Medici di Famiglia), FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), Federsanita' - Anci (Servizi Socio-Sanitari Territoriali) e Assofarm (Associazione Nazionale Farmacie Comunali), nel solco di un'alleanza istituzionale anti-obesita' che va avanti ormai da oltre due anni.

Secondo Mech, impegnato in una campagna anti-obesita' che ha coinvolto prima i sindaci e ora anche i parlamentari, vanno sensibilizzati i medici generici e i pediatri affinche' prescrivano ai loro pazienti in sovrappeso delle diete a basso indice glicemico: ''se solo la meta' degli italiani seguisse questo regime alimentare, - ha detto - il tasso di obesita' in eta' adulta diminuirebbe dal 10% al 5% della popolazione totale: in soldoni, quasi 1.500.000 obesi in meno e, di conseguenza, una riduzione di quasi 2,5 miliardi di euro del costo sanitario annuo sostenuto per curarli''.

In tutto il resto del mondo si sta correndo ai ripari contro l'obesita'. A partire dagli Stati Uniti, dove, dopo 30 anni di crescita record, i tassi di obesita' (che costa allo Stato 147 miliardi di dollari l'anno) sembrano essersi stabilizzati: merito della vera e propria crociata intrapresa contro il junk food. Mentre si torna a parlare insistentemente di una tassa sulle bibite gasate, che comporterebbe non solo un introito di 13 miliardi di dollari l'anno, ma anche un risparmio di 17 miliardi di spese mediche grazie alla riduzione dell'incidenza di diabete e malattie cardiache. In Francia, dove circa il 15% della popolazione adulta e' obesa e la spesa per le cure e' arrivata all'8%, il Ministero della Salute sta valutando di intervenire limitando il numero degli spot televisivi di prodotti ad alto contenuto di zuccheri trasmessi nelle fasce orarie piu' seguite dai giovani.

In Germania, dove l'obesita' grave riguarda addirittura il 30% della popolazione, tanto che l'OCSE l'ha definita ''malattia nazionale'', i ministeri competenti hanno stabilito un piano d'azione che prevede, tra l'altro, la consegna di un patentino alimentare ai bambini delle elementari, la definizione di standard qualitativi per le mense, l'informatizzazione dell'approvvigionamento scolastico e una campagna anti-anoressia. La Spagna ha superato gli USA nell'obesita' infantile (19% contro 16%) ed e' in aumento l'8% dei costi totali del sistema sanitario imputabile all'eccesso di peso, il Comune di Madrid ha presentato la nuova campagna ''Mide tu salud'' (Misura la tua salute) tesa a promuovere l'autocontrollo del peso. E ancora: La Danimarca ha introdotto una tassa sul grasso (burro, latte, carne, pizza ecc.); in Ungheria c'e' la ''tassa-chips'', sugli alimenti particolarmente zuccherati o salati nonche' sulle bibite con contenuto di frutta inferiore al 25% e sugli energy drink. E in Svizzera l'alimentazione sana viene insegnata con il pc.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allarme tricologi, 18% degli adolescenti perde i capelli

Allarme tricologi, 18% degli adolescenti perde i capelli

Ben il 18% degli adolescenti italiani, uno su cinque, ha problemi di perdita di capelli.

Lo afferma una ricerca promossa su un campione di 10 mila ragazzi italiani con la collaborazione di oltre 100 dermatologi sparsi su tutto il territorio nazionale da ''IHRF, fondazione di ricerca per la patologia sui capelli'' presieduta dal dermatologo Fabio Rinaldi.

Secondo lo studio, l'acuirsi dei fenomeni di caduta si concentra soprattutto tra i 12 e i 20 anni e colpisce maggiormente i maschi (60% dei casi) rispetto alle ragazze che hanno invece problemi in una percentuale del 40% anche se il loro numero sta aumentando decisamente.

E' molto interessante notare che la maggior parte di questi adolescenti (sia maschi che femmine) manifesta la forma di alopecia androgenetica (cioe' la forma piu' comune di calvizie). Nella maggior parte dei casi questi ragazzi hanno capelli che diventano sempre piu' fini, una caduta accentuata, un aumento della secrezione del sebo, fino a sviluppare un vero e proprio diradamento.

In tutti questi casi la causa e' per lo piu' genetica, legata alla trasmissione di un errore sui geni del cromosoma X ereditati dalla madri. In molti casi, soprattutto nelle ragazze la caduta dei capelli puo' essere innescata da cattive abitudini alimentari (gravi disturbi alimentari), il fumo e il sonno insufficiente. Molto meno importante e', contrariamente al credo comune, l'uso eccessivo di gel cosmetici.

Ma e' soprattutto a livello psicologico che il problema impatta duramente sui giovani. Nel 90% dei casi vivono il problema come prioritario e condizionante, nel 60% lo patiscono come una menomazione estetica e se ne vergognano, fino a isolarsi riducendo la frequenza scolastica e la compagnia degli amici addirittura nel 35% dei casi studiati.

Che fare? Secondo Rinaldi, ''e' indispensabile rassicurare questi ragazzi sulla possibilita' di contrastare la caduta con una diagnosi dermatologica il piu' precoce possibile, per evitare la progressione della calvizie e la ripercussione sulla qualita' della vita. Al giorno d'oggi - spiega - ci sono molti rimedi terapeutici utili, come per esempio i fattori di crescita naturali o di biotecnologia, che possono portare a una soluzione del problema nel 90% di questi ragazzi''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Allergie: in Italia problema per 20% bimbi. Le regole d'oro dei pediatri

Allergie: in Italia problema per 20% bimbi. Le regole d'oro dei pediatri

Piante e fiori rinascono, il polline si diffonde nell'aria: e' arrivata la primavera! Per molte persone, pero', la stagione mite coincide con la comparsa delle allergie: starnuti, occhi arrossati, naso gocciolante, prurito, lacrimazione degli occhi, tosse continua sono i primi sintomi di una patologia che puo' condurre, in alcuni casi, a problemi respiratori piu' gravi, fino alla comparsa di asma. ''Le allergie - ha dichiarato Daniele Ghiglioni pediatra allergologo e dirigente dell'Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano presso l'ospedale Macedonio Melloni - sono malattie multifattoriali, cioe' determinate da una combinazione di cause ereditarie ed ambientali. Tali fattori agiscono sul nostro sistema immunitario modificandolo, cioe' inducendolo a rispondere in modo anomalo a sostanze generalmente innocue, come per esempio i pollini''. Questo fenomeno e' in costante aumento, soprattutto nei piu' piccoli: in Italia, circa il 20% dei bambini ha problemi di allergia, mentre negli anni ''90 ne soffriva solo il 7%. Tra la cause principali di questa impennata, gli stili e le condizioni di vita tipicamente ''occidentali'': inquinamento, stress, fumo, cattiva alimentazione, eccessiva igiene personale.

E proprio rivolgendosi alle future mamme, i pediatri della SIPPS hanno stilato un elenco di semplici misure preventive da seguire fin dai primi giorni della gravidanza e nei primi mesi di vita del neonato: smettere di fumare, contenere se possibile l'esposizione all'inquinamento ambientale, utilizzare solo se prescritti alcuni farmaci ( antiacidi, paracetamolo, antibiotici), evitare le situazioni di stress, evitare di esporre i neonati al fumo passivo, favorire l'allattamento al seno per almeno sei mesi.

Spesso nei bambini e' difficile riconoscere le allergie, perche' i sintomi iniziali possono sembrare quelli di una semplice influenza o di un raffreddore. Se il genitore sospetta un caso di allergia nel proprio bambino, il primo passo e' quello di rivolgersi al pediatra di fiducia, che lo indirizzera', quando necessario, presso un centro specializzato di allergologia pediatrica. Normalmente, dopo una prima fase di raccolta di informazioni e del quadro dei sintomi, il pediatra allergologo effettuera' alcuni test per verificare la sensibilizzazione a sostanze potenzialmente allergeniche, sia sulla cute (prick test), sia nel sangue (Immunoglobuline E o IgE, anticorpi elevati in caso di reazioni allergiche). Una volta accertata la presenza di allergia, vanno messe in atto diverse misure di ''prevenzione secondaria'', cioe' azioni che prevengono i sintomi che si sviluppano al contatto con gli allergeni. Per le allergie provocate dagli acari, come sostengono i pediatri SIPPS, particolarmente importanti risultano essere gli interventi di prevenzione ambientale.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Anifa, primavera tempo di starnuti. 45% italiani allergici

Anifa, primavera tempo di starnuti. 45% italiani allergici

L'allergia di stagione vero e proprio ''tormento'' per il 45% degli italiani: a confermarlo e' un'indagine promossa da Anifa (Associazione Nazionale dell'Industria Farmaceutica dell'Automedicazione) e condotta su un campione di Italiani fra i 25 e i 65 anni, secondo la quale la comparsa dei primi pollini e' di gran lunga il primo evento che scatena i fastidiosi sintomi delle allergie stagionali. L'elevata incidenza di questa patologia e dei sintomi ad essa correlati fa si' che l'allergia non sia solo un problema di salute per molti ma anche un vero e proprio costo sociale: astensionismo dal lavoro e assenze scolastiche di dimensioni anche maggiori rispetto all'influenza invernale.

L'allergia ha cause multifattoriali. In prima istanza vi e' sicuramente una predisposizione genetica dell'individuo, in secondo luogo vi sono i fattori ambientali primo tra i quali lo smog. Il processo di industrializzazione gioca un ruolo importante, infatti la maggior parte dei soggetti allergici si riscontra nei Paesi piu' industrializzati e nei grossi centri urbani. Gli inquinanti, infatti, si attaccano alla superficie dei pollini che si disperdono nell'aria in primavera, alterando il loro potenziale antigenico e inducendo un'infiammazione delle vie aeree che aumenta la permeabilita' delle mucose.

''Allergia infatti e' un vocabolo di derivazione greca e significa reagire in modo diverso - dichiara il Renato Gaini, Direttore della Clinica Otorinolaringoiatria Universita' degli Studi di Milano - Bicocca -. Si parla di allergia quando si verifica una risposta anomala dell'organismo al contatto con sostanze estranee, i cosiddetti allergeni, normalmente innocue. Con l'avvicinarsi della bella stagione particolarmente diffusa e', a carico dell'apparato respiratorio, la rinite allergica, volgarmente anche detta raffreddore da fieno''.

La tanto temuta fioritura delle piante, a seconda delle specie, inizia gia' dal mese di marzo e per il popolo degli allergici la primavera si fa subito sentire: starnuti per l'80% degli italiani e poi gocciolamento nasale (58%), lacrimazione (55%) prurito nasale e oculare (rispettivamente nel 54% e 52% dei casi), congestione nasale e occhi lucidi (48% e 42%) e talvolta anche tosse (38%). E come se non bastasse anche l'umore va giu': stanchezza eccessiva per le donne (46%) e irritabilita' per gli uomini (45%). Quando i sintomi dell'allergia si palesano, quasi una donna su due si rivolge al medico mentre addirittura il 23% degli uomini aspetta che passino da soli. In questo scenario ben 7 italiani su 10 si affidano ai farmaci di automedicazione, ritenendoli il rimedio piu' indicato per fronteggiare il malanno, seguiti poi dai farmaci da prescrizione (64%), dai prodotti omeopatici/erboristici (40%) e infine dai vaccini (38%). Questi ultimi, sempre secondo l'indagine Anifa, vengono preferiti soprattutto dagli uomini over 55, ma l'idea piu' comune e' che non siano utili per tutti ma abbiano efficacia solo su alcune persone e molti dubbi sussistono se ricorrervi sia effettivamente la scelta giusta. In ogni caso e' bene tenere presente che per i farmaci da prescrizione e i vaccini e' indispensabile il controllo e l'intervento del medico.

''Ad oggi - conclude Gaini - le terapie disponibili per contrastare l'allergia consentono piu' che altro di gestirne gli effetti, infatti i farmaci che vengono utilizzati hanno prevalentemente lo scopo di ridurre la risposta infiammatoria''. Infine e' sempre bene tenere a mente alcuni semplici ma preziosi consigli pratici contro le allergie: durante le giornate secche e ventose e' piu' alta la concentrazione di pollini e quindi e' meglio rimanere in casa a leggere un buon libro piuttosto che trascorrere tempo all'aperto. Per chi non resiste invece al sole primaverile, e' possibile tenere sempre sott'occhio il calendario dei pollini. Esistono veri e propri centri informativi regionali sulla ''fioritura delle piante'' che trasmettono bollettini settimanali delle zone a maggiori rischio allergico.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Anoressia e bulimia spettro giovanissime. Prevenire dall'infanzia

Anoressia e bulimia spettro giovanissime. Prevenire dall'infanzia

Anoressia e bulimia colpiscono oggi tra le 150 e le 200mila donne solo in Italia. Rappresentano la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di eta' compresa tra i 12 e i 25 anni. I dati diffusi dal Sisdca, Societa' italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare, ci danno un quadro sconfortante, ma qualcosa e' possibile fare fin dall'infanzia. Giovanni Porta, psicoterapeuta romano, vuole dare una mano ai genitori su questo problema, proprio in occasione della giornata nazionale del del ''Fiocchetto Lilla'' per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul problema dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

''Le cause dell'insorgere dei disturbi nel comportamento alimentare - spiega - possono essere molteplici. Alcuni fattori sono esterni alla famiglia, e riguardano ad esempio il contesto che la persona (spesso adolescente) vive fuori da casa, ad esempio scuola e amicizie; inoltre, difficilmente questo tipo di disturbi si instaura senza un fattore scatenante, vale a dire un episodio difficile o stressante che coinvolge la persona. Altri fattori, invece, riguardano la vita familiare sia in eta' infantile che pre-adolescenziale e adolescenziale, e proprio su questi fattori si puo' fare prevenzione, iniziando dalle piccole cose''.

A cominciare dall'aiuto e dall'ascolto: ''Aiutate i vostri figli quando sono piccoli a dare un nome alle sue emozioni.

Puo' sembrare una cosa scontata - spiega lo psicoterapeuta - ma insegnare al bambino a dare un nome ai vari stati emotivi, e insegnargli a metterli in relazione con quanto gli sta capitando, e' un modo importante per fargli sviluppare un senso di auto-efficacia che gli consentira' progressivamente di riconoscere autonomamente i suoi bisogni ed emozioni, e provare a soddisfarli lui stesso, se possibile, oppure chiedendo aiuto a qualche adulto''. E no alla colpevolizzazione: ''Condannare le emozioni meno accettabili socialmente, come ad esempio la rabbia o il dolore, non migliora la situazione di chi le prova, anzi.

Le famiglie di origine sia delle pazienti anoressiche sia di quelle bulimiche sono spesso molto attente alle apparenze, e quando i figli manifestano malessere, esso non viene gestito e risolto, ma ignorato o peggio colpevolizzato''.

''La rabbia - aggiunge - e' un'emozione particolare: si 'accende' quando il nostro spazio (fisico o psichico) viene invaso, oppure quando una nostra aspettativa viene delusa. La rabbia piu' profonda e' pero' quella generata da un miscuglio di tristezza e impotenza. Quest'ultimo tipo di rabbia e' molto evidente nelle anoressiche, le quali hanno visto per anni frustrati i propri bisogni di accoglimento e comprensione, avendo di fronte genitori poco empatici e interessati per lo piu' a sbrigare bene il compito del loro accudimento fisico''.

Dunque, i genitori devono cercare di rassicrare, non di generare paure: ''Le figure genitoriali di molte bulimiche generano spesso confusione, in quanto alle volte sono rassicuranti e disponibili, altre volte invece sono loro a generare paura, attraverso comportamenti inappropriati o violenti, oppure perche' sono in preda a paure proprie che passano alle figlie. Anche se siete genitori, non e' detto che non abbiate paura o sconforto, non c'e' nulla di male.

Non dimenticate pero' di nutrirvi, e costruire per voi stessi un posto dove essere rassicurati, se necessario, e nutriti.

Questo posto puo' essere la relazione col partner, con gli amici, con altre figure di riferimento. Se non avete nessuna di queste persone chiedete l'aiuto di un professionista, ma non lasciate che le vostre collere e le vostre paure pesino sui vostri figli, soprattutto quando sono piccoli''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Arriva caldo, Ministero mette in campo programma Estate Sicura

Arriva caldo, Ministero mette in campo programma Estate Sicura

''In previsione di possibili incrementi di temperatura collegati all'approssimarsi della stagione estiva che potrebbero costituire soprattutto per le fasce piu' vulnerabili della popolazione un rischio per la salute, il Ministero ha varato anche quest'anno, a supporto delle iniziative locali, il Programma Nazionale di Prevenzione ''Estate sicura 2013'' ed ha reso disponibili sul sito istituzionale informazioni e consigli sulle misure generali da adottare per affrontare il caldo senza rischi''.

Lo annuncia in una nota il ministro Lorenzin, specificando che ''nell'ambito del programma e' operativo nelle principali citta' il Sistema nazionale di Previsione e Allarme per ondate di calore, che consente di individuare, con un anticipo di almeno 72 ore le condizioni meteo-climatiche che possono avere un impatto significativo sulla salute delle categorie piu' esposte, consentendo alle autorita' locali di attivare sul territorio piani di sorveglianza e prevenzione nei confronti delle fasce di popolazione piu' a rischio (anziani fragili, malati cronici, neonati e bambini piccoli, i senza fissa dimora)''.

Ad oggi i diversi modelli di previsione stagionale indicano sul territorio nazionale valori di temperatura confrontabili alla media stagionale con possibili incrementi al disopra delle medie, specialmente in alcune aree del centro-sud e nelle isole. L'ultima previsione del Sistema Nazionale di Previsione e Allarme per ondate di calore del Ministero della Salute non segnala l'arrivo di ondate di calore fino alla fine di questa settimana.

Sulla base dei modelli di previsione stagionale vengono elaborati dei bollettini giornalieri sui possibili effetti per la salute, su una scala che va dal livello ''zero'', corrispondente all'assenza di rischio, al livello ''tre'', che prevede condizioni di rischio elevato e persistente per tre o piu' giorni consecutivi.

Per l'estate 2013 il Sistema e' operativo dal 1 giugno al 15 settembre 2013 in 27 citta' italiane (Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo), mentre in 34 citta' sono disponibili piani di prevenzione locali, con una copertura di circa il 90% della popolazione di eta' maggiore a 65 anni residente nelle aree urbane.

Sul portale del Ministero www.salute.gov.it e' disponibile un'area dedicata al tema ondate di calore rivolta ai cittadini, agli operatori ed ai soggetti istituzionali, che fornisce giornalmente informazioni sulle previsioni del caldo estremo (bollettini giornalieri), sulle misure di prevenzione per affrontare l'afa rivolte in particolare alle persone piu' fragili e agli altri gruppi di popolazione a rischio. Sul sito oltre alle previsioni delle ondate di calore e' possibile consultare opuscoli, Faq (domande e risposte), linee di indirizzo e raccomandazioni agli operatori. Al riguardo, si sottolinea che quest'anno le Linee di indirizzo per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute sono state aggiornate. Il documento e' rivolto a Regioni, Province, Comuni, ai medici di medicina generale, ai medici ospedalieri e in generale a tutti gli operatori socio sanitari coinvolti nell'assistenza e nella gestione della popolazione a rischio.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Assotutela, esami meno costosi se effettuati privatamente

Assotutela, esami meno costosi se effettuati privatamente

''Emocromo, colesterolo, transaminasi, bilirubina, glucosio, ferro, analisi delle urine, ecografie costano sorprendentemente di piu' rivolgendosi in ospedale come utenti del servizio sanitario nazionale e meno nella stessa struttura ospedaliera, con gli stessi specialisti e le stesse strumentazioni, presentandosi come pazienti paganti in proprio. La cosa piu' grave e' che il costo si abbatte ancora di piu' se ci si rivolge alle strutture private'', e' il risultato di uno studio di Assotutela che ha comparato i costi tra strutture sanitarie pubbliche e private.

''Tutta colpa - sottolinea l'indagine - della tassa statale di 10 euro per ogni impegnativa SSN che, per legge, puo' contenere fino a un massimo di otto indagini diagnostiche della stessa specialita' oppure otto esami di laboratorio.

Per i test ematologici, i piu' comuni e diffusi, si fa presto a moltiplicare le spese. Un esame urine effettuato in un regime aziendale puo' arrivare al massimo di 5 euro, eseguito da un privato il costo arriva a 7 euro, se eseguito invece nelle strutture pubbliche della nostra regione, con ricetta rossa, si arriva a 15,14 euro, grazie ai 10 euro della manovra e ai 4 euro stabiliti per legge regionale''.

''Ma l'aperta contraddizione spicca se ci si presenta alle analisi in tre 'status' diversi - come utente pubblico, pagante in proprio o privato - domandando i medesimi esami ambulatoriali. Insomma, e' proprio la tassa di 10 euro che contribuisce al 'sorpasso della convenienza' del privato sul pubblico. Ecografie delle parti molli, ecografie mammarie, ecografie muscolo-tendinee, ecografie ostetriche, ecografie transvaginali, ecografie alle anche per neonati costano intorno ai 50 euro ciascuna, scegliendo il medico e senza attese se erogate in libera professione in una struttura privata o 'intramoenia'. Con la ricetta ''Sistema sanitario Nazionale'' in qualsiasi centro pubblico o privato convenzionato il costo per le stesse e' di circa 40 euro, pochi euro di differenza ma il chiaro svantaggio di fare la lista d'attesa'', conclude il presidente di Assotutela Michel Emi Maritato.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Bellezza: la cellulite si conferma nemico numero Uno delle donne

Bellezza: la cellulite si conferma nemico numero Uno delle donne

Cambia l'anno, ma le paure restano sempre le stesse. Anche nel 2013, infatti, cellulite, rughe e peluria si confermano tra gli incubi piu' temuti dalle donne italiane, al punto tale da essere considerati veri e propri nemici che attentano alla bellezza femminile e che, per questo, vanno sconfitti con le migliori armi presenti sul mercato. A far emergere questa realta' e' una ricerca condotta dal Centro Studi Guam su un panel di 1000 donne di eta' compresa tra i 18 e i 50 anni che ha permesso di stilare la top ten degli inestetismi piu' detestati.

Con il 75% delle votazioni, la pelle a buccia d'arancia si conferma il cruccio piu' grande che tormenta le italiane nel tentativo di trovare una soluzione a scelta tra l'esercizio fisico costante e mirato alle zone in cu il problema e' localizzato, le diete e l'utilizzo di prodotti specifici quali creme e fanghi d'alga, soprattutto alla vigilia della fatidica prova costume.

A seguire, con il 45%, le rughe (preziosa risorsa per il mercato dei prodotti antiage, dei filler riempitivi e dei trattamenti laser), la cui comparsa diventa subdola rivelatrice dell'eta' anagrafica e, peggio, di una parola che fa paura a molte: invecchiamento. Altro annoso problema sembra essere poi la peluria indesiderata (39%), che rende le italiane schiave di sedute di fotoepilazione a luce pulsata e dolorose cerette.

Le smagliature, invece, assillano il 35% del gentil sesso , mentre la pancia gonfia si attesta al 25% e i fianchi appesantiti al 22% col ricorso a tisane depurative, creme e diete molto spesso poco equilibrate.

Il 10% delle donne ha inoltre dichiarato di temere la caduta dei capelli, molto spesso reazione allo stress provocato dal calore eccessivo di phon e piastre, nonche' a trattamenti aggressivi quali tinte, meches e stirature chimiche e alla quale si cerca di rimediare con trattamenti tricologici o cure farmacologiche che possono presentare rischi e controindicazioni.

Anche le macchie cutanee (7%) che talvolta compaiono con l'eta' o dopo l'esposizione al sole rappresentano una fastidiosa fonte di preoccupazione per chi non ha la possibilita' di ricorrere a sedute di laser o di peeling chimico per attenuarle. Brufoli e occhiaie a pari merito (5%) sono invece seccature soprattutto per le adolescenti.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Bellezza: nonostante la crisi e' boom del 'ritocchino' tra gli uomini

Bellezza: nonostante la crisi e' boom del 'ritocchino' tra gli uomini

''Nonostante la crisi, anche in Italia sono sempre piu' i maschi che ricorrono alla chirurgia estetica. Non importa se hanno 20 o 60 anni, il ricorso al bisturi per gli uomini e' in progressiva ascesa''. Parola di Egidio Riggio, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica e microchirurgia presso l'Istituto Nazionale Tumori di Milano, che sottolina come ''addominoplastica e blefaroplastica siano tra gli interventi piu' richiesti per i maschi, anche se sicuramente la rinoplastica si conferma al primo posto per motivi estetici del volto, diretti e abbastanza visibili''.

E' ormai un vero e proprio boom. Dal nuovo al vecchio continente, sempre piu' uomini maniaci della bellezza ricorrono sia al bisturi che alla cosmesi per correggere imperfezioni e inestetismi del proprio corpo. Se a Bologna, in occasione del recente Cosmoprof, si e' discusso sull'incremento mondiale dell'utilizzo di prodotti cosmetici da parti di uomini con un giro d'affari di circa 33 miliardi nell'ultimo anno, i dati recentemente diffusi dall'International Society of Aesthetic plastic surgery (Isaps), dimostrano invece che la chirurgia estetica al maschile rappresenta ormai circa il 30% del totale. Tanto da far addirittura pensare ad un sorpasso sulle donne:''Non nell'immediato, ma non escludo in un prossimo futuro'', osserva Riggio che ha messo a punto una rivoluzionaria tecnica di mastoplastica additiva piu' sicura e naturale denominata Zenith, comparsa sulla prestigiosa rivista scientifica Aesthetic Plastic Surgery.

Conferme arrivano anche dall'estero: se infatti l'autorevolissimo blog inglese d'informazione Huffington Post Uk ci rivela che ''Secondo Transform, il principale servizio di chirurgia estetica in Inghilterra, nel 2012 il numero di uomini britannici andati sotto i ferri per ridurre il seno e' aumentato del 28% rispetto all'anno precedente'', negli Usa la ginecomastia e' stato l'intervento piu' richiesto nell'ultimo anno con un aumento del 5% delle operazioni realizzate tra la popolazione maschile. La popolarissima Bild invece parla di vera e propria ''mania maschile per l'estetica di collo e naso''. Secondo la testata teutonica, che cita i dati della Societa' Tedesca dei Chirurghi Estetici, ''un intervento su tre di correzione del collo e uno su cinque di rimodellamento del naso e' effettuato su un paziente di sesso maschile. Sui 500.000 interventi estetici realizzati in un anno in Germania un terzo riguarda gli uomini e tra i piu' richiesti dal sesso forte ci sono il trapianto dei capelli, l'eliminazione del doppio mento, liposuzione alla pancia, blefaroplastica e rimozione delle zampe di gallina dagli occhi''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Bellezza: ogni mese 1000 italiani chiedono prestito per 'ritocchino'

Bellezza: ogni mese 1000 italiani chiedono prestito per 'ritocchino'

Belli a tutti i costi, anche col prestito. Secondo Prestiti.it - broker online per il confronto prestiti - oltre mille italiani, ogni mese, richiedono un finanziamento per gestire i propri trattamenti estetici.

Che si tratti di vera e propria chirurgia estetica, di trattamenti di depilazione definitiva o di semplici iniezioni di filler per rallentare i segni dell'invecchiamento, quello che e' evidente e' che, crisi o non crisi, la cura del corpo continua ad essere un'esigenza degli italiani. E, complice la possibilita' di dilazionare i pagamenti, sono in aumento le richieste per trattamenti di ogni genere.

L'analisi delle richieste di finanziamento fatta da Prestiti.it, tuttavia, fornisce dettagli che sorprendono: il 56% delle domande di prestito arriva da uomini, mentre la richiesta del gentil sesso si ferma al 44%. Va detto, ad ogni modo, che la presenza delle donne e' piuttosto significativa, visto che solitamente questa resta al di sotto del 25%: il campione maschile, stando alle statistiche, e' molto piu' avvezzo al credito al consumo rispetto a quello femminile.

L'eta' media al momento della domanda e' di 40 anni - eta' particolarmente significativa, perche' segna l'ingresso nel mondo degli ''anta'' - mentre la cifra media richiesta e' pari a 9.200 euro, che i richiedenti mirano a rimborsare in cinque anni (59 mesi, per l'esattezza).

A ben vedere, l'importo medio richiesto fa pensare a interventi di medicina estetica, piuttosto che a semplici trattamenti dall'estetista: una rinoplastica, per fare qualche esempio, costa dai 4.000 agli 8.000 euro, un intervento al seno dai 6.000 ai 10.000 euro, un trapianto di capelli dai 3.000 ai 7.000 euro. A richiedere un finanziamento finalizzato al trattamento estetico sono soprattutto dipendenti privati (53%) e liberi professionisti (12%), ma colpisce che fra chi vuole ''ritoccarsi'' troviamo anche pensionati, disoccupati e casalinghe: queste tre categorie, insieme, rappresentano ben il 15% del campione totale.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Bellezza: rimedi antiage e nuove professioni, nasce il longevity trainer

Bellezza: rimedi antiage e nuove professioni, nasce il longevity trainer

Dal social media specialist al wedding planner, dal dog sitter al risk manager passando per il tour operator specializzato in mercatini, l'elenco delle nuove professioni , spesso dettate dalla 'crisi', e' lungo e sempre piu' variegato. E se prima la bellezza era intesa come ricerca affannosa della perfezione, oggi, a causa anche di una evidente inversione di tendenza, la cura di se' assume sempre piu' i contorni di una ricerca di benessere interiore.

E' da questa esigenza che nasce il 'longevity trainer', nuova figura professionale che fa capolino nelle fila delle nuove professioni, proprio con lo scopo di offrire una consulenza a 360* del benessere della persona. Attraverso l'analisi nel dettaglio della persona, ossia del suo stile di vita e della predisposizione a prendersi cura di se', il longevity trainer e' in grado di individuare le conseguenze che il tempo genera sulla pelle e di consigliare i trattamenti migliori per prevenire i danni del tempo.

Dall'alimentazione al movimento, dalla respirazione alla postura, ecco gli ingredienti che permettono a una persona di prendersi correttamente cura di se' e di favorire una rigenerazione cutanea della pelle del viso e non solo, riducendo i segni del tempo.

''Sempre piu' donne si dedicano alla cura del viso con trattamenti anti-age come ad esempio quelle che sfruttano gli effetti benefici dell'ossigeno. Noi abbiamo pensato che istituire una 'guida' vera e propria, che permettesse a donne e uomini di sentirsi informati e accompagnati in un percorso dall'inizio alla fine, includendo anche i trattamenti estetici, fosse alla base di questo cammino di benessere. E' per questo che abbiamo pensato al longevity trainer, figura a cui dedichiamo ampio spazio nella formazione delle nostre Accademie'', spiega Massimo Delle Grazie, Direttore Generale di MDM Group l'azienda che del lancio di questa nuova figura professionale sta facendo il suo cavallo di battaglia .

Il longevity trainer e', dunque, l'esperto che si coordina attivamente con il nutrizionista, con il personal trainer, con il medico e con l'estetista, al fine di diventare un vero e proprio punto di riferimento per le persone che decidono di rivolgersi a lui. MDM Group spiega che, sebbene la medicina antiaging sia importante, poiche' la prevenzione e lo sviluppo di tutte le potenzialita' del nostro organismo e della nostra pelle sono fondamentali per curare la nostra persona, ''E' altrettanto importante l'educazione al benessere, ossia la comprensione di tutti quegli aspetti che fanno della nostra pelle una risorsa da conservare a lungo nelle migliori condizioni'', conclude Delle Grazie.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Cancro al seno, nel nostro Paese si guarisce nove volte su dieci

Cancro al seno, nel nostro Paese si guarisce nove volte su dieci

Il tumore del seno fa sempre meno paura. Se diagnosticato in fase precoce, infatti, nel 90% dei casi guarisce perfettamente. Questo grazie anche ai progressi della ricerca, che vedono il nostro Paese capofila nel mondo per il trattamento e l'assistenza delle pazienti. ''Il contributo del Gruppo Italiano Mammella (GIM) e' stato determinante per raggiungere l'eccellenza - ha spiegato Francesco Cognetti, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Regina Elena di Roma, durante il convegno nazionale promosso dal GIM nella capitale per la presentazione degli ultimi lavori scientifici sul cancro al seno -. Il nostro network, che riunisce i maggiori specialisti italiani, e' nato dal desiderio di costituire un rapporto di stretta collaborazione clinica e scientifica tra tutti coloro che operano quotidianamente in questo settore.

Per assicurare alle pazienti il maggior livello assistenziale possibile, oltre a favorire il progresso nella ricerca.

Abbiamo compiuto grandi passi. Tutto il lavoro fatto finora rischia pero' di essere minato, nella sua validita', dalla mancata o non corretta applicazione di raccomandazioni e linee guida sul trattamento della patologia. Siamo preoccupati, come oncologi, dalla formulazione di proposte terapeutiche spesso minimaliste, che non tengono conto delle raccomandazioni provenienti dalle Societa' Scientifiche.

Queste modalita' di cura, seppure accattivanti per le pazienti per la loro durata ridotta ed una contenuta incidenza di effetti collaterali, spesso non sono sostenute da sufficienti prove scientifiche. Presentano quindi il rischio concreto di un minore effetto sulle possibilita' di guarigione''. Eppure, esistono ormai da tempo schemi terapeutici di comprovata efficacia, fondamentali per le oltre 46mila italiane che ogni anno si ammalano di neoplasia al seno. ''La Comunita' Oncologica Nazionale offre alle pazienti un'uniformita' di trattamenti e percorsi condivisi ed omogenei su tutto il territorio - ha detto Lucia del Mastro, dell'Oncologia Medica dell'IST di Genova -.

Questo permette da un lato di lavorare in rete tra le diverse Oncologie, dall'altro di ottimizzare dati clinici e utilizzare in modo appropriato le risorse per garantire alle malate le migliori modalita' di approccio diagnostico e terapeutico''. Il Gruppo riunisce 140 centri d'eccellenza in tutta Italia che stanno conducendo in contemporanea diversi studi clinici cui partecipano migliaia di pazienti.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Celiachia: approvato Ddl. Palagiano, tutelera' salute 600mila persone

Celiachia: approvato Ddl. Palagiano, tutelera' salute 600mila persone

''Accogliamo con soddisfazione l'approvazione all'unanimita', in Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati, di un ddl a mia prima firma che istituisce l'obbligo dell'etichettatura dei farmaci contenenti gliadina, proteina contenuta nel glutine. Ancora adesso, infatti, in Italia e' lasciata facolta' alle aziende farmceutiche di segnalare sulle confezione e sul foglietto illustrativo l'eventuale presenza di glutine, con grave rischio per la salute dei circa 600.000 cittadini affetti da celiachia. Questa patologia, che puo' avere conseguenze gravissime, come tumori, sterilita' e aborti ricorrenti, determina una degenerazione della mucosa intestinale, anche introducendo minime tracce di glutine, quali si possono trovare, ad esempio, in alcuni medicinali, nei loro eccipienti, nella composizione degli involucri delle capsule, negli sciroppi e nei fermenti lattici''. E' quanto dichiara Antonio Palagiano, Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari e responsabile sanita' Idv, in merito all'approvazione della proposta di legge ''Disposizioni concernenti l'etichettatura dei farmaci contenenti gliadina e l'indicazione delle presenza di lattosio, a tutela delle persone affette da morbo celiaco''.

Il provvedimento, presentato da Antonio Palagiano il 23 gennaio 2012, prevede, anche sulla base di quanto avviene per i prodotti alimentari, che le aziende produttrici di farmaci distribuiti in Italia siano ''tenute ad apporre un simbolo convenzionale raffigurante una spiga di grano sulle confezioni dei farmaci contenenti gliadina''. ''Secondo la Relazione annuale al Parlamento sulla celiachia per il 2010 - spiega Palagiano - nel nostro Paese l'incidenza della malattia e' stimata intorno all'1%, per un totale di circa 600.000 ciliaci, contro i circa 122.000 casi effettivamente censiti. I numeri sono in continua crescita: ogni anno ci sono 5.000 nuove diagnosi e nascono 2.800 nuovi soggetti celiaci, con un incremento di circa il 9% annuo. Per il testo approvato oggi, inoltre, e' stata richiesta approvazione per via legislativa, che non prevede passaggio in aula, e diventera' quindi, a breve, legge a tutti gli effetti''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Celiachia: in Italia oltre 135mila diagnosi. +10% all'anno

Celiachia: in Italia oltre 135mila diagnosi. +10% all'anno

Le diagnosi di celiachia sono in grande aumento. E nonostante la maggior attenzione verso questa intolleranza alimentare da parte della classe medica, insieme a test sempre piu' validi per svelarne l'esistenza, si registra in questi anni una propria esplosione di casi.

Anche se lo sviluppo delle conoscenze ha favorito in maniera sensibile l'incremento delle diagnosi, altri fattori sono sicuramente coinvolti nell'incremento diagnostico della celiachia, malattia autoimmune che puo' essere definita come un'intolleranza permanente al glutine, componente proteica di alcuni cereali. Fra questi il dato che oggi la popolazione mondiale consuma una maggior quantita' di cereali e che quelli attualmente utilizzati sono assai piu' ricchi di glutine di quanto non fossero quelli del passato.

Questo aumentato carico di glutine potrebbe spiegare lo sviluppo progressivo di nuovi casi di intolleranza al glutine che hanno portato in pochi anni il numero delle diagnosi a raddoppiarsi arrivando a 135.000, con un incremento di circa il 10% all'anno negli ultimi 5 anni mentre il numero teorico di celiaci dovrebbe essere intorno ai 600.000.

L'elemento scatenante la celiachia e', quindi, il glutine che per innescare i meccanismi immunologici patogenetici, necessita comunque di una particolare predisposizione genetica che viene a ricoprire un ruolo di primo piano nella diagnosi della malattia celiaca.

Un'altra domanda di grande attualita' e' se si nasce celiaci, con sviluppo immediato dell'intolleranza al glutine nell'infanzia non appena vengono introdotti nell'alimentazione cereali che lo contengono, o se invece si diventa celiaci lungo il decorso della vita a fronte dell'intervento di fattori ambientali scatenanti.

L'esperienza degli ultimi decenni ha chiaramente dimostrato che non si nasce celiaci, ma lo si diventa nel corso della vita e che qualsiasi eta' della nostra esistenza puo' segnare l'inizio di questa malattia.

''Anche alcuni fattori ambientali possono svolgere un ruolo determinante, a cominciare dalle infezioni come quelle da Rotavirus o da Adenovirus e altri ceppi virali, cosi' come gastroenteriti di natura batterica contratte dopo un viaggio in paesi con condizioni igieniche non ottimali o infezioni da parassiti - spiega Umberto Volta, Responsabile della struttura semplice di malattia celiaca e sindromi da malassorbimento al Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna e Presidente dei consulenti scientifici nazionali dell'Associazione italiana celiachia (Csn-Aic) - . Fra gli altri fattori ambientali in grado di provocare lo sviluppo della celiachia in soggetti geneticamente predisposti bisogna ricordare la fase del puerperio dopo una gravidanza trascorsa in modo del tutto regolare o stress legati a gravi dispiaceri (ad esempio lutti familiari) o ad interventi chirurgici. E' chiaro che tutto cio' non fa altro che confermare che per il manifestarsi della patologia e' necessario un habitus genetico ben definito su cui agiscono fattori ambientali in grado di far insorgere la celiachia in qualsiasi eta' della vita, anche in quella geriatrica''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Celiachia: Parlamento Ue approva proposta regolamento su etichetta cibi

Celiachia: Parlamento Ue approva proposta regolamento su etichetta cibi

Un'ottima notizia per i celiaci e tutti coloro che, purtroppo, devono fare i conti con la necessita' di una dieta speciale. Il Parlamento europeo ha approvato, infatti, la proposta di regolamento sugli alimenti per diete particolari, accogliendo le osservazioni del Senato italiano in merito alla mancata conformita' del progetto presentato in un primo tempo dalla commissione europea, al principio di sussidiarieta', citando proprio nelle premesse della proposta legislativa, il parere motivato inviato dai senatori italiani.

Lo ha reso noto il sen. Luigi d'Ambrosio Lettieri, segretario della 12^ Commissione Igiene e Sanita' di Palazzo Madama che aveva sottoposto all'aula una mozione che esprimeva forti perplessita' sulla proposta di regolamento avanzata dall'Unione europea sull'etichettatura degli alimenti per fini speciali ed impegnava il Governo a promuovere, in sede comunitaria e nell'ambito delle sue competenze, tutte le iniziative necessarie al fine di tutelare una categoria di cittadini sensibili, come i celiaci, dai rischi alla salute connessi all'abrogazione del regolamento (CE) n. 41/2009.

''La procedura legislativa europea deve essere completata, ma si tratta di un primo, grande successo, sia perche' rafforza il ruolo del Senato italiano quale attivo partecipante al dialogo legislativo con l'Europa, sia sul fronte della sicurezza alimentare e del diritto alla salute'', ha spiegato d'Ambrosio Lettieri, precidando che ''la proposta comunitaria proponeva una condivisibile semplificazione mirata ad agevolare certamente il processo di armonizzazione, ma non teneva conto di aspetti rilevanti che riguardano la tutela della salute e la protezione di fasce di popolazione vulnerabile. Come nel caso dei pazienti celiaci''.

''Le nuove regole, infatti, - ha aggiunto - coprirebbero anche l'intolleranza al glutine e alcune diete a basso contenuto calorico.

L'aggiornamento della legislazione europea in materia, accogliendo le prescrizioni del Senato italiano tiene, cosi', conto del principio secondo cui il buon funzionamento del mercato interno non puo' trascurare la salute dei gruppi piu' fragili della popolazione''.

''Se la proposta dell'UE fosse passata cosi' com'era stata formulata, la normativa italiana - che e' tra le piu' evolute del mondo - avrebbe subito un preoccupante arretramento esponendo a gravi rischi la salute dei pazienti affetti da celiachia, per i quali, non esistendo una terapia farmacologica, gli alimenti senza glutine sono l'unica condizione di garanzia - ha concluso - . Considerato che la celiachia e' la piu' frequente intolleranza alimentare presente a livello mondiale, va da se', dunque, che occorre molta cautela da parte del legislatore. Naturalmente, non abbasseremo la guardia e procederemo nel nostro impegno per la tutela della salute pubblica cui non si puo' derogare in alcun modo''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Celiachia: Siaic, ecco la proteina che consente la diagnosi precoce

Celiachia: Siaic, ecco la proteina che consente la diagnosi precoce

Oggi essere celiaci puo' non essere piu' un grave problema sia medico sia sociale. La celiachia viene riconosciuta e conosciuta per una malattia ''sociale'' che desta comunque preoccupazione. Un italiano su cento non potrebbe mangiare pasta, pane, pizza, biscotti. Insomma tutti gli alimenti che contengono glutine, prodotti ad esempio con le farine di grano, orzo o segale. Pena svariate patologie, dal malassorbimento dovuto all'abbassamento dei villi intestinali fino a scompensi del sistema immunitario. Sono 122mila i casi accertati ogni anno, ma sono 600mila i ''sommersi''. Ci si nasce, celiaci, ma ci si diventa, anche.

I ricercatori dell'Istituto Gaslini in occasione dei 75 anni di attivita' dell'Ospedale, in collaborazione con l'Universita' di Verona hanno sviluppato un test che nei soggetti geneticamente predisposti permette la diagnosi precoce di celiachia e puo' aiutare a diagnosticare i casi a sintomatologia atipica o silente. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Immunologic Research da Antonio Puccetti ricercatore del Laboratorio di Immunologia Clinica e Sperimentale dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova, in collaborazione professore Claudio Lunardi e dottoressa Giovanna Zanoni dell'Universita' di Verona C'e' una nuova, potenziale spia che potrebbe aiutare a svelare precocemente la celiachia, superando le attuali difficolta' nel riconoscimento della malattia. Il test, da eseguire esclusivamente nei soggetti geneticamente predisposti a sviluppare la malattia (la sola predisposizione genetica non basta per ammalarsi), permette la diagnosi precoce di celiachia e puo' aiutare a diagnosticare i casi in cui i sintomi sono particolarmente sfumati o la patologia non da' alcun segno della sua presenza. La chiave per riconoscere la malattia si chiama VP7, ed e' una proteina che stimola la produzione di anticorpi specifici in seguito all'infezione da Rotavirus. Questi anticorpi vengono infatti prodotti solamente nelle persone affette da celiachia e non nei soggetti sani. Con un semplice esame del sangue, quindi, si pu sperare di individuare la patologia, ben prima che i normali esami come la rilevazione della transglutaminasi risultino positivi.

I ricercatori hanno dimostrato che nel sangue di 350 bambini esaminati erano presenti anticorpi diretti contro la proteina VP7 del Rotavirus, che comparivano anche dieci anni prima dell'insorgenza della malattia.

Il significato della scoperta e' importantissimo: e' possibile predire l'insorgenza della celiachia con largo anticipo e essere pronti a prendere le dovute misure appena coscienti dell'insorgenza della malattia.

La celiachia e' una malattia infiammatoria cronica dell'intestino tenue, dovuta a una intolleranza al glutine (una proteina contenuta in alcuni cereali: frumento, farro, orzo, segale, avena) assunto attraverso la dieta. Secondo l'Associazione Italiana Celiachia, i celiaci italiani potrebbero essere 600.000, ma si arriva a una diagnosi solo in un caso ogni 7 persone affette. Nel 2011, il ministero della salute ha diagnosticato 135.800 casi di celiachia in Italia, con un incremento annuo del 19%. E' una patologia a predisposizione genetica che per il momento si cura solo con la dieta, eliminando il glutine.

''E' anche per frenare le false diagnosi che Societa' scientifiche sia gastroenterologiche che immunologiche , fra queste in particolare la SIAIC - sottolinea Donatella Macchia consigliera della Siaic Societa' Italiana Allergologia e Immunologia - oltre all'Associazione Italiana Celiaci (AIC) con il gruppo di specialisti che da diversi anni coordina il board scientifico, collaborano al fine di formare ed informare sui test validati da effettuare nel sospetto di reazione al grano. Nel caso poi in particolare delle reazioni allergiche al grano, tutt'altra malattia rispetto alla celiachia, sono da effettuare test presso gli specialisti allergologi che si avvalgono anche di esami molto specifici quali i test in diagnostica molecolare per la ricerca dell'allergia al glutine,esami che si eseguono su un semplice prelievo di sangue ma la cui interpretazione appunto e' compito dell'allergologo, unitamente ai test cutanei (prick test)''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Cibo: la dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

Cibo: la dieta? in coppia e' meglio per 1 italiano su 3

La dieta, si sa, e' un percorso impegnativo che la maggior parte degli italiani teme e rimanda il piu' a lungo possibile. Ma, se la fatica di perdere qualche chilo e' condivisa con il proprio compagno, mettersi a dieta diventa piu' semplice: avere un obiettivo comune, infatti, rende piu' forti e aiuta ad accettare con il sorriso sulle labbra qualche piccola rinuncia a tavola.

La pensa cosi' oltre un terzo (38,2%) degli utenti che hanno risposto al sondaggio del sito www.melarossa.it: dimagrire e' piu' facile se lo si fa in due perche' il pensiero di non essere da soli a lottare contro la pancetta fa crescere entusiasmo e motivazione.

Insomma, l'unione fa la forza, anche a dieta! E non solo perche' si condivide un obiettivo, ma anche perche' affrontare insieme i sacrifici allontana il rischio di sentirsi diversi o incompresi dal proprio compagno, fattori importantissimi per mantenere salda la propria motivazione: ''non c'e' niente di peggio che mangiare un'insalata mentre il tuo compagno divora lasagne e bistecca!'', dichiara il 18,8% degli utenti di Melarossa, riconoscendo che e' piu' facile cambiare le proprie abitudini alimentari se chi ci vive accanto si impegna a fare lo stesso, anziche' criticarci perche' al ristorante ordiniamo solo verdure grigliate (come sottolinea il 2,7% degli utenti).

Il supporto del proprio compagno, insomma, sembra essere una delle chiavi del successo della dieta di coppia, soprattutto quando la tentazione bussa alla nostra porta e la presenza di qualcuno che ci richiami all'ordine diventa fondamentale: per il 10,2% degli utenti, avere un compagno che li aiuti a non lasciarsi andare e ad essere meno incostanti e' un antidoto essenziale agli sgarri, sempre in agguato quando si cerca di dimagrire. E se proprio non si riesce a motivarsi l'uno l'altro e si sgarra entrambi, essere in due e' un modo per sentirsi meno in colpa perche' si e' scivolati sul tanto amato tiramisu' (3,2% delle risposte).

Come dire, mal comune, mezzo gaudio, anche a dieta.

Bellissimo anche festeggiare insieme i chili persi (8,6%), dividersi i compiti (''lui fa la spesa e i cucino'', ha risposto l'1,1% dei votanti), prendersi in giro su chi dimagrisce meno (1,1% delle risposte), una strategia per allentare la tensione e scherzare insieme sui capricci della bilancia, consapevoli che la dieta e' fatta di alti e bassi e che, se una settimana il peso non scende, non bisogna farne un dramma .

Ma c'e' anche il rovescio della medaglia: l'unione che non fa la forza ma, al contrario, indebolisce. Perche' il nostro compagno e' un golosone e finisce sempre per farci sgarrare mandando in fumo tutti i nostri sforzi per dimagrire (14,4% degli utenti), oppure perche' e' cosi' rigido e pignolo che stare a dieta con lui risulta piu' stressante che rinunciare al proprio dolce preferito (2,2%).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Cistite male d'estate, vademecum per non rovinarsi le vacanze

Cistite male d'estate, vademecum per non rovinarsi le vacanze

E' piu' frequente di quanto si creda la cistite, un'infezione causata da batteri come l'Escherichia Coli, che colpisce le basse vie urinarie e sembra essere terza per importanza fra tutte le malattie infettive femminili. E d'estate le cose non migliorano.

A parte le cause gia' note come una igiene intima scorretta, la stitichezza, i rapporti sessuali frequenti, l'uso di assorbenti interni o di contraccettivi come il diaframma e le creme spermicide, l'indossare vestiti troppo attillati e slip in materiale sintetico, lo stress, la presenza di calcoli o diabete, quelle piu' legate alla stagione estiva sono gli sbalzi di temperatura, l'umidita' dovuta al contatto prolungato con costumi da bagno non asciutti, la sabbia che diventa un veicolo di infezioni, la disidratazione.

Come fare allora? Dal sito melarossa.it, realizzato con la supervisione della Societa' Italiana di Scienza dell'Alimentazione, alcuni semplici consigli per prevenire la cistite, che se dovesse manifestarsi in forme acute, con dolori addominali e urine torbide, o croniche, richiedera' l'intervento di un medico e il ricorso a cure antibiotiche.

Bere molta acqua, almeno un litro e mezzo al giorno perche', spiegano gli esperti, piu' beviamo piu' facciamo pipi', evitando che i germi ristagnino nella vescica.

Limitiamo il piu' possibile il consumo di caffe' ed alcoolici, che contribuiscono ad accentuare l'irritazione.

Fare pipi' spesso, trattenerla fa male perche' contribuisce a creare un ambiente favorevole alla proliferazione di germi. Meglio allora fare un piccolo sforzo, almeno ogni tre-quattro ore, assicurandosi di svuotare completamente la vescica.

Evitare vestiti attillati e slip in materiale sintetico, meglio i vestiti ampi e comodi e gli slip in cotone che permettono alla pelle di respirare.

Lavarsi correttamente e' molto importante. Per evitare che i batteri passino dall'intestino alla vescica e alla vagina e' necessario detergersi con un movimento compiuto dal davanti all'indietro, mai viceversa. Anche la stitichezza puo' favorire il passaggio dei batteri, bisogna cercare dunque di risolvere questo problema con una dieta equilibrata, ricca di fibre, frutta e verdure fresche, yogurt e probiotici.

No al costume bagnato, passare la giornata con un indumento bagnato puo' contribuire alla proliferazione di batteri nocivi.

Attenzione agli sbalzi di temperatura: passare dal caldo al freddo puo' favorire l'insorgenza del disturbo, perche' il freddo provoca una vasocostrizione che favorisce la cistite.

Attenzione all'alimentazione: dolci, cibi fritti o molto conditi, frutta secca o sciroppata, funghi, bevande zuccherate, alcolici e caffe' favoriscono la proliferazione di batteri. Sono ammesse verdure crude o ripassate in padella con aglio accompagnate da riso o pasta. Sia il pesce sia la carne possono essere consumati tranquillamente. Per quanto riguarda i latticini: lo yogurt e' un ottimo alleato da consumare a colazione o per gli spuntini, magari accompagnato dai cereali, importanti per regolarizzare l'intestino. Per chi ama le tisane, poi, la malva ha un'ottima azione calmante ed emolliente. Si' a frutti rossi, succo d'ananas e vitamina C che hanno proprieta' benefiche e funzioni antibatteriche e antinfiammatorie.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Clima impazzito, si allunga per bimbi la stagione delle allergie

Clima impazzito, si allunga per bimbi la stagione delle allergie

I cambiamenti climatici, con temperature al di sopra delle medie stagionali nei mesi invernali, hanno modificato il ciclo di vita delle varie piante allungandone il periodo di fioritura e di impollinazione. E, di conseguenza, hanno influenzato il periodo di comparsa dei sintomi da allergia.

Anche di questo si parla in occasione del 15* Congresso Nazionale della Societa' Italiana di Allergologia e immunologia Pediatrica (SIAIP) che apertosi oggi a Napoli. Se e' vero che la stagione dei pollini inizia di solito a gennaio-febbraio (con il polline aero-disperso di cipresso) e si conclude a settembre-ottobre (con i pollini aero-dispersi di ambrosia e artemisia), la massima concentrazione dei vari tipi di polline nell'aria si registra solitamente tra aprile e giugno. ''Starnuti a 'salve' (da 3-4 a piu' starnuti ripetuti, uno dietro l'altro), rinorrea sierosa (''naso che cola'' come dicono i pazienti), ostruzione nasale con respirazione orale, prurito nasale ed oculare, lacrimazione, ''occhi rossi' e respiro rumoroso oppure affannoso, sibilante associato a tosse per lo piu' secca insistente, condizionano la qualita' di vita di chi e' allergico ai ''pollini''' spiega Roberto Bernardini, Presidente della Societa' Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP) e direttore della UOC Pediatria presso l'Ospedale San Giuseppe di Empoli.

Pertanto ad essere interessati sono soprattutto il naso, le vie aeree che entrano in contatto con i diversi tipi di polline prodotti e immessi nell'aria dalle piante. ''Questo evento - spiega l'esperto - di norma non ha conseguenze, mentre le ha in oltre il 20% dei bambini delle scuole elementari e in oltre il 30% degli adolescenti italiani in quanto determina, in questi soggetti, comparsa dei sintomi sopra specificati e quindi di congiuntivite, rinite (comunemente chiamato 'raffreddore da fieno'), asma. I pollini che causano allergie nei bambini sono principalmente quelli di graminacee, parietaria, olivo, cipresso, ambrosia, artemisia, betulla, nocciolo che, a seconda delle zone in cui si vive, possono presentare una maggiore o minore concentrazione e durata di presenza nell'aria''. Alcuni bambini possono essere allergici a piu' tipi di pollini, prodotti in vari periodi dell'anno, e quindi soffrire di allergia costantemente per quasi tutto l'anno. E' dunque importante una corretta diagnosi che oggi e' ancora piu' facilitata grazie alla possibilita' di identificare le singole molecole presenti nei pollini, individuando in tal modo a quale polline il bambino e' allergico attuando cosi' un trattamento specifico e mirato.

Oltre ad antistaminici, cortisonici, antileucotrienici e decogestionanti nasali (da utilizzare solo su prescrizione e sotto controllo medico), lo specialista puo' prescrivere anche una immunoterapia specifica (il cosiddetto ''vaccino per l'allergia')''. Ci sono poi alcune semplici regole che aiutano a convivere meglio con l'allergia ai pollini. Nel periodo primaverile-estivo bisognerebbe innanzitutto evitare di uscire nelle ore centrali, e piu' calde, della giornata, durante le quali la concentrazione nell'aria dei pollini e' molto elevata. Attenzione anche al vento, che trascina i pollini e alla pioggia che frantuma il polline in una miriade di particelle che mantengono intatto il loro potere allergizzante. Anche dentro casa e' opportuno avere alcune cautele. Per evitare che i pollini entrino, attraverso le finestre, nelle stanze in cui viviamo, occorrerebbe tenerle chiuse il piu' possibile e aprirle, per il ricambio d'aria, al mattino presto o alla sera tardi in quanto in questi momenti della giornata la concentrazione pollinica e' piu' bassa. Durante le ore piu' calde si possono utilizzare i condizionatori con appositi filtri in grado di trattenere e impedire l'ingresso dei pollini.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Dentisti: pronte le regole per uno studio 'antistress'

Dentisti: pronte le regole per uno studio 'antistress'

Combattere lo stress da studio dentistico, che colpisce il paziente 9 volte su 10, e' fondamentale per il medico. Secondo uno studio promosso dall'Unione Nazionale delle Industrie Dentali Italiane (Unidi), basato sulle piu' recenti pubblicazioni di psicologia ambientale, e' risultato infatti che gli stimoli sensoriali percepiti dal paziente nell'ambiente medico sono decisivi per la riuscita delle cure. Vista, olfatto, suoni e rumori, controllabili dal professionista, possono e devono dunque essere modificati al fine di abbassare il tasso di stress che colpisce il paziente con l'obiettivo di ottenere una cura ottimale anche dal punto di vista psicologico.

Qualita' dell'ambiente, dell'arredamento, illuminazione, profumi gradevoli, musiche rilassanti sono punti chiave che il professionista oggi non puo' piu' sottovalutare. Lo studio e' stato presentato in occasione del secondo Workshop MAU del 55* congresso nazionale Amici di Brugg, evento culturale e merceologico dedicato al mondo del dentale.

''Gli studi effettuati - spiegano gli autori dello studio Ruggero Soffiato, consulente per il miglioramento delle organizzazioni ed Elisa Maragno, psicologa del lavoro - considerano varie tipologie di stimoli sensoriali presenti nell'ambiente e in qualche misura controllabili dal professionista (per esempio, rumore e musica per la stimolazione uditiva). Nel complesso le ricerche hanno rilevato che le manipolazioni di singoli elementi dell'atmosfera possono generare una varieta' di effetti psicologici, fisici e comportamentali negli individui''.

''Per quanto riguarda l'impatto visivo - spiega Soffiato - e' stato dimostrato che la qualita' percepita delle cure che il paziente si appresta a ricevere in uno studio odontoiatrico e' maggiore in situazioni dove l'ambiente e' bene arredato, bene illuminato, contenente immagini artistiche, con aspetto caldo ed accogliente. Mentre si percepisce una qualita' inferiore nel caso contrario, con arredamento obsoleto, stanze male illuminate, senza immagini artistiche o con riproduzioni scadenti''.

''Anche per quanto concerne la relazione tra stimoli olfattivi e tono dell'umore - aggiunge la psicologa Maragno - le ricerche mostrano che, in genere, il ricordo rievocato dalla sollecitazione odorosa si accompagna ad uno stato emozionale.

Un odore puo' suscitare una emozione anche in assenza di consapevolezza e puo' quindi creare un ambiente particolarmente adatto a predisporre il nostro paziente ai successivi interventi a volte anche dolorosi''.

''Il lato uditivo - concludono i ricercatori - e' certamente il piu' importante, soprattutto dal momento che e' dimostrato che certi tipi di musica alleviano lo stress e stimolano positivamente l'attivita' delle onde cerebrali. L'attivita' musicale si e' anche dimostrata in grado di ridurre il livello di stress abbassando la concentrazione dei markers infiammatori e migliorando l'attivazione delle cellule ''natural killer'' del sistema immunitario. Ma cio' che conta e' che recenti esperimenti hanno dimostrato come l'impatto combinato di suoni e aromi attivi le stesse regioni del cervello che sono attivate dalla vista. Quindi le percezioni dei pazienti - se sono positive - possono essere un importante elemento per un loro maggiore coinvolgimento alla cura''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Dermatologi, le rughe? Si combattono a tavola

Insalata di zucchine, straccetti di pollo, bollito misto al wasabi, pasta di farro alla mentuccia? Non sono solo succulenti ricette ma vere e proprie panacee contro l'invecchiamento della pelle. Lo afferma la riedizione del libro ''A tavola non si invecchia'' edito da Giunti e a firma di Pucci Romano e Gabriella Fabbrocini in collaborazione con Lorella Cuccarini.

Sempre piu' donne, soprattutto le giovanissime, ricorrono ad ''aiutini'' per cercare di vincere o comunque di ritardare la corsa contro il tempo della loro pelle. Del resto il settore dell'estetica medica e chirurgica non conosce crisi neppure... di questi tempi. Sono in vertiginoso aumento le donne europee che, oltre a creme supercostose, si concedono trattamenti estetici, lifting, filler.

Ma e' proprio necessario ricorrere a questi trattamenti artificiali per mantenere la pelle elastica e luminosa quando in realta' basterebbe seguire alcuni accorgimenti di carattere alimentare? Infatti, si sa, siamo quello che mangiamo ed e' importante dunque, soprattutto nel periodo estivo, iniziare a prediligere gli alimenti che oltre ad aiutarci a mantenerci in forma servono a conservare una pelle giovane e soprattutto sana. Esporci al sole incondizionatamente provoca alla nostra pelle uno stress eccessivo e un invecchiamento precoce secondo quanto dichiara Gabriella Fabbrocini, Docente di dermatologia e venereologia presso l'Universita' di Napoli Federico II: ''L'invecchiamento solare provoca elastosi solare, ossia uno sconvolgimento delle fibre elastiche, collagene e reticolari con conseguente perdita di tono e accentuazione delle terribili rughe''.

Ma, spiega la dermatologa, ''l'invecchiamento della pelle e' imputabile ai radicali liberi, che colpiscono le strutture piu' interne delle cellule danneggiandole e procurando uno stress, cioe' una rottura dell'equilibro all'interno di esse e questo comporta il rilassamento e la formazione delle rughe''. ''L'esposizione prolungata ai raggi solari e' un esempio di stress ossidativo che si compie ai danni della pelle, insieme al fumo di sigarette allo stress psicologico al consumo di alcol a una dieta ricca di grassi animali e all'abuso di farmaci. ''Una delle mosse strategiche per ritardare l'invecchiamento cutaneo e' un'alimentazione ricca di Vitamine A, vitamina E, nonche' minerali come zinco, potassio, selenio e molecole come flavonoidi e carotenoidi veri e propri paladini della giovinezza.

Tutte sostanze - evidenzia l'esperta - che ci permettono di mantenere una perfetta funzionalita' cellulare per proteggere dalle reazioni di ossidazione a catena innescate dai radicali liberi. Non dimentichiamo inoltre che il nostro corpo e' composto per i 2/3 di acqua, fondamentale dunque bere molto. Il consumo e la combinazione di alcuni di essi la scelta della modalita' di cottura, la quantita' degli alimenti consumati possono rappresentare una vera e propria strategia anti aging''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Dieta mediterranea 'salva-memoria', per cervello sempre giovane

Dieta mediterranea 'salva-memoria', per cervello sempre giovane

Una bella insalata condita con olio extravergine d'oliva, un po' di vino rosso, qualche noce o nocciola e un bel caffe'. E' questa la ricetta tutta mediterranea per avere un cervello sempre giovane e in forma, stando ai risultati di uno studio spagnolo su anziani ad alto rischio cardiovascolare: la dieta mediterranea e soprattutto alcuni alimenti che la caratterizzano sono infatti in grado di ridurre il rischio di deficit cognitivi e Alzheimer, migliorando memoria e capacita' cerebrali. Lo segnalano i geriatri della Societa' Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), secondo cui gli antiossidanti e soprattutto i polifenoli contenuti in olio, vino, caffe' e noci sono gli alleati piu' preziosi per mantenere il cervello sano molto a lungo. Grazie a una prevenzione basata sulla dieta, spiegano gli esperti, si potrebbero ridurre gli enormi costi correlati all'Alzheimer, che nel nostro Paese riguarda oltre il 3.5% della popolazione con un numero di casi attesi annui di circa 500mila casi e che hanno un costo annuo di oltre 30 miliardi di euro fra costi sociali e sanitari.

Lo studio Predimed (PREvencion con DIeta MEDiterranea), appena pubblicato sul ''Journal Alzheimer Deseases'' e' stato condotto da ricercatori spagnoli dell'universita' di Barcellona su circa 450 uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni, tutti ad alto rischio cardiovascolare. I medici hanno valutato il profilo del genotipo di apolipoproteina E, una proteina che trasporta il colesterolo e che spesso si associa a un maggior rischio di Alzheimer; quindi hanno indagato il tipo di alimenti consumati, il livello di polifenoli nelle urine e i risultati ottenuti in test neuropsicologici di valutazione della memoria e delle capacita' cognitive.

''Alcuni cibi sono risultati associati a una migliore funzionalita' cognitiva - spiega Giuseppe Paolisso, presidente SIGG -. Un paio di cucchiai di olio di oliva al giorno migliorano la memoria verbale e quella a lungo termine; due /tre tazzine di caffe' al giorno si associano a un incremento della capacita' di immagazzinare ricordi nel lungo periodo; un pugno di noci, nocciole o altra frutta secca migliorano la memoria di lavoro, mentre il consumo di una modica quantita' di vino rosso al giorno e' correlato a punteggi migliori ottenuti nel test chiamato Mini-Mental State Examination, molto attendibile nel determinare il grado di un eventuale deficit cognitivo e la progressione in condizioni di demenza''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Dieta? Complicato seguirla per le donne che lavorano

Dieta? Complicato seguirla per le donne che lavorano

Una donna su cinque in Italia ha difficolta' a seguire una dieta perche' mangia fuori casa a pranzo. E' quanto emerge da un recente studio, che metterebbe in risalto come, durante la pausa in ufficio, sia complicato seguire un regime alimentare dietetico per l'impossibilita' di avere accesso a cibi salutari. L'aspetto economico poi non e' da sottovalutare di questi tempi.

Mangiare piatti cucinati a base di verdure lesse, insalate, riso, costa circa 6 euro nei bar e nelle tavole calde delle grandi citta' e in tempo di crisi e' una spesa che non tutti possono affrontare quotidianamente. Per questo molte impiegate, commesse, professioniste che lavorano tutto il giorno fuori casa, optano per uno snack al bar e scelgono tramezzini, pizzette e panini ricchi di salse ed ingredienti che danno una sazieta' momentanea e hanno molte calorie inutili.

Un'alternativa low cost e' il 'porta pranzo' con il pasto preparato precedentemente da casa, ma la mancanza di tempo e la difficolta' di mangiare sul posto di lavoro davanti a colleghi e clienti, fa si' che solo poche persone possano scegliere questa alternativa.

Per tutti questi motivi e' aumentato del 20% rispetto allo scorso anno il consumo dei prodotti dietetici acquistabili al supermercato, in particolare quello dei sostituti del pasto, che secondo molti nutrizionisti rappresenterebbero un'ottima alternativa a sandwich, pizza e piatti delle tavole calde, per sostituire i pasti 2-3 volte la settimana, garantendo un'alimentazione ipocalorica ed equilibrata, che rispetta tutti i requisiti previsti dal Ministero della Sanita' in termini di vitamine e minerali, energia, proteine e grassi.

Le classiche barrette tra l'altro possono essere tranquillamente consumate in ufficio davanti al computer, o in qualunque altro posto senza imbarazzi e scomodita' essendo tascabili e pronte al consumo.

E' ovvio che l'ideale sarebbe avere il tempo di acquistare e cucinare cibi freschi, variandoli e scegliendo modalita' di cottura light come suggeriscono la maggior parte delle diete dimagranti ma questo purtroppo e' un lusso per pochi. I regimi dietetici devono quindi adattarsi alle nuove abitudini, soprattutto delle donne lavoratrici.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Farmaci: 22 confezioni a testa acquistate nei primi 9 mesi 2012

Farmaci: 22 confezioni a testa acquistate nei primi 9 mesi 2012

Gli italiani hanno acquistato, nei primi nove mesi del 2012, un totale di 1 miliardo e 368 milioni di confezioni di medicinali, per una media di circa 22 confezioni a testa, con una leggera flessione (-0,2%) rispetto ai primi nove mesi dell'anno precedente. Sono i dati del Rapporto sull'uso dei farmaci in Italia, presentati oggi a Roma dall'Aifa.

A livello di consumi, nello stesso periodo temporale sono state prescritte 965,2 milioni di dosi giornaliere ogni mille abitanti, un valore sostanzialmente invariato rispetto all'anno precedente.

Per quanto concerne i consumi regionali, i livelli piu' elevati sono stati registrati nella Regione Sicilia con 1.083,7 dosi medie giornaliere ogni 1.000 abitanti, al contrario i consumi piu' bassi sono stati rilevati nella P.A.

di Bolzano (720 dosi medie giornaliere per 1.000 abitanti).

''Il Rapporto sull'uso dei farmaci in Italia'', commenta il Direttore Generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco, Luca Pani ''restituisce una fotografia accurata dell'andamento dei consumi e della spesa farmaceutica arricchita''. ''Notiamo - osserva -un consumo di medicinali che si rivela sostanzialmente stabile a livello nazionale, mentre a livello regionale si evidenzia una certa variabilita'. I farmaci per il sistema cardiovascolare sono i piu' utilizzati dagli italiani e quelli che assorbono la maggior percentuale di spesa, seguono i farmaci per l'apparato gastrointestinale, i farmaci del sangue e organi emopoietici, quelli per il sistema nervoso centrale e per l'apparato respiratorio'', e sottolinea come il Rapporto evidenzi che ''nel nostro Paese si continua a consumare una quota significativa di antidepressivi e tra questi quelli maggiormente prescritti sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)''.

''Dal punto di vista della spesa'', conclude Pani, ''assistiamo a una contrazione della spesa complessiva determinata, per la spesa convenzionata, ovvero per i farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale distribuiti attraverso le farmacie pubbliche e private, da una flessione dei prezzi del -8,5%. Parallelamente decresce anche la spesa a carico dei cittadini che si riduce dell'1%''.

Nei primi nove mesi del 2012 sono state consumate 21 dosi giornaliere ogni mille abitanti di antibiotici con una riduzione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, del -6,4%. Anche la spesa per questa categoria di farmaci ha subito un calo con una riduzione, rispetto allo stesso periodo del 2011, del -18,3%.

Tutte le Regioni hanno mostrato una flessione dei consumi rispetto al 2011 e i maggiori decrementi sono stati registrati nelle Regione Basilicata (-12,4%), Molise (-11,7%) e Liguria (-10,4%), mentre le riduzioni meno rilevanti sono state registrate in Valle d'Aosta (-0,8%), Lombardia (-1,4%), e Sardegna (-2,1%).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Farmacisti in prima linea contro le malattie del cuore

Farmacisti in prima linea contro le malattie del cuore

Piu' di 25mila persone esaminate, 2.399 con fattori di rischio legati a gravi patologie, alcune con importanti disturbi come ipertensione, diabete e obesita'. Persone, intorno ai 50 anni, che mai sarebbero andate dal medico e che invece hanno trovato in farmacia un presidio a difesa della loro salute. Ben il 10% circa di cittadini che ora potranno essere seguiti dal medico, evitando serie conseguenze, grazie al nuovo ruolo di ''front door'' del Sistema Sanitario Nazionale che la Farmacia, in questo momento di profonda trasformazione, deve saper interpretare, adottando modelli di ''Clinical Pharmacy'', che consentono di ottenere importanti risultati sia in termini di salute che di sostenibilita' economica. Sono questi i risultati della grande campagna realizzata in Italia col progetto ''Ci sta a cuore il tuo cuore'' di Apoteca Natura, con il patrocinio della Societa' Italiana di Medicina Generale (SIMG) e dell'Associazione Medici Diabetologi (AMD) e la partecipazione dell'Istituto Superiore di Sanita' (ISS).

Per un mese intero, (novembre 2012), alle persone adulte di tutte le eta' che si recavano nelle 500 farmacie italiane della rete Apoteca Natura, veniva effettuata la misurazione di alcuni parametri (pressione arteriosa, peso, altezza, indice di massa corporea, circonferenza addominale, colesterolemia totale) e si chiedeva la compilazione di un questionario. Il farmacista, quindi, consegnava ad ognuno la relazione finale con i risultati della valutazione, un opuscolo informativo con le regole della prevenzione. Quando si evidenziava un rischio elevato (identificato con le cosiddette ''Red Flags'', le bandiere rosse), il cittadino veniva indirizzato al medico di famiglia per impostare un'adeguata terapia. I risultati della campagna, che ha coinvolto 25.454 italiani, sono stati presentati in un convegno nazionale all'Istituto Superiore di Sanita' a Roma.

Le malattie cardiovascolari rappresentano nel nostro Paese la prima causa di morte con 224.830 decessi (il 38,2% del totale). ''Fumo, sovrappeso e ipertensione sono le tre principali minacce per il nostro cuore - spiega Claudio Cricelli, presidente SIMG -. Essere portatore di un alto rischio cardiovascolare vuol dire avere un'importante probabilita' di sviluppare un infarto miocardico o un ictus entro dieci anni. L'intervento precoce su queste categorie diventa un vero e proprio salvavita. Ma la campagna ha permesso di sensibilizzare anche persone in condizioni meno critiche che pero', se trascurate, possono compromettere sia la qualita' di vita che il benessere cardiovascolare futuro''. Un terzo degli individui esaminati ha meno di 55 anni, un'eta' nella quale, in genere, non si consulta in modo regolare il medico di famiglia ed e' quindi poco coinvolta in interventi educativi e preventivi.

Il campione esaminato non e' rappresentativo della condizione degli italiani, ma si tratta di persone che volontariamente hanno aderito all'iniziativa; il 94% dei cittadini incontrati non svolge attivita' fisica in modo regolare, il 25% consuma frutta e verdura solo in modo saltuario. Il 51,3% ha un peso eccessivo e piu' di un terzo (34%) degli uomini e oltre meta' (54%) delle donne un girovita correlato con un rischio elevato. Tutte queste persone hanno potuto prendere coscienza del loro stato di salute cardiovascolare.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine I denti? in tempi di crisi li salvi chi può

I denti? in tempi di crisi li salvi chi può

In tempi di crisi si va dal dentista solo quando non se ne puo' piu' fare a meno. E in alcuni casi e' troppo tardi. Secondo l'OMS il 60% dei bambini e il 100% degli adulti avra' almeno una carie nel corso della propria vita, mentre il 30% delle persone tra i 65 e i 74 anni ha perso i propri denti naturali a causa di una cattiva igiene e della prevenzione insufficiente, dato coerente col fatto che il 15-20% dei giovani adulti (35-44 anni) presenta gravi problemi alle gengive (fattore di rischio per la perdita dei denti. La gamma delle patologie orali e' molto diffusa e poco nota: si va dalle semplici carie alle malattie periodontali, dai traumi alle ferite sino ai tumori (fortunatamente abbastanza rari) e le infezioni.

Spiega Daniele Benedetti Forastieri, Specialista in Odontoiatria a Senigallia e Milano: ''In assenza di un servizio dentistico pubblico (solo l'8% delle prestazioni sono rese dal SSN e di solito per protesi e urgenze), ci si affida al professionista che 'costa meno'''.

Ma a cosa rinunciamo? ''Non certo al guadagno del dentista - avverte lo specialista - piuttosto alla qualita' dell'intervento che ci verra' proposto. Materiali piu' scadenti o meno sicuri, personale meno preparato, con un numero inferiore di ore di formazione alle spalle. Eppure anche la bocca, come il cuore, merita l'eccellenza delle prestazioni.

Per questo motivo e' importante affidarsi ad un professionista esperto, con molte ore di lavoro alle spalle, in questo come in altri mestieri, la quantita' di ore dedicate alla formazione fa la differenza tra la reale bravura e la mediocrita': circa 10mila ore che corrispondono a dieci anni di esperienza costante''.

''Il secondo problema - prosegue il medico - e' quello della qualita' dei materiali, questione che non viena mai discussa con il paziente: le persone non sono affatto informate su questo aspetto quindi si affidano e non fanno domande. Al contrario anche in questo campo ci sono grandi differenze tra le aziende alcune delle quali forniscono vere e proprie garanzie e certificazione della qualita' dei materiali in tutte le fasi della filiera produttiva, mentre in alcuni casi non ci sono controlli sui materiali importati che possono non rispondere alla normativa Europea''.

Insomma, per non incorrere in brutte sorprese, l'utente finale deve sapere ''innanzitutto che un prezzo troppo basso prevede un risparmio su qualche aspetto del procedimento. Poi che va prestata una grande attenzione anche alla diagnostica, ossia ai metodi di imaging sui quali poi verra' fatto il piano terapeutico'' . E che ''la qualita' alza i costi di produzione, se costa poco, vale poco e invece di durare vent'anni ne durera' solo 5 o 6''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Idrata i bambini, 10% in più ogni grado di febbre

Idratare i bambini, 10% in più di liquidi per ogni grado sopra i 37.

Malanni di stagione in agguato? Meglio batterli sul tempo, soprattutto nei più piccoli. Con una buona idratazione, ad esempio, una mossa ideale contro molti tipi di disturbi tipici del periodo invernale: raffreddore, tosse, febbre e gastroenterite.

“Il corpo umano è formato principalmente di acqua e nei più piccoli la proporzione è notevolmente maggiore rispetto a quella degli adulti, con relative perdite giornaliere più elevate che arrivano a raggiungere il 15% del peso corporeo nei primi mesi di vita - spiega Marcello Giovannini, docente di Pediatria dell’Università degli Studi di Milano e membro del Comitato Scientifico Acqua Panna -. I bambini sono dunque particolarmente esposti al rischio di disidratazione, questo è ancora più vero in caso di malattie da raffreddamento e di influenza caratterizzati ad esempio da episodi ripetuti di diarrea e vomito”.

E se l’influenza è particolarmente cattiva di quanto aumenta il fabbisogno di liquidi? “In caso di rialzo febbrile aumenta del 10% per ogni grado di temperatura maggiore a 37.0° - continua Giovannini -. È quindi consigliabile che i più piccoli abbiano sempre a portata di mano una bottiglietta di acqua, preferibilmente a temperatura ambiente”.

L’arrivo del freddo porta generalmente all’accensione del riscaldamento, processo che può rendere l’aria più secca nelle abitazioni, negli asili e negli interni in genere, favorendo un aumento della sudorazione e quindi la perdita di liquidi. Nelle occasioni in cui si verifica un intesa perdita di liquidi, è particolarmente consigliabile assumere acque minerali per favorire l’integrazione degli stessi e dei Sali minerali. L’acqua più adatta ai bambini deve essere oligominerale a bassa mineralizzazione (500 mg/l) e contenere poco sodio, caratteristiche che si possono facilmente trovare indicate sull’etichetta.

Se arriva la tosse idratarsi correttamente diventa indispensabile per ridurre la viscosità delle secrezioni mucose favorendo l’azione dei farmaci mucolitici.

“Affinché l’equilibrio idrico corporeo venga quindi garantito, l’assunzione del liquido deve avvenire durante tutto l’arco della giornata, oltre che durante i pasti. Ed è importante non fidarsi troppo del proprio senso di sete - prosegue Giovannini - che a volte, specie nei bambini, inganna e compare in ritardo, quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi di una cattiva idratazione”.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Il 14,5% italiani si cura con medicine non convenzionali

Il 14,5% italiani si cura con medicine non convenzionali

In Italia il 14,5% della popolazione preferisci curarsi con le medicine non convenzionali. E i medici italiani prescrittori di medicinali omeopatici e antroposofici sono oltre 20.000. Nel settore omeopatico e antroposofico operano 30 aziende, che globalmente impiegano oltre 1.200 dipendenti. L'Italia e' il terzo mercato europeo dopo Francia e Germania. Sono i dati diffusi a Bologna in occasione della Giornata Internazionale di Medicina Antroposofica che ha visto riuniti i massimi esponenti del settore, italiani e stranieri, per richiamare l'attenzione della pubblica opinione sui temi delle Medicine Non Convenzionali, sempre piu' diffuse tra la popolazione ma ancora troppo poco considerate a livello istituzionale, sanitario e accademico.

Organizzata dalla Onlus ''Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona'' e patrocinata, tra gli altri, da Regione Emilia-Romagna, Provincia, Comune, AUSL e dall'Ordine dei Medici di Bologna, la Giornata e' stata l'occasione per lanciare un appello al Governo Monti per una legge quadro per il settore.

''Le ricerche sulla qualita' dell'assistenza sanitaria condotte negli Stati Uniti, in Europa e in Italia - ha sottolineato lo psichiatra Paolo Roberti di Sarsina, presidente della Onlus - mostrano che le priorita' dei pazienti sono l'umanizzazione e la personalizzazione dei trattamenti, e la necessita' di avere informazioni adeguate per una libera scelta del proprio percorso di salute: esattamente le linee-guida seguite dalle medicine non convenzionali, che si basano su una visione olistica e su un trattamento personalizzato del paziente''.

Al convegno di Bologna e' stato fatto il punto sulla diffusione delle Medicine Non Convenzionali. I dati emersi ne hanno evidenziato l'importanza crescente, tanto in Europa quanto nel nostro Paese.

''Poiche' ne' i medicinali, ne' le visite presso i medici professionisti delle MNC gravano sul bilancio dello Stato - ha sottolineato Roberti di Sarsina -, il comparto ha fornito un attivo netto a favore dello Stato Italiano, escluso il risparmio sulle visite mediche, di 40 milioni di euro''.

Cifre di tutto rilievo, quindi, e in costante aumento, a riprova della progressiva attenzione e fiducia del cittadino nei riguardi di questi tipi di cura, percepiti come piu' rispettosi della sua individualita' complessivamente intesa, psiche e corpo insieme. ''Cio' nonostante - ha denunciato al convegno di Bologna il senatore Daniele Bosone, vicepresidente della Commissione Sanita' del Senato e Relatore del Disegno di Legge di Regolamentazione sulle Medicine Non Convenzionali - in Italia il settore e' ancora privo di una legge quadro di riferimento, da decenni attesa'' e da tempo vigente, invece, nella maggioranza dei Paesi europei.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Il nuovo vaccino è per via nasale

Il nuovo vaccino è per via nasale

Meno effetti collaterali e senza iniezioni.

Offre una protezione maggiore contro l’influenza e ha effetti collaterali ridotti. Può essere somministrato autonomamente, per via nasale, e questo rende la vaccinazione più semplice soprattutto per i bambini che hanno paura delle iniezioni: sono le caratteristiche di LAIV (Live Attenuated Influenza Virus), il nuovo vaccino per contrastare il virus dell’influenza che, a partire dal prossimo anno, sarà disponibile insieme all’attuale vaccino trivalente (TIV) che viene somministrato intramuscolo. Del nuovo farmaco, che sembrerebbe sicuro e ben tollerato nei soggetti di età superiore ai 2 anni mentre al momento non è indicato nei più piccoli per il possibile rischio di comparsa di broncospasmo e per un maggior rischio di ospedalizzazione, si è parlato a Milano nel corso del 30° Congresso di Antibioticoterapia in età Pediatrica.

Tra i vantaggi del nuovo vaccino nasale rispetto all'attuale vaccino intramuscolo ci sarebbe anche la rapidità del processo di produzione che consente una disponibilità veloce e su larga scala. «L’introduzione del vaccino LAIV, disponibile in una quantità tale da poter vaccinare anche i soggetti sani, è da considerare un progresso considerevole nella prevenzione dell’influenza - spiega Giuseppe Di Mauro, presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) -. Infatti l’efficacia della vaccinazione antinfluenzale, che oramai è ben accertata nelle categorie a rischio, è sicuramente utile anche per bambini e adulti sani».

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine In Italia troppi punti nascita, poca tecnologia e record cesarei

In Italia troppi punti nascita, poca tecnologia e record cesarei

Da un lato la presenza, in Italia, di un numero di punti nascita a volte eccessivo rispetto alla popolazione interessata, con quantita' di parti effettuati molto marginale e, spesso, non dotati dei necessari standard di professionalita' e dell'adeguato supporto tecnologico.

Dall'altro, una forte disomogeneita' tra i diversi territori in riferimento ad alcuni parametri indicativi, come la percentuale di cesarei, una disomogeneita' riscontrabile anche rispetto al crescere significativo, negli ultimi anni, dei procedimenti penali per casi di, presunta o meno, malasanita' verificatisi nei punti nascita, caratterizzati, in generale, da un bassissimo numero di condanne.

Sono gli aspetti che emergono dalla relazione conclusiva approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e le cause dei disavanzi sanitari regionali, presieduta da Leoluca Orlando, che viene discussa oggi e domani in aula della Camera.

Lo studio risponde alla domanda ''come si nasce, oggi, in Italia'' e offre la prima mappatura dettagliata delle forme di assistenza assicurate a partorienti, nascituri, madri e neonati nel nostro Paese.

Alla luce del notevole numero di contenziosi giudiziari penali legati a quanto avviene nei punti nascita, si e' ritenuto opportuno integrare le rilevazioni statistiche sulle responsabilita' professionali nell'ambito della ginecologia-ostetricia con una ricerca volta ad illustrare i profili strettamente penalistici del tema.

Relativamente al personale sanitario, medico e ostetrico, nelle Procure valutate, sono stati rilevati 901 procedimenti per lesioni colpose e 736 procedimenti per omicidio colposo in atto al momento dell'indagine. In generale, si rileva che le regioni maggiormente interessate dal fenomeno - e, in questo, lo studio conferma la percezione comune alimentata da casi finiti all'attenzione della stampa - sono prevalentemente quelle del Mezzogiorno: Campania, Sicilia e Calabria. Nonostante il crescere del contenzioso penale riferito a malpractice medica: corrisponde al 50% del totale dei procedimenti relativi alle lesioni colpose e al 35% nei procedimenti per omicidio colposo. Bassissimo, il numero di condanne sia in riferimento all'attivita' medico chirurgica che, nello specifico a quella relativa ad episodi legati a gravidanza e parto.

Per quanto riguarda episodi riferibili a gravidanza e a parto, tanto i procedimenti per lesioni colposi (85) quanto i procedimenti per omicidio colposo (75) sono pochi in termini assoluti, piu' rilevanti in termini percentuali (circa il 10%) sul totale dei procedimenti per gli stessi reati a carico di professionisti sanitari.

Per quanto riguarda i questionari sottoposti agli Assessorati regionali competenti, formulati per evidenziare gli aspetti tecnico-organizzativi, lo studio ha preso in considerazione un campione statistico di 344 punti nascita sui 570 totali distribuiti sul territorio di 17 regioni, (fatta eccezione per Umbria, Calabria, Sardegna e Liguria, delle quali si registra mancata o incompleta risposta): Le risposte arrivateci sono state, complessivamente 460 ma non tutte utilizzabili per incompletezza dei dati. Dall'analisi del campione emerge che in media nei punti nascita italiani si effettuano circa 90 parti al mese: grande la differenza tra strutture, si va dai 28 parti al mese delle piccole strutture ai quasi 290 di quelle piu' grandi.

Altrettanto indicativa la percentuale di taglio cesareo, che l'Oms stabilisce doversi attestare intorno al 15%: varia da una media del 44% nei punti nascita piu' piccoli al 32.8% nei punti nascita di dimensioni maggiori. Risulta, inoltre, essere molto piu' elevata nelle strutture private. Il dato complessivo del totale parti cesarei sul totale dei parti e' del 35,4%.

L'analgesia per i parti naturali viene effettuata, in media, nel 15.3% dei casi. La terapia intensiva neonatale e' presente nel 27.6% dei punti nascita. La doppia guardia durante le 24 ore, per i medici e le ostetriche, ritenuta indispensabile per garantire la sicurezza assistenziale, e' disponibile nel 40% delle strutture valutate. Ma all'interno di questi dati, grande e' la difformita' dei livelli assistenziali forniti dalle strutture dei diversi cluster.

I dati confermano l'aumento di eta' media delle madri che si attesta a 31.4 anni, l'eta' in cui viene messo al mondo il primo figlio (29.1 anni) e il basso tasso di fecondita' (di poco superiore a 1.34), indicatori importante della situazione sociale/demografica del paese. Continua a crescere, invece la percentuale di parti di pazienti immigrate, ma ancora pochi sono i punti nascita che possono vantare la presenza di un mediatore culturale. Particolare attenzione e' stata dedicata, infine, all'assistenza in caso di gravidanza patologica (circa il 10% delle gravidanze) che richiede alto grado di tecnologia, altissima competenza e formazione, perfetto coordinamento di risorse umane e tecnologiche, completo bilanciamento tra territorio e strutture disponibili. Assistenza che, evidenzia lo studio, dovrebbe venir garantita anche le strutture piu' piccole chiamate a trattare una percentuale sensibile di patologia insorta in gravidanza.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Indagine, italiani sempre piu' anziani e poco attenti a salute

Indagine, italiani sempre piu' anziani e poco attenti a salute

Popolazione sempre piu' vecchia in Italia e incline a non abbandonare comportamenti a rischio per la salute come il fumo, l'alcol, l'eccesso di peso, la scarsa attivita' fisica. Lo rileva il Country Report Italia 2013, il documento di studio ed analisi dello stato di salute degli italiani, condotto dall'Associazione di iniziativa Parlamentare e legislativa per la Salute e la Prevenzione, presieduta dal Senatore Antonio Tomassini, in collaborazione con l'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Roma, diretta da Walter Ricciardi.

In particolare, i dati confermano la forte tendenza all'invecchiamento nel nostro Paese e, al contempo, livelli di fecondita' totali tra i piu' contenuti tra i paesi europei. A livello nazionale, si registra la presenza di una persona di 65 anni ed oltre, ogni cinque residenti e poco piu' di una persona over 75 ogni dieci. Nel 2009, il Tasso di fecondita' totale (Tft) presenta un valore inferiore al livello di sostituzione (circa 2,1 figli per donna). Il Tft e' passato da 1,42 del 2008 a 1,41 del 2009 e le prime stime rispetto al 2010 sembrano confermare questo trend negativo.

La popolazione risulta ancora caratterizzata da comportamenti fortemente a rischio che necessitano di interventi correttivi: nel 2010, la quota di fumatori tra la popolazione di 14 anni ed oltre e' pari a 22,8%. Lenta, ma in costante crescita, nel periodo 2001-2010, e' la prevalenza di persone che hanno smesso di fumare (20,2% vs 23,4%).

Quanto all'alcol, la prevalenza di consumatori a rischio negli adulti (19-64 anni) presenta un notevole svantaggio maschile (20,5% vs 5,3%) ed i consumi maggiori si registrano soprattutto nelle regioni settentrionali.

Si conferma un aumento progressivo negli anni (anni 2001-2010) di persone in sovrappeso 33,9% vs 35,6%; obesita' 8,5% vs 10,3%. In generale, la quota di popolazione in condizione di sovrappeso o di obesita' cresce con l'aumentare dell'eta' per poi diminuire lievemente negli anziani e risulta piu' diffusa tra gli uomini.

Tra le malattie croniche, il diabete resta una delle principali cause di morbilita' e mortalita' nel nostro Paese e puo' essere ritenuto a tutti gli effetti una malattia sociale: secondo i dati dell'Annuario Statistico Italiano (edizione 2010) dell'Istituto Nazionale di Statistica, ne soffre il 4,9% degli italiani, pari a circa 2 milioni 960 mila persone. Sul fronte delle patologie cardio e cerebrovascolari, circa il 90% degli eventi ha cause ambientali note, eliminabili e modificabili semplicemente attraverso l'assunzione di corretti stili di vita. Allarmante il dato secondo cui, nel nostro Paese circa un terzo dei pazienti con infarto non viene trattato con terapia riperfusiva perche' giunge troppo tardi in ospedale.

Situazione ancora piu' drammatica per i pazienti affetti da ictus. I tumori sono la seconda causa di morte dopo le malattie cardiocircolatorie, ma migliorano le percentuali di guarigione: il 61% delle donne ed il 52% degli uomini. Una sopravvivenza particolarmente elevata si registra per i tumori piu' frequenti come quello alla mammella (87%) ed alla prostata (88%). Grazie anche a una piu' alta adesione alle campagne di screening che consentono di individuare la malattia in uno stadio iniziale, oltre che alla maggiore efficacia delle terapie.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Influenza a letto 1 mln italiani. Vaccino salva la vita.

Influenza a letto 1 mln italiani. Vaccino salva la vita.

Febbre, dolori articolari e problemi intestinali. Sono gia' un milione gli italiani ridotti a letto dall'influenza, 169.000 nella prima settimana di gennaio, con una curva epidemica che ha iniziato tra Natale e Capodanno la sua ascesa verso il picco. Sono gli ultimi dati del bollettino settimanale Influnet, dell'Istituto Superiore di Sanita'. E, in questo quadro, FederAnziani lancia l'allarme sui rischi che si corrono ribadendo, attraverso le parole del suo Presidente Roberto Messina, l'invito a vaccinarsi soprattutto per la categorie a rischio.

''Secondo l'ultimo rapporto Influnet dell'Istituto Superiore di Sanita' la curva epidemica dell'influenza ha iniziato la sua ascesa interessando in una settimana ben 169 mila persone - dichiara Messina -. Dall'inizio della stagione quasi 1 milione di persone si e' ammalato, ma il peggio deve ancora venire. Il picco dell'epidemia e' previsto infatti per il mese di febbraio e proprio per questo e' opportuno provvedere a vaccinarsi. Non e' tardi, perche' il vaccino agisce entro 10 giorni: si e' ancora in tempo per mettersi al riparo da rischi che troppo spesso si tende a sottovalutare.

Vaccinarsi in molti casi significa salvarsi la vita o prevenire pericolose complicanze''.

L'incidenza totale dell'ultima settimana e' stata, infatta, pari a 2,79 casi per mille assistiti, pari appunto a 169.000 italiani a letto. Il totale dei casi stimati dall'inizio dell'epidemia ammonta a 998.000. I piu' colpiti sono i bambini: tra i 0 e i 4 anni l'incidenza e' pari a 5,63 casi per mille (in flessione questa settimana, a causa probabilmente della prolungata chiusura delle scuole), mentre tra i 5 e i 14 anni scende a 3,19. Numeri inferiori per i 15-64enni (2,77) e per gli over 65 (1,61). Tra le Regioni, la piu' ''colpita'' e' il Piemonte, quella che sta ''meglio'' e' la Basilicata.

''Un secondo importante invito - conclude Messina - sento invece di doverlo rivolgere alle Regioni perche' estendano la campagna di vaccinazione anti-influenzale di 30 giorni per dare modo anche ai ''ritardatari' di usufruire di questo fondamentale strumento sanitario. Vogliamo ribadire a gran voce che per combattere l'influenza stagionale, una patologia ben nota e spesso troppo sottovalutata, l'unica arma efficace e' la vaccinazione. E non possiamo tollerare che l'efficacia di questo strumento, che puo' salvare una vita, sia persa solo per una questione di superficialita'''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Influenza: infettivologi, in arrivo il picco. Bimbi i piu' colpiti

Influenza: infettivologi, in arrivo il picco. Bimbi i piu' colpiti

Ci siamo quasi: e' in arrivo la nuova ondata d'influenza e, ancora una volta, i bambini sono i piu' colpiti. Dopo la grave epidemia che ha interessato a gennaio gli Stati Uniti, il picco di malattia nel nostro Paese e' atteso nelle prossime tre settimane. Considerata la particolare virulenza, i pediatri raccomandano la vaccinazione sia per i bambini che soffrono di patologie croniche sia per i soggetti sani dai 6 mesi ai 5 anni d'eta'.

In caso di contrazione del virus dell'influenza, ''no agli antibiotici e agli antivirali - sottolineano gli esperti della Societa' Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) - a meno che non si verifichi una sovrainfezione batterica o non ci si trovi di fronte a casi di patologie croniche, mai comunque senza prescrizione pediatrica. L'influenza va trattata esclusivamente con farmaci sintomatici (che curano i sintomi di una malattia)''. Per alleviare i sintomi, ricordano i pediatri, sono utili anche semplici accorgimenti, quali il riposo in un ambiente confortevole, la somministrazione di antifebbrili, l'adozione di una dieta bilanciata con particolare attenzione ad un'adeguata integrazione dei liquidi e di un apporto calorico minimo, considerando anche la difficolta' del bambino ad alimentarsi''.

E mentre si attende il picco dell'influenza, gli esperti di tutto il mondo si sono riuniti al Meeting di Hong Kong, promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), per definire in vista della prossima stagione epidemica, strategie condivise nella prevenzione dell'influenza, una malattia da non sottovalutare soprattutto nelle donne in gravidanza e nei pazienti con malattie croniche. L'incontro ha rappresentato un grande passo in avanti e ha determinato un vero e proprio spartiacque nella lotta all' influenza, la cui gestione, fino ad oggi, e' stata appannaggio del sistema sanitario di ogni singolo Paese. Durante l'incontro, e' stata sottolineata l'importanza della vaccinazione antinfluenzale in gravidanza, anche a seguito della recentissima pubblicazione sul New England of Medicine di uno studio norvegese che ha dimostrato il rischio di morte fetale associato all'influenza contratta durante il concepimento e la sicurezza della vaccinazione. Gli esperti hanno anche discusso la necessita' di effettuare studi di efficacia sulla vaccinazione antinfluenzale nel lattante con meno di 6 mesi di eta' che, sulla base di ricerche preliminari, sembra dare risultati simili a quelli che la vaccinazione avrebbe nell'anziano e che permetterebbe di ridurre le complicanze e i ricoveri legati alla malattia, molto frequenti nei primi mesi di vita.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Inquinamento indoor nemico temibile. Ecco le piante mangiaveleni

Inquinamento indoor nemico temibile. Ecco le piante mangiaveleni

L'inquinamento dell'aria degli ambienti indoor rappresenta un importante problema di sanita' pubblica, con grandi implicazioni sociali ed economiche. In generale, negli ambienti confinati gli agenti inquinanti (ossido nitrico, ossidi di azoto, monossido di carbonio, anidride carbonica, anidride solforosa, formaldeide e sostanze di natura biologica come le endotossine) sono presenti in concentrazioni tali che, pur non determinando effetti acuti, sono tuttavia causa di effetti negativi sul benessere e sulla salute dell'uomo, soprattutto se legati a un elevato tempo di esposizione. E' per questo motivo che l'European Respiratory Society ha deciso di dedicare un intervento specifico su questo tema in occasione dell'European Respiratory Day, che quest'anno di svolge il 27 giugno a Roma.

''All'inquinamento atmosferico contribuiscono sia gli inquinanti degli ambienti esterni sia quelli degli ambienti interni e poiche' i residenti dei Paesi industrializzati trascorrono il 90- 95% del tempo in ambienti chiusi e' fondamentale considerare tale tipo di inquinamento'' conferma Eugenio Baraldi, Presidente SIMRI (Societa' Italiana Malattie Respiratorie Infantili), Professore straordinario di Pediatria Dipartimento Salute Donna e Bambino, SD Pneumologia e Allergologia Pediatrica all'Universita' degli Studi di Padova. ''Studi recenti sembrano anzi indicare che, se l'inquinamento esterno e' correlato ad esacerbazioni asmatiche, quello interno potrebbe essere implicato anche nell'aumento dell'incidenza della patologia. In particolare per quanto riguarda l'esposizione al fumo di sigaretta vi sono evidenze sufficienti per stabilire una relazione causale tra l'esposizione ad esso e lo sviluppo di asma''.

Le miscele complesse di inquinanti indoor, anche a basse concentrazioni, possono provocare nel tempo effetti nocivi sulla salute di bambini, donne in gravidanza, persone anziane, persone sofferenti di asma, malattie respiratorie e cardiovascolari. Nei bambini l'esposizione ad alcuni inquinanti indoor si associa a un maggiore rischio di irritazioni, sintomi respiratori acuti, iper-reattivita' bronchiale, infezioni respiratorie e sensibilizzazione allergica.

Un aiuto insperato puo' arrivare dalle piante, alcune capaci di svolgere una funzione di purificazione dell'aria: sono le cosiddette piante 'mangiaveleni'. Come la Felce di Boston, lo Spatifillum o il Ficus benjamina, capaci di contrastare le emissioni di formaldeide ed altri inquinanti, ad esempio, o l'anthurium efficace contro l'ammoniaca .

Nulla possono, pero', contro l'esposizione a fumo di tabacco, associata a un'aumentata prevalenza di sintomi respiratori: piu' della meta' dei bambini italiani vive in famiglie in cui almeno uno dei genitori e' fumatore e si stima che il 15% dei casi di asma tra i bambini e i ragazzi sia attribuibile proprio al fumo dei genitori.

Anche gli acari della polvere, i derivati di animali domestici e alcuni microrganismi, come funghi e spore, rappresentano importanti fonti di allergeni indoor.

L'inalazione di tali allergeni puo' indurre, in soggetti sensibilizzati, una rapida risposta infiammatoria, mentre ripetute esposizioni nel tempo possono causare l'insorgenza di asma bronchiale. Infine, anche la presenza di macchie di umidita' o di muffa nella camera dove il bambino dorme aumenta il rischio di sintomi asmatici.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Integratori alimentari business da 7,5 mld, Italia primo mercato

Integratori alimentari business da 7,5 mld, Italia primo mercato

L'Italia e' il primo Paese in Europa Occidentale per la vendita di integratori alimentari.

Lo rivelano i dati della ricerca Euromonitor International's Passport per FederSalus, presentati a Senago (Milano). Nel 2012 gli integratori hanno sviluppato un valore pari a 7,5 miliardi di euro , con una crescita dell'1,5% rispetto al 2011. In questo contesto l'Italia e' al primo posto, con una quota a valore che supera 1,6 miliardi di euro. La categoria maggiormente acquistata e' quella delle vitamine, che ha fatto registrare vendite pari a 2 miliardi di euro, con una crescita dell'1% nel periodo 2007-2012: oltre 1,2 miliardi di euro derivano dalla vendita di multivitaminici.

La Farmacia e la Parafarmacia si confermano i canali di acquisto privilegiati, con una quota a valore pari al 62%, mentre nella Gdo si effettua il 21% delle vendite. Inizia ad assumere un certo rilievo la vendita su canali non tradizionali come internet, che raggiunge quota 17% e mostra un trend in costante crescita.

Nello specifico contesto nazionale, i dati positivi di mercato rilevati sono giustificati dalla costante attenzione verso la salute, che si sostanzia nella messa in pratica di strategie per mantenere e migliorare lo stato di benessere, tra cui l'adozione di comportamenti/stili di vita salutari e l'utilizzo di integratori. Secondo l'indagine ''La ricerca di benessere e il ruolo della farmacia. Le prospettive per le aziende che operano nel mondo della salute'', realizzata da GfK Eurisko per FederSalus, ben 3 italiani su 4 affermano di aver fatto ricorso nel corso dell'anno ad almeno un prodotto/integratore per il benessere personale e per gestire piccoli disturbi.

Il medico e il farmacista si confermano i referenti principali nella scelta dell'integratore. In particolare, al momento dell'acquisto in farmacia, l'attenzione del consumatore non e' soltanto focalizzata sul prodotto da comprare, ma sul processo e sull'esperienza di acquisto, che diviene un momento per prendersi cura di se' e per realizzare il proprio progetto di salute, innescando un confronto con il farmacista per acquisire nuove competenze sulla propria salute e sull'integratore selezionato. Sapere, essere consapevoli, saper scegliere e confrontare i prodotti, insomma sentirsi competenti, sono aspetti di un nuovo modello di consumo che gia' viene messo in atto al di fuori del mondo della salute, e si intreccia alla ricerca di notizie sul web: ben il 65% di chi naviga regolarmente su internet, infatti, si affida alla rete per reperire informazioni sulla salute.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Internet-dipendenza aumenta rischio depressione nei giovani

Internet-dipendenza aumenta rischio depressione nei giovani

Ansia, cattivo umore, fino a scivolare nella depressione: i ricercatori dell'Universita' degli Studi di Milano e della Swansea University (UK) hanno dimostrato come la dipendenza da internet esponda i piu' giovani al richio depressione. Nel lavoro, pubblicato su Plos One sono stati evidenziati gli effetti dell'esposizione a Internet nel breve periodo su giovani soggetti affetti da Internet dipendenza, riscontrando una riduzione del tono dell'umore.

Lo studio, condotto da Roberto Truzoli e Michela Romano presso l'Universita' di Milano e a da Phil Reed e Lisa A.

Osborne della Swansea University, ha esaminato l'impatto immediato dell'esposizione a Internet sugli stati psicologici e sull'umore di persone dipendenti da Internet e su utenti di Internet non dipendenti, con un'eta' media di 24 anni. I 60 partecipanti hanno svolto una batteria di test psicologici per esplorare i livelli di dipendenza da Internet, l'umore, l'ansia, la depressione, la schizotipia e i tratti di autismo. Quindi i partecipanti hanno utilizzato liberamente Internet per 15 minuti e successivamente sono stati nuovamente valutati per l'ansia e l'umore.

Un primo risultato dello studio e' che le persone dipendenti da Internet hanno evidenziato una marcata riduzione del tono dell'umore subito dopo aver smesso di utilizzare la rete rispetto ai partecipanti non dipendenti, rilevando un evidente impatto negativo sull'umore, cosa che - sottolineano i ricercatori - puo' contribuire all'aumento dell'uso di Internet da parte di questi individui che cercano di modificare il loro umore impegnandosi ulteriormente nell'utilizzo di Internet, rafforzando cosi' la spirale di dipendenza. Questo fenomeno suggerisce un possibile meccanismo di mantenimento del comportamento di dipendenza da Internet.

In secondo luogo si e' osservato che la dipendenza da Internet puo' essere associata con depressione pregressa, anticonformismo impulsivo e tratti di autismo.

''Si conferma che le persone con pregressi disturbi dell'umore e d'ansia possono essere a rischio di uso eccessivo di Internet. La rilevazione di tratti autistici pero' e' una evidenza nuova potenzialmente interessante, ma le ragioni di questa associazione sono attualmente poco chiare e richiederanno nuove ricerche'', commenta Roberto Truzoli.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Ist. Negri, in Europa calano decessi per tumore al seno

Ist. Negri, in Europa calano decessi per tumore al seno

Calano i decessi per tumore al seno in Europa: secondo uno studio, pubblicato su The Breast, condotto dal Dipartimento di Epidemiologia dell'Istituto 'Mario Negri', tra il 2002 e il 2006, il tasso di mortalita' per tumore della mammella e' diminuito del 7%, passando da 17,9 a 16,7 donne ogni 100 mila (tasso standardizzato per eta' secondo la popolazione mondiale).

Le diminuzioni piu' forti sono state osservate nei Paesi del Nord Europa (-38% nel Regno Unito), mentre le riduzioni sono state piu' recenti e piu' modeste nei Paesi del Centro ed Est Europa, dove la mortalita' e' risultata in crescita fino alla meta'/fine degli anni '90. La diminuzione nella mortalita' e' stata piu' evidente nelle donne giovani (-11,6% tra i 20 e 49 anni nella Ue), mentre era piu' ridotto con l'avanzare dell'eta' (-6,6% a 50-69 anni, -5% a 70-79 anni).

Un trend positivo gia' iniziato del decennio precedente: la mortalita' per tumore della mammella, infatti, e' diminuita di oltre il 15% nella Ue dalla fine degli anni ''80 all'inizio degli anni 2000. In Italia, la riduzione nella mortalita' totale e' stata del 7,5% nel quinquennio considerato. Nel 2007, la mortalita' e' stata di 16,2 donne ogni 100 mila, con 11.916 decessi. ''Lo studio - sostiene Cristina Bosetti, ricercatrice del Dipartimento di Epidemiologia dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche ''Mario Negri' - indica una persistente e costante riduzione nella mortalita' per tumore della mammella in Europa negli ultimi 25-30 anni, come anche osservato negli Stati Uniti.

Cio' e' dovuto principalmente ai progressi nella terapia. Gli andamenti piu' favorevoli nelle giovani donne suggeriscono che la mortalita' complessiva per tumore della mammella in Europa si ridurra' ulteriormente in un prossimo futuro. Nella UE, si stima una diminuzione del 9% tra il 2006 e il 2012, fino a raggiungere un tasso di mortalita' attorno a 15 ogni 100 mila donne e circa 88 mila decessi. A fine 2012, saranno quindi oltre 25 mila i decessi evitati ogni anno in Europa rispetto alla mortalita' degli anni '80''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Italiani su filo rasoio tra crisi e aumento fattori rischio

Italiani su filo rasoio tra crisi e aumento fattori rischio

E' in pericolo la salute degli italiani: si trova ora piu' che mai sotto il fuoco incrociato della crisi economica e, sebbene gli effetti di questa congiuntura negativa si rendano manifesti con una certa latenza di tempo, salta gia' agli occhi come gli italiani, pressati dalle restrizioni economiche, comincino a risparmiare su azioni preventive di base quali una sana alimentazione e lo sport.

Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventa un lusso per pochi (per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate/giorno - 4,8% vs 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008; a mangiarne di piu' sono coloro che spesso consumano i pasti a mensa che si conferma come luogo maggiormente associato al consumo di verdure, frutta e ortaggi). E' questa la situazione che emerge dalla nona edizione del Rapporto Osservasalute (2011), un'approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualita' dell'assistenza sanitaria nelle Regioni italiane presentata oggi a Roma all'Universita' Cattolica. Pubblicato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che ha sede presso l'Universita' Cattolica di Roma e coordinato dal Professor Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene della Facolta' di Medicina e Chirurgia, il Rapporto e' frutto del lavoro di 175 esperti di sanita' pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio italiano, che operano presso Universita' e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali.

Gli italiani, insomma, se costretti a fare economia, tagliano dove possono e cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all'incertezza; sempre piu' spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro e a tener testa a tutti gli impegni sempre piu' stringenti. Risulta cosi' aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (l'uso di antidepressivi e' cresciuto di oltre quattro volte in una decade, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010), come effetto anche di un disagio diffuso dilagante, scatenato dalle difficolta' socio-economiche. Numerosi studi dimostrano che l'impatto sulla salute di una crisi economico-finanziaria, quale quella che stiamo vivendo a livello globale, e' forte: potrebbe portare a un incremento dei suicidi (i dati mostrano anche per l'Italia un aumento del numero di suicidi tra il 2006, quando i casi registrati erano 3.607 e il 2008, che si chiude con 3.799 casi) e delle morti correlate all'uso/abuso di bevande alcoliche e droghe. Nondimeno, la salute degli italiani resta tutto sommato ancora buona grazie alla ''rendita'' a loro disposizione, merito, per esempio, della tradizione della dieta mediterranea. Ma, come tutte le rendite non ben gestite, rischia di erodersi rapidamente: gli italiani sono, infatti, sempre piu' grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti e' in eccesso ponderale, contro il 45,4% del 2009), anziani (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e colpiti da malattie croniche. Per di piu' le scelte in ambito di politica sanitaria rischiano di peggiorare le cose: ''le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria - ha dichiarato il Professor Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e dell'Istituto di Igiene della Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita' Cattolica di Roma - hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell'assistenza sanitaria gia' dal 2012; all'introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalita' dei fondi su disabilita', infanzia, e altri aspetti che vanno poi a incidere sulla nostra salute''. Peraltro i tagli non riducono l'inappropriatezza di molti interventi sanitari (quindi gli sprechi), ne' migliorano la qualita' delle cure, anzi appesantiscono ancor piu' le liste di attesa. Nel triennio 2007-2010 l'effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando pero' un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%. E nel futuro sara' sempre peggio: e' stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici, che presumibilmente il SSN avra' a disposizione.

Le evidenze epidemiologiche dimostrano, invece, la necessita' di rafforzare (o almeno non tagliare) le politiche per la salute poiche' i tagli potrebbero innescare un aumento di spesa socio-sanitaria a carico delle famiglie col pericolo di aumentare quelle a rischio poverta' (oggi il 7,6% di esse), a fronte di una quota di oltre il 15,5% di poverta' accertata assoluta/relativa.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine La cellulite si combatte in inverno. Rimedi last minute? Inutili

La cellulite si combatte in inverno. Rimedi last minute? Inutili

Le fedelissime dei rimedi da ultimo minuto sono avvertite: e' l'inverno il miglior momento per combattere la cellulite, che e' una vera e propria patologia e non un banale male di stagione. Gli specialisti rassicurano: l'antiestetica ''buccia d'arancia'' si puo' curare, a patto pero' che si inizi a farlo con largo anticipo rispetto alla fatidica prova costume e senza lasciarsi prendere da panico e isteria last minute, equilibrando uno stile di vita sano, una dieta bilanciata e l'utilizzo di prodotti e creme ad hoc. La cellulite, d'altra parte, e' un problema diffusissimo: secondo un report dell'Osservatorio PoolPharma Research, infatti, i cuscinetti adiposi sono lo spauracchio piu' temuto dall'85% delle donne e delle ragazze, che iniziano a considerarli un grave handicap estetico gia' a partire dai 17 anni. Cosi' si spiega, infatti, la crescita del +1,2% del comparto dei prodotti anti-cellulite, dominato da creme e trattamenti per uso topico.

Un po' perche' il freddo riattiva la circolazione, e per questo e' un nemico ostile ed agguerrito per le cellule adipose, un po' perche' le cure piu' efficaci hanno bisogno di tempo per dare i loro frutti, l'imperativo e' giocare d'anticipo e sfruttare anche il periodo invernale per combattere in modo sistemico ritenzione idrica, grasso sottocutaneo e smagliature. ''Far miracoli ad aprile-maggio e' assolutamente impossibile. La cellulite necessita di un approccio globale, e per questo va combattuta sin dai mesi invernali'', conferma Gabriella Fabbrocini, docente di dermatologia e venereologia presso l'Universita' di Napoli ''Federico II'', ipotizzando quindi una sorta di decalogo di comportamenti e buone abitudini anti-cellulite.

Primo, inevitabile, punto del ''regolamento'' anti-ciccia e' lo stile di vita, a cominciare da una sana alimentazione per concludere con l'attivita' fisica, piu' o meno mirata.

''La lotta agli eccessi di adipe inizia, naturalmente, dalla riduzione dell'introito calorico e delle sostanze a base di glucosio e zuccheri. Bisogna privilegiare un regime equilibrato, limitare i carboidrati pur senza eliminarli del tutto, preferire le proteine di origine vegetale a quelle di origine animale ed abbondare, invece, con i cibi ricchi d'acqua come frutta e verdura. E, e' sempre bene precisarlo, bere moltissimo'', spiega ancora Fabbrocini, raccomandando quindi anche una giusta dose di movimento fisico, ''almeno di un'ora al giorno, preferibilmente in acqua perche' le piscine e il cloro facilitano la diuresi e l'emissione di liquidi dall'organismo evitando la formazione di pannicoli che possono diventare fibrosi in piena regola''.

Quanto alle creme ''sono un valido aiuto'', sottolinea la specialista, ''soprattutto se sono a base di caffeina o di teobromina, vasodilatatori che aiutano il drenaggio linfatico'' e anche i rimedi naturali possono essere una buona integrazione: ''la centella asiatica'', ad esempio, ''e tutti i diuretici a base di sostanze naturali come la caffeina, il tarassaco, il fucus, che aumentano la diuresi e il drenaggio linfatico, ma che da soli non risolvono il problema cellulite''. Cautela, invece, con impacchi e fanghi homemade e con i rimedi consigliati su Internet, sempre piu' ricercati dalle giovanissime, che ''possono causare pericolose reazioni allergiche''.

Da non dimenticare, infine, visto che la cellulite e' in tutto e per tutto una patologia, il prezioso supporto degli specialisti. ''Esistono tante tecniche utilissime che vanno eseguite solo dagli specialisti per evitare effetti collaterali. Mi riferisco alle mesoterapie, ai massaggi, ai bendaggi freddi, alla pressoterapia e, infine, al nuovo trattamento pro-shock, che da' una riduzione del volume delle cellule adipose e quindi un'ipertonia che provoca emissione di liquidi'', conclude Fabbrocini.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Latte e latticini. La «Regola del Tre»

Latte e latticini. La «Regola del Tre»

Tre porzioni al giorno di latte o yogurt e tre alla settimana di formaggi: sono queste le «dosi» da rispettare, secondo le «Linee Guida per una corretta alimentazione» elaborate dall’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), per condurre una dieta equilibrata che comprenda anche il consumo di latte e latticini. A spiegarlo è Eugenio Del Toma, professore associato di Nutrizione Clinica all'Università Campus Biomedico di Roma: «Il latte vaccino ha tali pregi da poter essere considerato in pratica l’integratore naturale delle diete carenti e squilibrate. L’unico neo della sua composizione è la modesta presenza di ferro e di zinco». Un alimento buono a tutte le età: «Senza entrare nella realtà pediatrica, dove esistono specifiche controindicazioni all’introduzione del latte vaccino prima del dodicesimo mese, per tutte le altre fasce di età il latte ha qualità adeguate, anche in base ai moderni trattamenti tecnologici che lo rendono utilizzabile da tutti, con la rara ma grave eccezione di chi è allergico alla specifica frazione proteica o come misura prudenziale nei casi di vera carenza enzimatica di lattasi».

Quanto all'uso centellinato soprattutto dei formaggi per paura di ingrassare, «consiglierei di preferire i latticini ai formaggi stagionati e di alternarli con altre pietanze di origine animale (perciò più ricche di grassi saturi, come carne, uova) con 'l'obbligo' cautelativo di mangiare due volte la settimana anche del pesce azzurro, ricco di grassi polinsaturi 'essenziali' - spiega Del Toma -. Nessun problema per un normale consumo di latte parzialmente scremato».

Alcuni studi hanno recentemente dimostrato che, se bevuto in grande quantità, il latte potrebbe anticipare la comparsa di malattie come il Parkinson, o aumentare l'esordio di alcuni tumori, e aggravare l'ulcera e l'osteoporosi, invece che attenuarne i sintomi. «Il latte, il burro, i formaggi e le altre fonti proteiche animali, inevitabilmente ricche di grassi saturi, sono state demonizzate oltre misura, pur di non ammettere che il danno principale deriva dalla sedentarietà forzata a cui ci costringe il lavoro e lo stile di vita tipico delle moderne città - conclude l'esperto -. È più facile che i pazienti accettino delle proibizioni alimentari piuttosto che modifichino lo stile di vita, come tutti i medici dovrebbero richiedere prioritariamente ai pazienti sedentari».

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Libro Bianco Cattolica-SIP, Italia non e' Paese a misura bambino

Spesso sono gravati da chili di troppo, sono sedentari e hanno pessime abitudini a tavola, pero' i bambini italiani vantano condizioni di salute complessivamente buone, anche grazie a una rete di protezione familiare che e' una tipica tradizione ''made in Italy'' e che spesso supplisce alle reti di servizi sociali ancora carenti e disomogenee lungo lo Stivale.

Ma l'Italia rischia di rimanere un Paese di ''nonni senza nipoti'', tanto sono bassi natalita' e ricambio generazionale. Basti pensare che dal 1871 al 2009 la natalita' si e' quasi dimezzata (-74,25%) e attualmente si assesta al 9,5‰, cioe' nascono 9,5 bebe' ogni 1000 abitanti, contro, solo per fare qualche esempio, 12,8‰ della Francia, 10,8‰ della Spagna, 12‰ della Svezia e 12,8‰ del Regno Unito. Sono i dati del ''Libro Bianco 2011.

La salute dei bambini'', frutto della collaborazione tra Osservasalute-Universita' Cattolica e Societa' Italiana di Pediatria, presentato oggi all'Universita' Cattolica di Roma, che denuncia una ''profonda disomogeneita' dei servizi assistenziali nelle diverse regioni'', come afferma Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene della Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita' Cattolica di Roma: ''cio' significa - spiega - che le opportunita' di salute non sono le stesse per tutti i bambini italiani o, in altri termini, essere bambino nel Sud d'Italia non e' egualmente facile che esserlo nel Nord-Est del Paese''.

Cosi' come risulta disomogenea l'assistenza ospedaliera in pediatria. Fortunatamente - rileva l'indagine - oggi i bimbi italiani possono ancora fare affidamento su una fitta rete di pediatri territoriali (il numero di Pediatri di Libera Scelta a livello nazionale nel periodo 2001-2008 e' aumentato del 6,3%, passando da 7.199 a 7.649); ma non e' remoto il rischio che, gia' a partire dal 2015, i pediatri disponibili per l'assistenza primaria ai bimbi italiani diminuiscano in modo drastico in quanto una grande quota di questi andra' in pensione e, poiche' l'accesso alle scuole di specializzazione prevede il numero chiuso, non sara' possibile assicurare il turn over. Stando ai risultati di una recente indagine della Societa' Italiana di Pediatria, la progressiva riduzione di pediatri, gia' in atto dal 2010, portera' dagli attuali 15 mila professionisti ai 12 mila nel 2020, che scenderanno a quota 8000 nel 2025. ''Le misure di protezione sociale per la famiglia in Italia - prosegue Ricciardi - sono residuali rispetto alle altre spese per il welfare: questo non e' un driver di sviluppo del Paese e della sostenibilita' per il futuro.

L'Italia non e' un Paese a misura di bambino: tutte le politiche del welfare non sono orientate ai bisogni dell'infanzia e non incentivano le giovani coppie a mettere su famiglia''. Basti prendere il dato ISTAT del 2010, osserva il Libro Bianco: la spesa per la protezione sociale sostenuta e' pari al 29,9% del PIL. Alla previdenza vengono destinati i 2/3 della spesa (66,4%), alla sanita' 1/4 (25,6%), ma per le politiche per la famiglia si spende solo un ventesimo (4,7% - in Francia lo stanziamento e' doppio), e solo lo 0,3% del PIL e' utilizzato per contrastare l'esclusione sociale e la poverta' e favorire le politiche per gli alloggi (il 4,2% in Francia).

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Lo 'strappo' causato dalla valigia. I bagagli rovina-vacanze

Lo 'strappo' causato dalla valigia. I bagagli rovina-vacanze

Trascorrere a letto i primi tre giorni della vacanza con torcicollo e male alle spalle per colpa di valigie troppo pesanti e un viaggio molto lungo in auto.

''E' il rischio concreto che si corre se si rimane vittima di stiramenti improvvisi al livello della colonna cervicale causati da pesi importanti e da posizioni prolungate che si assumono viaggiando in macchina per lungo tempo''. A mettere in guardia e' Sandro Rossetti, Ortopedico e medico dello sport, responsabile della Divisione di Ortopedia e Traumatologia dell'ospedale San Camillo di Roma.

''La scena del papa' che cammina con la figlioletta in braccio, trascinandosi dietro le valigie enormi e pesantissime di tutta la famiglia, che poi carichera' e scarichera' dalla macchina, di solito e' seguita dalla scenetta del povero papa' costretto immobile a letto o sul divano, ahime' in vacanza, da uno stiramento muscolare della colonna cervicale per averla sottoposta a un carico esagerato o ad una trazione anomala - afferma l'esperto - . I danni nel trasportare bagagli troppo pesanti si possono avere quando si provoca uno stiramento e allungamento violento del plesso nervoso che e' a fianco della colonna cervicale e che poi va a determinare l'utilizzo dei muscoli della spalla e del braccio''.

''Pensiamo allo strattone che il nostro braccio o la nostra colonna cervicale subiscono ogni qualvolta afferriamo la nostra valigia dal tapis roulant dell'aeroporto - dice l'ortopedico - Mentre il tapis gira noi arpioniamo il bagaglio e dobbiamo, con uno sforzo piuttosto secco e rapido, portarlo fuori dal tappeto. Questo sforzo violento e in posizioni sbagliate puo' determinare un cattivo stiramento delle fibre neuromuscolari del collo. Il risultato e' una sofferenza dei muscoli cervicali con parestesie a volte anche del braccio e il risveglio di quella artrosi cervicale che invece e' stata latente per tutto l'anno e che noi andiamo a sollecitare con un movimento sbagliato''.

''Tutto questo si puo' verificare anche in altre situazioni - aggiunge l'esperto - per esempio quando dobbiamo tirare giu' dal portabagagli del treno la nostra valigia. In questo caso lo sforzo e' spesso incongruo. Il portabagagli e' in alto, c'e' gente che aspetta, ci sbrighiamo, non pensiamo ai movimenti giusti da fare come afferrare la valigia con entrambe le mani. Qui a rischiare di piu' la sofferenza dei muscolo latero-cervicali sono gli anziani. Altre situazioni rischiose sono i momenti in cui si carica e si scarica dalla macchina''.

Che fare, dunque? ''No alle valigie troppo pesanti - consiglia Rossetti - se dovete portare tanto materiale distribuitelo tra due valigie, non fate esibizione delle vostra forza perche' poi c'e' il rischio di rimanere bloccati a causa di stiramenti muscolari anche molto gravi. Sollevare e posizionare le valigie con due mani, sollevarle con entrambe le braccia. E' sempre la colonna cervicale che va in sofferenza, le strutture neuromuscolari della colonna rischiano grosso, Torcicollo e dolore alla spalla sono li', dietro l'angolo''. E se dovesse arrivare lo stiramento? ''Statevene tranquilli due o tre giorni, a seconda ovviamente del trauma. Se e' lieve un antiinfiammatorio e una pomata potranno aiutarvi ma se il trauma e' forte ci vorra' qualche giorno in piu' per guarire''. E viaggi brevi in auto, ''perche' la posizione prolungata fa male sia alla colonna cervicale sia alla lombare'', magari ''portando con se' in vacanza, se si soffre di cervicale e di dolori alla schiena, il proprio cuscino''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Mal di testa, non solo sintomi ma vera malattia. Colpisce 8 mln

Mal di testa, non solo sintomi ma vera malattia. Colpisce 8 mln

'GENI', il gruppo di ricerca guidato da Lorenzo Pinessi,Direttore della Clinica Neurologica del Dipartimento di Neuroscienze dell' Universita' di Torino, ha dato una svolta storica al mal di testa dimostrando che l'emicrania non e' solo un sintomo ma e' una vera e propria malattia presente fin dalla nascita determinata da specifici geni e associata a riduzioni focali di sostanza grigia di precise aree del cervello che modulano il dolore (pain matrix). Nuove scoperte genetiche e nuove strategie di cura alle Giornate Neurologiche Torinesi che riuniscono a confronto i maggiori esperti italiani del mal di testa, problema che nelle sue diverse forme - emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo - riguarda oltre 8 milioni di italiani - le donne piu' colpite (5 a 1 rispetto agli uomini) e il 30% di bambini e adolescenti.

Il mal di testa e' riconosciuto dall'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms) nella 'top ten' delle patologie disabilitanti, ma in Italia si trova ai livelli minimi di assistenza (Lea).

Si tratta di una malattia sociale e genera cali di produttivita', con 25 milioni di giornate lavorative perse all'anno e una spesa di 600 euro pro capite, per un totale di oltre 3 milioni. Inoltre, emicrania e Sclerosi Multipla presentano alcune caratteristiche comuni, a cominciare dalla maggiore incidenza nel sesso femminile, e dalla giovane eta' all'esordio. Molti studi hanno evidenziato che gli ammalati di SM soffrono piu' frequentemente di emicrania senz'aura rispetto ai controlli con 2,5 probabilita' in piu' rispetto alla popolazione normale.

Non solo: altri recenti lavori dello stesso team di ricerca hanno individuato nuovi fattori e cause emergenti di cefalee come l' obesita' - fra i 3 e i 4 milioni di emicranici italiani sono in sovrappeso - l'alcool e il sesso trasgressivo.

E la cura? Gli ultimi progressi puntano su innovative tecniche diagnostiche , sulla genetica molecolare - e terapie sempre piu' mirate basate su triptani, valpronato topiramato, botulino di tipo A e nuovi trattamenti hi tech -TMS -Transcranial Magnetic Stimulation - Stimolazione Suboccipitale ma anche naturopatia e tecniche di rilassamento.

''E' importante - spiega Pinessi - evidenziare la gravita' della cefalea cronica quotidiana - la forma piu' grave e invalidante di mal di testa che affligge circa 3 milioni degli 8 milioni di malati. Si manifesta con attacchi di quotidiani da almeno 6 mesi, per almeno 15 giorni al mese, ma di solito questi pazienti hanno il dolore tutti i giorni ed e' spesso complicata dall'abuso di farmaci . Il 30% dei pazienti , a causa del dolore, e' costretto a rinunciare a un vita di relazione, impegni di lavoro, a dedicarsi alla famiglia. Nel 43 %dei casi la cefalea cronica causa tensioni in famiglia, nel 23% incide negativamente sulla sfera sessuale, nel 60% genera ansia e depressione. Secondo recenti dati poco piu' del 15% ricorre allo specialista, mentre circa il 50% si automedica con analgesici da banco spesso abusandone e cronicizzando il disturbo. I malati di emicrania cronica quotidiana arrivano ad assumere per anni dalle 7 alle 10 dosi di analgesici al giorno''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Malattie gastroenterologiche sottovalutate. Prevenzione a tavola

Malattie gastroenterologiche sottovalutate. Prevenzione a tavola

Un italiano su due soffre di reflusso gastroesofageo, cioe' di ''bruciore di stomaco'', uno su dieci di cattiva digestione e mal di stomaco e quattro milioni di stipsi. Inoltre, osservando patologie piu' gravi, il tumore del colon retto rappresenta la seconda causa di morte oncologica. Le malattie gastroenterologiche, spesso sottovalutate, oggi sono, quindi, tra le patologie piu' diffuse, come dimostrano gli oltre 1.500.000 ricoveri che sono causati da loro ogni anno in Italia.

Ma esiste un modo per ridurre, almeno in parte, la diffusione di queste malattie? Secondo i gastroenterologi dell'Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO), riuniti a Bologna per il 19* Congresso nazionale della malattie digestive insieme alle altre associazioni dedicate alle malattie digestive, la prevenzione passa attraverso buone abitudini a tavola, uno stile di vita attivo e controlli medici periodici.

La ricerca scientifica degli ultimi dieci anni ha mostrato quanto siano dannosi un'alimentazione eccessiva e sbilanciata e uno stile di vita sedentario.

Spiega Elisabetta Buscarini, presidente dell'Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO): ''In questi ultimi tempi si sente parlare frequentemente di regimi alimentari miracolosi ed estremi in grado tutelarci da ogni malattia e, nello stesso tempo, di restituirci una linea perfetta. In genere si tratta di operazioni commerciali piu' o meno azzeccate che non hanno niente di scientifico e, talvolta, sono anche pericolose. Purtroppo, non esiste una ricetta miracolosa per correggere in poco tempo gli errori di anni. In realta', bisogna sempre prendersi cura di se' e seguire alcuni principi semplici: consumo moderato di carne rossa e alcol, varieta' della dieta, tanta acqua e soprattutto movimento e attivita' fisica''.

Quali sono, quindi, le ''regole d'oro'' contro un cattivo funzionamento dell'apparato digerente, oltre che contro malattie gravi come tumori e patologie dell'apparato cardiovascolari? ''Non fumare''. ''Mantenere il peso corporeo stabile nel tempo'', controllandolo periodicamente sempre sulla stessa bilancia, al mattino. ''Seguire una dieta equilibrata'' con poco sale e tanti vegetali: almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura . ''Ridurre i cibi grassi'' (burro, cibi fritti) carni rosse e i formaggi fermentati. ''Ridurre il piu' possibile bibite zuccherate e cibi molto zuccherati'' (snack, brioche etc). ''Ok a un bicchiere di vino ma non piu' di uno al giorno''. ''Bere acqua in quantita appropriata'', almeno 1,5 litri perche' aiuta il buon funzionamento dell'apparato digerente.

E' molto importante, infine, fare un'attivita' fisica regolare (almeno 3/5 volte alla settimana), di intensita' moderata (camminata veloce, bicicletta, nuoto, ecc), per almeno 30-60 minuti per volta.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Medici famiglia, italiani bevono troppo poco. Ma con zuccheri ok

Medici famiglia, italiani bevono troppo poco. Ma con zuccheri ok

Gli italiani sanno che dovrebbero bere almeno due litri di bevande al giorno ma ne consumano meno della meta' (circa 800 ml). Perche' si dissetano solo quando hanno sete. Da sfatare invece le credenze sull'assunzione eccessiva degli zuccheri (saccarosio, fruttosio e lattosio): circa 67 grammi quotidiani per gli uomini e 61 per le donne. Ben al di sotto quindi dei 75 grammi, indicati dagli esperti come limite da non superare.

Lo zucchero aggiunto in media agli alimenti e bevande durante la giornata (caffe', te', spremute, yogurt ecc.) e' pari a circa 3,3 cucchiaini (poco piu' di 60 Kcal, pari a solo il 3,3% delle calorie giornaliere per un adulto sano).

E' quanto emerge dai dati preliminari dell'indagine LIZ, raccolti su circa 800 persone (saranno 5.000 al termine dello studio) dai medici di famiglia della SIMG (Societa' Italiana di Medicina Generale), in collaborazione con Nutrition Foundation of Italy (NFI). Lo studio e' stato presentato al 29mo Congresso della societa' scientifica, a Firenze. ''E' significativo che il 35% degli uomini ed il 40% delle donne non aggiunga zucchero (saccarosio) ad alcun cibo - afferma Claudio Cricelli, presidente SIMG -. Abbiamo raccolto dati reali e aggiornati per intraprendere e proporre alle Istituzioni azioni di prevenzione mirate. Dal 2005 mancavano statistiche di questo tipo. Nel sondaggio abbiamo chiesto agli italiani cosa sanno del corretto consumo di liquidi e zuccheri e come effettivamente si comportano. La recente proposta di tassare le bevande gassate, anche se virtuosa negli intenti, appare quindi ingiustificata perche' non tiene conto dei consumi reali dei cittadini. Basti pensare che la Danimarca, dopo aver introdotto una tassa analoga su alimenti ad elevato contenuto di grassi saturi, l'ha recentemente abrogata, e ha inoltre desistito dall'idea di introdurne un'altra sullo zucchero. La medicina dei sani, cioe' la promozione della salute attraverso stili di vita corretti, deve agire su sedentarieta', alimentazione scorretta, fumo di sigaretta e abuso di alcol''. Eliminando questi fattori di rischio, l'80% delle malattie croniche, come diabete, tumori, ipertensione e patologie cardiovascolari, puo' essere prevenuto. Secondo Ovidio Brignoli, vicepresidente SIMG, ''servono nuovi strumenti per far comprendere ai cittadini come mantenersi sani. Se nel 1995 il 37,8% della popolazione era sedentario, nel 2010 questa percentuale e' salita al 38,3%: si tratta di piu' di 22 milioni di persone che dichiarano di non praticare nessuna attivita' fisica nel tempo libero. Il verdetto immediato di questa carenza di esercizio lo pronuncia la bilancia. Il 36,6% dei nostri connazionali e' in sovrappeso, il 10,6% addirittura obeso, pari a circa 6 milioni di individui. L'andamento e' in preoccupante aumento se si considera che il numero degli obesi dal 1994 ad oggi e' cresciuto del 25%. Per agire in modo mirato stiamo raccogliendo concreti e aggiornati''.

In Italia sono 2 milioni e 970mila i diabetici (il 4,9% della popolazione), 2 milioni e 250mila persone vivono con una diagnosi di tumore. Ancora piu' alto e' l'impatto delle patologie cardiovascolari: la sola ipertensione, un vero ''killer silenzioso'' provoca circa 240.000 morti l'anno ed e' responsabile del 47% delle cardiopatie ischemiche e del 54% degli ictus cerebrali. Per combattere queste malattie, alla dieta corretta deve essere associata l'attivita' fisica, che puo' essere efficace come un farmaco.

L'esercizio fisico in ricetta, oltre ad assicurare una salute migliore, puo' garantire la sostenibilita' del Servizio Sanitario Nazionale, spiegano i medici. Oggi l'11% della popolazione mondiale ha piu' di 60 anni, si calcola che nel 2030 questa percentuale salira' fino al 17% e nel 2050 al 22%. E l'Italia si colloca ai vertici della classifica della longevita': e' il secondo Paese al mondo, dopo il Giappone, per aspettativa di vita: ''Dobbiamo sapere rispondere alle esigenze di salute di queste persone'', conclude Brignoli.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Migliora sonno e concentrazione

Migliora sonno e concentrazione

Non solo per il cuore. L'attività fisica migliora la qualità del sonno e della concentrazione

Due ore e mezza di attività fisica a settimana, da moderata a intensa a seconda dell'età, aiutano a dormire meglio e incrementano i livelli di attenzione durante il giorno. È quanto hanno scoperto i ricercatori statunitensi della Oregon State University, secondo cui effettuare ogni settimana 3 allenamenti da 50 minuti l'uno, o correre per 30 minuti 5 volte a settimana - come previsto dalle linee guida statunitensi per il benessere cardiovascolare - migliora non solo la salute del cuore.

Lo studio, pubblicato su Mental Health and Physical Activity, ha visto coinvolti 2.600 uomini e donne tra i 18 e gli 85 anni. Dopo aver aggiustato i dati raccolti valutando anche altri fattori come lo stato di salute generale, l'obesità, l'abitudine al fumo e la presenza di altre patologie, i ricercatori hanno messo in evidenza che 150 minuti di attività fisica a settimana sono in grado di migliorare fino al 65% la qualità del sonno e di ridurre i livelli di sonnolenza durante il giorno, di diminuire del 68% la probabilità di avere crampi alle gambe durante il sonno e di abbassare del 45% le difficoltà di concentrazione nei momenti di stanchezza.

Come spiega Brad Cardinal, uno degli autori dello studio, nei soli Stati Uniti il 35-40% della popolazione ha problemi ad addormentarsi o di sonnolenza diurna: «Sembra che l'attività fisica prevista nelle linee guida per la salute cardiovascolare abbia un effetto propulsore anche in altre aree della salute. Sempre più spesso prove scientifiche mettono in evidenza che un regolare movimento possa servire come rimedio non farmaceutico per migliorare il sonno».

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine No a sedentarieta', 1 italiano su 2 sogna citta' per camminare

No a sedentarieta', 1 italiano su 2 sogna citta' per camminare

Gli italiani nemici della sedentarieta': uno su due vorrebbe l'estensione delle aree pedonali o l'apertura di nuovi spazi verdi, al 40% piacerebbe che venissero organizzati piu' spesso tour a piedi delle nostre citta', mentre il 10% dei cittadini vorrebbe veder disincentivato l'uso delle automobili. L'obiettivo? Per circa il 60% degli italiani si potrebbero avere grandi benefici per la salute, con un occhio di riguardo anche alle nuove generazioni, per un cittadino su cinque si avrebbero finalmente citta' piu' a misura d'uomo, mentre il 17% indica nel risparmio dei soldi della benzina il target principale di una ''vita a piedi''. Sono i risultati del sondaggio pubblicato su ''Il ritratto della salute News'', il quotidiano on-line interamente dedicato alla prevenzione, della Societa' Italiana di Medicina Generale (SIMG), cui hanno risposto 4.916 persone.

''In Europa ogni anno sono 600.000 i decessi riconducibili alla sedentarieta', una delle dieci cause principali di mortalita' e disabilita' al mondo - afferma Claudio Cricelli -. Uno stile di vita sbagliato puo' avere conseguenze fortemente debilitanti e, in alcuni casi, mortali. Ma restare in forma e' semplice: basta percorrere al giorno una distanza ben precisa, ovvero 3 km, circa 5000 passi''. Per far conoscere agli italiani tutti i benefici di una attivita' tanto semplice ma altrettanto preziosa, diventano fondamentali progetti che promuovano stili di vita sani e diffondano messaggi di salute. ''Ecco perche' a settembre, in 31 citta' del nostro Paese, prendera' il via il progetto 'Citta' per camminare', che verra' presentato in occasione di un Convegno Nazionale al CONI - continua Cricelli -. Si tratta di un'iniziativa che nasce per promuovere la cultura del movimento fisico, alla portata di tutti, unendola all'interesse storico-artistico e paesaggistico''. Ma il progetto presenta ulteriori obiettivi: incoraggiare l'idea di un maggior utilizzo pedonale delle citta' favorendo politiche di mobilita'-sostenibile; favorire lo sviluppo della cultura dell'andare a piedi; incidere sugli stili di vita della gente in funzione di un miglioramento della salute; promuovere le citta' ed il loro territorio.

''Camminare e' l'attivita' fisica primaria per la prevenzione e la scoperta delle citta' aggiunge Maurizio Damilano, campione olimpico e mondiale di marcia e ideatore del progetto - ma bisogna avere percorsi attrezzati e per far questo bisogna sviluppare una politica di fruibilita' delle citta' piu' a dimensione d'uomo''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Nuova strategia 'tutti per uno' contro rischio cardiovascolare

L'unione fa la forza per combattere il rischio cardiovascolare metabolico. Ecco allora che dopo le terapie in associazione, arriva la strategia del ''tutti per uno'', un nuovo approccio che grazie a un semplice e innovativo algoritmo diagnostico terapeutico disegna il percorso assistenziale che medici, e pazienti, devono seguire per prevenire e gestire il rischio cardiovascolare.

Presentato oggi a Roma, e' un modello unico nel suo genere, frutto della sintesi e dell'ottimizzazione delle Linee guida internazionali, messo a punto da un team multidisciplinare in rappresentanza di medici di medicina generale, cardiologi, diabetologi, internisti, nefrologi, farmacologi, farmacisti e associazioni di pazienti e condiviso da molte Societa' Scientifiche.

Del resto, basta dare un'occhiata a qualche numero del Progetto Cuore (dell'ISS) per rendersi conto di quanto urgente e necessario fosse questo percorso: in Italia il 10% degli uomini e' diabetico e di questi 7 su 10 non si curano; il 21% degli uomini e' ipercolesterolemico e 8 su 10 non seguono nessuna terapia; il 27% degli uomini e' iperteso e di questi la meta' non fa nulla. Per tutti loro le malattie cardiovascolari e gli incidenti cardiovascolari sono un destino ineluttabile. E le cose non vanno certo meglio tra le donne. Colpa di una scarsa aderenza alle terapie ma anche di un approccio clinico spesso troppo superspecialistico.

L'algoritmo, reso possibile grazie al contributo di MSD Italia, vuole cambiare questo scenario, dal paziente sano, al paziente con ipercolesterolemia e ipertensione, fino a quello diabetico: passo dopo passo, in modo semplice e schematico segna il percorso da seguire, fissando obiettivi diagnostici e terapeutici. Un percorso scientificamente dimostrato e trasversalmente condiviso, che pone il paziente al centro dell'approccio plurispecialistico per riconsegnare un quadro d'insieme che non permette sviste ed errori. E che consentira' anche un notevole vantaggio per i conti in rosso della Sanita' perche' analisi mirate e farmaci appropriati comportano non solo maggiore aderenza alle terapie ma anche risparmi per la collettivita'.

Oggi, infatti, e' stato ricordato, circa 60 milioni di euro finiscono in terapie, alcune delle quali non mirate o inadeguate comportando tempi piu' lungi per il raggiungimento dell'obiettivo target e senza assicurare il mantenimento dei risultati.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Obesita': Pediatri Bambino Gesu', buona alimentazione comincia da mamme

Bimbi italiani sovrappeso e obesi tanto da far salire il nostro Paese, secondo la relazione presentata oggi dal Ministero della Salute, sul poco invidiato podio dell'eccesso ponderale infantile? Colpa delle cattive abitudini: parola dei pediatri dell'ospedale Bambino Gesu' di Roma che sottolineano come i comportamenti salutari si comincino ad apprendere sin dai primissimi passi. E come le mamme abbiano un ruolo fondamentale nell'educazione alimentare dei loro figli.

''I dati presentati oggi al Ministero da una parte enfatizzano l'importanza e l'efficacia di pregetti di prevenzione tesi a ridurre l'entita' del problema, ma dall'altra supportano ancora di piu' la necessita' di interventi di educazione alimentare e sugli stili di vita come i soli capaci di ridurre l'entita' del sovrappeso e soprattutto le sue complicanze metaboliche, presenti gia' in tale fascia di eta' (steatosi epatica, iperinsulinismo, HDL colesterolo ridotto, ipertensione arteriosa) - spiega Giuseppe Morino, responsabile dell'Unita' Operativa di Dietologia clinica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu' - .In una ricerca eseguita nel Lazio, su bambini di 3-6 anni, abbiamo evidenziato come l'85,2% delle mamme del campione non assumesse mai, o raramente, cibi non graditi e il 68% di loro non proponesse, mai o raramente, ai propri figli cibi che essi non gradivano. Per quanto riguarda i cibi nuovi, questi venivano assunti raramente o occasionalmente dalle mamme (79% del campione) e dai loro bambini (75% del campione). Questi elementi indirizzano ulteriormente a interventi di sensiblizzazione delle famiglie a una corretta alimentazione sin dai primi anni di vita (allattamento materno, corretto divezzamento, riduzione della selettivita') e a interventi teraputici nei casi conclamati di terapia educazionale nutrizionale con coinvolgimento di ragazzi, genitori, scuola e media, come avviene nei percorsi terapeutici effettuati nell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu'''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Parti, diete, stress. Una donna su due a rischio caduta capelli

Parti, diete, stress. Una donna su due a rischio caduta capelli

Allarme caduta capelli per le donne: una su due e' a rischio. L'incidenza dello stress professionale e familiare, delle diete eccessivamente rigorose e delle fasi post parto sono, infatti, fattori che incidono pesantemente sull'attivazione di patologie del cuoio capelluto e favoriscono l'insorgere dell'alopecia femminile.

Ad avvisare le donne dei pericoli che si nascondono dietro una vita eccessivamente stressante divisa tra lavoro e fatiche familiari, diete fai da te e scompensi ormonali e' il dermatologo milanese Fabio Rinaldi, presidente della fondazione di ricerca IHRF, che, in occasione del 2* Congresso Internazionale di Dermatologia sull'uso di fattori di crescita, terapia cellulare e plasma ricco di piastrine, a Milano, punta il dito, in modo piu' specifico, sui rischi cui sono esposti i capelli delle donne.

Secondo una ricerca promossa dalla fondazione IHRF su un campione di 4 mila donne italiane, con la collaborazione di oltre 140 dermatologi sparsi su tutto il territorio nazionale, ben il 47% delle donne, quasi una su due, dichiara infatti di avere problemi di perdita di capelli. In diversi casi, precisa Fabio Rinaldi, ''oltre che a fattori genetici il problema e' da attribuire, almeno in parte, al tenore di vita eccessivamente faticoso, ai conseguenti scompensi ormonali e a regimi alimentari sbagliati''.

La ricerca, prendendo in esame un campione di donne di eta' compresa tra i 22 e i 65 anni, ha evidenziato quali siano i maggiori problemi di stress. Al primo posto un eccessivo stress amoroso, la perdita di un compagno o di un fidanzato, con il 23% e' indicata come causa scatenante dei problemi, al secondo posto lo stress professionale (16%), la perdita di un'entrata economica e' il terzo fattore indicato con il 14%. Le donne che sono mamme indicano che, nella fase post parto, hanno avuto problemi di caduta nel 34% dei casi.

Un ampio 42% indica che in conseguenza di una dieta hanno riscontrato una perdita di capelli. Tuttavia un 31% afferma che le diete, se equilibrate, non abbiano danneggiato i loro capelli.

''L'alopecia femminile e' molto diversa da quella maschile e si verifica in forma progressiva lasciando intravedere il cuoio capelluto ma, in genere, senza mostrare zone completamente calve. Ci sono molti tipi di alopecia tra i quali: la neurotica, ovvero per coloro che soffrono di nervi e ansia, ma anche a causa di infiammazioni, stress e problemi alla pelle'', spiega Rinaldi, che rassicura tutte le donne: ''i diradamenti o, addirittura, la caduta, possono pero' essere efficacemente combattuti. Il futuro e' nelle cosiddette PRP, ovvero, il ricorso all'utilizzo di micro applicazioni di plasma in determinate aree. Utilizzando il plasma ottenuto da una piccola quantita' di sangue del paziente, vengono isolati i fattori di crescita in modo da stimolare la formazione del collagene e aumentare la vascolarizzazione del follicolo peloso. E' un trattamento per perdite moderate e richiede, in media, due o tre sessioni annuali. Questa tecnica inoltre puo' essere utilizzata anche per abbreviare i tempi di crescita dei capelli trapiantati''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Personalita' e temperamento? Dipende tutto dal cervelletto

Personalita' e temperamento? Dipende tutto dal cervelletto

Ci sono degli individui avidi di novita' pronti ad esplorarle, temerariamente proiettati verso l'esterno; e ci sono degli individui timorosi di quelle stesse novita', prudenti e timidi. Due tipologie di approccio, di temperamento opposte. Oggi sappiamo che quei tratti comportamentali sono collegati alla grandezza del cervelletto. La prima categoria ce l'ha particolarmente sviluppato, la seconda di dimensioni sensibilmente minori. E' il risultato di uno studio realizzato da ricercatori dell'I.R.C.C.S. Fondazione S.Lucia e dell'Universita' ''Sapienza''di Roma e che ''certifica'' come il cervelletto giochi un ruolo chiave nella determinazion e delle differenze individuali di personalita'. Fino ad ora si era ritenuto che l'organo in questione fosse implicato sostanzialmente nelle funzioni motorie e cognitive, e piu' recentemente in quelle affettive, ma non era mai stato associato alla personalita'.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, e' il primo che affronta questa relazione. I ricercatori hanno raccolto dati da un campione molto ampio di soggetti sani, combinando tecniche di neuro-immagine strutturale e misure di personalita' legate ai tratti temperamentali, descritti nella nota ''Scala di Temperamento e Carattere'' di Cloninger, padre del ''modello bio-psico-sociale'' della personalita'. Secondo tale modello, mentre il carattere e' influenzato dal contesto ambientale ed educativo, il temperamento e' geneticamente determinato. Tra le dimensioni di temperamento, quelle di ''Novelty Seeking'', ovvero la predisposizione a ricercare/esplorare la novita', e ''Harm Avoidance'', ovvero la predisposizione ad essere cauti ed inibiti, sono le dimensioni fondamentali che guidano le nostre risposte agli stimoli ambientali.

La ricerca ha dimostrato che coloro che avevano una piu' grande tendenza alla esplorazione ed erano maggiormente incuriositi dalle novita' avevano volumi del cervelletto piu' grandi. Al contrario, coloro che avevano maggiore tendenza ad essere preoccupati, timidi, riservati e timorosi di tutto cio' che e' inusuale avevano volumi del cervelletto piu' piccoli. ''Nell'investigare da un punto di vista strutturale le regioni cerebrali piu' probabilmente associate con gli stili di personalita''' dicono i ricercatori ''una questione preliminare risulta essere quella di determinare come le strutture, specificatamente in termini di volume, possano essere collegate alle funzioni. La domanda e': un volume piu' grande della media di una determinata area puo' significare maggior potenza per svolgere specifiche funzioni?''. In questo caso la risposta e' si. Infatti, il cervelletto che si sa guidare l'esplorazione in ambienti nuovi, permettere un rapido passaggio da un compito ad un altro, supportare un veloce adattamento alle situazioni che cambiano, appare correlato - per quello che riguarda il suo volume - con un tratto di personalita' caratterizzato proprio da una maggiore enfasi su questi aspetti. Cosi', un soggetto caratterizzato da uno spiccato comportamento di ricerca del nuovo in tutte le sue forme, che di continuo cerca situazioni non familiari e volentieri esplora ambienti nuovi, richiede al suo cervelletto un grande impegno che potrebbe portare ad allargarne il volume. Al contrario, un soggetto caratterizzato da un comportamento preoccupato per il futuro, ansioso nei riguardi di tutto cio' che non conosce, inibito e riservato richiede al suo cervelletto poco impegno che potrebbe portare a ridurne il volume.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Problemi di peso e cattivo umore? Attenti alla tiroide

Le ferie volgono al termine per la maggior parte degli italiani, alle prese in queste ore con lo stress del rientro. Ma un umore nero, insieme ad altri segnali come la pelle che diventa piu' lucida del solito, disturbi del ciclo e variazioni del peso corporeo, possono essere 'spia' anche di problemi alla tiroide.

Disturbi sempre piu' diffusi soprattutto fra le donne. Nell'ambito del programma di prevenzione ''Pass rosa'', solo nell'ultimo anno, ''abbiamo visitato oltre 1200 donne, scoprendo che l'80% di loro soffre di disturbi della tiroide: non vere e proprie patologie di distiroidismo, ma disomogeneita' del parenchima tiroideo. L'80% del totale significa 3 donne su 4 in eta' fertile, un numero elevatissimo su un campione preso a caso di lavoratrici tra i 25 e 50 anni, chiamate ad eseguire questo screening''. Lo dichiara il Professor Adriano Redler, Prorettore Universita' di Roma ''Sapienza'', Preside della Facolta' di Medicina e Odontoiatria e direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato di Chirurgia Generale ''R. Paolucci'' Policlinico Umberto I di Roma.

Spesso la tiroide puo' funzionare troppo o troppo poco, dando vita a problemi di varia natura che negli ultimi 20 anni sono diventati un'insidia per un numero sempre maggiore di persone. Secondo il Professore Redler, sono molteplici i motivi che hanno portato i disturbi della tiroide ai primi posti fra quelli al femminile nell'ultimo ventennio. Inquinamento atmosferico,una dieta abnorme, che hanno contribuito ad aumentare il numero dei malati, ''cosi' come sono aumentate in maniera esponenziale le tiroiditi autoimmuni, - spiega l'esperto - quelle che formano anticorpi che aggrediscono la propria tiroide. In genere si puo' affermare che una donna su 5 presenta una tiroidite autoimmune (tra il 15 e il 20 per cento)''. In percentuale le donne malate di tiroide sono piu' degli uomini, sottolinea il Professore, ma la patologia piu seria e piu' pericolosa, in proporzione, colpisce il sesso maschile.

Per quanto riguarda gli ipertiroidei, cioe' i pazienti in cui la tiroide funziona troppo, ''bisogna sempre tenere conto che l'assunzione di iodio moltiplica l'attivita' di questa ghiandola. Il paziente ipertiroideo, quindi, andando al mare e respirando iodio 'getta benzina sul fuoco'. Questo provoca eccitazione, porta a soffrire di piu' il caldo, a sviluppare un senso di allerta continuo - continua Redler - di panico e angoscia, e il cuore batte piu' forte. Insomma, per un ipertiroideo la vacanza al mare puo' diventare un vero stress. Questo genere di paziente, dunque, e' meglio che per le ferie si rechi in collina o in montagna, dove domina il verde, colore piu' tranquillo e rilassante dell'azzurro del mare e del cielo''.

A tavola invece , gli ipertiroidei devono tenersi alla larga il piu' possibile dal pesce, soprattutto crudo, proprio per il suo alto contenuto di iodio. ''L'ipotiroideo invece - consiglia il Preside della Facolta' di Medicina e Odontoiatria - deve andare al mare, svolgere attivita' sportiva moderata. Deve prendere il sole, consumare cibi ricchi di iodio, appunto la 'benzina' per far produrre l'ormone tiroideo, quindi bene il pesce. A pranzo e a cena e' necessario infine evitare abusi di carboidrati come pizza e pane, bere tanta acqua naturale''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Protesi Pip, si indaga per lesioni personali

Si indaga per i reati di lesioni personali, alterazione o contraffazione di cose in danno della salute pubblica, vendita di prodotti industriali con segni mendaci e truffa. E' la decisione del pm Mario Dovinola del Tribunale di Roma in seguito alla denuncia presentata da Aicpe (Associazione italiana chirurghi plastici estetici) contro la societa' francese Poly Implant Prothesis, produttrice delle famigerate protesi Pip riempite con silicone industriale, e dell'ente certificatore tedesco T.U.V. Rheinfeld, chiamato ad effettuare i controlli.

''Anche se siamo ancora nello stato delle indagini, per noi si tratta di un risultato favorevole - dichiarano Antonella Primicerj e Gaetano Palazzo, legali di Aicpe-. La decisione di indagare per il reato di lesioni personali, in particolare, significa che si riconosce un nesso di causalita' tra il comportamento del produttore e il danno subito dalle donne a cui e' stata impiantata una protesi Pip. Questo vuol dire che al medico non puo' venire imputata nessuna responsabilita': il dispositivo medico utilizzato era assolutamente conforme ai criteri riconosciuti dalla comunita' scientifica, non e' quindi ipotizzabile la violazione delle regole di condotta che impongono di agire secondo scienza e conoscenza. I medici sono dunque stati truffati al pari delle pazienti.

In questi mesi ci sono state richieste di risarcimento ai chirurghi che hanno impiantato protesi Pip, ma la decisione a procedere con le indagini per lesioni personali contro la societa' produttrice e l'ente certificatore puo' essere letta come una conferma a quello che da sempre sosteniamo: nessuna responsabilita' puo' essere ravvisata nei chirurghi che impiantarono le protesi Pip''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

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Rinite allergica sottodiagnosticata ma ne soffre 1 italiano su 6

La rinite allergica, patologia infiammatoria della mucosa nasale, con un trend di crescita calcolato al 5 per cento negli ultimi 5 anni, sta diventando rapidamente un problema sanitario a livello globale a causa del suo impatto diretto sulla qualita' della vita dei pazienti, sul loro rendimento lavorativo, cui deriva un ingente costo economico, aggravato dalla frequente associazione rinite allergica - asma bronchiale. Nella popolazione mondiale la prevalenza della rinite allergica e' stimata tra il 15 ed il 25 per cento, mentre in Italia gli ultimi dati ripotano che ne soffre un italiano su sei.

L'identikit del soggetto affetto da rinite allergica risponde al profilo di una giovane donna (lieve prevalenza rispetto agli uomini), con un'eta' compresa tra i 15 ed i 30 anni, e fattori ereditari allergici nel 20 percento dei casi.

Una delle principali cause di mancata diagnosi, secondo gli esperti, e' la tendenza delle persone affette da rinite allergica a non considerarla una patologia vera e propria. I dati riportano che nella maggior parte dei casi il paziente fa autodiagnosi e si gestisce in autonomia. Un paziente su tre, infine, si presenta dal medico, ma solo quando i sintomi di cui soffre sono giudicati come intollerabili.

''Arrivare ad una corretta diagnosi di rinite allergica non e' difficile- spiega Angelo Camaioni, Direttore U.O.C.

ORL del San Giovanni Addolorata di Roma e Presidente della Societa' Italiana di Otorinolaringoiatria - le figure a cui il paziente e' invitato a rivolgersi sono in prima battuta il medico di medicina, poi allergologo, pneumologo e otorinolaringoiatra. I reparti di otorinolaringoiatria in Italia infatti, hanno una diffusione molto capillare sul territorio e possono fornire un presidio di grande utilita' per il paziente. La nostra visita puo' anche verificare le comorbilita' di interesse diretto quali ad esempio: otiti, poliposi nasale, rinosinusiti, disturbi del sonno e la sindrome rinobronchiale''.

Inoltre, ''la rinite rappresenta un fattore certo di rischio per l'asma - dichiara Walter Canonica Direttore della Clinica di Malattie dell'Apparato Respiratorio e Allergologia Di.M.I. Universita' degli Studi di Genova e Presidente eletto della Societa' Italiana di Allergologia - diagnosticare e curare correttamente la rinite allergica significa quindi tenere sotto controllo una patologia ancora piu' impattante e 'costosa' come l'asma. Le nuove linee guida ARIA 2013 in corso di definizione, basate sul sistema GRADE (Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation), confermano e sottolineano la validita' del trattamento della rinite allergica per via topica intra-nasale''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Ritorna l'influenza, soluzione piu' efficace e' il vaccino

Ritorna l'influenza, soluzione piu' efficace e' il vaccino

Si abbassano le temperature e con l'arrivo della stagione fredda e la ripresa delle attivita' scolastiche, aumentano le malattie infettive, soprattutto quelle di origine virale. Tra queste, fa capolino l'influenza, una malattia che ogni inverno interessa dal 10% al 30% della popolazione pediatrica e che, quest'anno, potrebbe colpire un numero piu' elevato di bambini.

Come sostiene la professoressa Susanna Esposito, Presidente della Societa' Italiana di Infettivologia Pediatrica e Direttore della Prima Clinica Pediatrica alla Fondazione Policlinico di Milano e' ''prevedibile che quest'anno l'influenza stagionale colpisca un numero maggiore di bambini rispetto allo scorso anno, perche' i virus in circolazione hanno caratteristiche diverse da quelle dei virus degli anni scorsi, quindi anche coloro che hanno recentemente sofferto di influenza o si sono vaccinati negli anni passati, saranno poco protetti dalla nuova infezione e potranno ammalarsi nuovamente''. Per affrontare al meglio l'inizio dell'anno scolastico e l'arrivo della stagione fredda, la Professoressa Esposito consiglia di effettuare la vaccinazione antinfluenzale anche ai bambini sani che frequentano le comunita' scolastiche (in particolare, asili nido, scuole materne e scuole elementari).

Da tempo, infatti, molti Paesi tra cui Stati Uniti, Canada, Finlandia, Austria e Messico hanno adottato la vaccinazione universale per tutti i bambini, a partire dai 6 mesi d'eta' e recentemente anche la Gran Bretagna ha deciso di utilizzare questo sistema di prevenzione: a convincere le Autorita' Sanitarie d'oltre Manica e' stato il dato, elaborato da una commissione apposita, secondo cui la riduzione del 40% dei casi di influenza ottenuta grazie al vaccino, potrebbe evitare undicimila ospedalizzazioni e duemila morti all'anno.

Esistono numerosi virus e batteri di diversa origine che, oltre alla semplice influenza, sono responsabili di patologie a carico delle vie aeree e che causano anche patologie ricorrenti, in particolar modo nei bambini che iniziano a frequentare l'asilo nido o la scuola materna.

La ricorrenza delle infezioni rappresenta spesso una fonte di preoccupazione per i genitori e, di conseguenza, comporta una serie di disagi nella normale vita familiare: basti pensare, ad esempio, alla perdita di giornate lavorative da parte della madre o del padre per accudire il figlio malato.

Per questo motivo, oltre al vaccino antinfluenzale che viene sempre piu' spesso consigliato dai pediatri, va diffondendosi il ricorso ai cosiddetti rimedi ''alternativi'' come gli immunostimolanti, i probiotici, le cure termali.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Sci in tutta sicurezza, il decalogo degli esperti S.Camillo

Sci in tutta sicurezza, il decalogo degli esperti S.Camillo

''Lo sci e' uno sport adatto anche alle persone meno giovani, ma gli over 65 devono osservare una serie di regole, perche' la qualita' e la composizione delle loro ossa e' diversa rispetto al passato''. A dirlo e' Aldo Morrone, direttore generale dell'azienda ospedaliera San Camillo Forlanini. ''Le eventuali fratture per gli over 60 durante la stagione sciistica hanno anche ripercussioni sociali ed economiche'' aggiunge Francesco Pallotta, direttore del reparto di Ortogeriatria in Urgenza dell'ospedale. ''La nostra struttura - prosegue - propone un decalogo per evitare di trasformare una vacanza di sport e relax in una spiacevole esperienza''.

1) Almeno un mese prima della partenza, iniziare un'attivita' fisica, anche se modesta ma regolare 2-3 volte a settimana, con un allenamento per le gambe (passeggiata di 3 chilometri, tanto consigliata da tutti i cardiologi, che ci allena anche il cuore).

2) Non dimenticare di allenare anche gli arti superiori, utilizzando pesi modesti, per togliersi di dosso l'impigrimento muscolare da scrivania e recuperare una postura corretta lavorando con pettorali e spalle.

3) Cercare di eliminare o ridurre il fumo: l'altura rarefa' la tensione di ossigeno, quindi e' piu' facile andare in debito d'ossigeno, togliendo potenza alle gambe e concentrazione nella discesa.

4) Controllare l'attrezzatura, dall'abbigliamento che deve essere adeguato alla stagione e prevedere improvvisi cambiamenti di temperatura, alla parte tecnica, verificando lo stato degli sci e l'adeguatezza degli scarponi.

5) Portare sempre uno zaino a persona per contenere accessori potenzialmente utili alle necessita' di ciascuno.

6) Verificare le condizioni meteo prima della partenza per regolarsi sull'abbigliamento da indossare.

7) Per chi e' alle prime armi, prendere lezioni di sci con maestri esperti.

8) Sulle piste bisogna scegliere sempre i percorsi piu' idonei alle proprie capacita', soprattutto i primi giorni.

Non sopravvalutare mai la propria condizione fisica e le proprie capacita'.

9) In partenza sulla pista scegliere un percorso da seguire adeguato al proprio modo di scendere e controllare sempre che non sopraggiungano altri gia' in velocita' da monte, darsi spazio da quelli gia' in discesa per sciare sempre a una distanza sicura da altri soggetti.

10) Fare pause di recupero frequenti per non scendere con un affaticamento muscolare in atto.

11) Non fate mai l'ultima discesa! Se vi sentite stanchi, fermatevi. Sciare con le gambe stanche aumenta il rischio di cadute.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Scuola al via, acqua al mattino per iniziare col piede giusto

Scuola al via, acqua al mattino per iniziare col piede giusto

I bambini italiani non bevono adeguatamente a colazione: quasi 2 terzi di loro arriva tra i banchi di scuola non correttamente idratato.

Questo e' quanto emerso dallo studio ''Italian Children Go to School with a Hydration Deficit''condotto dalGerard Friedlander, della Paris Descartes University Medical School, in collaborazione con il. Baroukh Maurice Assael, dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, e promosso dal Gruppo Sanpellegrino.

I liquidi ingeriti dai ragazzini prima di andare a scuola inoltre non sono sufficienti a mantenere il giusto livello di idratazione per tutta la mattina: un deficit idrico che potrebbe incidere sulle loro performance cognitive. Diverse ricerche hanno dimostrato che lo stato di idratazione puo' influire sulla salute dei bambini. In particolare nei piu' giovani, infatti, l'acqua e' un bene prezioso rappresentando piu' della meta' del peso corporeo.

Lo studio ha analizzato il livello di idratazione dei ragazzini tra i 9 e gli 11 anni. Da febbraio 2011 a maggio 2011, sono stati esaminati i campioni delle urine, presi 30 minuti dopo la colazione, di 515 bambini, coinvolgendo 12 scuole tra Verona e dintorni. Contemporaneamente i ragazzini che hanno partecipato alla ricerca, hanno completato, con il supporto dei propri genitori, un questionario sul tipo e sulle quantita' di cibo e bevande assunte durante il primo pasto della giornata.

Attraverso l'analisi dei campioni delle urine e grazie alle risposte ottenute dal questionario, i ricercatori si sono chiesti se la distribuzione di osmolarita' urinaria, un importante indicatore per valutare l'idratazione corporea, sia correlata o meno con l'apporto di liquidi e nutrienti durante la colazione.

Lo studio ha pero' rivelato che una consistente parte (quasi 2 terzi) di bambini, dopo la colazione, ha un'elevata osmolarita' urinaria, piu' frequente nei maschi rispetto alle femmine, che si aggira su una media di 875 mOsml/kg. E questo valore rispecchia un'insufficiente idratazione, infatti un suo aumento e' inversamente correlato all'ingestione di acqua (assunta attraverso cibo o bevande).

Il medesimo studio e' stato condotto anche in Francia e negli Stati Uniti e, dai risultati ottenuti, si evince la stessa considerazione: la maggior parte dei ragazzini assume troppi pochi liquidi a colazione ed inoltre l'acqua ingerita deriva soprattutto da altre bevande.

Lo stato di deficit idrico in cui si trovano i ragazzini esaminati quando vanno a scuola potrebbe compromette le loro performance cognitive. Fortunatamente, pero', e' sufficiente un corretto apporto idrico per mantenere un adeguato bilancio d'acqua nel corpo. La European Food Safety Authority ha stabilito che questo varia dai 2,5 litri al giorno per gli uomini ai 2 litri al giorno per le donne (acqua assunta attraverso il cibo o bevande).

L'assunzione giornaliera di acqua consigliata varia nei diversi gruppi e fasce di eta': 1,6 litri al giorno dai 4 agli 8 anni, 1,9 litri al giorno per le ragazze dai 9 ai 13 anni e 2,1 litri al giorno per i ragazzi nella stessa fascia di eta'. Per l'adulto, come per i bambini, il quantitativo consigliato aumenta notevolmente se si svolge attivita' fisica o quando e' molto caldo.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Succo di ribes nero, ananas e prugna contro danni pranzi grassi

Succo di ribes nero, ananas e prugna contro danni pranzi grassi

Pranzo troppo grasso e pesante? Un aiuto contro lo 'stress infiammatorio' postprandiale arriva da un succo di frutta a base di ribes nero, ananas e prugna.

Lo ha dimostrato una ricerca dell'INRAN, l'ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione vigilato dal Mipaaf (Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), che ha sperimentato per la prima volta, in adulti sani e sovrappeso, la capacita' degli alimenti di origine vegetale (in questo caso un succo di frutta), di modulare la risposta infiammatoria dell'organismo indotta da un pasto ricco in grassi. La ricerca, appena pubblicata su ''Current Pharmaceutical Design'', e' stata condotta nell'ambito del progetto, finanziato da The Coca Cola Company, finalizzato allo sviluppo di bevande a base di succo di frutta dal potere salutistico e prende spunto dalle evidenze scientifiche che mostrano come l'organismo, nel corso della normale difesa immunitaria, generi alcune proteine infiammatorie, le citochine, che vengono prodotte, come reazione fisiologica, anche dopo pasti ad eccessivo contenuto in grassi. E' stato osservato che questi meccanismi infiammatori, a lungo termine, possono diventare cronici - come nel caso dell'obesita' -, aumentando il rischio di complicazioni cardiovascolari.

Lo studio si e' svolto su 14 adulti (12 uomini e 2 donne), sovrappeso, sani, non fumatori, che non assumono integratori e che hanno seguito, per i due giorni precedenti l'inizio dell'esperimento, una dieta a basso contenuto di antiossidanti (cioe' senza frutta e verdura fresche, succhi di frutta, te', caffe', vino). Quindi e' stato loro somministrato un pasto altamente calorico (1344 kcal con il 55% di grassi): uova fritte (108g), patate fritte(212g), formaggio (90g), pane bianco (90g), accompagnato da 500 ml di una bevanda placebo o della bevanda a base di succo di ananas, prugna e ribes nero. Dopo almeno 10 giorni di intervallo, l'esperimento e' stato ripetuto, in modo tale che tutti i soggetti potessero ingerire entrambe le bevande.

Le analisi effettuate hanno dimostrato che la bevanda a base di succo di frutta modula lo stress infiammatorio indotto dal pasto nell'organismo, attraverso una riduzione altamente significativa dei livelli plasmatici delle citochine infiammatorie.

''I risultati di questo studio forniscono, per la prima volta, le basi scientifiche dell'importanza delle bevande a base di frutta e, di conseguenza della frutta stessa, nello svolgere un'importante azione anti-infiammatoria in associazione con un pasto ad alto contenuto in lipidi'', spiega Mauro Serafini, ricercatore e responsabile del Laboratorio Antiossidanti dell'INRAN . ''E se e' il caso di rimarcare - continua - che il consumo di pasti ad alto contenuto in grassi ed energia deve essere fortemente controllato, nel caso in cui ci si conceda il lusso del pasto 'fuori regola' ed 'una tantum', e' importante ricordare di associarlo con alimenti ricchi di composti bioattivi, come un succo a base di frutta o la frutta stessa''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tonioni (Gemelli), giovani sempre piu' a rischio dipendenza web

Tonioni (Gemelli), giovani sempre piu' a rischio dipendenza web

I giovani sono sempre piu' dipendenti da internet. Un fenomeno che negli ultimi anni si e' manifestato come una vera patologia simile a quella dei dipendenti da sostanze stupefacenti o alcol. Lo spiega all'ASCA lo psichiatra, Federico Tonioni coordinatore dell'ambulatorio, nato nel 2009, del Policlinico Gemelli di Roma per curare la dipendenza patologica da internet, ovvero, i disturbi del comportamento ossessivo verso il web.

Un evento sociale allarmante se si pensa che alcuni adolescenti restano collegati alla Rete fino a tarda notte per giocare a giochi di ruolo online e condividere 'emozioni' sui social network come Facebook o Twitter smettendo anche di andare a scuola. ''Un fenomeno - spiega Tonioni - in crescita proporzionalmente a quanto la tecnologia evolve'' perche' ''connesso all'unica industria che oggi e' in continua evoluzione''.

L'equipe di psicologi coordinati da Tonioni negli ultimi due anni e mezzo ha curato oltre 450 persone con una manifesta dipendenza da internet: il 20% dei pazienti adulti dai 30 anni in su' sono affetti da gioco d'azzardo online e cyber-sex (chat erotiche e video) e ''in molti casi non vanno piu' a lavorare.

Non rimangono al computer solo un'ora per svago, ma prendono addirittura le ferie dal lavoro''. La maggior parte dei pazienti, invece, sono adolescenti (da 11 fino a 23 anni). Si dedicano ai social network ma soprattutto ai giochi di ruolo online che rappresentano i casi prevalenti patologici''.

Tra i giovani che condividono un gioco di ruolo online, sottolinea Tonioni ''c'e' un clima molto interattivo che non c'e' negli adulti. I giocatori di poker online e del cyber-sex non fanno un investimento affettivo sull'altra persona mentre i ragazzini di 15-16 anni in alcuni games si uniscono in battaglie dandosi il cambio a vicenda di notte nella costruzione ed evoluzione del gioco''. Questo significa che ''il mondo virtuale resta sempre aperto 24 ore su 24. Il giovane affida il gioco all'altro giocatore e si crea un rapporto di fiducia'' anche a distanza di chilometri.

Il contesto degli adulti, spiega lo specialista e' ''piu' 'autistico' e isolato mentre negli adolescenti c'e' questo mal celato bisogno di comunicare anche se non si esce di casa''.

La maggior parte delle persone che si presenta all'ambulatorio del Gemelli e' composta da ''maschi molto giovani (da 11 a 23 anni) accompagnati dai genitori. Sono tutti ragazzi molto intelligenti - aggiunge Tonioni - ma che hanno una grande difficolta' nelle emozioni come ad esempio guardare negli occhi l'altro. Sono inoltre un po' dissociati poiche' il corpo non entra nelle relazioni via web. Se si va su internet veicolando informazioni cognitive ci si accorge del tempo che passa, invece quando si veicolano emozioni, come giocare con altri in Rete o chattare, ci si dissocia. Si perde la concentrazione e si e' assorti, non accorgendosi del tempo che passa. Quindi, quelli che a noi sembrano 20 minuti, in realta' sono diventati 60 senza accorgersene'' e ''questa lieve dissociazione diventa piu' strutturata con il passare delle ore di connessione, con casi limite di persone davanti al computer fino a 18 ore''. E' un momento di distrazione ma diventa 'patologico' quando viene fatto per ore. ''Nella mente, piu' si fa una cosa piu' si tende a rifarla automaticamente. Questa e' la base del ritiro sociale''.

Si diventa dipendenti da Internet, spiega Tonioni, ''quando insieme a tante ore passate davanti al computer emergono i primi segni di ritiro sociale: un giovane si segna in palestra a settembre e a novembre ha gia' smesso. Gli altri sintomi sono il non voler andare piu' a scuola o non sentire il bisogno di stare a contatto con gli altri''.

I pazienti che si presentano al Gemelli, aggiunge Tonioni, ''sono curati con colloqui di psicoterapia e con gruppi interattivi dal vivo. Con la differenza che nel gruppo dei giovani si parla di emozioni mentre in quello degli adulti si agisce sul sintomo e si discute delle ore di connessione passate davanti al computer''.

Lo psichiatra, infine, lancia un consiglio ai genitori per evitare che un giorno i figli si trovino a cadere nella trappola della Rete: ''Mettersi tra il ragazzo e lo schermo del computer. Perche' un giovane davanti al monitor si dissocia completamente dalla realta'. Per un genitore il computer e' un comodo baby sitter che non costa nulla ma questo in molti casi si trasforma in 'tragedia'. Bisogna, dunque, dare dei limiti ai figli''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Troppi zuccheri e carboidrati? Sale rischio ictus

Troppi zuccheri e carboidrati? Sale rischio ictus

Una dieta ad alto carico glicemico non solo aumenta il rischio di cancro ma anche quello di altre malattie cronico degenerative: questo e' il risultato di uno studio condotto dai ricercatori dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano guidati da Vittorio Krogh, responsabile della Struttura complessa di epidemiologia e prevenzione, che ha messo in luce in particolare il rapporto tra il consumo di carboidrati ad alto indice glicemico, come pane bianco e zucchero, e l'insorgenza di ictus.

Il lavoro, pubblicato oggi sulla rivista scientifica Plos One, fa parte del progetto Epicor, studio sull'associazione tra dieta e incidenza delle malattie cardiovascolari in Italia che nasce come satellite del grande studio oncologico Epic (European Investigation into Cancer and Nutrition) svolto in Italia su oltre 47mila volontari a cui l'istituto partecipa insieme ad altri 22 centri in 10 paesi Europei. E' stato proprio nello studio Epic che lo stesso gruppo di ricercatori aveva messo in evidenza come una dieta ad alto carico glicemico fosse associata ad un maggior rischio di tumore alla mammella .

Lo studio ha permesso di osservare che chi consuma in grande quantita' carboidrati ad alto indice glicemico, come pane bianco, zucchero, miele, marmellata, pizza e riso ha un rischio piu' elevato dell'87% di essere colpito da ictus.

Sabina Sieri, biologa e nutrizionista dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, precisa: ''Con questo lavoro l'indice glicemico degli alimenti si conferma un fattore importante nella definizione di una dieta sana. Conoscere l'indice glicemico di un alimento e privilegiare il consumo di cibi a basso carico glicemico diventa quindi sempre piu' rilevante per la prevenzione delle malattie cronico-degenerative''.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tumori: da prevenzione a lettini solari, al via campagna su melanoma

Tumori: da prevenzione a lettini solari, al via campagna su melanoma

Secondo uno studio condotto in Germania un buon programma di prevenzione e screening della pelle puo' diminuire notevolmente l'incidenza del melanoma.

Se ne e' discusso oggi nel corso della presentazione alla stampa della terza edizione italiana dell'''Euromelanoma day'', la campagna informativa organizzata da SIDeMaST - Societa' Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse - che lunedi' 7 maggio prevede incontri informativi con dermatologi su prevenzione e diagnosi precoce del melanoma e dei tumori della pelle presso i Centri Dermatologici italiani.

Inoltre, per la prima volta, sabato 5 maggio, dalle 10 alle 18, i dermatologi saranno a disposizione del pubblico anche nelle piazze delle principali citta' italiane presso gazebo informativi dedicati all'iniziativa.

''La prevenzione del melanoma - ha dichiarato Ketty Peris, Direttore della Clinica Dermatologica Universitaria de L'Aquila - inizia anche con un'adeguata esposizione solare.

Da un recente studio, che abbiamo condotto in collaborazione con le Universita' di Graz e l'Arcispedale di Reggio Emilia, emerge, infatti, che circa il 5% di tutti i soggetti con nevi che si espongono al sole applica la crema solare protettiva solo sui nevi piuttosto che sull'intera superficie corporea.

Si tratta di un'abitudine profondamente sbagliata poiche' solo una minoranza dei melanomi deriva dalla trasformazione maligna di un nevo pre-esistente; la maggior parte di questi tumori insorge invece sulla cute sana. Per una corretta prevenzione - ha concluso la Prof.ssa Peris - e' fondamentale, quindi, che l'applicazione delle creme protettive con alto filtro solare avvenga su tutta la superficie cutanea''.

Altro monito della SIDeMaST riguarda l'utilizzo indiscriminato dei lettini solari: uno studio ventennale condotto negli Usa su 73.494 donne in fasce d'eta' 15-25 anni e 25-35 anni, ha dimostrato, infatti, che l'uso dei lettini solari 4 volte all'anno in entrambi gli intervalli di eta' ha causato un aumento del rischio di sviluppare melanoma e tumori della pelle.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tumori: melanoma, 'paradosso da sole selvaggio' per 1 italiano su 3

Tumori: melanoma, 'paradosso da sole selvaggio' per 1 italiano su 3

Piu' di 1 italiano su 3 si spaventa quando si accorge di un nuovo neo, ma quest'estate non rinuncera' ad esporsi al sole in maniera intermittente e intensiva, dedicando all'abbronzatura la classica settimana annuale di vacanza. E' il ''Paradosso da Sole Selvaggio'', messo in evidenza dall'indagine ''Gli italiani, l'ossessione abbronzatura e il melanoma'' divulgata in occasione dell'imminente dell'Euromelanoma Day 2013, che si celebra lunedi' in tutta Europa. Non solo: 3 connazionali su 4 sottovalutano la pericolosita' delle lampade abbronzanti, paragonate dagli esperti al fumo di sigarette per il tumore al polmone. Si tratta di abitudini scorrette, che rischiano di fare il gioco del nemico numero uno della pelle: il melanoma, che ogni anno colpisce quasi 200 mila persone in tutto il mondo e piu' di 7 mila italiani, con un incremento dell'incidenza del 30% negli ultimi 10 anni.

L'Italia e' protagonista nella lotta al tumore della pelle. Sara' presto disponibile anche nel nostro Paese una nuova arma terapeutica contro la forma avanzata di melanoma: vemurafenib, la prima terapia personalizzata, e' prodotta in Italia - nello stabilimento Roche di Segrate (Milano) - per tutto il mondo. Il melanoma metastatico colpisce ogni anno 1.800 italiani e si calcola faccia piu' di 4 vittime ogni 24 ore solo nel nostro Paese (circa 1.600 in un anno). La nuova terapia made-in-Italy e' in grado di agire in modo specifico sulla mutazione del gene BRAF e di inibire la proteina mutata, che e' stata individuata come responsabile della proliferazione cellulare nel 50% dei casi di melanoma metastatico. Si tratta di una nuova speranza per i pazienti italiani: la molecola ha infatti dimostrato di raddoppiare il tempo di sopravvivenza in un tumore in cui la media e' inferiore a un anno (circa 6-9 mesi).

La produzione in Italia della nuova terapia personalizzata rappresenta un motivo di orgoglio per Roche e per tutto il Sistema Salute nazionale. ''Siamo molto soddisfatti perche' e' la prima volta, negli oltre 115 anni di storia del Gruppo Roche, che l'Italia viene incaricata di produrre su scala mondiale un nuovo farmaco a target molecolare. E oggi, dopo 4 mesi dall'approvazione AIFA, siamo confidenti che la determina per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale sara' presto firmata e di poter quindi mettere a disposizione il farmaco molto presto. Speriamo gia' dal mese di giugno'', dichiara Maurizio de Cicco, Amministratore Delegato Roche S.p.A..

Dall'indagine ''Gli italiani, l'ossessione abbronzatura e il melanoma'' emerge anche come piu' del 20% dei connazionali non conosca il melanoma o lo confonda con altre malattie della pelle e il 64% non abbia mai fatto il controllo dei nei. Il piacere del sole e dell'abbronzatura, invece, non si discutono per 1 italiano su 2, che in media quest'estate prevedono di stendersi sulla sdraio per almeno 3,5 ore al giorno. ''Occorre fare informazione sul melanoma, perche' ogni anno si ammalano di tumore della pelle 7-8 mila italiani, ma la maggior parte dei pazienti sono nei primi stadi della malattia e spesso il solo intervento chirurgico potrebbe essere risolutivo. Quando pero' la malattia si diffonde ad altri organi, come fegato, polmoni, ossa e cervello, il tempo medio di sopravvivenza diventa inferiore a 9 mesi. Ecco perche' colpisce il dato, emerso dall'indagine, che quasi la meta' degli italiani ignori come il melanoma possa sviluppare metastasi'', commenta Michele Del Vecchio, Medicina Oncologica 1, Fondazione IRCCS - Istituto Nazionale dei Tumori, Milano.

(Fonte: SaluteOggi - ASCA.it)

immagine Tumori: ogni anno 7000 nuovi casi melanoma. Campagna 'proteggi la pelle'

Tumori: ogni anno 7000 nuovi casi melanoma. Campagna 'proteggi la pelle'

''Proteggi la tua pelle'' e' il titolo della campagna di sensibilizzazione che la Fondazione Melanoma lancia in occasione dell'inizio dell'estate.

E per l'occasione, ottanta cappellini e venti foulard anti radiazioni ultraviolette, resi disponibili dall'azienda produttrice Proteksol, verranno messi in palio gratuitamente giovedi' 21 giugno a chi scrivera' una mail all'indirizzo info@fondazionemelanoma.org.

''Protezione massima deve diventare la parola d'ordine - sottolinea Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma -. Quando ci si espone al sole bisogna utilizzare creme con un fattore adeguato al proprio fototipo, quindi piu' alto in presenza di pelle e occhi chiari. Senza dimenticare di indossare abiti in grado di schermare i raggi UV e di evitare di prendere il sole nelle ore centrali della giornata. Il 25% dei nuovi casi di melanoma oggi in Italia riguarda giovani al di sotto dei 30 anni, dieci anni fa questa percentuale era esigua, intorno al 5%. Da qui l'idea di rivolgerci ai bambini perche', regalando un foulard alla mamma o un cappellino al papa', comprendano le regole fondamentali per una corretta esposizione al sole. La pelle infatti conserva una ''memoria' delle ustioni subite nei primi anni di vita, che possono trasformarsi in melanoma da adulti. I malati di oggi sono i bambini di ieri che hanno accumulato nel corso degli anni una serie progressiva di eritemi solari''. La prevenzione e' l'arma piu' importante per sconfiggere questo tumore della pelle, che ogni anno nel nostro Paese fa registrare 7000 nuove diagnosi. E che rappresenta il terzo tumore piu' frequente tra le donne nella fascia di eta' al di sotto dei 49 anni. Le Regioni settentrionali fanno registrare la maggiore incidenza, seguite da quelle del Centro e del Sud. Un altro fattore di rischio e' rappresentato dall'utilizzo delle lampade solari.

''Questi apparecchi emettono radiazioni UVA anche 50 volte superiori a quelle che si possono assorbire in una giornata di sole al mare - sottolinea Stefano Cascinu, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medic